La primavera ha già i suoi giorni belli, la nostra società invece stenta nel suo respiro, sempre più affannoso.
Fare Voci allora cerca di portare nuovo confronto, nuove proposte di espressione ed appartenenza, per creare una vicinanza di intenti, letture, sguardi ed ascolti.
Ad iniziare da Lella De Marchi e la sua raccolta poetica “Le stanze di Emily”, fresca vincitrice del prestigioso Premio Letterario Internazionale Città di Sassari, per continuare con una figura importante della poesia mondiale, Otoniel Guevara, poeta dell’El Salvador, che l’editore ChiareVoci fa conoscere al pubblico italiano con la raccolta “La pipa dell’albatro”.
La poesia è anche nei sei testi inediti di Luca Ariano, “Fino alla sera di prime zanzare e ombre”.
Le immagini sono di Arianna Ellero, con il suo progetto “Nenehno Gibanje Movimento Incessante Unceasing Motion”, di recente ospitato negli spazi della Mestna Galerija di Nova Gorica.
Il ‘tiracconto’ è davvero ricco: Fabio Amadi con “Il becchino”, dure storie di disagio e deriva sociale, i due testi inediti di Luca Buiat, dedicati al tema del fiume, e il romanzo “Marea” di Mirana Likar, autrice slovena.
“Le altre note” sono quelle del collettivo Tofugate, che continuano sulla scia della precedente esperienza musicale a titolo Autostoppisti del Magico Sentiero, e ci propongono ““Il quarto conflitto ormonale”, album che prende spunto da “Fuga da Bisanzio” di Josif Brodskij.
Buona lettura
Giovanni Fierro
(la nostra mail è farevoci@gmail.com)
Immagini ——————
Blue note
Nenehno Gibanje Movimento Incessante Unceasing Motion
di Arianna Ellero

Voce d’autore —————-
La luce ti cerca, ma non sempre riesce a scoprirti
Lella De Marchi, “Le stanze di Emily”
di Giovanni Fierro

È Lella De Marchi, con questa sua raccolta poetica “Le stanze di Emily”, la vincitrice del prestigioso Premio Letterario Internazionale Città di Sassari, assegnatole lo scorso mese.
Ed è un riconoscimento che va a sottolineare l’importanza di queste sue pagine, dove lo sguardo è tutto e il come è il senso. In questa sua scrittura che trasforma e che si trasforma, dove “il tempo è come un cassetto. aperto o chiuso. vuoto o aperto” e le stanze di casa sono come geometrie da scoprire, angoli e aperture che abitano la testa.
In questo suo dire, Lella De Marchi però esplora e fa fiorire una frase di Emily Dickinson che è già un mondo in pura gemmazione, “dì tutta la verità ma dilla obliqua”.
La casa da riconoscere, passo a passo, percezione per percezione, è una continua scoperta, “la voce al mattino si guarda e si tocca le orecchie/ le trova o troppo piccole o troppo grandi./ allarga la bocca, prova ad emettere un verso, / a collegarsi al senso dell’universo”.
C’è tanto in “Le stanze di Emily”, e tutto passa attraverso il fine filtro della sensibilità, “il corpo ospitato da una poltrona dentro a una stanza/ è l’unico corpo, altro da te, che si legge da solo”.
È quel riconoscersi che porta alla propria identità, in un continuo definire anche il solo “preferisco sentirmi “voluta”e non “ben voluta””, e il più semplice “stasera ti racconto una storia”.
Tutto questo rinnovato scrivere di Lella De Marchi è una lotta per la libertà, un atto di liberazione, perché “m’impegno/ a liberarmi di tutti i detriti./ a non pensare all’esistenza delle scorie/ a concepire un’esistenza pulita/ ad ammettere la possibilità della rinascita”, la posta in palio è alta, la sfida è lanciata.
E di stanza in stanza, il corpo è il luogo dell’accadere, non solo della poesia, ma anche del senso che piano piano, pagina dopo pagina si costruisce, “io sono la bocca che non può parlare senza svelare, io sono/ il corpo che ancora non si può mostrare e si lascia ricoprire/ dai capelli, io sono una storia che comincia dal finale”.
La verità obliqua di Emily Dickinson diventa così la poesia a tutto gesto di Lella De Marchi, indomita nel suo trovare forma, febbrile nel suo indovinare il respiro, generosa nel voler appartenere al presente.
Proprio in quel luogo, sempre più pericoloso, dove riconoscere “le cose che giocano in attacco/ e le cose che giocano in difesa./ le cose difese e le cose indifese./ le cose in mezzo alle strade./ le cose senza un interlocutore./ le cose assenti e le cose presenti”. Nel centro di ogni tensione che nasce.

dal libro:
I
sto guardando un cassetto.
un raggio di sole filtra dalla persiana semichiusa e attraversa la stanza.
ci sono cose che posso mettere o togliere da dentro al cassetto.
se il cassetto è aperto o chiuso quello che vedo non cambia.
sto guardando un cassetto mentre vedo quello che sto pensando.
sto guardando solo quel cassetto. lo scelgo. lo metto a fuoco.
e tutti gli altri cassetti scompaiono.
un cassetto che resta da solo mi rattrista.
nessuno dovrebbe mai restare da solo. neanche un cassetto.
provo a inserire nel mio pensiero un moto diverso dal mio vedere.
provo a inserire nel mio pensiero un moto diverso dal mio pensare
resto nel buio. lo assaporo.
ci vuole tempo per passare dal dettaglio alla visione d’insieme.
ci vuole tempo per passare dalla visione d’insieme al dettaglio.
ci vuole tempo. tanto tempo. tanti tempi.
*
l’unico corpo che non è corpo
I.
una poltrona dentro a una stanza racconta tedio, inedia,
gioia, amore, dolore da una posizione particolare.
una poltrona dentro a una stanza legge il pensiero
è un veliero che conduce in contrade lontane.
una poltrona dentro a una stanza procura sollievo
ad un corpo che non può o non vuole stare disteso.
una poltrona dentro a una stanza ospita un corpo
che non può o non vuole stare disteso.
[…]
*
quotidiani oggetti di culto
attaccato alla parete della mia camera da letto
c’è un crocifisso, un quotidiano oggetto di culto.
non sta in piedi. e non si regge da solo.
se ne sta lì. attaccato alla parete. a braccia aperte.
e mi guarda.
chi non trova il Paradiso – quaggiù –
non lo troverà neanche in Cielo.
gli Angeli stanno nella casa accanto alla nostra
ovunque noi siamo.
*
la credenza
I.
nel vuoto della sala da pranzo metto a fuoco la credenza
e vedo un bicchiere di vetro campeggiare illibato.
sicuro, di vetro, di vetro dietro ad un vetro.
rotondo decorato smerigliato smaliziato, non viziato
dal suo contenuto, non ubriaco.
un bicchiere pallido e assorto.
assorto nei suoi pensieri.
un bicchiere assunto a principe del vuoto.
a principio dei miei irrisolti misteri.
we will drop the dirk –
because we love the wound
the dirk commemorate –
lasceremo cadere il pugnale
perché amiamo la ferita
che il pugnale commemorerà
[…]
*
Emily non può e non deve morire.
sarebbe come spegnere una stella.
dobbiamo uscire tutti in terrazza,
annaffiare con i guanti le piante mutanti,
essere vasi comunicanti.
to be alive now
Emily ha una fede incrollabile
in quello in cui non crede
pratica assiduamente
ogni forma di rimozione.
to be alive now
Emily lavora con i fantasmi
che stanno nell’armadio.
Emily non vede l’ora di traslocare.
to be alive now
la dobbiamo seguire. di stanza
in stanza trovare la combinazione
insieme a lei possiamo
to be alive now
non dobbiamo farla uscire.

Intervista a Lella De Marchi:
In apertura c’è una citazione da Emily Dickinson, “dì tutta la verità ma dilla obliqua”, che mi sembra abbia quasi una valenza programmatica. Per questo ti chiedo, in che modo, questa sua frase, contiene questa tua raccolta poetica?
Direi che contiene tutta la struttura su cui ho cercato di costruire il libro, il suo file rouge. Ne “Le stanze di Emily” qualcuno sta compiendo un viaggio attraverso le stanze di un’abitazione, reale e quotidiana, ideale e immaginaria. Nel percorso, incontra gli oggetti che le abitano, direi quasi gli utensili che utilizziamo nella vita di ogni giorno. Oggetti non propriamente poetici, ma di uso quotidiano. Il cassetto, il letto, la poltrona, il lavandino, lo specchio, lo spazzolino, il dentifricio, la credenza, un bicchiere di vetro, il tavolo, le sedie, il divano, la televisione etc.
Chi è quel qualcuno in viaggio per le stanze? Sì, certamente, un essere in carne ed ossa. L’io che vive quelle stanze attraversandole fisicamente. Ma anche un essere che si guarda mentre le vive. È l’io che scrive, l’io poetico, il suo “sguardo obliquo”. La lente distorta della poesia ricrea il mondo e offre nuovi percorsi, nuove possibilità di lettura dello stesso. Entra in contatto con la vita intima ed autentica degli oggetti e delle persone, e li porta alla luce. Dona loro nuova vita, perché possano essere rivisti.
Nel procedimento che mi porta alla creazione di un libro di poesia, mi faccio sempre accompagnare per mano dalla forza specifica di una poetessa per me molto significativa. Fino ad oggi ho viaggiato, tra le altre, con Patrizia Cavalli, Amelia Rosselli, Anne Sexton. Ad accompagnarmi in questo libro è Emily Dickinson, per il particolare rapporto che ebbe in vita con il concetto di abitazione. È un incontro che poteva accadere solo in questo momento. Solo se illuminata dal suo sguardo obliquo.
Nel libro la casa è il luogo dove ogni cosa accade. Ma che luogo è? È un qualcosa che permette l’esplorazione? O cos’altro ancora?
Ricollegandomi alla domanda precedente, scegliendo di vivere rinchiusa nella torretta della sua abitazione, guardando il mondo da una finestra attraverso la lente obliqua della poesia, per Emily l’abitazione è la poesia stessa. La casa che si costruisce per essere se stessi, autenticamente. E più passa il tempo, più anch’io vorrei abitare a tempo pieno la mia poesia, potendolo.
In altri sensi, la casa può essere nido, rifugio, prigione. È il luogo in cui l’esistenza del dentro e del fuori, intesi in senso fisico ma anche interiore, si palesano. Il luogo in cui non si può restare per sempre, ma anche il luogo in cui possiamo ritornare. Dunque, il punto di partenza di ogni necessario viaggio nel mondo. Che cambia ogni volta, perché è un viaggio evolutivo, che riparte da dove era arrivato. In questo libro, la casa assume le forme di una normale abitazione, ma la casa può avere molte forme. In ogni luogo, in ogni tempo, in ogni spazio. La casa è il luogo del vissuto, chi siamo, chi eravamo, chi siamo diventati e chi saremo.
Non è un caso se ho scelto di inserire tra le stanze, alcune che non lo sono propriamente. Il corridoio, che è un luogo di passaggio e di raccordo. La soffitta, che è il luogo della memoria, una specie di archivio della nostra identità in evoluzione. E, infine, la terrazza con le piante. Che è sì, un diretto rimando ad una delle più grandi passioni di Emily Dickinson. Ma anche il fuori del dentro. Il viaggio di esplorazione del mondo, il movimento dell’andare verso il fuori, parte sempre da dentro. Dal chiuso di una stanza.
Credo che, così intesa, la casa possa definirsi anche il luogo da cui si origina la sete di conoscenza che alimenta il nostro viaggio nel mondo. E, per converso, quel luogo da cui è necessario fuggire per alimentare quella sete.
Questo tuo affidarti alla scrittura è anche un affidarsi ad un qualcosa che trasforma e si trasforma. In quale modo sei la tua scrittura, e in che modo la tua scrittura è te?
La mia scrittura non può che essere me stessa. Ed io non posso che essere la mia scrittura. Siamo la stessa cosa. Ci guardiamo da più angolature. Il mio vissuto, le persone che ho incontrato, i libri che ho letto, i luoghi che ho visitato. Ma anche il mio modo specifico per riordinare quelle esperienze e rielaborarle. Unirle, separarle, correlarle.
Ciò che accade ogni giorno si trasforma e mi trasforma. Io cerco quella strana forma di adattamento alla vita che è l’adattamento alla vita in trasformazione. Vorrei vivere nel presente, consapevole del passato, con speranza nel futuro. Una cosa bellissima e giusta, però difficile da praticare nella vita quotidiana. Difficile essere sempre così illuminati. Occorrerebbe riuscire a vedersi vivere in ogni istante della vita. Fare della scrittura, del suo sguardo, un esercizio quotidiano.
Pertanto, sprofondo spesso, in uno stato di strana malinconia, che talvolta ha l’aspetto di un abisso. L’abisso tra ciò che penso di me e quello che mi ritorna dal mondo intorno a me. Tra il pensare e l’essere pensata, il vedere e l’essere vista. Però, è esattamente questo il momento in cui l’esercizio della scrittura, in questo caso della scrittura poetica, acquista un potere salvifico. Mi offre una prospettiva non definitiva, un’altra possibilità di lettura del mondo. Vera e possibile, tra tante altre. Altrettanto vere e possibili. “Al fondo di ogni mia malinconia c’è una nota/ travestita da ipocondria. Le offro/ del gin e della soda perché non passi il tempo/ a sentirsi sola”.
La poesia è la mia forma di adattamento alla vita in trasformazione. Il mio “sguardo obliquo” su di me.

