Fare Voci luglio-agosto 2026

Ed ecco il nuovo numero di Fare Voci, per continuare ad andare incontro alle espressioni che rendono il nostro quotidiano più interessante.

Ad iniziare dal nuovo libro di poesia di Raffaela Fazio, a titolo “Chiuda gli occhi, signor Schopenhauer”, per continuare con quattro poesie tradotte in italiano di Tatev Chakhian, poetessa armena residente in Polonia.

Le immagini sono di Annibel Cunoldi Attems, tratte dal suo progetto “ATTRAVERSAMENTI / PREHAJANJA”.

E poi la nuova pubblicazione di Roberta Durante, “Taccuino per scrittori di cartoline. Saluti e baci dal mai” e ancora poesia con tre raccolte davvero preziose, Paolo Artale e “Allusione alla flora”, Stiefin Morat con “Conseis par viaçs interstelârs” e Francesca Piovesan con “L’obbedienza dell’acqua”.

Nerio Vespertin ci presenta il romanzo “Atti umani” della Premio Nobel Han Kang, e Patrizia Dughero ci introduce alla scrittura di Salvatore Calì, con il suo “La malattia dell’ostrica“.

Lo spazio ad invito Testo Unico è firmato da Manuela Sallustio, che ci propone la poesia “La bambina pugile – ovvero – la precisione dell’amore” di Chandra Livia Candiani.

Buona lettura e buona estate. Ci ritroviamo a settembre.

Giovanni Fierro

(la nostra mail è farevoci@gmail.com)




Immagini ———————–

I concetti di Basaglia

ATTRAVERSAMENTI / PREHAJANJA

di Annibel Cunoldi Attems







Voce d’autore ———————

Cosa ci spinge da sotto le radici a farci mondo?

Raffaela Fazio, “Chiuda gli occhi, signor Schopenhauer”

di Giovanni Fierro


Seguire il percorso poetico di Raffaela Fazio è un continuo motivo di sorpresa e conferma.
Sorpresa perché è capace di trovare alla poesia rinnovati ed inaspettati confronti, conferma perché ogni sua nuova pubblicazione rafforza la sua cifra stilistica, aggiornandola al tempo presente.
E questo suo “Chiuda gli occhi, signor Schopenhauer” contiene tutto questo, capace com’è di proporci una Raffaela Fazio ancor più sicura nel mettere a fuoco il proprio scrivere, concedendogli la possibilità di un’ulteriore evoluzione, sempre pronta a rinunciare ad ogni facile protezione ed abitudine.
Invece/ dell’ultima paura, una voce/ semplice, capace/ di uscire allo scoperto/ incontro sia alla vita sia alla morte” scrive con chiarezza Raffaela Fazio, invitando chi legge ad un movimento di curiosità; già dalla sezione iniziale, che porta lo stesso titolo dell’intero lavoro e che invoca e chiede un possibile dialogo con la filosofia, interpellando nomi che sono riferimenti assoluti (Schopenhauer ovviamente, ma anche Wittgenstein, Spinoza, Montaigne…) con i quali riesce a condividere una vicinanza per entrare ancor più in profondità nel fare poesia, “Allora venga/ la parola che ha coscienza/ della sua insufficienza/ e canta, chiama/ libera il pensiero, lo sovverte/ lo rende/ viva carne anche se tende/ a un altrove”, nel nutrire domande al vivo del valore dello scrivere, “Contro il cielo scuro/ scuro covone che s’infuoca/ di piacere puro”, e del bisogno, che sempre di più è complice del desiderio, di chiedersi “Cosa ci spinge/ da sotto le radici a farci mondo?”.
L’attenzione di Raffala Fazio si sposta poi nel proprio dato biografico, quando fa riferimento alla prima età, “Mi dico/ attenzione/ attenzione all’infanzia:// in avanti proietta una fiamma/ ha in gola una miccia compiuta/ – nel cerchio che brucia/ è raccolta già tutta/ la vita”, nel momento in cui interpella il sentimento, “Quando non penso/ che tu mi stia pensando/ non ha più senso la capienza delle cose/ il segno intorno al quale/ il giorno si affatica”, e quando riesce a trovare la cornice alla propria esistenza, “Perché la vita/ se rinasce, rinasce dalla morte/ a oltranza”.
“Chiuda gli occhi, signor Schopenhauer” è un continuo invito ad onorare la vita, a stupirsene quando è meraviglia e ad accettarla quando è dolore. È il rinunciare a qualsiasi riparo che allontana dalla verità dell’esistere, in quel paesaggio della propria età dove riconoscere il perché più personale, e saperlo indirizzare a chi è sangue del nostro sangue, “Io voglio che i miei figli/ abbiano fede/ in quello che può rendere più giusto (più godibile)/ il lato che si tocca, che si vede/ di ogni vita”.
Tutto il libro tratteggia un tempo che ha bisogno di essere rallentano, svincolato dai diktat sociali, liberato da clausole esistenziali ereditate da un mondo che sempre più si sta incrinando, sempre più corrosivo nei confronti di quel bene assoluto che possiamo chiamare bellezza, luogo in cui Raffaela Fazio disegna un perimetro aperto, segnato solo dalla propria sensibilità e dalla propria determinazione a creare un qui ed ora libero di manifestarsi in ogni sua più piccola epifania. Per poter scrivere, con mano sicura, “Ma l’anima resiste./ Recupera gli oggetti./ Sta a galla”.


Dal libro:

Non credo nel disfare
in successione
un nodo dopo l’altro, un pianto alla volta.
Credo piuttosto nello sforzo
di rendere più innocuo
l’irrisolto
con l’intreccio, con l’aggiunta
di note alla sua nota
portando in noi la voce degli eventi
come unica canzone lungo il fiume
dove ogni lavandaia attenua il buio
di quella a lei vicina.
E forse in sottofondo
il mare resta
ma prevale
(nel gioco di risposte, di rimandi)
un’aria, un motivo
che senza spiegazione
di colpo sa passare
dalle labbra al cuore.


*

Del tempo
portiamo dentro ogni muta.
Il colpo, l’attesa, la corda
prima tesa poi lenta
della speranza.
Ogni distanza ci forma.

Eppure d’un tratto
lo sciame degli anni
è un unico bosco
compatto, in sé chiuso.
E la riconosco i primissimi indizi.

Mi dico
attenzione
attenzione all’infanzia:

in avanti proietta una fiamma
ha in gola una miccia compiuta
– nel cerchio che brucia
è raccolta già tutta
la vita.


*

Ascolta la mia voce – amore –
come un paniere
di decorticati intrecci.
Pensalo vuoto di parole.
Quelle
potrai sfiorarle anche domani.
Ma ti sia caro il suono
che scompare
insieme alle mie labbra.
Invano
un giorno lo ricercherai
nelle sue tracce:

sarà il peso
che – leggero – manca

oscillante al passo

un nulla ripetuto e irripetibile
appeso al braccio.


*

14 / 12 / 2024

Bello è il fascio di luce
che colpisce diretto, inatteso.
Ma più ancora il barbaglio
quando è intaglio del buio
tra lamiere, tra rami
o il lucore che cresce
mai arreso
attraverso i più opachi sipari.
Quando arriva rimane.
Non tradisce.



Intervista a Raffaela Fazio:

“Chiuda gli occhi, signor Schopenhauer” interpella i filosofi. Cosa c’è da chiedere loro? E quale il dialogo, e la vicinanza, fra poesia e filosofia?
Colloquiare con i filosofi stimola la mente a rimanere aperta alla ricerca di senso, permette alla consapevolezza di restare vigile, aiuta la percezione ad acuirsi e a lasciare spazio a prospettive diverse, incoraggia il cuore a scegliere con maggiore coerenza. Filosofia e poesia hanno in comune l’incessante interrogazione sull’energia propulsiva del nostro esistere, il desiderio di coglierne l’essenzialità, la capacità di far emergere il fuoco dal fluire indistinto delle cose e del tempo.
La poesia, però, non si appella primariamente all’intelletto raziocinante, ma alla nostra facoltà connettiva e sinestetica che, alimentata dall’intuizione ancor più che dalla riflessione, tende a conciliare varie dimensioni, privilegiando le risorse allusive ed evocative della parola rispetto al suo carattere esplicativo e analitico.
La poesia, pertanto, fa del proprio limite una forza: nel dire non tenta di abbracciare l’interezza, ma manifesta proprio il non-dicibile quale spazio dischiuso al mistero e all’ulteriorità.

Mi sembra che tutto questo nuovo libro sia un invito a rinunciare più che mai alla protezione, un invito ad aprirsi, a non avere più paura. È così?
Sì, questo libro è un invito a non chiudersi dentro perimetri falsamente sicuri, a non trincerarsi dietro illusorie sicurezze, a non immaginare garanzie là dove non esistono. Cercare un orientamento, una direzione, avere punti di riferimento che offrono conforto è normale e giusto, ma occorre non crearsi idoli. E la peggiore idolatria è la fissità: è ciò che cristallizza e rende inerti, è ciò che circoscrive una volta per tutte.
Aprirsi, dunque, guardare oltre il recinto, andare anche controcorrente, accogliendo le sfide a ogni svolta, è l’unico atteggiamento per affrontare la vita. Non si tratta di facile irenismo, ma di fiducia nella capacità che abbiamo di reagire. È impossibile essere esenti da ansie e paure e liberi da ombre, ma queste possono essere integrate, così come può essere disinnescato il loro effetto inibitorio e deformante.

Il testo di pagina 46 afferma chiaramente: “Mi dico/ attenzione/ attenzione all’infanzia:// in avanti proietta una fiamma/ ha in gola una miccia compiuta/ – nel cerchio che brucia/ è raccolta già tutta/ la vita“. Ecco, l’infanzia è la radice di tutto?
L’infanzia è il laboratorio nel quale la nostra personalità comincia ad esprimersi, lasciando emergere tratti e propensioni che si confermeranno nel tempo con maggiore o minore evidenza; è la fucina in cui la nostra materia grezza è esposta ad agenti esterni che influenzeranno per sempre le forme che essa assumerà.
Prestare attenzione a quella che è stata la nostra infanzia ci può aiutare a capire meglio le pulsioni che muovono la nostra vita di adulti.

Nel passare da pagina a pagina, nello stare di testo in testo, sono convinto che il filo rosso che tiene tutto assieme sia un continuo onorare la vita, in ogni sua forma ed espressione. E per farlo, un buon metodo è rallentare ogni cosa, mi sembra. Per allargarla un po’, farla diventare paesaggio in cui entrare, e affidarsi ad una esplorazione senza fretta né ansia. Cosa pensi di questo?
Sì, il libro è attraversato dal desiderio di esperire la vita senza infingimenti e sconti, e di onorarla, anche semplicemente per il fatto che ci è stata data (aspetto tutt’altro che scontato, se consideriamo la probabilità infinitesimale di ogni nascita, ovvero del nostro esistere).
E il rallentamento, in un mondo in cui tutto si è velocizzato a scapito del tempo necessario alla riflessione, all’ascolto e alla scelta del passo da compiere, mi pare il modo migliore per ampliare e approfondire il nostro sguardo e per abbracciare il reale nella sua complessità dinamica.

Di certo, questo non significa che non ci siano i momenti difficili, delicati e critici. Come il testo di pagina 61, in cui protagonista è il vivere il proprio corpo in terapia. In che modo si collega questa esperienza con gli altri aspetti del libro?
L’esperienza, sul mio corpo, della fragilità dell’esistenza, dell’imprevedibilità della malattia e della stretta relazione tra psiche e soma mi ha spinta (e tutti coloro che ci sono passati lo sanno) ad apprezzare maggiormente quello che ho, ponendomi in maniera concreta una domanda che, a un livello più astratto, mi ha sempre solleticato: qual è il Sì che diciamo alla vita, vivendo e, al tempo stesso, sapendo che siamo mortali.
Tutto il libro in fondo è un tentativo di rispondere a questa domanda, chiamando in causa filosofi e artisti, come pure presenze della mia storia personale, e confrontandomi con ombre, desideri, paure, piccole illuminazioni, nella consapevolezza che occorre accogliere il cambiamento per permettere alla Vita di dispiegarsi secondo i suoi principi, che a volte non comprendiamo ma che non riesco a immaginare come ostili.

E in trasparenza, piano piano, si mette in evidenza anche una questione che è, a dir poco, fondamentale: il desiderio di essere amati. Quanto è importante, all’interno di questa tua nuova scrittura?
Credo che il desiderio di essere amati sia il desiderio originario e fondante di ognuno di noi, perché l’amore è il “daimon” più potente, in grado di trasformare tutto ciò che incontra. La mia scrittura, come riflesso di ciò che vivo, penso e sento, sarà sempre pervasa da questa tensione desiderante. Sapersi amati conferisce limpidezza allo sguardo, rasserena il cuore e rinvigorisce il passo.
Quando, a pagina 88, scrivo “Dimmi che mi ami”, mi riferisco però non a una persona, ma alla Vita stessa, che, generosa e sorprendente, non può essere né trattenuta, né data per scontata. Le chiedo di essere paziente con me, perché sollecito continuamente segni del suo amore, ma soprattutto le domando di aprire i miei occhi, perché quei segni già esistono, già ci sono, da sempre.
E mi auguro che, nel momento in cui non riuscissi più a scovare le tracce della sua benevolenza, lei mi aiuti a cercarle dove non ho ancora immaginato di farlo…

Il tuo testo a prefazione di “Chiuda gli occhi, signor Schopenhauer” è già una dichiarazione di intenti. Si può riassumere nel preciso impegno di “Stare nell’esistenza”?
Sì, proprio così: “stare nell’esistenza” con una capacità sia di sfida, sia di abbandono.

Vivi a Roma, e la racconti con i tuoi post su facebook. In che modo è entrata nel libro? E forse lo ha anche influenzato… ?
Sono nata e cresciuta in Toscana. Roma è la città a cui sono approdata molto tempo fa, venendo dall’estero, dove avevo vissuto una decina di anni. Il primo impatto non è stato facile. A lungo si è trattato di un rapporto di amore-odio. Ma adesso questo rapporto è virato in maniera decisiva verso l’amore. Mi sento molto legata a Roma. La Toscana è armonia e misura. L’Europa è dinamismo. Roma è contrasto: magnificenza e trasandatezza, esuberanza e miopia, bellezza accogliente e caos frustrante. Ma, grazie alla sua ricchezza, Roma continua a stupire, non stanca mai.
Mi hanno conquistata la sua bellezza inattesa e la sua contaminazione, il suo stratificarsi attraverso epoche e umori diversi. Nei momenti difficili, è stata proprio la sua seducente complessità ad avermi aiutata. Bastava passeggiare o andare a visitare un museo, una chiesa, per avvertire nuovamente una carica, una curiosità, un’energia incoraggiante. Roma rispecchia un po’ la vita stessa: sorprendente e piena di contraddizioni, ma sempre generosa.
Riuscire ad aprirmi a Roma è stato come riuscire ad accogliere ciò che il destino mi riserva; nel farlo, è inevitabile un sentimento misto, di riconoscenza mai del tutto priva di inquietudine, e di intraprendenza mai del tutto spoglia di malinconia. Abitare a Roma mi ha reso forse più sensibile a (e più assetata di) una bellezza sia feconda che dolorosa, sia disinvolta che elaborata. Mi ha reso anche più preparata all’impossibilità di prepararmi (del tutto), quando la vita mi mostra il suo (o il mio) lato più piacevole o quello meno attraente. Sono sicura che tutto questo sia entrato in qualche modo nella mia scrittura.

Ascolta la lettura di “Quale parola, Signor Wittgenstein?” qui


L’autrice:
Raffaela Fazio è nata ad Arezzo nel 1971 e vive a Roma dal 2000, dove lavora come traduttrice, dopo aver vissuto per dieci anni in vari paesi europei.
Nel campo dell’iconografia, ha pubblicato “Face of Faith. A Short Guide to Early Christian Images” (2012).
È autrice di diversi libri di poesia. Tra i più recenti “Tropaion” (Puntoacapo Editrice, 2020), “A grandezza naturale” (Arcipelago Itaca, 2020), “Meccanica dei solidi” (Puntoacapo Editrice, 2021), “Un’ossatura per il volo” (Raffaelli Editore, 2021) e “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti&Vtali, 2023)
Ha tradotto Rainer Maria Rilke in “Silenzio e Tempesta, Poesie d’amore” (Marco Saya Edizioni 2019), Edgar Allan Poe in “Nevermore. Poesie di un Altrove” (Marco Saya Edizioni 2021), Renée Vivien in “L’ardente agonia delle rose” (Marco Saya, 2023) e Rupert Brooke in “L’amore è breccia nelle mura” (Puntoacapo, 2025).
Nel 2021 ha pubblicato la raccolta di racconti brevi “Next Stop. Racconti tra due fermate” (Fara Editore 2021), come vincitore del primo premio Narrapoetando 2021.

(Raffaela Fazio “Chiuda gli occhi, signor Schopenhauer” pp. 104, 12 euro, Giuliano Ladolfi editore 2026)

www.raffaelafazio.it




Immagini ———————–

Aussenwelt/Innenwelt/Eigenwelt

ATTRAVERSAMENTI / PREHAJANJA

di Annibel Cunoldi Attems






Tempo presente ———————

Նախ նրանք թարգմանում են մարմինդ    Per prima cosa, traducono il tuo corpo

Quattro testi in italiano

di Tatev Chakhian


MIGRANT POINT

Եվրոպա —
որպեսզի իրար ճիշտ հասկանանք,
ես սովորեցի մի քանիսը քո լեզուներից, իսկ դու
չջանացիր անգամ ճիշտ արտասանել ազգանունս։

Մեր առաջին հանդիպմանը
երջանկությունից կչկչացի բարձրաձայն
(իմ երկրի մարդկանց պես),
հետո գոռացի ցավից (սովորույթի ուժով),
իսկ դու զգուշացրիր, որ այստեղ 22:00-ից
ամեն ձայն աղմուկ է համարվում։

Եվրոպա —
դու զարմացրիր ինձ, ու ես ինձ զարմացրի,
թե ոնց դարձա քեզնից էլ սպիտակ ու շիկահեր,
թե ինչ հաճույքով ձայնակցեցի ցույցերիդ՝
ընդդեմ նրանց, որոնց չէի ընտրել։

Քո՝ կապույտ աչքերով, կապույտ արյունով,
կարմիր անձնագրով տղամարդկանց գիշերներում
ես երազդ տեսա,
բայց առավոտներդ երբեք իմը չեղան, Եվրոպ․․․
Դու սիրեցիր ինձ, բայց կնության չառար։

Եվրոպա —
դու ինձնից հազար ու մի գիշերվա հեքիաթներ ուզեցիր,
բայց հեքիաթային ոչինչ չեկավ մտքիս մանկությունիցս՝
լի բեկորներով ու փոշով պատերազմի։

Իմ ներսի բոլոր երեխեքը մեծացել են:
Իմ ներսի բոլոր զինվորները հոգնել են, Եվրոպա:
Իմ ներսի թափառականները կորել են անդարձ:
Եկել եմ գիրկդ, որ մի պահ ոչմիպիսին լինեմ, որ խաղաղվեմ․․․

Եվրոպա —
սիրտս այս երեւացող 56 կիլոյից էլ ավելի ծանր է,
բայց եթե սիրտդ սրտիս համար չի ցավում,
ուրեմն մարմնիս վրա էլ աչք փակիր:


MIGRANT POINT

Europa –
Per comprenderci meglio
ho imparato un paio delle tue lingue, ma tu
non hai nemmeno provato a pronunciare correttamente il mio cognome.