Nel lasciarsi andare a questo tuo scrivere, a volte si respira un senso di liberazione, che mi sembra chiedere anche un cambiamento di sguardo, nel vedere le cose, le persone, la vita di ogni giorno. Mi sbaglio?
Non ti sbagli affatto. È un po’ quello che ho cercato di dire rispondendo alla prima domanda. Dico “dire” piuttosto che “spiegare”, perché la poesia non ha tra i suoi obiettivi e nella sua natura quello di spiegare, ma quello di “comprendere” nello sguardo. Il suo risultare spesso e largamente ostica consiste, in effetti, nella sua “apparente incomprensibilità”. Nell’esprimersi con una lingua diversa dalla lingua in cui si esprime il contesto in cui vive e agisce.
La lingua della poesia è sempre la lingua dello straniero. Perché il suo “sguardo obliquo” è il cambiamento del vedere il mondo che insidia il nostro sguardo abituale. Fa traballare il sistema di certezze e privilegi acquisiti. Per questo esercitarla è pericoloso, ma profondamente liberatorio, nel senso che ti dicevo.
Perché può aiutare a distaccarsi dal peso di un senso immutabile, perché prestabilito e imposto. In qualche modo, ci depura dalla paura dell’ignoto. Ci rende accorti che non tutto è come ci è sempre sembrato. Ma soprattutto vigili e più autentici nell’interpretazione. Più vicini a noi stessi. Svelando che può esistere un’altra forma dello sguardo, un altro modo di sentire la vita.
Sì, credo, sia un’operazione del sentire, più che del vedere in senso stretto, quello che Emily Dickinson chiama lo sguardo obliquo. Quello che fa assomigliare la vita alla verità. Una certa onestà dello sguardo.
Perché poi ne “Le stanze di Emily” anche il corpo diventa luogo dell’accadere, di poesia. È così?
Tutto è corpo nel mondo. Così ci piace definire ogni cosa che vediamo nel mondo, con la parola corpo. Il corpo della carne, il corpo vivente, il corpo astrale, il corpo cosmico, il corpo astratto, il corpo del testo, il corpo del linguaggio, Il corpo animale, il corpo spirituale, lo spirito di corpo etc.
Perché spesso si pensa che il corpo sia l’unico modo che abbiamo per incontrare il mondo, per farne esperienza. E che il percorso verso la conoscenza sia un percorso a senso unico. Anche la poesia, che a sua volta è una forma di conoscenza, può essere definita un corpo. Anche se, nel suo caso specifico, penso che il corpo sia più un punto di arrivo che di partenza. Che la poesia dia forma al corpo che non c’è. In un certo senso, disfi il corpo del mondo per ricrearlo. Più vero, perché autentico. Oggi una mia poesia, un mio scritto, ha preso corpo. Lo diciamo spesso.
È il modo che possediamo per descrivere l’atto della scrittura. Diciamo anche, venire alla luce. Il palesarsi di qualcosa che forse già c’era, ma che non poteva essere visto. Che spezza l’illusione che possiamo vedere solo ciò che si vede, in quanto dotato di materia. Che il corpo sia esclusivamente qualcosa di materico. E il metodo scientifico l’unica forma corretta di conoscenza del mondo.
Ne “Le stanze di Emily”, c’è un corpo che gira per le stanze e che conosce il mondo attraversandole. Il mio corpo o il corpo di chi altro non importa, perché non è solo un corpo in carne ed ossa. È una particolare forma di corpo in carne ed ossa.
Ad ogni modo si ha la netta percezione che questi testi stiano aspettando una messa in scena, l’essere portati a voce alta incontro al pubblico. Vivono di una intimità che deve essere esposta e condivisa? Hanno il desiderio di uscire da ogni possibile riparo e protezione?
Ti dico subito che sto realizzando un adattamento pseudoteatrale per sola voce del libro. Anzi, esiste già. E’ una prassi che seguo ogni volta che pubblico un libro di poesie. Ne ricavo anche un momento di condivisione un po’ differente da una lettura. E di incontro con altre forme artistiche, in particolare la musica. “Le stanze di Emily” si sono rivelate molto adatte ad un tipo di rilettura pseudoteatrale, perché sono strutturate in stanze che contengono già una suddivisione in momenti scenici, una qualche forma di respiro scenico. E molti elementi scenografici.
Penso che tutta la scrittura agisca con l’intento di esporre la propria intimità, di provare a raccontarla, condividerla. Anche quando preferisca affidarsi unicamente alla parola stampata. In qualche modo, anche se lo dissimula, la scrittura vuole sempre svelare qualcosa di chi la scrive. Per chi la scrive, è anche il suo aspetto più difficile da vivere, perché comporta una forma di “messa a nudo” della propria intimità.
Quindi, l’essere esposta e condivisa è nella natura stessa della scrittura. Questo vale soprattutto per la poesia che, più che descriverle, naviga immersa nelle parti più intime dell’essere umano. Inoltre, cerca sempre una forma di speciale vicinanza con il suono. Gli strumenti tecnici di cui si avvale creano legami e corrispondenze tra le parti che la compongono che non sono solo legami di senso. Ha una sua voce.
Diciamo proprio così quando incontriamo una qualche forma di poesia convincente. È una nuova voce del panorama poetico. Quando lavoro ad un testo poetico per una rilettura scenica, lavoro per scoprire la sua voce. Quella che già ha. Denudarla. Esporla per condividerla. Il lavoro della rilettura scenica consiste in una forma di riparo al contrario del testo. È denudando, smascherando la sua voce, che lo si protegge. Aiutandolo ad esporre la sua autenticità, perché non venga fraintesa o mal interpretata.

L’autrice:
Lella De Marchi (Pesaro, 1970). Poeta. Artista. Performer. Identità. Questione di genere. Femminismo. Trasfemminismo. Diritti Lgbtq.
“La spugna” (Raffaelli editore, 2010), finalista al Premio Pascoli. “Stati di amnesia” (Lietocolle, 2013), segnalato al Premio Montano. “Paesaggio con ossa” (Arcipelago Itaca, 2017), finalista al Premio Pagliarani, Premio Bologna in Lettere, Premio Montano. “Ipotesi per una bambina cyborg” (Transeuropa, 2020), vincitore del Premio Inedito Colline di Torino, finalista al Premio Bologna in Lettere, finalista al Premio Montano.
Molti suoi testi, editi e inediti, sono stati premiati a concorsi, appaiono su blog, riviste on line e cartacee e sono stati tradotti in spagnolo, catalano, inglese, francese, rumeno, arabo.
Molte le antologie di poesia che contengono suoi testi. Come autrice e performer partecipa a reading e performance poetico-musicali.
Attiva tra l’Italia e la Spagna, collabora con musicisti, artisti, autori di teatro.
È la voce e i testi del Collettivo Onoranze De Marchi Madau (creato insieme alla musicista, compositrice e performer Adele Madau), che realizza performance, inclusive e interattive, che uniscono poesia, musica, installazioni artistiche e teatro del gesto.
(Lella De Marchi “Le stanze di Emily” pp. 63, 14 euro, Anterem 2024)
Immagini ——————
Finestra su uno spazio 4
Nenehno Gibanje Movimento Incessante Unceasing Motion
di Arianna Ellero

Tempo presente —————–
Fino alla sera di prime zanzare e ombre
Sei poesie inedite
di Luca Ariano

È la terra dei morti, solo paludi:
anche i Romani persero pugnae,
Galli non osarono andare oltre.
Cosa resta delle cronache?
Qualche contadino tra brume
e aratro ritrovò elmi, spade
e soldati sepolti.
Anche loro ebbero un passato,
storie: l’avresti mai detto?
Sono le mura di una rocca,
le sfiorano incuranti
ma dalla loggia partirono falchi
per la caccia: il sovrano
prima di ogni battuta citava passi
di Federico II millantando
che avrebbe dominato l’Italia.
Furono anche industriali
– in ritardo nei secoli –
o solo piccoli artigiani ma rimasto
il silenzio di parenti sconosciuti
e amici nel loro sentiero.
Quella madre dimentica di una bambina
per un altro giro di macchinette:
la fortuna può arrivare anche in Lomellina.
*
Li senti avvicinarsi
come truppe al confine
pronte a varcare la soglia,
mercenari senza pietà
a bruciare città oscurando
cieli, a disporre di corpi
fino alle ultime grida.
Sarà la sveglia prima del lavoro
quando non filtra luce:
una notte insonne di tosse
e febbri di vertigini e visioni.
Forse non volle aspettare
il suo tempo fino all’incedere
di schiene curve, rughe ingrigite
senza sentirsi protagonista
di ogni soffio di vento.
Poter essere dimenticato nel marmo
di nomi e date, fiori freschi
fino a quando verranno occhi lucidi:
qualcuno ancora pregherà
per i figli perché domani
non sia un giorno già passato.
*
La primavera di pioggia
ti segue dal finestrino
traversando mezza Italia:
lontani borghi arroccati
solo per gli ultimi vecchi,
bambini mai nati e ragazzi
in fuga da decenni.
Da lì vennero briganti
sgominati da truppe regie,
ancora nostalgici borbonici,
storie da riscrivere:
saranno voci di intelligenze?
Volti finti e qualcuno crederà
ad amori virtuali come eroine
di antichi miti, terre di greci:
resti di rifiuti e cumuli nei campi.
Quel passato industriale seminato
di rovine che nessun archeologo
scaverà, come microplastiche
a soffocare neuroni:
la nebbia cancella battiti
come feticci di altre epoche?
Scoprirete il finale fino a baci eterni.