Al nostro primo appuntamento
ho sorriso – come fa di solito la mia gente,
poi ho urlato per il dolore – come mi accade,
ma tu mi hai avvertita
che qui, dopo le 22:00, ogni suono è considerato un rumore.

Europa –
Mi hai sorpresa, come ho fatto io,
diventando molto più pallida e bionda di te
sentendo le mie acque urlare alle tue proteste
contro coloro che non avevo scelto.

Nelle notti dei tuoi uomini dagli occhi azzurri,
il sangue blu e il passaporto rosso, ho visto il tuo sogno
ma le tue mattine non mi sono mai appartenute, Europa.
Hai fatto l’amore con me, ma non hai mai chiesto la mia mano.

Europa –
Ti aspettavi i racconti delle mille e una notte,
ma non riuscivo a ricordarne nessuno dall’oscurità della mia infanzia
densa di bombardamenti e urla di guerra…

Tutti i bambini dentro di me sono cresciuti.
Tutti i soldati dentro di me sono stanchi.
Tutti i vagabondi che ho dentro sono completamente persi.
Sono venuta a sedermi sulle tue ginocchia per non essere niente,
e calmarmi per un po’…

Europa –
Il mio cuore è più pesante di questi 56 chili che vedi,
ma se non ti importa del mio cuore, allora ignora anche il mio corpo.


Traduzione: Eliana Stendardo


*

2016

Այդ ձմեռ ես չունեի անձնագիր։
Ասել է թե՝ գոյություն չունեի
հարկայինի համար, ոստիկանության,
տեղական ինքնակառավարման մարմինների
ու մյուս բոլոր մարմինների, բացի մեկից,
որի սրտում դեռ ապրում էի։
Այդ ձմեռ նրան սրտի կաթվածով հիվանդանոց տեղափոխեցին․․․
Այդ ձմեռ անունս հոլովվեց հազար օտարալեզու բերանում՝
Տաթի, Տատյանա, Տանյա, Թինա․․․
Բոլոր այլընտրանքներին համաձայնեցի լուռ`
ինչպես անծանոթի ձայնին ես համաձայնում
առաջին հանդիպմանը։
Այդ ձմեռ սկսեցի մարզվել,
որ չկորցնեմ վերջին կապս նրա հետ, որ
բառեր է ասում իմ բերանով։
Իսկ երբ մարզչին հարցրի․ «Ո՞ւր են գնում կորցրածս կիլոները»,
խնդրեց՝ իր պես պարզ տղուն նման բարդ հարցեր չտալ ու,
իր խելքով, կատակեց․
«Ուրախ չե՞ս, որ վերանում ես»։


2016

Quell’inverno non avevo il passaporto.
Non esistevo quindi per il fisco,
nemmeno per la polizia,
né per gli organi ufficiali locali,
proprio come qualsiasi altro corpo, tranne quello
in cui il cuore viveva ancora.
Quell’inverno il suo corpo fu portato d’urgenza in ospedale a causa di un infarto.
Quell’inverno il mio nome venne declinato in mille modi sconosciuti –
Tatie, Tatyana, Tanya, Tinah…
Ho ceduto silenziosamente a tutto,
come chi accetta l’altezza e il peso di uno sconosciuto
al primo incontro.
Quell’inverno andai in palestra per non perdere l’ultima connessione con colui
che articola le parole attraverso la mia bocca…
E quando ho chiesto al mio allenatore:
“Dove vanno a finire i miei chili persi?”
mi ha implorato di risparmiare a un ragazzo semplice come lui
le domande difficili e ha scherzato:
“Non ti basta scomparire per essere felice?”


Traduzione: Nataša Sardžoska


*

ՏԱՂ ԹԱՐԳՄԱՆՉԱՑ

Նախ նրանք թարգմանում են մարմինդ,
հետո՝ բանաստեղծություններդ,
ապա մեկնում են մի պատահական առավոտ՝
քեզ թողնելով ծանոթ բառիդ առաջ
անճանաչելիորեն մերկ,
անօգնական ու տագնապած,
մեկը, որ անծանոթ լեզվով խոսող քաղաքում
հարձակված շանը չգիտի ոնց սաստել։


ODE AI TRADUTTORI

Per prima cosa,
traducono il tuo corpo,
poi, le tue poesie,
infine, un giorno qualsiasi,
e senza preavviso alcuno,
ti lasciano nuda e irriconoscibile
al cospetto delle tue
stesse parole,
ti lasciano inquieta e impotente
come chi non sa come calmare
il can che abbaia
in una città di lingua straniera.


Traduzione: Eliana Stendardo


*

ԱՆԱՆՁՆԱ(ԳՐԱ)ՅԻՆ

Զարմիկս տեսավ ծննդավայրս՝ «Չեխոսլովակիա»
ու կարգին հռհռաց.
«Սենց երկիր չկա, դու ոչ մի տեղ ես ծնվել, դու չկաս»:
Լեզուս կուլ գնաց,
կապտեցի ամուր կապված բարուրի պես, որ թողել են
պատմության պատահական աղբանոցում ու գնացել:
Հիմա նույն տեղում բարեկարգ այգի կա,
ուր շների հետ զբոսնում են ինձ նմանները,
ում պատմությունը, փոխնակ մոր պես, չի ճանաչում:


nonIDentica

Mia nipote ha notato il mio luogo di nascita:
“Cecoslovacchia”, e mi ha derisa:
“Non esiste un paese simile, non sei nata da nessuna parte, non esisti”.
Ho ingoiato la lingua,
sono diventata livida come un bambino fasciato troppo strettamente,
abbandonato alle porte della storia.
Ora, in quel posto c’è un bellissimo parco
dove le persone come me portano a spasso i loro cani,
persone che non sono riconosciute dalla storia
come una madre surrogata.


Traduzione: Nataša Sardžoska


Tatev Chakhian è stata ospite dell’edizione 2025 del festival ChietiPoesia.
Un grazie particolare a Luigi Colagreco, poeta e direttore del Centro di Poesia e altri Linguaggi, per la disponibilità e la collaborazione.

https://www.instagram.com/chietipoesia/

https://www.facebook.com/chietipoesia


L’autrice:
Tatev Chakhian è una poetessa, traduttrice e artista visiva armena residente in Polonia, nata a Erevan nel 1992. Ha studiato antropologia culturale presso l’Università Statale di Erevan e ha successivamente conseguito titoli in relazioni internazionali e studi sui confini presso l’Università Adam Mickiewicz in Polonia.
Dopo aver partecipato a diversi progetti poetici collettivi, nel 2016 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, intitolata “անանձնա(գրա)յին / unIDentical” (UAW, Erevan). Nel 2018, l’edizione polacca dell’opera d’esordio, “Dowód (nie)osobisty” (IKM, Danzica), è stata candidata al premio European Poet of Freedom
La sua raccolta più recente, “Migrant Point” (Actual Art, Erevan, 2024), amplia la sua esplorazione dell’esperienza migratoria, approfondendo i temi dell’esilio, della memoria e della ricostruzione dell’identità.
La sua poesia è stata tradotta in oltre venti lingue e pubblicata in tutto il mondo. Ha ricevuto diversi riconoscimenti letterari, tra cui il Premio letterario Sahak Partev e il premio armeno Granish per la poesia dell’anno 2022.
In qualità di traduttrice e curatrice contribuisce alla promozione della letteratura polacca in Armenia, è co-redattrice della rivista letteraria Actual Art e membro del PEN Armenia.



Le traduttrici:

Eliana Stendardo (Napoli), traduttrice e interprete, lavora come amministrativa all’Università degli Studi di Napoli Federico II, scrive racconti e poesie
Giudice Lettore per concorsi letterari nazionali. Ha scritto alcune recensioni di libri, pubblicate sul web; si è, inoltre, occupata di revisione editoriale di libri e articoli.
Diverse poesie e racconti premiati, segnalati o menzionati in concorsi letterari nazionali o internazionali sono stati selezionati per la pubblicazione in antologie o sul web.
La sua poesia Alibi è stata pubblicata nella rubrica Lessico e nuvole a cura di Stefano Bartezzaghi sul quotidiano “la Repubblica”.
Traduttrice per l’Italiano del volume Nello stesso mare, raccolta di poesie di autori italiani e tunisini; co-traduttrice del Volume Voci dal Mondo (2021), antologia di poeti provenienti da circa 15 paesi nata dal ciclo di letture on line Senza Distanza, di cui è stata co-ideatrice e co-organizzatrice (2020).
Poeta laureata del Premio Internazionale Pushkin – I premio sez. Poesia singola (Roma, 2019).
Responsabile della sezione Letteratura dell’Associazione Amartea per le Isolimpiadi delle Arti (Napoli, 2019 – 2020).
Socia di: Accademia Giuseppe Gioacchino Belli (Roma, 2018), Associazione Amartea (Napoli, 2019 – 2020), Associazione Amici della Grande Russia (Roma, 2020), Circolo Culturale “La Gorgone” (Roma, 2021).


Nataša Sardžoska (Skopje, 1979) è una delle principali voci macedoni della poesia contemporanea. Poeta, scrittrice, giornalista, traduttrice, antropologa.
Ha pubblicato le raccolte di poesie: “La camera azzurra”, “Pelle”, “Lui mi ha tirata con un filo invisibile”, “Acqua viva”, “Osso sacro”, “Lezioni di inganno”, e i romanzi “Tramontana” e “Vita senza testimoni”.
Le sue poesie sono tradotte in più di venti lingue. I suoi libri sono stati pubblicati negli Stati Uniti, in Messico, e in Italia da Interno Poesia.
Ha partecipato a vari festivals, in Colombia, a Bratislava, Berlino, Genova, Tel Aviv e Roma. Si è esibita in poesia e in performance di musica e danza al Palazzo Ducale di Genova, al Teatro arabo-giudeo Yaffa di Tel Aviv, all’Accademia delle Belle Arti di Berlino, alla Galleria d’Arte Moderna di Bratislava, alla Biblioteca nazionale di Sofia, al Centro Culturale di Belgrado e al Museo Revoltella di Trieste.
Ha tradotto in lingua macedone autori internazionali, tra i quali: Pasolini, Salinas, Margarit e Saramago. Scrive e si traduce in macedone, italiano, inglese, francese e spagnolo.




Immagini ———————–

Diversité

ATTRAVERSAMENTI / PREHAJANJA

di Annibel Cunoldi Attems






Voce d’autore ————————–

Ognuno ama i luoghi dove sente di aver già vissuto

Roberta Durante, “Taccuino per scrittori di cartoline. Saluti e baci dal mai”

di Roberto Lamantea


Il vento: “Quando arrivi a Lecce […] senti quell’odore forte e inconfondibile che sa un po’ di pesce e un po’ di marmellata. […] I paesi del Salento, più si avvicinano al mare più scatenano un vento forte di albicocche, un vento buonissimo che sa di estate e luce e niente da nascondere”: Lecce “dal profumo di origano selvatico”; Trieste: “Mare ovunque, al naso e alla vista, soprattutto quando dalla costa si ascende verso la salita carsica e il mare si riesce a vedere anche dall’alto. Trieste ha in sé questa saggezza di poter vedere le cose da lontano, pur rimanendo dentro”. Venezia: “Venezia matrioska: se apri un portone è a tuo rischio e pericolo, perché ciò che può capitare è un’imminente sindrome di Stendhal, un capogiro che deriva da una svenevole corte interna profumata dai fiori degli alberi, oppure ornata da una scala a chiocciola degna delle fiabe più preziose”. Mantova: “L’ultimo vestito che indossi a Mantova una mattina di ottobre è la nebbia. Sopra l’abito e sopra il cappotto e sopra la cerata e sopra il cappello, c’è la nebbia. […] La nebbia è un confine impalpabile e nettissimo allo stesso tempo. Sai che è tutto lì sotto, ma non vedi niente. È un buio bianco”.
Che cos’è viaggiare? È visitare luoghi che non si conoscono per poi scoprire che quel luogo era già scolpito nella nostra anima? È percepire un odore che persino con violenza ci strappa dalla città che ci accoglie e ci getta in un altro luogo, una nicchia dell’anima? E di una città o un paese che cosa ricordiamo?
È un libro incantato “Taccuino per scrittori di cartoline. Saluti e baci dal mai” di Roberta Durante: 50 luoghi, da Parigi a Sàrmede, da Padova e Treviso (dove Roberta è nata e abita) a Rejikyavik, da Vittorio Veneto ai boschi del Cadore e i ritagli di cielo tra i grattacieli di New York.
Il Taccuino (che è anche uno spettacolo con organetto di Barberia) però non è un libro o un diario di viaggi: è un libro di francobolli di ricordi, sogni o, forse, fiabe. Sono fiabe – o giardini incantati – i mondi dei “Bimbi sperduti”, il suo ultimo libro di versi pubblicato da Einaudi nel 2023; è un libro di incanti, di fiori nel bosco, lettere di fate, il romanzo epistolare “Possiamo ancora dirci poesie” (Ronzani 2021) tessuto con un’altra alchemica voce della nostra poesia, Silvia Salvagnini (autrice per Sartoria Utopia di un grimorio, “Erbario femminile”, libro di ricette d’origine magica o stregonesca).
E la stessa Roberta nel 2025 ha pubblicato con i gioielli tipografici di Paolo Celotto “neldubbiostampo” la riscrittura con disegni di una fiaba russa, “Il Bogatyr di neve”, dall’opera di César Antonovich Cui.
Le cartoline di Roberta Durante sono vergate con un pennino, quelli delle cannucce che s’usavano alla scuola elementare ancora negli anni ‘60 del Novecento, su quaderni dal taglio rosso e la copertina nera. Nostalgia? È più arte della meraviglia.
È un libro scritto con tutti i cinque sensi: sono pagine piene di vento, profumi, sapori, suoni, visioni, fughe prospettiche, rêveries, dove anche il tempo è un gioco di specchi nella propria anima. “La prima volta che sono stata a…”: ed ecco il ricordo, il riflusso della memoria, spesso memoria di sensi più che di fatti, uno strappo nel tempo: un vecchio amore, una vertigine prospettica. Fino a quella che del Taccuino è la regina: la nostalgia. Non proprio la nostalgia: è il Fernweh, uno struggente senso di lontananza (ma Lontano da dove?, viene in mente il titolo di Claudio Magris, sublime interprete della nostalgia mitteleuropea), che esplode con la bellezza di un fiore profumato nella cartolina da Praga: “Ognuno ama i luoghi dove sente di aver già vissuto, o in cui vorrebbe vivere, dove percepisce la lontananza come un piacevole sentore. In tedesco si chiamerebbe forse Fernweh, quella nostalgia dell’altrove, ragionevolmente inspiegabile. Moltissimi luoghi e paesaggi provocano in me questa bellissima nostalgia senza senso. Può essere che in questi luoghi non si sia mai stati veramente, ma è come se sapessimo che in un lontano passato abbiamo già visto quei posti e ci sono in qualche modo appartenuti, soltanto col cuore”.
È il sentimento che traluce in filigrana in tante pagine della letteratura mitteleuropea, Roth, Musil, Schnitzler, la poesia di Trakl, e le radici sono nel romanticismo tedesco da Hölderlin a Novalis, nei quadri di Friedrich. Così proprio a Praga Roberta comincia a raccogliere reperti del viaggio: tovaglioli, cartoline, sacchettini, posate di plastica, scontrini, adesivi “pronti a testimoniare questo mio passaggio” oltre, naturalmente, alle fotografie. Torna, la nostalgia, a Rejikyavik, la fiaba (ecco la fiaba) della scuola di cristallo.
Scrive Giulio Casale nel “dispaccio” che apre il libro: “Cominciano tutte con un’aria da niente, queste cartoline, per poi deviare verso una rotta tutta scritta e riscritta, portarti sempre dove non vorresti, dove sei mai stato, non così”.
Perché Roberta è un’abitante del “mai”: nella “cartolina” da Bressanone, al “mai” l’autrice dedica una pagina che sembra uscita dalle Città invisibili di Calvino. Il “mai” non è un luogo dell’esilio o della differenza. Il “mai” è il non-luogo che contiene tutti i luoghi, è l’isola che non c’è, è la nostalgia come appartenenza, l’identità di specchi che si riflettono e ci rivelano: e tutto questo tesse l’identità di ciò che siamo con il puzzle di ciò che siamo stati o abbiamo sognato di essere.
Nel libro è una prospettiva, un taglio di luce, una tessitura di suoni, un ricordo che danza, fluido, da caleidoscopio, il silenzio che contiene la musica, la musica che contiene il silenzio; sono il dolore e la felicità che giocano a scambiarsi di ruolo, l’assenza che rende più gioiosa la presenza, è il tempo curvo, sono le città che contengono altre città, le città che contengono l’altrove. Siamo in perenne fuga ma è proprio la fuga a disegnare chi siamo.