Il primo orologio Casio
a scandire la fine della lezione,
quanti minuti all’ultima ora,
alla campanella un altro mondo.
Quello Swatch per aspettare
dopo scuola fino all’ultima partita:
una ragazza mai giunta
e lo scoccare della messa al funerale.
Quell’ora solare quante primavere
da segnare per nuove stagioni:
soldati a difendere frontiere
e generali alla partita della storia
scegliendo il tempo di lancette.
Sarà sempre l’ansia del primo incontro,
di ritornare prima della notte,
nei viali bui di stazioni chiuse.
Un orologio fermo da decenni
senza più riflessi e l’ora legale
da dormire più a lungo o far l’amore
al suono di un campanello;
rimarrà il tempo di una spunta
come la preghiera di un monaco
quando l’ora della missione tramonta.
*
Ti sembra sempre la Rivoluzione
lì a due passi,
che sotto i portici si stiano preparando
ma poi finirà in qualche baretto;
Ti chiederanno se studi ancora,
qualche dottorato per sconto Spritz
e al secondo giro una nuova laurea.
I partigiani alla Bolognina hanno altre vite
ogni santa mattina senza accorgersi,
e i nomi di vie una voce metallica
da Google Maps, di spese domenicali
al discount e la guerra perduta da decenni.
La ragazzina preda delle ansie post pandemia,
post adolescenza, post amori, in un Pignoletto
ritrova gli occhi lucidi dimentichi per poche ore.
I resti della rocca, strade popolari a prezzi di lusso
e l’eco di cannoni del Papa per riconquistare Bologna,
sedare rivolte relegate in angoli della Storia.
Non ci saranno compleanni in campagna
ma sarà un altro giorno di lavoro
fino alla sera di prime zanzare e ombre.
*
Il treno esce lento da Centrale
e verso Gallarate e Busto Arsizio
rimangono resti di opifici e manifatture:
chi portò il baco da seta?
Sforza o Visconti dalla Cina e tutto torna
in fabbriche delocalizzate
e quei ragazzi non saranno operai
di ritorno al tramonto ma in carrozza
per un’altra notte acida di alcool.
Il lago non è così lontano
per qualche turista tedesco in pensione
dalla Bosch o dalla Volkswagen
e nonne più giovani delle madri,
tra nipotini iperconnessi.
Volerà alta la parola per poche ore
come reduci di una guerra persa
nella stessa strada della Storia:
cambiarono solo nome e volto.
Chi si ricorderà di te dopo vent’anni?
Sarai cenere come tuo padre
e quel mare non renderà le estati
ma il sudore della pelle sarà l’abbaglio
nell’altalena di fianchi e seni sospiranti.

L’autore:
Luca Ariano (Mortara, 1979) vive a Parma. Fra i suoi libri di poesia più recenti “Bitume d’intorno” (2005), “Contratto a termine” (2010 e poi 2018), l’e-book “La Renault di Aldo Moro”, con una prefazione di Guido Mattia Gallerani, e “Ero altrove”, finalista al Premio Gozzano, entrambi nel 2015.
Nel 2018 ha curato il convegno su Pier Luigi Bacchini a Parma. Gli atti sono stati pubblicati nel 2022, “Quel problema del cielo”. Nel 2021 ha pubblicato “La memoria dei senza nome” con una prefazione di Alberto Bertoni e un’intervista di Luigi Cannillo. Il suo libro più recente è il poemetto “I naufraganti”, scritto con Carmine De Falco e pubblicato nel 2025.
È redattore di “Atelier” e di “Versante Ripido”. Dirige per Bertoni la collana di poesia PoesiaLab. Organizza numerosi eventi a Parma. Sue poesie sono tradotte in francese, spagnolo e rumeno.
Nel 2025 è stata pubblicata per le Éditios Douro un’antologia di sue poesie tradotte in francese da Marilyne Bertoncini, “Demeures de Mémoire”, con una postfazione di Raphaël Monticelli.
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Nenehno Gibanje Movimento Incessante Unceasing Motion
di Arianna Ellero

Voce d’autore ——————
Il pane quotidiano lo ruberò oggi
Otoniel Guevara, “La pipa dell’albatro”
di Giovanni Fierro

Leggere “La pipa dell’albatro” di Otoniel Guevara è vivere un senso di liberazione assoluto. E l’autore nell’intervista, che potete leggere di seguito, dice bene da che cosa: “Dall’ignoranza, dall’indolenza, dall’arroganza, dall’indifferenza”.
Così il suo è uno sguardo che si fa società, appartenenza alla poesia e al diventare verità, quando lo scrivere è il vivere di ogni giorno. Ma anche il sopravvivere, “il pane quotidiano lo ruberò oggi. Oggi/ che ho fame,/ oggi che i miei versi sono quotati così bene/ sul mercato più nero:/ quello dell’ingratitudine”.
Militante del Fronte di Liberazione Nazionale “Farabundo Marti” durante la Guerra Civile in El Salvador, Otoniel Guevara conosce la forza di quando riconoscere l’evidente è l’unico modo per conservare una sincerità che ci permette di essere autentici, e di poter mantenere la dignità che si ha con se stessi.
“Non annoiateci con le Sacre Scritture,/ soprattutto me, che ho lavorato senza tregua/ per stringere amicizia con gli allucinati”, “Nasciamo/ da una fonte di ossigeno e di acqua. L’indispensabile/ per sopravvivere sulla terra./ In pace./ senza miseria”. Sono parole ed immagini che sanno accendersi di espressione e significato, libere e liberate, portatrici di una credibile carica espressiva, luogo dove stare nel miglior modo possibile: “La città è stata accerchiata/ e nessuno chiede aiuto ai poeti”.
E allora il suo essere poeta è anche nel dire “mi trascino un cuore che trema”, e nell’ammettere che “avevo poche camicie davvero eleganti. Me le ha sconfitte/ tutte la candeggina. L’uso. Gli sguardi”.
Pericolosa la poesia di Otoniel Guevara, perchè sta stare al mondo, “quando la solitudine ferirà la mia porta/ avrò molte parole per il lungo cammino”, nonostante il dolore così diffuso, sapendo bene che “riposare in eterno/ è una farsa più grande di morire”. E sempre con l’urgenza di testimoniare che “siccome non era difficile/ mi sono messo a camminare dal lato della morte”.
Tutto “La pipa dell’albatro” è un misurarsi in modo intenso con la parte più viscerale di ogni esistenza, è l’avere fiducia nell’empatia, è nel rinunciare ad ogni falsa promessa, è sabotare l’esistente per compierlo nel suo destino: “i cani non usano maschere nè costumi,/ non impazziscono per i debiti,/ né aspirano a una foto con gli occhi chiari.// I cani/ fanno fatica a suicidarsi”.

dal libro:
Preghiera
Il pane quotidiano lo ruberò oggi. Oggi
che ho fame,
oggi che i miei versi sono quotati così bene
sul mercato più nero:
quello dell’ingratitudine.
Che il mio corpo crepiti in ogni tentazione
per ungere di senso le mie parole.
Mi basto per liberarmi
dalle cattive letture,
dagli sciocchi, dai pusillanimi
e dai ladri di opere.
Mi basto per sprofondare in ventri e bibbie,
in file di agonia
e mercati di sangue.
Santificati siano i miei lettori.
Prego il buon Dio
di non liberarli di me.
*
Dell’origine
Se la guerra fosse necessaria
i bambini nascerebbero con i fucili.
Ma no.
Nasciamo
da una fonte di ossigeno e di acqua. L’indispensabile
per sopravvivere sulla terra.
In pace.
senza miseria.
Ma qualcuno ha avvelenato il suo stesso cuore.
E poi
ha recintato la terra.
*
Cause
Le tre del mattino. Non è saggio
camminare per strada a quest’ora.
Non a causa del milione di armi che circolano.
Neppure per gli angeli della morte
che ovunque hanno sostituito Dio.
Non ha nulla a che fare con gli appetiti dell’infamia.
Si tratta unicamente del fatto
che non abbiamo mai capito le metafore.
*
Cani. Porta aperta.
Gli animali della mia specie
non fanno il servizio militare
José Emilio Pacheco
[Morsi]
I cani non sanno della loro ombra,
quando ululano
è perché l’hanno perduta e non lo sanno.
Non sanno nemmeno come puzzano i feretri.
Di fronte alla morte
non sanno altro che raggomitolarsi nei propri rami.
I cani non usano maschere nè costumi,
non impazziscono per i debiti,
né aspirano a una foto con gli occhi chiari.
I cani
fanno fatica a suicidarsi

Intervista ad Otoniel Guevara:
In tutto “La pipa dell’albatro”, si vive la netta sensazione che il suo fare poesia trasmette un forte senso di liberazione, ma da che cosa?
Dall’ignoranza, dall’indolenza, dall’arroganza, dall’indifferenza.
Nel testo “Neppure io ho prestato ascolto ai costruttori”, c’è un passaggio davvero importante: “La città è stata accerchiata/ e nessuno chiede aiuto ai poeti“. Ecco, qual è l’aiuto che i poeti possono dare?
L’aiuto più utile è quello della Verità. È chiaro che oggi, più che mai, il mondo è immerso in una cloaca di menzogne e irrazionalità, ora promosse ed esaltate dagli uomini e dalle donne che ci governano. Questo ci ha improvvisamente fatto precipitare in una realtà distopica e allettante, perché un numero incredibile di persone si sta accontentando di questo cocktail di droghe che il potere globale ha messo alla portata di bambini e adulti.
Leggere questi suoi testi, mi ha dato la netta sensazione che la sua poesia sia anche un qualcosa per misurare la propria vicinanza alla vita. Può essere così?
Vorrei essere più coinvolto nella vita: sentire le dita screpolarsi per il freddo nei sotterranei, stare senza elettricità per settimane, sguazzare sulla riva di una barca rustica nel Mediterraneo, abbracciare il mio amico morente in Ucraina, marciare contro il male tra i bambini di Minneapolis, tra gli indomabili cittadini di Cuba e del Venezuela, con i pensionati di Buenos Aires, con i “non conformisti” di Milano; insomma, sì, è il mio modo di farmi accompagnare dalla vita.
Queste poesie contengono uno sguardo in mondi caratterizzati da diverse percezioni, ma tutte accadono nel medesimo tempo, che le contiene. Il suo scrivere è anche un esplorare diverse dimensioni che vivono nello stesso momento?
È un esperimento. Nell’ultima sezione, “Tassidermia”, ogni poesia è la scena di un film che non esiste; ed è la proposta al lettore di crearla. Questo mi ha trasportato in luoghi diversi e mi ha costretto a disegnare i personaggi. Il tempo sono io.
Di certo la sua poesia non sta mai ferma, ha dentro di sé il desiderio, continuo, di accendere un qualcosa, di farsi fiamma. Mi sbaglio?
Sono contento che tu l’abbia notato. Sono un vero piromane, considerando dove sono nato, cresciuto e ho combattuto. Ho sempre amato mantenere viva la fiamma della Rivoluzione. È affascinante.