Dal libro:

Tra gli abitanti del mai non c’è speranza. Parlano la lingua della nostalgia. La loro moneta è il tempo che passa: sono incapaci di metterne da parte e la loro vita si dilapida in direzione di un abisso che risponde al nome di morte ed è la capitale del loro paese. I maiani sono grandi creatori di amori, amicizie, scritti e altre costruzioni strazianti che portano già in sé la propria rovina, ma sono capaci di edificare una casa, una dimora, qualsiasi cosa somigli a un alloggio stabile e abitabile. Eppure, non c’è niente di più desiderabile ai loro occhi di un cumulo di pietre che possa costruire un domicilio. È una fatalità a derubarli di quella terra promessa appena credono di possederne la chiave. I maiani non credono che l’esistenza sia crescita, un accumulo di beltà, saggezza, ricchezza ed esperienza: sanno fin dalla nascita che la vita è diminuzione, dispersione, espropriazione, smembramento. Non bisogna dedurne che gli abitanti del mai siano tristi. Al contrario: non esiste popolo più gioioso. Le minime briciole di grazia danno alla testa ai maiani. La loro propensione a ridere, a rallegrarsi, a essere felici e a rimanere abbagliati è senza pari su questo pianeta. Sono così ossessionati dalla morte che hanno per la vita un appetito delirante. Il loro inno nazionale è una marcia funebre, la loro marcia funebre è un inno alla gioia.


Intervista a Roberta Durante:

Ci racconti la genesi del libro? Come è nata l’idea di un libro di “cartoline dal mai”? Lo definiresti anche un quaderno di ricordi? Nelle pagine da Praga citi il Fernweh, la nostalgia, che torna anche nelle pagine da Rejikyavik: che cosa sono i ricordi? Nel romanticismo e nella letteratura mitteleuropea è la nostalgia struggente di qualcosa di smarrito per sempre…
È un libro che ho iniziato a scrivere intorno al 2010, guardando una foto di me in Croazia. Era una foto in cui avevo un vestito a fiori che mi ha suscitato in testa la frase “ho un armadio di paesaggi”. Mi tormentava l’idea di poter perdere i ricordi dei viaggi. Giocherellai con quel titolo in testa e si presentarono molti elementi legati ai luoghi in cui ero stata, cose che avrei effettivamente potuto dimenticare o a cui non avrei sicuramente più pensato se non avessi iniziato il gioco della scrittura.
Ho quindi iniziato a fare questo lavoro di catalogare, in ordine cronologico, città dopo città, ricordi particolari, non so di che mondo, e non so di che memoria, a partire da quando avevo circa 4 anni. Mi stavo sforzando e non è una cosa che faccio spesso scrivendo. Chiamavo a rapporto un elemento e insieme a quello ne arrivavano cento. C’era una voce molto forte che chiamava a rapporto tutte le altre. Dentro avevo un coro esplosivo.
Questo naturalmente mi accade soprattutto quando scrivo in versi, in questo caso invece cercavo di rendere l’esplosione che sentivo qualcosa di più vagamente comprensibile: volevo descrivere gli attimi in cui avveniva una metamorfosi, in cui, per un fatto o per l’altro mi accorgevo di qualcosa del mondo. A un certo punto mi sono accorta che avevo scritto ricordi relativi a una cinquantina di città e nella mia testa immaginativa ho pensato che se fossero state delle cartoline, sarebbero state un bel pacchetto.
Per non riuscire mai a definirmi scrittrice, poetessa, insegnante e altre cose esclusive che non mi piacciono (non mi piacciono tutte, non è che ce ne sia una che mi piace, non mi piace nessuna definizione categorica) ho pensato che un tipo di scrittrice potevo, in fondo, esserlo: una scrittrice di cartoline. Avrei sempre potuto scrivere cose entro un certo piccolo quadrante. Anzi, è l’unica cosa che farei incessantemente: parole e il limite di un foglio, di un quaderno, dipende dall’estro.
Tra i miei problemi non c’è di sicuro il blocco dello scrittore. Non cambia nulla se si parla di poesia, di prosa, di articoli di giornale. Scrivo sempre la stessa cosa. Insomma si stava facendo su una specie di libro di cartoline, che mi ricordava poi le famose Postkarten di Sanguineti, a cui debbo pure abbastanza.
Non pensavo che avrei pubblicato questo libro. Poi nel 2025 mi sono imbattuta ne “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” di Murakami, dove ho trovato una serie di elementi legati appunto alla nostalgia, alla musica, ai viaggi, ai colori che non mi sarei mai aspettata di poter trovare nella prosa, tanto meno quella giapponese. Era come vedere quella chiamata a rapporto nel testo di un altro. Spesso succede così.
Il mai è diventato allora l’elemento capace di tenere insieme tutte queste entità materialmente inesistenti, proprio perché di un’inconsistenza struggente e infinita. Un mai che non è di negazione, un mai di pura infinità.

Nel capitolo su Praga racconti di aver camminato a raccogliere oggetti del viaggio, oltre ad aver scattato fotografie. Che cosa sono per te gli oggetti “catturati” in giro per il mondo?
Vivo spesso nell’ambivalenza. Anche in questo caso sono molto attratta dalle cose, dagli oggetti, ma allo stesso tempo vorrei non avere nulla di tangibile intorno a me, nemmeno i vestiti, per dire. Mi piace soffermarmi su tutto quello che mi sembra vero, non mi interessa che cosa sia, mi interessa sentire, avere un’immagine che dentro mi si proietta da qualche parte e inizia a scalpitare e io le dico “stai calma, stai calma, adesso ti scrivo io, calmati”.
Ho una certa passione per i vecchi giocattoli usati, per esempio. Non ho mai pensato che un pupazzo potesse essere senza vita e infatti lo scrivere è soprattutto un atto di vivificazione delle cose, delle immagini, di tutto. Non mi piacciono né le fotografie e meno che meno i video che mi sembra annullino particolarmente questo spirito.

La poesia è autobiografica” scrivi nella cartolina da La Spezia: la poesia è un rivelarsi?
Sì, sempre, mi sembra. Io nella scrittura gioco spesso a una cosa che mi rende piuttosto incomprensibile. E esattamente questo sono io. In ogni caso mi sembra che valga la pena leggere solamente ciò in cui si sente parlare la vita di chi scrive, l’essere vitale, l’autentico. In vari modi, anche solo nella lingua che si usa si sente questo tipo di pulsazione. Non bisogna per forza parlare di sé per rivelarsi, naturalmente, anzi, succede molto di più quando non si parla di se stessi. Apro lo spettacolo che sto portando in giro con questo libro proprio con una provocazione sull’autobiografia.

Il tuo libro è anche uno spettacolo…
Mi piace tutto ciò per cui c’è bisogno di sospendere l’incredulità, anche nella vita, mica solo nel teatro, anzi di più, non c’è quasi distinzione. Io stessa mi adopero alla scena, ma sempre nel quotidiano. Quindi non ho mai avuto l’impeto di salire su un palcoscenico, mi è sempre sembrato già tutto qui, spesso è divertente, a volte è terribile. Non mi ero però mai cimentata in una scrittura che fosse teatrale e non solo poetica. Volevo scrivere un testo sull’ego. Sull’ego degli altri, soprattutto.
Volevo dire agli scrittori di lasciare parlare se stessi veramente, di non mentire troppo, perché io, solo in quel modo, mi sarei potuta innamorare di loro. La fiction, dove spesso non si sente questa densità, mi dà fastidio, mi sembra perdita di tempo e di testa. Poi si è aggiunto il fatto che all’uscita del libro delle cartoline si presentava il problema della promozione.
Dico problema perché è un’altra cosa che mi dà un certo fastidio e che per questo fino ad oggi ho fatto pochissimo. Mi dà fastidio perché mi sembra che non abbia senso dover convincere qualcuno ad acquistare un libro che già dovrebbe riuscire a dire. Paragono questa cosa agli spot del cibo. Qualcuno, leggendomi, aprirà forse un po ’di più la porta e questo mi sembra l’unica cosa che possa capitare con la scrittura. Quindi ho sostituito, un po ’ di soppiatto e il più possibile, la situazione della presentazione del libro con uno spettacolo poetico dove ho potuto dire e fare quello che volevo. Sono uscite anche diverse confessioni, tra cui il mio sogno mancato di essere una rockstar e il mio amore per Jules Verne.
Quella della rockstar è un po’ la figura mitologica occidentale per eccellenza, l’arrivo, il simbolo, forse in contrapposizione a quella del poeta. Ma del resto è tutto un gioco agli opposti. Jules Verne era la rockstar della scrittura e, al contrario, aveva il sogno di essere un poeta. Lo spettacolo si apre con una ballata in cui Verne parla in prima persona e dovrebbe riportare tutti alla dimensione della musica in cui si sente suonare l’organo di Nemo. Ed ecco che la cosa diventa più vera che mai, perché nello spettacolo c’è veramente un maestro dell’organetto di Barberia, Eros Viel, che suona tutte le canzoni che io vorrei cantare da rockstar, e anche di più.

Nel libro le località sono narrate attraverso gli episodi vissuti in quel luogo, ricordi, leggende, pensieri: che cosa ti colpisce di più quando visiti un luogo?
Non saprei, non c’è una forma prestabilita che mi interessi. Anzi, credo di essere piuttosto anti-formale. Ci sono architetture che mi colpiscono e anche architetture umane, corpi, facce, animali che corrono che mi prendono e anche mi travolgono, mi straziano proprio. Nulla mi colpisce a prescindere. Tutto può colpirmi, senza gerarchia, senza motivo apparente, ma dandomi un batticuore, uno sconvolgimento inaspettato.
Ma è qualcosa di troppo soggettivo, sono anche spesso catatonica più che stupita delle cose. Una volta un fidanzato mi chiese come facessi a rimanere così indifferente a certe cose, a farmele scivolare addosso. Non sapevo di cosa stesse parlando. Io più che altro sento dentro di me incendi e dolosi. Ma la faccia è un’altra cosa. Credo che la moltitudine delle lingue di fuoco che mi incendiano si vedano piuttosto bene nella mia scrittura più che fuori.