La poesia “Causas” ha in sé un’atmosfera greve, davvero pesante. Una atmosfera fatta di armi e violenza. È la sua storia, la storia del suo paese, che prende il sopravvento nel suo scrivere?
È più che altro la storia dell’El Salvador, in cui siamo tutti immersi. Immaginate che quando ho scritto quel testo, gli angeli della morte erano un gruppo, che ora non è più per le strade, ma è che stato sostituito da altri, che indossano legalmente l’emblema nazionale sulle loro uniformi.
Il nostro inno nazionale contiene versi la cui cruda verità storica li perseguita come una maledizione: “El Salvador ha sempre nobilmente sognato la pace nella suprema beatitudine; ottenerla è stata la sua eterna lotta, preservarla è la sua più grande gloria“.
E difatti la società contenuta in “La pipa dell’albatro” è davvero un marasma, un qualcosa di teso e di irrisolto. E in modo evidente viene fuori un forte senso di solitudine….
Questo è terribile. L’unico modo in cui questa sensazione di solitudine può essere positiva è solo se suscita nel lettore il desiderio di essere un nido di vespe, un grappolo d’uva, un branco di cani da caccia, una pannocchia di mais, uno spolverino di piume. Tutti insieme, tutti in modalità Giustizia.
Però c’è di buono che queste poesie mettono in evidenza anche tanta sensibilità, fragilità e vulnerabilità. C’è quindi ancora una parvenza di umanità, rimasta nella società odierna?
L’intollerabile e sfacciato disprezzo con cui l’umanità viene trattata da un’élite suprematista che controlla il denaro e le armi del mondo, relegandola a un sottogenere mercificato privo di diritti, sta provocando una reazione globale che, sebbene prevista dal marxismo, non abbiamo mai visto prima: l’autodistruzione del sistema, un sistema che prospera sullo sfruttamento del lavoro e che, in questa occasione, ha cercato di distruggere i propri lavoratori senza considerare che non esistono robot in grado di fare tutto ciò di cui l’umanità ha bisogno.
Hanno fallito nel tempismo, ma soprattutto perché l’avidità e l’arroganza hanno avvelenato il loro intruglio.
Finché ci sarà giustizia, ci sarà umanità. Finché ci sarà ingiustizia, l’umanità emergerà. L’umanità finirà quando finirà la poesia.
Il terzo capitolo: ogni poesia ha una citazione, è il cercare un dialogo possibile con queste persone, con questi autori?
Più che un dialogo, mira a provocare una mobilitazione, una sollevazione dello spirito, un risveglio della coscienza. Ne ho già parlato in precedenza.
Queste poesie, che appartengono a un altro libro, sono una sorta di invito all’azione.

L’autore:
Otoniel Guevara (Quezaltepeque, El Salvador, 1967) è un poeta e giornalista salvadoregno. La sua opera letteraria è stata dichiarata patrimonio nazionale. È stato dichiarato Gran Maestro di poesia dal Ministero della Cultura di El Salvador.
Ha fatto parte del Fronte di Liberazione Nazionale “Farabundo Martí” durante la guerra civile salvadoregna, periodo in cui ha anche fondato il Laboratorio Letterario Xibalbá.
Ha studiato giornalismo all’Università di El Salvador e all’Università Cattolica di Managua, in Nicaragua.
Ha lavorato come creativo pubblicitario, giornalista e manager culturale. La sua produzione poetica, che comprende oltre quaranta titoli, è stata tradotta in diverse lingue (inglese, francese, italiano, portoghese, ungherese, rumeno, svedese, greco e curdo).
È il fondatore della “Rete di Festival Internazionali di Poesia Our America“, Medellín, Colombia, 2010, e del “Movimento Mondiale di Poesia“, Medellín, Colombia, 2011.
È stato anche coordinatore esecutivo della Fondazione Metáfora e fondatore del progetto editoriale “La Chifurnia“.
(Otoniel Guevara “La pipa dell’albatro” pp. 90, 12 euro, ChiareVoci editore 2024)
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Bocca blue
Nenehno Gibanje Movimento Incessante Unceasing Motion
di Arianna Ellero

Ti racconto —————–
E come potevo morire se non così?
Fabio Amadi, “Il becchino”
di Roberto Lamantea

Alla vigilia della pensione il necroforo Andrea ha un incidente d’auto, per 17 giorni resta sospeso in una soglia tra coscienza e visione, sogno e memoria. Gli appaiono figure, ricordi, voci, fantasmi graffiati in un universo indistinto. Sono le persone che, in decenni di lavoro, ha seppellito: tanti, fra di loro, i morti per droga. Ragazze, ragazzi, soprattutto, giovani sedotti dalla sirena dell’eroina. Più che le storie di disagio sociale sono i racconti di una deriva verso il delirio a dominare, la fascinazione lenta che si rivela una trappola: iniziare con l’eroina è facile, è troppo tardi quanto t’accorgi che la droga è una dèa assoluta.
Fabio Amadi, 66 anni, di Marghera, ha lavorato per anni nei Servizi sociali. Di “drogati” ne ha visti tanti: ruderi sulle strade, corpi informi negli angoli del buio, rifiuti accecati dall’assoluto del “buco”, il morso, la tirannia della “buba”, della “bubana”, dell’eroina, della “spada” in vena, dei soldi arraffati con i “palchetti”, i furti nei piani alti delle case, l’assedio del pensiero fisso. La morte in un angolo buio, rifiuto tra i rifiuti. Negli anni di lavoro Amadi ha sentito le loro voci spelacchiate, stridenti, rugginose, ha visto i loro occhi vuoti, i loro volti a volte bellissimi di ragazze e ragazzi morsi dal vampiro, in una città difficile come Mestre-Marghera, la terraferma del Comune di Venezia costruita nel disordinato boom edilizio del dopoguerra in un’infinita spirale di periferie. E le ha raccolte, quelle voci, nei 22 racconti de “Il becchino”, il suo quinto libro, appena pubblicato dalla Cleup di Padova. Non è la prima volta che Amadi “racconta” la droga: ne parla già nel romanzo “Gli dei se ne vanno” (2013), ambientato nella Marghera anni ‘70.
“Quando me ne sono andato i giornali hanno scritto: “Drogato trovato morto bla bla bla…””: perché alla morte fisica si aggiunge anche quella sociale, la crocifissione dei giornali e del linguaggio dei media. Le Asl, i SerD (Servizi per le tossicodipendenze), la psicoterapia, gli ospedali: “Fatemi uscire, non tarpatemi le ali, fatemi volare. Voglio tornare in strada, voglio farmi, voglio bucarmi, il mio mondo non è tra queste mura la mia vita è fuori, nei giardini, nelle strade buie, negli angoli, dove posso acquistare e vendere eroina o vendere me stesso. La mia vita sta nei cessi dove posso spararmi in vena quello che mi pare o nei parcheggi a spaccare deflettori e a portar via autoradio da piazzare per poche lire… e come potevo morire se non così?”.

La scrittura di Amadi è asciutta, una narrativa a sequenze veloci, dove le ombre dei defunti raccontano al becchino la loro vita e dove la pietas è in trasparenza, in filigrana, come le nervature di una foglia, e l’intonazione è quella, a volte struggente, di una Spoon River delle periferie o, a volte, ha il canto roco dell’Howl di Allen Ginsberg – quell’incipit da brividi: “Ho visto le menti migliori della mia generazione/ distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche/ trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa”.
Ma dietro questo libro c’è una lunga tradizione, da Dickens ai Misérables di Victor Hugo (1862), interi strati sociali immolati sull’altare della nascente società dell’industria, del dio denaro e delle sue scure caverne, sino alla droga di oggi che è una delle industrie delle mafie. Nel racconto di Amadi tutto questo è lasciato intuìre al lettore, è dietro le quinte, la narrazione dà voce ai fantasmi, all’epilogo di quelle vite e proprio per questo, perché non è dichiarata ma in filigrana, il libro ha una potenza plastica.
Le pagine iniziali raccontano il cimitero visto dal necroforo, decenni a chiudere cadaveri nelle bare e affondare le bare nelle fosse, le tombe narrano storie non solo di addii ma di dimenticanze, indifferenze, come se anche il luogo del “riposo eterno” fosse non il teatro del ricordo ma anche dell’oblio: tombe abbandonate, croci di legno marcite e spezzate, marmi inclinati, gramigna sui tumuli, foto sbiadite dal sole e consumate dalla pioggia, cancellati dal tempo perfino i nomi e dove le persone da seppellire sono “clienti”: i morti dimenticati.
Tra i racconti più struggenti, di una bellezza disperata capace di prendere alla gola il lettore, “Biancaneve” e “Non sarà più affar mio”.
“Chissà se mentre ci seppellivi ti sei mai chiesto cosa ci aveva spinto a diventare tossici. Quali risposte ti sarai dato? Le solite: la società, l’assenza di prospettive, la famiglia, quel malessere latente, difficile da capire o da definire… Nemmeno io sapevo il perché, forse ho iniziato solo per curiosità, forse per me aveva lo stesso peso che bere un bicchiere di vino. Una cosa posso dirti con certezza, una cosa che nessuno vuole sentire: iniettarsi l’eroina in vena è bello, tanto bello! Ti fa star bene, ti dà piacere. Con il tempo ti distrugge, annienta te e chi ti sta vicino e ti porta alla morte. Ma è pur sempre un piacere” è la chiusa dell’omonimo racconto.
L’epilogo è struggente: Andrea vede il corpo di una ragazza rimasto tre mesi nella cella frigorifera dell’obitorio: “Povera creatura, ho ancora in testa la tua voce, ricordo le tue parole: “Ciao Andrea, vieni con me, andiamo in un luogo che ti è familiare, non aver timore, lasciati guidare.” Ora ti vedo, stesa sopra questo tavolo d’acciaio, coperta da un lenzuolo bianco.
Sei rimasta sola, nessuno ha chiesto di te, nessuno poserà fiori sulla tua tomba e la croce di legno con il tempo marcirà cadendo sopra il tumulo di terra.
Invece no, non sarai sola in questo tuo ultimo viaggio, ti accompagnerò io, la mia auto seguirà il carro funebre e poi calerò il tuo corpo nella fossa e lascerò per sempre quel cimitero. Ma ti porterò con me e non ti dimenticherò.
Non dimenticherò nemmeno gli altri: le loro storie, le loro vite, le loro morti.
Voglio raccontarle così come loro le hanno raccontate a me. Troverò chi mi aiuterà a scriverle e… magari qualcuno le leggerà”.