A parte Treviso, dove sei nata e abiti, quali sono i luoghi dove ti senti più a casa?
Se dobbiamo parlare di geografia direi a est. Città come Praga, Budapest, Cracovia, Lubiana mi dicono che c’è qualcosa che chiama a rapporto me, insieme a molti altri elementi che sento e vedo spesso nella lingua, soprattutto. Ho trovato un paese che mi rincuora e si trova in provincia di Treviso, ma sembra di essere in Cecoslovacchia: Sàrmede. C’è anche il monastero ortodosso e tra gli oggetti che puoi vincere alla sagra del paese di Montaner io ho visto per la prima volta il pupazzo di Čeburaška. Comunque anche questo presuppone qualcosa che io già dovrei sapere e invece non è così perché certe intuizioni si hanno inaspettatamente e io del mondo credo di aver visto molto poco.
L’altro giorno mi sono sentita a casa, ma ero su una scogliera verso Sistiana. Credo sia esattamente la sensazione del “mai” o semplicemente quella dell’infinito, che mette in pace e crea allo stesso tempo un’angoscia per la vita.


L’autrice:
Roberta Durante è nata nel 1989 a Treviso. Ha pubblicato varie raccolte di poesia, tra cui “Nella notte cosmica” (Sossella 2016), “Le istruzioni del gioco” (Le Lettere 2020, con uno scritto di Tiziano Scarpa), un epistolario con Silvia Salvagnini, “Possiamo ancora dirci poesie” (Ronzani 2021) e “I bimbi sperduti” (Einaudi, 2023).

(Roberta Durante “Taccuino per scrittori di cartoline. Saluti e baci dal mai” Con un dispaccio di Giulio Casale, pp. 160, 18 euro, Kellermann 2026)




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Anhovo

ATTRAVERSAMENTI / PREHAJANJA

di Annibel Cunoldi Attems





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Queste candele non servono a niente

Han Kang, “Atti umani”

di Nerio Vespertin


Come sostiene l’economista e sociologo americano Thomas Sowell, esistono solo due modi per raccontare la verità: o in forma anonima o postuma.
O da non-esistenti o da morti.
E in qualche modo unico e singolare, la scrittrice sudcoreana, premio Nobel alla letteratura del 2025, Han Kang, è riuscita a fare proprio questo nel suo straziante “Atti umani”, (2014): raccontare una storia terribile in modo vero e completo, dal punto di vista dei morti e dei non-più-viventi.
Ambientato durante e dopo il massacro di Gwangju del maggio 1980, il libro prova a restituire in modo autentico l’impatto devastante di una di quelle pagine più buie della storia recente: il colpo di stato militare avvenuto in Corea del Sud nel 1979, ad opera del generale filostatunitense Chun Doo-hwan. E davanti alla brutalità di una verità simile, la linearità della narrazione è la prima vittima.
Il romanzo si apre in una palestra comunale trasformata in obitorio improvvisato, dove decine di cadaveri saturano l’aria di un tanfo insopportabile. È qui che incontriamo Dong-ho, un ragazzo di quindici anni che si offre volontario per aiutare a identificare i morti, nella speranza di ritrovare l’amico scomparso. La sua figura è il primo punto di accesso al trauma: un adolescente che, invece di vivere l’età della scoperta, si trova immerso nella decomposizione e nella violenza. Solo gradualmente arriviamo a comprendere l’entità del coinvolgimento (e quindi della perdita) di Dong-ho. Promesse, incomprensioni, piccoli e grandi gesti d’affetto fra coetanei: riesumando pazientemente i ricordi del protagonista, la tragedia assume le caratteristiche di un destino assurdo che ha reciso non solo delle vite umane, ma il senso stesso dell’esistenza. Come lettori non ci vengono concessi sconti, né filtri: siamo costretti a notare tutti i piccoli particolari della violenza del regime militare. Più che assistere a un evento storico, ce lo sentiamo addosso: un abito sudicio e scomodo che ci si appiccica ad ogni passo. Fino all’inevitabile catastrofe.
Ma questo non è che il primo elemento della narrazione. E come preannunciato, solo i morti e i non-più-vivi possono restituire la verità: dal racconto di Dong-ho, siamo bruscamente gettati nel punto di vista dell’amico scomparso. Scopriamo solo dalla voce di un’anima tormentata la verità che non si sarebbe mai potuta scoprire.
Questo espediente di passare da un punto di vista all’altro permette ad Han Kang di regalarci una narrazione corale, fedele alla linea spezzata della “verità inconoscibile”. Ogni capitolo è affidato a una voce diversa che si collega alla precedente attraverso una coincidenza o un incidente: amici, sopravvissuti, testimoni, chiunque sia finito in mezzo al precipitare inesorabile degli eventi.

Questa moltitudine di voci, se da un lato costringe la nostra attenzione a un doveroso sforzo di ricostruzione storica, dall’altro riesce nel difficile compito di rappresentare la cosiddetta “memoria collettiva di un evento”. Un resoconto frantumato, intermittente, impossibile da ricomporre in un’unica prospettiva.
Il romanzo attraversa così gli anni, dal 1980 fino al 2010, mostrando come il trauma non si esaurisca nel momento in cui si manifesti, ma si protragga nelle vite dei sopravvissuti, nei loro corpi e nei loro silenzi.
Uno dei temi centrali del libro è la disumanizzazione operata dal potere. Il regime militare di Chun Doo-hwan non reprime soltanto una protesta: compie un’epurazione sistematica, pianificata, che colpisce civili, studenti, bambini. Le descrizioni di Han Kang sono crude, viscerali, ma mai gratuite: mostrano come il corpo diventi il luogo in cui la storia incide la propria violenza. I cadaveri ammucchiati, le torture, gli abusi sessuali, le ferite, le mutilazioni: tutto concorre a rivelare la fragilità dell’essere umano di fronte alla brutalità del potere.
Ma “Atti umani” è soprattutto un romanzo sulla memoria e sulla sua necessità: è bene ricordare come in Corea del Sud, il massacro di Gwangju sia stato a lungo censurato, se non addirittura rimosso. Ecco dunque come nelle pagine finali del libro, quando la narrazione torna alle vicende del protagonista iniziale (Dong-oh), rivelandoci finalmente cosa gli sia successo, Han Kang affronta uno dei passaggi più toccanti, dando al dolore e alla sofferenza di una madre orfana di figlio, la speranza della memoria. L’idea che nessuna vita, persino quella che non ha potuto esprimersi perché recisa troppo presto, conti nel delicato equilibrio cosmico.
La memoria quindi non è un mero esercizio nostalgico, ma un atto politico, un gesto di resistenza e di misericordia contro l’oblio imposto dal regime.
Una lettura sofferta, forse non per tutti, ma a tutti assolutamente necessaria.
Perché alla fine è proprio il racconto della verità l’unico vero atto umano capace di salvarci dall’orrore.

Dal libro:

Queste candele non servono a niente.
Entri nella palestra, soffocando l’ondata di nausea che ti investe insieme al tanfo. Siamo solo a metà giornata, ma la fioca luce interna fa pensare più alla cupa penombra della sera. Le bare per cui si è già tenuta la cerimonia commemorativa sono state raggruppate con ordine vicino alla porta, mentre ai piedi della grande finestra, ciascuno coperto da un drappo bianco, giacciono i corpi di trentadue persone che non sono ancora stati messi nelle bare, perché per loro finora non si è presentato nessun parente. Accanto a ogni testa, una candela incastrata in una bottiglia vuota sfarfalla in silenzio.
Avanzi nella sala, verso la fila di sette corpi che sono stati sistemati a parte.
Mentre gli altri hanno i drappi tirati su fino al collo, come se stessero dormendo, questi sono totalmente coperti. I loro volti vengono mostrati solo di rado, quando qualcuno viene a cercare una ragazza o un bambino. Altrimenti, è una vista troppo crudele da infliggere.



Gli autori:

Han Kang (Gwangju,1970) è una scrittrice sudcoreana, vincitrice del Man Booker International Prize nel 2016 con il romanzo “La vegetariana” e del Premio Nobel per la letteratura nel 2024.

(Han Kang “Atti umani” pp. 205, 13 euro, Adelphi 2023)

Nerio Vespertin è nato a Roseto degli Abruzzi nel 1981. Trasferitosi a Bologna per gli studi universitari, entra in contatto con il mondo delle associazioni studentesche, collaborando con collettivi di scrittura/poesia e nel mondo delle riviste underground di Bologna. Si laurea in Ingegneria nel 2008.
Nel 2010 si classifica nella rosa dei finalisti del Premio Teramo, nel 2019 è vincitore del premio Coop for words. Dal 2015 al 2019 collabora con la community del Writer’s Dream, per la quale ha curato il podcast e due raccolte di poesie.
Nel 2020 pubblica la sua prima silloge “Ama con rabbia”. Nel 2022 entra a far parte della segreteria di Bologna in Lettere, festival multidisciplinare di cultura letteraria, con cui collabora attivamente.
Nel 2024 vince il premio Tema Originale con la sua raccolta “Il turista” al premio XXX Premio Nazionale di Poesia Tra Secchia e Panaro. Nel 2025 pubblica la raccolta poetica “M.U.S.A.”, selvatiche Edizioni – Seed 2025.




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Freiklang/Kontrolle/Provocation, Anhovo

ATTRAVERSAMENTI / PREHAJANJA

di Annibel Cunoldi Attems






Voce d’autore ——————-

L’aspettata capacità di separare i cieli in un unico sguardo

Paolo Artale, “Allusione alla flora”

di Giovanni Fierro


Allusione alla flora” di Paolo Artale è capace di riconoscere una frammentazione del reale in cui ognuno di noi è coinvolto, ed ogni suo testo vive in una sospensione utile allo sguardo e alla scrittura per andare in profondità alle cose di questa nostra società attuale, che si è disgregata e che ha perso unità e compattezza.
E in quel preciso momento di scrittura, e di conseguenza di lettura, ha la grazia di trovarsi nella domanda che non ha bisogno di punto interrogativo, e che indica il segno per dire “quale sarà la meraviglia non vista alla/ caduta delle foglie// se poi tutto riemergesse dalle foglie”.
Si muove nella fragilità dell’esistente questa nuova raccolta poetica di Paolo Artale, nell’affidarsi ad ogni singola poesia, a cui chiedere un attimo in più, lo stare in un tempo leggermente dilatato, per prendersi il proprio respiro, il proprio dire. E lì riconoscere l’opportunità di vivere in una riflessione, per individuare il significato del proprio scrivere, che si muove per linee sottili, “le cose ferme sotto il periodo delle/ migrazioni – tuttavia ha attutito il vento”, e spazi trasparenti, “d’altra parte: ecco l’aspetto domestico delle/ piogge o – qualcosa in fiore invece non è/ cambiata la terra incolta di cui si diceva”.
“Allusione alla flora” mostra una poesia che vive di percezione, ancor prima che di senso e interpretazione, e questa è la sua forza, il suo tratto distintivo, che permette a Paolo Artale di cogliere ciò che si manifesta dietro l’ovvietà, dentro la profondità che fa di ogni parola scritta lo svelamento del reale, “nuovamente l’autunno di gioia non/ saremo mai certi di un posto per la morte condiviso dalle/ rugiade”, così importante, così assoluta.
Questa sua adesione alla percezione come strumento di ricerca e di costruzione, gli permette di trovare la pelle sensibile di ogni tensione, di ogni accadere dove riconoscere “la bellezza un attimo prima dalla parte dei muschi/ eppure qualcosa si dimostra pronta nella/ luce”.
Sì, la luce, sorgente a cui tutto “Allusione alla flora” fa riferimento, con devozione e partecipazione, con in cui tornare all’origine, al primo battito: “tienimi al cospetto senza lampi o/ senza la parola che dica le primavere non/ servirà il conteggio delle parti/ infrante”. Per un adesso in cui rimanere.


dal libro:

d’altra parte: ecco l’aspetto domestico delle
piogge o – qualcosa in fiore invece non è
cambiata la terra incolta di cui si diceva

domani prepareremo la luce per
tutte le cose che digradano verso il mare – perché

lo splendore non è solo una forma di
riflesso è quello che mi aspetto


*

e venne uno a misurare la distanza fra le stelle
la posizione esatta del dolore ma
questo era possibile solamente dopo il buio – così

accanto al buio sostavano le domeniche


*

– mirabili comunque i tentativi degli
uccelli di educarsi alla terra –

ma io non ho voluto insistere perché
in questi luoghi gli abitanti pimati erigono
fortezze per i venti incisori e conducono sogni

oggi contraddice tutto ciò che si illumina e
compone foglie aderenti alla terra
saprà inoltrarsi nelle luce deviata non

aspettata capacità di separare i
cieli in un unico sguardo

lontano svolgono compiti di persuasione
davanti a moltitudini di fiori così
da una luce all’altra conosce la casa



Intervista a Paolo Artale:

I testi di “Allusione alla flora” vivono tutti nel riconoscimento di una frammentazione del reale, stanno in una sospensione che li pone all’attenzione del lettore. Ma è una frammentazione utile allo sguardo e alla scrittura per andare in profondità alle cose, oppure è proprio la nostra società attuale che si è disgregata, che ha perso unità e compattezza?
Direi entrambe le cose. La frammentazione riscontrabile nei miei testi non è nata improvvisamente, ma è stata raggiunta dopo vari stadi di scrittura, attraverso quindi i miei libri, soprattutto gli ultimi due. Il mio tentativo è appunto questo: rendere lo sguardo in grado di recuperare il suo compito, che è quello di soffermarsi, meravigliarsi e indagare lo stupore.
Il lettore quindi dovrebbe, attraverso la percezione del reale precario e frammentato, riconoscere e ridefinire “le cose”, riuscire a immedesimarsi in esse, che stanno purtroppo perdendo le loro importanza. Credo quindi che la mia scrittura sia approdata a questa necessità di pari passo con la mancanza di unità nella società, come la conosciamo oggi, anche se questo non è propriamente il fine della mia ricerca.

Ogni poesia sembra vivere di un attimo in più, sta in un tempo leggermente dilatato, in cui sembra prendersi il proprio respiro, il proprio dire. È l’opportunità che permette loro di vivere in una riflessione, per trovare la profondità del significato?
Sì, almeno spero. Sicuramente ogni testo vive di quel “proprio respiro” ma anche fa parte e lega ovviamente con il resto dei componimenti. In realtà, come ho già avuto modo di spiegare, la mia scrittura, non certo sperimentale ma credo di ricerca di un linguaggio che sia una diversa porta d’accesso alla percezione del confine con la natura e del suo “dire”, tenta anche di dipingere la natura stessa, un po’ come faceva Proust con il suo “pennello” in modo irraggiungibile.
Quindi fotogrammi che possano anche, forse, recuperare un tempo perduto.

“Allusione alla flora” mostra una poesia che vive di percezione, ancor prima che di senso e interpretazione. Mi sbaglio?
La percezione, l’ascolto, sono alla base della mia ricerca. Il senso e quindi l’interpretazione di ciò che avviene durante l’elaborazione dei testi sono una conseguenza. Cercare appunto di percepire e “ridire” ciò che la natura ci comunica, senza la sua necessità del “dire”, nasce anche dalla frequentazione, la lettura di poetesse come Glück e Oliver, Marianne Moore, maestre in questo stare sul confine.

Dostoevskij diceva che “la bellezza salverà il mondo”. E di ricerca di bellezza in “Allusione alla flora” ce n’è molta. Ma forse, ora come ora, siamo proprio noi ad avere la responsabilità di salvare la bellezza? E la poesia ne è uno strumento adatto?
La prima sezione del libro si intitola “la bellezza”, non a caso. Il mio primo tentativo è appunto quello di restituire la bellezza di ciò che ci circonda e che spesso dimentichiamo: se ci sia riuscito, non saprei. Certo è che il mio lavoro sulla scrittura controllata, sul linguaggio, sulla scelta delle parole, sulle pause, sugli enjambement, il tentativo di evitare cadute di stile conferma questa tensione.
A mio parere, la poesia è forse lo strumento primo con il quale restituire la bellezza, lo splendore.

Già dal titolo la presenza della natura in questo libro è fondamentale. Quale la sua importanza, il suo significato?
Come ho già avuto modo di accennare, tutti i miei libri sono incentrati su questa. Correndo anche il pericolo di essere etichettato come “poeta della natura”. Evitando digressioni tecniche che mi sembrano inopportune, credo di essere riuscito a evitare questo, anche se non sarebbe un dramma, non ostentando approcci sentimentali o descrizioni fini a se stesse. Quello che mi preme è suggerire al lettore qualcosa che poi dovrà tradurre.
Tutto questo soggettivamente, dato che io non credo nella rigida universalità. La natura non è solo quella che vediamo, la natura siamo noi, con la stessa libertà che noi vogliamo, senza limitazioni di sorta, incontrollabile e che ci sussurra dalla wilderness.

In queste pagine il tema luce è molto presente. Per mettere in evidenza, per svelare, per trovare l’origine del manifestarsi di ciò che accade. Che ruolo ha quindi la luce in “Allusione alle flora”?
Anche la luce, in questo libro come e forse più che negli altri, domina: non solo come veicolo per evidenziare, rendere visibile, ma soprattutto come contrasto al buio.
Questo potrebbe sembrare scontato ma non è così, a maggior ragione visto ciò che è stato detto in queste poche righe. Il suo ruolo è diventato indispensabile, una ispiera. Non voglio comunque svelare troppo: vorrei che il lettore si facesse guidare da questa luce.


L’autore:
Paolo Artale, nato a Busto Arsizio nel 1966, vive a Cantello (VA). Suoi testi sono apparsi su “L’Ulisse”, “Resine”, “Atelier”, “La clessidra”, “poeticodiario”, “Le vie della letteratura”, e “almanacco punto”.
Dal 2002 al 2005 è tra gli autori di “invisibile voce” poesia a teatro contro la guerra. Dal 2015 collabora con “puntoacapo Editrice” di Alessandria.
Ha pubblicato “La stagione sconosciuta” (Centro Stampa, 1998), “L’abbandono” (EOS Editrice, 1999), “Una specie di quiete” (Dialogolibri Editore, 2008), “Gli incanti” (Book Editore, 2010), “I meli” (Puntoacapo editrice, 2014) e “Conversazioni in giardino” (Contatti edizioni, 2022).
Ha ottenuto diversi riconoscimenti sia per l’edito che per l’inedito, tra i quali: la silloge “I meli” ha ottenuto la “menzione” alla XXVII edizione del premio Lorenzo Montano, sezione inediti; un testo tratto dalla raccolta inedita “Conversazioni in giardino” ha ottenuto la “menzione” al XXIX premio Lorenzo Montano.

(Paolo Artale “Allusione alla flora” pp. 31, 10 euro, Anterem edizioni 2024)




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ATTRAVERSAMENTI / PREHAJANJA

di Annibel Cunoldi Attems





Testo unico ————————

La bambina pugile – ovvero – la precisione dell’amore

di Chandra Livia Candiani


L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro.


Chandra Livia Candiani, un ampio universo

di Manuela Sallustio

La bambina pugile – ovvero – la precisione dell’amore” si apre con una poesia manifesto dell’intera raccolta poetica, stagliandosi in copertina come messaggio diretto, un’istantanea, le istruzioni per l’uso per conoscere la parte più umana ed essenziale di sé, l’incontro imprescindibile con l’altro e contemporaneamente delineare un’appartenenza a un noi più alto, un ampio universo, una coscienza primordiale, in cui ci si perde e ci si ritrova solo nella più autentica fragilità.

Così il disarmo delle ali diventa la condizione necessaria per vivere uno spazio condiviso, senza sovrastrutture, giudizio, finzioni, quello spazio di carità tra te e l’altro.
Ognuno in questo spazio impalpabile, un “non-luogo”, che diventa una zona franca fra sé e l’altro, raggiunge l’essenza più vera e la consapevolezza di essere parte di un tutto, un cosmo invisibile fatto di anime imperfette, sperimentando compassione, nella vera etimologia latina il sentire/soffrire insieme, che rimanda ad una profonda solidarietà cui si può giungere solo deponendo scudi e maschere, distruggendo muri di cinta, scoprendo la pelle alle intemperie dei giorni, girando col cuore in mano, per avvicinarsi senza nuocere.

La Candiani ci ricorda che non esiste amore là dove ognuno rimane intrappolato in se stesso, non esiste conoscenza di sé senza l’incontro con l’altro e tutto questo splendido viaggio della vita va fatto forse tenendosi compagnia, perché come diceva il filosofo Luciano De Crescenzo in fondo siamo angeli con un’ala soltanto, possiamo volare solo restando abbracciati.



Le autrici:

Chandra Livia Candiani è nata a Milano nel 1952. È di origini russe: la nonna è nata a San Pietroburgo, ha vissuto a Minsk e a Parigi per trasferirsi infine con la famiglia a Milano.
Dopo gli studi superiori si iscrive alla facoltà di Filosofia ma lascia gli studi per il lavoro.
Alla soglia dei trent’anni viaggia in India e dopo essere entrata in contatto con il buddhismo e la meditazione, nel 1986 assume il nome di Chandra, che in sanscrito significa luna, datole dal suo primo maestro, Rajneesh. Negli anni successivi sarà allieva di diversi altri maestri, tra i quali Ajahn Sumedho e Ajahn Sucitto.
È impegnata anche nella traduzione di testi buddhisti, nell’insegnamento della meditazione e nella attività di diffusione della poesia per i bambini delle scuole della periferia milanese.

(Chandra Livia Candiani “La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore” pp. 158, euro 13,50 Einaudi 2014)

Manuela Sallustio è nata a Palmanova (Ud) nel 1977.
Amante della musica, della letteratura e delle arti visive, pur avendo seguito un percorso di studi scientifici che l’ha condotta alla professione medica, ha sempre coltivato la passione per la scrittura, in forma di poesia, come urgenza espressiva del proprio sentire.
Con Massimiliano Bottazzo ha scritto e pubblicato la raccolta “Cicatrici dell’irrisolto”.
Ha ultimato la raccolta “Il beccare sull’ottone”.




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Porto Vecchio

ATTRAVERSAMENTI / PREHAJANJA

di Annibel Cunoldi Attems




Voce d’autore ———————

Lizeir, va via lizeir     Leggero, parti leggero

Stiefin Morat, “Conseis par viaçs interstelârs”

di Antonello Bifulco


Il viaggio come fuga rappresenta una delle spinte psicologiche, letterarie e filosofiche più antiche dell’umanità, oscillando costantemente tra il bisogno vitale di rigenerarsi e l’illusione di poter scappare da se stessi. L’atto di partire per “lasciarsi tutto alle spalle” racchiude due sfaccettature profondamente diverse: una la fuga “negativa” che si verifica quando il movimento fisico viene utilizzato come anestetico per non affrontare problemi personali, traumi o insoddisfazioni e in questo caso, il viaggio è un tentativo di seminare i propri pensieri, che tuttavia si ripresentano intatti alla fine del tragitto. Due la fuga “positiva” (teorizzata anche da Henri Laborit nel suo saggio Elogio della fuga), cioè allontanarsi da un ambiente tossico o saturo diventa l’unico modo per preservare la propria integrità emotiva, rompere la routine permette di resettare la mente e trovare prospettive creative altrimenti invisibili.
Conseis par viaçs interstelârs” di Stiefin Morat edito da Kappa Vu Edizioni è sicuramente una fuga “positiva”, un riparo che accoglie, con le sue parole, chi sta perdendo, che avvicina il senso di comunità in un mondo che tutto crea e tutto distrugge.
Cinque capitoli scritti nella lingua Friulana/Morattiana, cinque luoghi che raccontano un viaggio inter-stellare alla ricerca di se stessi, del bene perduto, dei sogni che son diventati guerra, paura e laceranti gemiti delle nostre fragilità. L’autore usa l’Altrove sconosciuto per darci consigli, per farsi domande, e rimane in attesa di risposte dal lettore che sgualcirà queste pagine, questo libro carico di energia. In ogni viaggio vi è sempre un posto dove partire, una stazione, un marciapiede, un porto e lui dal porto ci dice: “Lizeir, va via lizeir/ parçè che nissun non tal inaltrò/ coventarà” (Leggero, parti leggero/ perché nessun nome nell’altrove/ servirà), spogliarsi quindi delle cose inutili per alleggerire la nave, se stessi e il luogo che raggiungeremo, lasciare ciò che ci avvelena sperando nell’innocenza di ciò che si troverà.
Studia che i no ti sâs trop che il nuia al dura” (Affrettati, che non sai quanto dura il nulla), che è il nulla di ciò che stiamo vivendo e di ciò che forse troveremo, un porto sicuro? Un luogo accogliente? Ma quanto durerà.
E poi la felicità, nonostante tutto, alla faccia di questo senso di vuoto, al peso che perderemo in questa nuova gravità: “Frut che ti crodis al miluç ingranât,/ a la felicitât ch’a sporcja/ li mans: chistu al è il to/ spin/ chistu il to partî” (Ragazzo che credi al melograno,/ alla felicità che sporca/ le mani: questo è il tuo/ rovello/ questo il tuo partire).
Il Viaggio che inghiotte tutto, che sarà solo buio nel buio che ruota, aspettando altre oscurità e “Dut il cuarp al va e encja tu i ti sôs/ chel çidin colâ// A votçentmil chilometros a l’ora” (Tutto il corpo va e anche tu sei/ quel silenzioso cadere// A ottocentomila chilometri all’ora).
Si sente, si assapora, la continua ricerca umana di un confine, uno qualunque, il poeta pare chiedersi se viaggiare alla fine non è un confine esso stesso, nella poesia, il confine non è mai solo una linea geografica, i poeti usano il confine non per dividere, ma per esplorare la complessità dello spazio interiore, la tensione tra il sé e l’altro, l’ambiguità tra ciò che finisce e ciò che comincia.
Stiefin Morat va e si scontra con l’Altro, è uno scontro amichevole forse perché l’Altro e l’Io sono alla fine uguali: “chistu che tai to vui al art/ al è il nouf, al è l’Altri/ E tu, encjamò par un nuia, di four/ peraulis no ti âs, no ti âs la vous// E dut al zira e al tâs e lui compagn/ a nol à vous/ Davant dal Altri, davant dal nouf” (e questo che nei tuoi occhi arde/ è il nuovo, è l’Altro/ E tu, ancora per un niente, da fuori/ non hai parole, non hai la voce// E tutto gira e tace e lui ugualmente/ non ha voce).
Un libro che avvicina a se stessi, agli altri partendo da noi stessi, un libro che vuole essere una verità scomoda, un suono senza tempo. La verità che è una nuvola pronta a far festa e sta a noi allontanare la pena, ogni pena, prima che la primavera appena sbocciata la copra come un’ombra: “Prin che la viarta flurida/ a ni cuviarzi coma un’ombrena”.


Dal libro:

Lizeir, va via lizeir
parçè che nissun non tal inaltrò
coventarà

E ogni clap nol sarà clap
nol sarà stone, حجر, jiwe o 石頭
E cussì pa l’arba, il pes l’ongula e il criviel

I vocabolaris a saran vueits
coma l’infiar

Miour se i ti tachis una maia sot
ch’a ti tegni tal freit cosmic
e un pûc di fen par un pivet
di impiâ bielzà lontan,
zint jù viars di