Intervista a Fabio Amadi:
Immagino che la tua esperienza di lavoro nei Servizi sociali sia fondamentale nell’ideazione e scrittura del libro: che cosa ricordi di quegli anni? Anche oggi vivi a Marghera, uno dei quartieri “critici” della città: come è cambiato?
Certo, il mio ex lavoro da operatore di strada mi ha aiutato, quello è il mio mondo lavorativo/formativo, però il libro nasce dall’esperienza di vita in strada e nei bar che frequentavo all’epoca.
Nasce osservando, dialogando, ascoltando, raccogliendo pezzi di vita e purtroppo constatando come i miei coetanei si stavano distruggendo. Volevo scrivere di tossicodipendenza come non era mai stato fatto, volevo che fossero loro a raccontare la propria morte, dare la parola a loro, parola “sporca” cruda e non filtrata da una qualsiasi morale. Marghera oggi, come tutto, è cambiata, le fabbriche sono quasi tutte chiuse, circa il 30% degli abitanti sono extracomunitari. Ma l’eroina, assieme ad altre sostanze più “moderne”, gira ancora, anzi forse molto più di allora.
Hai dato voce a persone realmente conosciute?
Le storie non sono biografie, sono pezzi di vita di persone realmente conosciute. Poi montate e rimontate, romanzate ma reali, vissute in quegli angoli di piazza.
Una cosa che colpisce nella lettura è l’empatia con i personaggi che racconti: niente patetismo, men che meno giudizio morale, eppure il tuo non è uno sguardo neutro, ai fantasmi che raccontano le loro storie al becchino tu presti il microfono: se l’intonazione sfiora la cronaca e la testimonianza, la “luce” che attraversa il libro è quella di una laica pietà: sei d’accordo?
No, nessun giudizio morale, chi sono io per giudicare l’ingresso di quei ragazzi/e nel mondo dell’eroina, chi sono? Ma laica pietà sì, quella assieme a milioni di domande sul perché…
Qual è il tuo metodo di lavoro? Prendi appunti, ti affidi alla memoria, scrivi a mano o al computer?
Ho una buona memoria e mi affido a quella, raramente prendo appunti, mentre scrivo mi immedesimo nel testo, anzi ci entro dentro, cerco di immaginarmi i visi, le espressioni, la prossemica, le scene dei personaggi, mi sembra di essere dentro un film.
Per questo libro mi sono fatto aiutare dalla musica: non mentre scrivevo, perché se ascolto musica mentre scrivo rischio di perdere la concentrazione, ma nelle pause, che poi non sono pause perché la musica che ho ascoltato era la musica che ascoltavano loro, questo per entrare completamente nel periodo e nei personaggi. Scrivo in camera con la porta chiusa steso a letto, con due cuscini appoggiati dietro la schiena e il pc sopra le gambe, ed ogni tanto chiamo mia moglie per chiederle se il periodo fila.
Su temi come questi qual è o quale può essere il ruolo della letteratura?
Il ruolo della letteratura per questo, come per molto altro, è fondamentale perché, se letteratura è, e non velleità letterarie per farsi chiamare scrittori, ti apre ad emozioni profonde, a sensazioni inimmaginabili che un saggio non può dare.
È come osservare un filo d’erba: certo è verde, ma se lo guardi bene da vicino le sfumature sono infinite: ecco, la letteratura ti prende per mano e ti accompagna in altri mondi.

L’autore:
Fabio Amadi è nato a Marghera nel 1960. Laureato in Scienze dell’educazione all’Università di Padova ha pubblicato “L’uomo dei Balcani” (Polistampa, Firenze 2005), “La parte migliore di me” (Pagliai, Firenze 2011), “Gli dei se ne vanno” (Pagliai, Firenze 2013), “Un grandeprogetto” (La Toletta, Venezia 2018).
(Fabio Amadi “Il becchino” pp. 114, 15 euro, Cleup 2025)
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Gelb und orange
Nenehno Gibanje Movimento Incessante Unceasing Motion
di Arianna Ellero

Ti racconto ——————–
Sul Tagliamento
Un testo inedito
di Luca Buiat

Siamo andati sul Tagliamento vicino a Peonis a vedere cosa fanno i ciottoli sul fiume.
Abbiamo scelto Peonis perché è un posto che suona bene, sa di qualcosa di sferico che gioca con l’acqua che gli corre accanto.
Sa di qualcosa che tocca e rintocca, un timbro musicale che solamente il fiume più selvaggio ne è capace.
Ora che siamo tornati a casa, ci piace evocare i suoni che abbiamo sentito nel suo fluire, ha dato forma ad un ricordo vivo di una cosa che abbiamo visto e sentito.
La nostra forma di devozione ci porta a provare come per gioco a farlo scorrere in casa.
Proviamo a fare la voce del fiume che va, sentiamo le gocce cadere dalle scale che portano alle camere da letto, le sentiamo mentre ci fanno il solletico alle dita dei piedi.
Qui il Tagliamento nella sua grandezza del suo letto, nel tempo e nello spazio che fa, muove e porta a valle questi ciottoli che forgia.
Li abbandona mentre il fiume si continua a trascinare via, lasciando questi frammenti terrestri che splendono in questa domenica che se ne va in fretta, nei dintorni dell’autostrada, dove nasce e muore uno spicchio di tramonto arancione sul metallico cartello dell’autostrada di Udine sud.
Li vediamo ancora posati quei sassi, nei dintorni del Lago verde del Cornino, dove un grifone si lancia verso l’altra sponda sopra l’acqua corrente e i massi che trattengono i sassolini alla riva.

In questa riva che nasce, che si rigenera ogni volta che piove qui in Friuli.
Mi chiedo come fanno a nascere le pietre che guardiamo, sul come e perché hanno preso queste forme.
Da dove sono nati i colori che riprendono la loro vivacità nella luce dell’acqua, bagnati dal sole che li fa risplendere.
Poi poniamo il nostro sguardo verso Nord, verso quei monti enormi che sembrano riposarsi tra il cielo ed il fiume.
E qui nelle nostre piccole vite riusciamo piano piano a comprendere da dove sono venute, la loro formazione, il loro frammentarsi in ogni pendio che incontrano.
Sono scivolate camminando nel loro viaggio verso l’ampia valle che ha fatto il fiume nel corso della sua esistenza.
Ora li prendiamo in mano per sentire la loro consistenza, come sono lisci alla nostra pelle, sentirne la loro delicatezza, ci piace prenderli tra il pollice e l’indice per guardarci assieme l’orizzonte.
Il fiume è una creatura viva che continua a correre, abbracciando la terra che da sempre l’accoglie, a portarci l’acqua mentre lo stiamo ancora a guardare.
Che cosa vogliono raccontarci questi ciottoli lungo queste linee che li attraversano, dove vogliono andare…
Forse la loro esistenza sta tutta nel loro rotolarsi, in ogni sospensione che fanno, nel loro adagiarsi, per poi ripartire ancora una volta nell’acqua più fresca e corrente che li fa scivolare sul greto del fiume.
Nel loro levigarsi, nel loro continuo risuonare nella sacralità dell’acqua.
E a noi non resta che stare a guardarli, accomodati qui come quei monti che si aprono sul greto del fiume.
È una gioia guardarli ed accarezzare le loro forme, prenderli ancora una volta tra le dita sfiorando i loro colori che cambiano, a seconda della lucentezza che scorre lungo questo breve pomeriggio dicembrino, nel profumo selvatico che ci regala ogni volta il fiume.
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Vulcano
Nenehno Gibanje Movimento Incessante Unceasing Motion
di Arianna Ellero

Le altre note —————–
Fuga da Bisanzio
Tofugate, “Il quarto conflitto ormonale”
di Giovanni Fierro

Prima i Rive No Tocje, poi gli Autostoppisti del Magico Sentiero, ed ora i Tofugate. Che irrompono nella nostra quotidianità con l’album “Il quarto conflitto ormonale”. E così Fabrizio Citossi, assieme a Franco Polentarutti il fil rouge di tutti e tre i progetti, riporta l’attenzione sulla buona musica.
Perché questo “Il quarto conflitto ormonale” è lavoro a cui dare attenzione, da suonare al giusto volume, da lasciare libero di prendere forma, canzone dopo canzone.
Miscellanea di desiderio blues e promessa jazz, innervato da beats elettronici e paesaggi sonori sottopelle, tutto “Il quarto conflitto ormonale” sorprende e coinvolge.
A partire dal fatto che sono Josif Brodskij e il suo libro “Fuga da Bisanzio” l’epicentro da cui tutto il lavoro ha preso vita e sguardo, parole e considerazioni, visione.
Ospiti illustri come Angelo Floramo, Francesco Bearzatti, Ambra Drius, Gianni Massarutto ed altri ancori, la preziosa presenza di Martin O’Loughlin in ogni canzone, l’attenta produzione di Emil Baghino, dicono bene di come questo progetto è stato capace di trovare la giusta qualità d’espressione.
Il disco:
“Un collo di bottiglia ideologico a testa” è carillon d’apertura, Ambra Drius dà il benvenuto su un piano in leggero movimento, poi arriva “Duello all’alba con pistole a pietra focaia tra l’amministratore delegato del Wall Street Journal e il rappresentante legale di Tik Tok per l’Italia” e l’atmosfera inizia a farsi tensione. L’armonica disegna la solitudine, la ritmica si avvita su se stessa, Angelo Floramo e Maria De Broi raccontano di geografie umane e sociali, la tromba di Flaviano Bosco le porta qui e adesso. Laura Giavon con la voce ci accompagna in “Di che senso vibrano gli aneddoti che giustificano I predoni tecnocratici?”, domanda che rimane nuda per 48 secondi. È il sax tenore di Francesco Bearzatti ad accogliere “Incredulità di fronte ad una composizione istantanea dopo un’orgasmo (notte di plenilunio atipico con picchi di cobalto, torio ed uso improprio del kit di sopravvivenza)”, la chitarra di Citossi ad intarsiare il ritmo ipnotico, con Floramo e la De Broi a ricordare che “la società d’altra parte non ha nessun obbligo verso il poeta”, figuriamoci con la persona di ogni giorno… E la figura del poeta ritorna in “Il poeta squattrinato devastato dalle radiazioni si intromette in questioni che non lo riguardano” contrappunto in negativo dell’immaginario a cui si abbina la sua figura.
“Il quarto conflitto ormonale” si affida così a tessuti sonori che si fanno nervosi, sfibrati nella loro tensione, capaci di portare in evidenza lo stato emotivo attuale, che si vive e si respira ogni giorno, come in “L’orizzonte degli eventi (ipotesi fotovoltaica di specismo autoassolvente)”, dall’apertura di pura ambient malata e disturbata, innestata poi da un battito scarno e asciutto, e l’Est che ritrova forma e destino nelle parole di Brodskij, nello speaking di Angelo Floramo e Maria Da Broi. Dopo i suoi sei minuti si incontrano i 34 secondi di “Il fantasma di Ella Fitzgerald collauda materassi ad Alamogordo”, per poi entrare nella tormenta fitta di “Samba patita (azioni di aiuto concrete a poveracci e tossicodipendenti gentilmente concessi dalla nuova aristocrazia tecnocratica in cambio di qualche like)”, che si apre al ritmo e al refrain. “Attraversando di notte il Limes digitale con in tasca una sipstrassi insanguinata” è un attimo, di “terre nere e terre rare”; “Il dossier Ukraina cade dalla tasca di George Orwell e cade in un tombino (15 minuti al consiglio comunale di Mariupol)” è un ghirigori di ritmo spezzato e ipnotico, con il sax tenore di Francesco Bearzatti a mantenere alta la tensione e il bisogno di defibrillazione, una vera e propria firma d’autore.
Giusto l’appunto esistenziale di “Il conformismo sindacale della Bene Gesserit stabilizza il turpiloquio ventrale degli operai di una fabbrica d’armi sottoposti al riverbero della banca ore” e si arriva a “Mutilazione feudale completa”, un minuto con la voce di Ambra Drius, a sigillo di un lavoro da ascoltare e riascoltare, da suonare e da leggere. Per questo nostro tempo martoriato, sempre più consci – anche grazie al collettivo Tofugate – di quello di cui abbiamo bisogno e che sempre più sta mancando: A love supreme.

Intervista a Fabrizio Citossi:
Cos’ha “Fuga da Bisanzio”, il libro di Josif Brodskij, di così di particolare da ispirare un album completo, come il vostro “Il quarto conflitto ormonale”?
Questo libro è stato una fonte di ispirazione fondamentale per il progetto Tofugate. Ciò che ci ha colpito maggiormente è la visione del mondo di un poeta che fugge da un regime autoritario e statalista per approdare a un Occidente più liberista, in una fase ancora antelitteram.
In questo senso, “Fuga da Bisanzio” si configura come una forma di prosa metafisica, capace di attraversare riflessioni lucide e spesso spietate sulla storia della civiltà, sulla Russia e sulla natura del tempo.
I temi affrontati nel libro si sovrappongono continuamente: ogni frase racchiude una riflessione imprevista e apre nuovi livelli di lettura. Questo approccio ci ha permesso di scandagliare più a fondo il presente tragico che stiamo vivendo, trovando in Brodskij uno strumento critico ancora sorprendentemente attuale.
Tofugate è un collettivo, ma è anche il progetto che, immagino, prosegue il cammino artistico degli Autostoppisti del Magico Sentiero. Cosa è successo?
Tofugate è a tutti gli effetti un collettivo e rappresenta la prosecuzione di un percorso iniziato con Gli Autostoppisti del Magico Sentiero e, ancora prima, con il duo Rive No Tocje.
Un drastico cambio di formazione ha dato origine a questa nuova realtà, che mantiene alcuni elementi delle esperienze precedenti ma si apre anche all’ingresso di nuovi musicisti.
Come in ogni progetto creativo, esistono momenti di inizio e di conclusione. A un certo punto abbiamo sentito la necessità di rinnovare il percorso artistico: gli stimoli dell’esperienza precedente avevano probabilmente raggiunto il loro culmine.
Creare una nuova situazione ci ha permesso di trarne beneficio, di rimetterci in discussione. Continuare ad attingere da un pozzo ormai esaurito non porta nulla in superficie; per questo abbiamo deciso di scavare un nuovo pozzo, alla ricerca di una nuova sorgente di ispirazione.

L’Est è il punto di riferimento – ma anche di confronto e di dialogo – a cui tutto “Il Quarto Conflitto Ormonale” si ispira. Cos’ha di così importante? Quale il suo ruolo nel panorama sociale e politico contemporaneo?
Sì, l’Est è una fonte di ispirazione per questo disco, ma in realtà lo è sempre stata anche per i lavori precedenti. Se si osserva il nostro percorso artistico, vivere in una regione che rappresenta una sorta di spartiacque tra le steppe euroasiatiche e il mondo latino influenza inevitabilmente il nostro sguardo sull’infinito, che per sua natura tende a proiettarsi verso Est.
La nostra ricerca musicale ha sempre attinto a più tradizioni: dalla musica anglosassone al blues e al jazz, fino alla musica balcanica, a cui mi sento particolarmente legato anche per le mie origini serbo-montenegrine. Ne deriva una fusione di diversi stilemi musicali, che convivono all’interno del progetto in modo naturale.
Dal punto di vista concettuale, l’Est rappresenta oggi una sfida centrale anche nel panorama contemporaneo. Credo sia necessario cercare un dialogo con l’Est, considerando che ormai — includendo anche l’Estremo Oriente — rappresenta la maggioranza della popolazione mondiale. L’Occidente ha progressivamente perso la propria egemonia, sia culturale sia numerica, ed è inevitabile che debba confrontarsi con questa realtà. L’auspicio è che questo confronto avvenga attraverso il dialogo tra i popoli e non che l’Europa diventi un semplice trampolino di lancio per gli Stati Uniti verso futuri conflitti.
E non è solo lo sguardo ad Est che colpisce, ma anche il fatto che questo nuovo sguardo si confronta con il passato (Bisanzio, Costantino…). Quale il suo significato, quale la necessità che ha mosso il tutto?
In questo ritorno al passato come strumento per analizzare il presente, Brodskij utilizza l’artificio narrativo di Bisanzio per rappresentare la Russia del periodo in cui lui stesso vi viveva.
Bisanzio diventa così una metafora culturale: da un lato richiama le origini dell’impero sovietico, dall’altro il trasferimento della Chiesa ortodossa da Bisanzio a Mosca dopo l’invasione turca, un passaggio che ha avuto conseguenze profonde sul piano simbolico e politico.
Anche sul piano militare emergono parallelismi significativi: l’ordinamento e il modo di concepire l’esercito dell’Impero ottomano possono essere rintracciati, in forma rielaborata, nell’organizzazione e nella mentalità dell’apparato militare della Russia contemporanea.
Questo intreccio di storia, religione e potere è uno degli elementi che rende il pensiero di Brodskij ancora estremamente attuale e centrale per il nostro lavoro.
Il tuo scrivere e suonare ha sempre avuto a che fare con uno sguardo critico all’interno della nostra società contemporanea. Come si è sviluppato, cosa ha trovato di nuovo, in questo nuovo appuntamento dal titolo “Il Quarto Conflitto Ormonale”?
Sicuramente il nostro modo di intendere la musica è sempre stato critico nei confronti della società contemporanea. In tutti i progetti di cui ho fatto parte insieme a Franco Polentarutti e Martin O’Loughlin — da Rive No Tocje e passando dal Mad Marx Project sino agli Autostoppisti del Magico Sentiero — è sempre stato presente uno sguardo critico sulla realtà che ci circonda. Credo che questo atteggiamento sia oggi più necessario che mai.
Viviamo in un periodo in cui i diritti fondamentali non possono più essere dati per scontati e, allo stesso tempo, l’offerta culturale è spesso saturata da contenuti frivoli. Non sentiamo il bisogno di aggiungere ulteriori progetti che parlino di cose prive di significato. Senza voler apparire eccessivamente “impegnati”, abbiamo la sensazione di trovarci in una fase di transizione verso una società sempre più totalizzante e potenzialmente autoritaria, indipendentemente da chi eserciti il potere in un determinato momento storico.
In questo senso, il nostro lavoro vuole essere una sorta di campanello d’allarme continuo, declinato musicalmente e arrangiato ogni volta in modo diverso, ma sempre con l’intento di stimolare una riflessione critica

Musicalmente c’è anche un interessante rifarsi a certi ritmi old school da hip hop, scarni e viscerali. Come sono entrati nel tessuto musicale dell’album?
Nel disco sono presenti ritmi old school, elementi di drum’n’bass, techno e musica house, sempre innestati sulla nostra matrice blues. Il punto di partenza resta quasi sempre un arpeggio o un riff di chitarra, che viene poi rielaborato attraverso il lavoro di produzione. In questo caso, la collaborazione con l’artista techno parigino Emil Baghino è stata fondamentale: ha contribuito a rendere le nostre sonorità più moderne e aderenti al tempo che stiamo vivendo.
Questo aggiornamento del suono non nasce da una volontà di nascondere il lato acustico e spontaneo del progetto, ma da un’urgenza narrativa: utilizzare un linguaggio musicale capace di raggiungere un pubblico più ampio e di rendere il messaggio più immediato. C’è anche il desiderio di concedersi a una dimensione più ballabile.
L’hip hop, inoltre, è sempre stata una mia grande passione e ho voluto inserirne alcuni elementi all’interno del disco per rafforzare il formato narrativo, in particolare nelle parti vocali affidate ad Angelo Floramo e Maria Dabroi.
I componimenti che fanno parte del disco sono dei veri e propri paesaggi sonori, dove questa volta l’elettronica è molto presente. Da cosa è dovuta questa scelta?
Come accennavo, l’elettronica è presente nel disco in modo massiccio e questa scelta è del tutto intenzionale. L’obiettivo era quello di evocare veri e propri passaggi sonori, capaci di descrivere, a loro modo, l’essenza stessa del progetto. Durante la fase di produzione, insieme a Emil Baghino, abbiamo associato un colore a ciascun brano e, a partire da questo, cercato sonorità in grado di risultare evocative.
Alcuni pezzi sono legati idealmente alla copertina del libro e si muovono su tonalità rosso ocra; altri, più oscuri, rimandano al nero e affrontano temi come la distruzione di massa e la morte. Ci sono poi brani legati alla speranza, associati al blu, e altri ancora al giallo.
Questa sorta di armocromia musicale ha influenzato profondamente l’uso dell’elettronica all’interno del disco: siamo partiti da una concezione del suono che nasce dal colore, utilizzandolo come chiave narrativa ed emotiva.
Anche questo progetto ha ospiti illustri (Francesco Bearzatti, Angelo Floramo) In che modo hanno interagito nel costruire tutto “Il Quarto Conflitto Ormonale”?
Le voci di Angelo Floramo e Maria Da Broi contribuiscono a creare una forte tensione narrativa. Accanto a loro, le voci di Ambra Drius, Laura Giavon e Alberto Blasizza, con un approccio più cantautorale, riportano il progetto verso una dimensione più essenziale e meno legata all’elettronica.
Per quanto riguarda i solisti, abbiamo avuto la fortuna di collaborare con musicisti di livello internazionale come Francesco Bearzatti al sassofono e Gianni Massarutto all’armonica.
È già in fase di post-produzione la seconda parte del progetto Tofugate, la cui pubblicazione è prevista per il prossimo anno. La produzione sarà curata da Martin O’Loughlin e vedrà la partecipazione di musicisti di assoluto valore come Massimo De Mattia al flauto e Alipio Carvalho Neto al sassofono.

“Il quarto conflitto ormonale” dei Tofugate lo si può ascoltare qui
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Nenehno Gibanje Movimento Incessante Unceasing Motion
di Arianna Ellero

Ti racconto ——————–
Quando il fiume si riposa
Un testo inedito
di Luca Buiat

È arrivato piano, piano piano questo primo albore autunnale in questi giorni che mi attraversano.
Sorveglio questa luce ottobrina da un po’, la vedo che s’insinua giorno dopo giorno tra i rami del boschetto che proteggono il fiume, mi esalta questo chiarore che tocca le cortecce degli alberi, quando si appoggia sulle foglie rimaste appese ai rami.
Non voglio mancare a questo incontro, questa complicità che avviene nello specchio dell’acqua del fiume, al momento della caduta delle foglie ingiallite.
Ritrovarsi qui sull’orlo del tramonto, a ritualizzare il culmine dell’autunno che avviene sul fiume.
Per oggi ho deciso di rallentare, di gioire appieno di quello che ho, di quello che vedo, di quello che sento attorno a me senza andare troppo lontano da casa.
Finalmente felice della mia pigrizia, tocco con le mie dita la profondità di queste sfumature che sfregano sopra gli elementi naturali che vedo, nelle ore che passo vicino alla riva del fiume.
Io al tempo non gli voglio male, non lo ammazzo.
Anzi lo voglio raccogliere con me, abbracciare questo senso di alterità quotidiana prima che il tempo mi scappi di nuovo lontano, al di là di questo campo dove sorge una centralina elettrica, dove i cavi pieni di elettricità trapassano il cielo, portando un po’ di vita nelle case, a quella poca che è rimasta nei paesi che sopravvivono attorno al fiume.
Lo voglio guardare negli occhi il tempo e tenerlo qui mentre scorre sul fluire di quest’acqua saporita che si riposa sul fiume.
Dopo un giro di temporali, ora la corrente si è pacata, ed il fiume pare mi suggerisca il proprio senso del riposo.
Questo momentaneo senso di Pace che mi trasmette il fiume attraverso la quiete del suo lento passaggio.
Lo voglio aspettare questa volta il tempo, senza correrci assieme sulle strade bianche dei miei atlanti più belli.
Lascio l’adrenalina decantare sulle gomme delle ruote della mia bici,
la bassa pressione le ha buttate a terra. Penso a quanta energia sospesa ci sta attorno e a quanta ne verrà liberata al momento di ogni nuovo giro che faremo.
Ma ora sono sul fiume e voglio solamente godermi quello che ho, senza pensieri, senza aggiungere nulla a quello che già sento.
Ho lasciato le luci spente della bici, ho guardato la polvere accumulata sulle maglie della catena, hanno le stesse sembianze di quella accumulata sul mio comodino.

Penso al tempo.
E’ polvere, il tempo che abbiamo lasciato lì senza sentire il suo odore, il suo fermarsi, il leggero posarsi sulla nostra pelle.
Farsi accarezzare dal tempo, è questo il mio compito per oggi.
Raccontarne un suo frammento, il suo accadere nel suo trascorrere.
Ho lasciato la mia bici da sola in cantina, perché mi bastano solamente un paio di scarpe, una felpa col cappuccio perché potrebbe piovere o tirare vento in queste piccole “isole” che frequento spesso.
Ecco la mia libertà dove sta, in questa cura di questo tempo corto che ho, dopo il lavoro.
Imparo a dare una nuova dimensione, provo a scolpirlo con le dita vicino al mio sguardo, giocare con i piccoli mattoncini che lo compone, percepire il suo linguaggio dentro le sue particelle.
Provare a parlarci col tempo che mi rimane impregnato sulle dita delle mani.
Camminare dentro un paio di scarpe usurate, nel loro istinto primordiale. Muoversi per cercare di guardare ancora laddove non ho mai potuto vedere nei dintorni che vivono ogni giorno dietro casa.
Provare ad assomigliare per un pomeriggio al fiume che si riposa, alla sua lieve corrente, dove scorrono le foglie dorate che si ammassano tra di loro per dare ancora più volume all’intensità dorata.
Prima di godersi questo caldo sole d’ottobre hanno ancora dentro la luce dell’estate, il colore ed il rumore di ogni tuffo che abbiamo fatto.
Per vedere come sto accanto al letto del fiume, ad ogni giro autunnale, per sentire ancora i miei passi che fiutano il mio ritorno verso casa.

L’autore:
Luca Buiat è nato a Cormons nel 1971.
Il piacere nei libri lo scopre da ragazzo grazie alla lettura de “La natura ci parla” di Herman Hesse.
Dopo questo libro inizia a scrivere piccoli racconti e poesie.
Appassionato di paesaggi naturali che preferisce attraversarli a piedi o in bici, Buiat pensa che sia già tutto scritto. Occorre a “noi” osservatori percepirne la lingua che sentiamo in mezzo ai nostri passi.
Da qualche anno ha iniziato a frequentare i corsi di scrittura creativa che si tengono all’UNITRE di Cormons.
Nel 2024 ha pubblicato il suo primo libro, “Una raccolta di silenzi e temporali“, edito da Qudu libri.
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Nenehno Gibanje Movimento Incessante Unceasing Motion
di Arianna Ellero

Voce d’autore ———————
Il ritmo è l ‘essenza dell’esistere
di Anna Piccioni

Quando leggo nella mia mente vedo persone, ascolto storie, ammiro paesaggi entro nelle parti più nascoste dell’animo umano; girata l’ultima pagina scrivo le mie impressioni. Ma ci sono romanzi che ti costringono a tornare indietro, a soffermarti ad approfondire, quando ci sono più piani di lettura.
In “Marea” Mirana Likar lascia andare il flusso della memoria della protagonista Marija Rotta Korošec, scultrice; e rincorrere il fluire dei ricordi non è una lettura semplice. Si entra nella parte più intima della protagonista. La memoria si inserisce nel quotidiano, creando racconti a se stanti.
Tutto inizia con un’accurata descrizione di un monumento scolpito da Matjaž Korošec e inaugurato davanti ai commissari del partito. La protagonista si pone domande, immagina quello che pensano i commissari e riflette sulla realtà storica e politica del suo Paese.
Non si può non sentire quella nota ironica, come a voler rimarcare che, come in guerra così come in pace, i vinti sono sempre la povera gente e tra di loro, sopra di loro…fluttua? Be’…come chiamarlo…L’eroe? Scalzo. Sospeso un po’ al di sopra del suolo. Molto più grande di tutti gli altri […] Possente, immenso, bello, fulgido, perfetto. Tutto questo lo racconta al marito Matjaž in sogno.
La Morte si materializza nei dialoghi che Marija vive nei suoi sogni con Matjaž, assieme al loro bimbo. In che lingua si parlano nei sogni? Noialtri parliamo tutte le lingue, italiano, tedesco, sloveno, istriano… Appartenendo solo a noi stessi possiamo permettercelo.

Riflessioni sul senso del cero sulla tomba, di conseguenza il senso della morte, il rapporto tra vivi e morti. La fine di una dinastia, quella dei Rotta, il cui capostipite, un Crociato, ha dato orgoglio a tutti i discendenti; ma ora nessuno continuerà la storia della famiglia.
La perdita di un figlio, una tragedia raccontata e ricordata con minimi riferimenti perché il dolore è troppo grande, e se quella morte prematura ha un colpevole: l’ottusità di credere a vecchie abitudini, e l’incapacità di liberarsi dal rispetto della volontà dei parenti.
Pensa Marija che il ritmo è l ‘essenza dell’esistere; e poi l’abbandono è inaccettabile. E in mezzo ecco la ricetta della torta, quella che Marija cucinava per il marito, oppure la storia della conquista di Berlino da parte dell’Armata Rossa con la foto che fissa il momento in cui viene issata la bandiera rossa sui resti del Reichstag. Un momento storico soprattutto per Marija e Matjaž, perché le autorità della Jugoslavia avrebbero istituito a Lubiana l’Accademia.
E poi c’è il viaggio a Parenzo con Elia, musicologo, nipote di Caterina, amica dal tempo dell’Accademia delle Belle Arti, per consegnargli i manoscritti di Tartini conservati nella vecchia casa di famiglia… E rivedere Cesare suo coetaneo custode della casa e del terreno, la sua ombra da una vita.
I ricordi si rincorrono uno dopo l’altro, evocati in un ritmo vorticoso che richiamano altri momenti passati, paralleli, lontani… fino al dissolvimento, fluttuanti in spazi e tempi infiniti e indefiniti.

Intervista a Mirana Likar:
(Traduzione in italiano a cura di Darija Betocchi)
In “Marea” colpisce la sua capacità di penetrare nelle profondità, anche le più nascoste, dell’anima della protagonista. In che misura Marija Rotta coincide con il pensiero di Mirana Likar, o viceversa?
Marija Rotta è un personaggio letterario, mentre Mirana Likar ha creato questo personaggio a partire dal proprio vissuto e da materiale acquisito. La domanda mi ha ricordato la celebre affermazione di Flaubert: “Madame Bovary sono io”. Ebbene, io non sono Marija Rotta, così dolce, saggia, creativa, comprensiva… Pensa come io stessa talvolta vorrei pensare, ma questo, naturalmente, a causa delle circostanze che ci formano come persone e influenzano le nostre azioni, è nella maggior parte dei casi impossibile.
Un personaggio letterario nasce sì nella mente dello scrittore, ma con il suo creatore condivide ben poco di realmente concreto. Per esempio, il sogno di danzare con un ex amante che sfugge e che nel sogno cerchiamo, la pedalata al Lido, l’osservazione infantile delle stelle attraverso un telescopio… Ma questi sono soltanto dettagli, che non definiscono ancora una personalità. Marija deve pensare con la propria testa per essere autentica, e Mirana con la propria, per permettere a Marija questa autenticità.
“Marea” è un romanzo che richiede una o due letture per scoprire tutti gli strati che si aprono. L’idea del romanzo corrisponde al risultato finale?
Questo lo giudicano i lettori. Quanti sono i lettori di un’opera, altrettante sono le idee che la lettura suscita. Lei menziona una doppia lettura, che può anche essere doppia nel senso di due modalità diverse. Mi fa piacere che “Marea” possa essere osservato da più punti di vista. Per quanto mi riguarda, il romanzo ha raggiunto il suo risultato, perché le persone che lo hanno letto raccontano che descrive anche la loro esperienza storica e intima, o meglio, proprio la loro. Quando le persone possono identificarsi con ciò che narro in un’opera letteraria, significa che le ho raggiunte, e questo è l’obiettivo di ogni scrittore.
Dalla biografia apprendo che la scrittura di Mirana Likar si distingue “per una profonda introspezione psicologica dei personaggi, per un linguaggio narrativo essenziale ma espressivo e per l’attenzione alle dinamiche quotidiane, ai legami familiari e identitari, nonché ai sentimenti di perdita, delusione e ansia”. Da dove derivano queste capacità narrative?
Le capacità narrative sono il frutto dell’eredità familiare: sono nata in una famiglia di narratori, del vissuto, della lettura, del modo di affrontare le sfide della vita. Quando raccontiamo una storia, a noi stessi o agli altri, abbiamo la sensazione di dominare almeno una piccola parte dei frammenti imprevedibili che decidono di noi. La piena consapevolezza dell’imprevedibilità di tutto ciò che ci circonda è per noi una minaccia, perciò l’umanità, da quando esiste, racconta storie.
Da che ho memoria, mi sono state raccontate storie; quando stavo male, me le raccontavo anche da sola. Sono nata con il raccontare, metaforicamente e realmente.
Raccontare storie è la strategia con cui controllo il mio mondo. È un modo per comprendere il mondo e riconoscere le persone che incontro.
Durante la lettura ho avuto l’impressione che il filo conduttore sia la nostalgia, la malinconia…
È comprensibile che possa sembrare così, dato che al centro della storia c’è una donna anziana che riflette sulla propria vita. Tuttavia, i suoi ricordi non implicano necessariamente nostalgia intesa come desiderio ardente, struggimento, amarezza e tristezza — tutte componenti etimologiche del termine. Malinconia significa mestizia, “bile nera”. L’eroina non è nostalgica né triste: è concreta, solo che vive il mondo in modo lirico, perché è un’artista. Riflette. Racconta in modo molto realistico la storia della propria vita. Se la mia scrittura suscita nel lettore sentimenti nostalgici o malinconici, ciò dipende dalle sue esperienze personali con i ricordi e dalle circostanze. Forse il romanzo è semplicemente molto lirico.
Una domanda di pura curiosità: perché alcuni passaggi sono stampati in corsivo?
In corsivo sono riportate citazioni, monologhi interiori, dialoghi e le parole pronunciate da chi non è più in questo mondo. Voci che rispondono alla voce del narratore onnisciente e si intrecciano con essa. Poiché condividono la narrazione con il narratore onnisciente, sono tipograficamente separate da lui; le diverse tipografie creano inoltre un’ulteriore ondulazione all’interno del testo, che si sviluppa anche attraverso l’alternanza di brani più brevi e più lunghi. Tutti questi elementi strutturali seguono il titolo del romanzo e lo sostengono.

L’autrice:
Mirana Likar (1961) si è laureata presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lubiana, dove ha studiato slavistica e biblioteconomia.
La sua opera d’esordio, la raccolta di racconti “Sobotne zgodbe” (Storie del sabato), è stata pubblicata nel 2009. A questa raccolta hanno fatto seguito tre romanzi: “Babuškin kovček” (La valigia della nonna, 2017), “Bibavica” (Marea, 2019) e “Pripovedovalec” (Il narratore, 2020) e tre raccolte di racconti: “Sedem besed” (Sette parole, 2012), “Glasovi” (Voci, 2015) e “Ženska hiša” (La casa delle donne, 2022).
La sua prosa è comparsa nelle principali riviste letterarie slovene, tra cui Literatura e Sodobnost, e alcuni suoi racconti sono stati tradotti e pubblicati anche in Macedonia e Croazia.
Per la sua produzione narrativa, Likar ha ricevuto numerosi riconoscimenti.
Nel 2013, il racconto “Nadin prt” (La tovaglia di Nada) è stato inserito nell’antologia “Best European Fiction”.
È attualmente in preparazione la sua quinta raccolta di racconti brevi, intitolata “V moji omari” (Nel mio armadio).
Mirana Likar vive e lavora a Lubiana.
(Mirana Likar “Marea” traduzione di Darija Betocchi, pp 178, 15 euro, Qudu libri 2025)
Mercoledì 14 aprile, alle ore 18, Mirana Likar presenterà “Marea” alla libreria Ubik di Trieste
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Specchio astratto
Nenehno Gibanje Movimento Incessante Unceasing Motion
di Arianna Ellero


Intervista ad Arianna Ellero:
di Giovanni Fierro
Lo spazio della Mestna Galerija a Nova Gorica che possibilità ti ha dato per mettere in scena la tua mostra personale “Nenehno Gibanje Movimento Incessante Unceasing Motion”?
La mostra alla Mestna mi ha dato la possibilità di pensare al mio lavoro come un movimento che si sviluppa e si trasforma in modo continuo. Non ci sono singole opere, ma processi che attraversano un pensiero, o momenti diversi della vita.
La forma curva dello spazio, insieme al fatto di essere sotterraneo, non offre una visione frontale: ti muovi e le opere cambiano con te. I vuoti e le distanze lasciano ogni lavoro aperto, libero di respirare. Anche il suono di Stefano Pilia è entrato in questo ed è diventato parte dello spazio e della visione.
E nello specifico, a cosa fa riferimento il Movimento Incessante del titolo?
Non è un movimento visibile. Riguarda la pittura stessa: non si ferma mai davvero. L’immagine emerge, ma non si stabilizza. Cambia nel tempo, nella luce, nello sguardo.
Il titolo tiene questa condizione continua, che è anche quella della mia ricerca.
Perché a vivere queste tue opere, si ha le netta sensazione che raccontino di un guardare dove non si vede, di come mettano in risalto la percezione che sostituisce la vista. È perché hanno in sé la fiducia totale in un sentire umano, cosa sempre più difficile da fare?
“Vivere queste opere” è un’espressione molto bella, ti ringrazio. Non c’è sempre qualcosa da riconoscere subito. Il mio lavoro non parte da un’immagine, ma da un sentire.
Mi interessa che lo sguardo si costruisca mentre guarda. Non è immediato: a volte si avvicina, a volte ha bisogno di più tempo, e va bene così.
I colori tenui di queste tele portano con sé una vulnerabilità a cui affidare la propria di vulnerabilità. È un invito allo spettatore a guardarsi allo specchio?
Non è un invito diretto. La pittura resta aperta, non protegge, non chiude. Sta lì, esposta.
Se succede qualcosa nello spettatore, succede dentro questa apertura. Se questo accade, ne sono grata. So però che il linguaggio passa anche attraverso il colore, e quindi ogni percezione resta diversa.

Poi però c’è la tela a titolo “Bocca blue” in cui l’invito è di fare un passo dentro la sua profondità, di entrarci e farsi avvolgere e assorbire dalla sua intensità…
È una zona più concentrata, con una tensione diversa.
Anche i lavori più tenui, nelle loro multi-trasparenze, hanno una tensione interna molto forte. I blu profondi rendono tutto più intenso.
Non cambia il senso del lavoro: è un altro ingresso. Trattiene lo sguardo, ti porta dentro invece di lasciarlo scivolare. È un’altra cassa di risonanza, un’altra presenza.
In tutte queste tele, dalle grandi dimensioni, la superficie si increspa nei suoi gesti e nell’ampiezza dei segni, ma è sempre accolta in uno spazio dove ha il permesso di respirare. Cosa ne pensi di questo? Cosa succede nel loro esporsi?
La pittura non riempie lo spazio, emerge da lì.
I lavori respirano perché nascono da uno spazio che resta attivo, non come sfondo ma come parte del lavoro. I segni non costruiscono un’immagine chiusa: sono gesti che affiorano, si interrompono, restano in relazione con il vuoto.
Esporsi significa lasciare che questo resti visibile, senza saturarlo. È nello spazio che la pittura prende forma e continua a muoversi.
Quale il dialogo fra queste singole opere, in che modo si è costruito, quale la loro vicinanza?
Non raccontano qualcosa insieme, anche se sono trasformazioni di uno stesso processo. Stanno nello stesso spazio e si influenzano: una sposta l’altra, anche solo per differenza. Anche il suono non è mai separato, attraversa tutto e tiene un tempo comune.
Resta nello spazio.

L’artista:
La ricerca di Arianna Ellero è focalizzata sul rapporto tra immagine, percezione e materia attraverso processi di trasformazione e mutazione. Il suo percorso artistico ha avuto inizio a Berlino, dove ha lavorato in uno studio condiviso, il Werkstattraum in Skalitzerstrasse, per poi approfondirsi nel tempo attraverso collaborazioni con musicisti in progetti interdisciplinari.
Per il suo lavoro ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui Exibart Prize, Art Matters – Galerie Biesenbach (Colonia), We Art Open Worldwide, Venezia, e Premio Lynx.
Tra le sue personali “Minotti Collection”, a cura di Diane Van Impe, Milano; “Deposito vernici e solventi”, a cura di Marco Pasian, Galleria PAB contemporary art, Portogruaro; “Generativna urbana zvočna pokrajina”, a cura di Gal Furlan, “Kulturno umetniško društvo Kussa”, Ajdovščina (SI); “My God”, a cura di Pietro Franesi, Ex Chiesa di San Sebastiano, Città di Castello; “La forma dell’acqua”, a cura di Paolo Asti, Startè, La Spezia; “[A] Arte tra le Calli”, Marano Lagunare; “Il Cielo in Atelier”, Atelier Peressutti, Vienna (AT).
Tra le collettive “La Scomparsa degli Animali”, a cura di RAVE, East Village Artist Residency, Clauiano; “Quindici + Uno”, a cura di Paolo Asti, Startè, La Spezia; “A Brene Vierte”, a cura di Michele Bazzana, Colonos, Lestizza; “RI-NASCITE”, a cura di Giorgio Baldo e Stefano Cecchetto, Museo del Paesaggio, Torre di Mosto; “FluxJudri”, Palazzo Locatelli, Cormons; “Venezia Madre”, a cura di Paolo Asti, Venezia; “XXIV. International Križanke Art Colony”, a cura di Tomo Vran, Lubiana (SI).
I lavori di Arianna Ellero qui proposti:
Blue note
2018 pigmenti e caffè su tela, cm 260 x 200
Finestra su uno spazio 4
2022 tecnica mista su tela cm 51 x 51
Bocca blue
2023 olio su lino cm 200 x 200
Gelb und orange
2023 tecnica mista su lino cm 200 x 200
Vulcano
2018 pigmenti e caffè su tela cm 200 x 160
25#3
2025 tecnica mista su tela cm 175 x 175
Specchio astratto
2021 pigmenti e sabbia su tela cm 150 x 100
rivista Fare Voci
curata da Giovanni Fierro
collaboratori:
Roberto Lamantea, Anna Piccioni, Antonello Bifulco, Luigi Auriemma
Enrico Grandesso, Andrea Olivieri, Laura Mautone, Livio Caruso.


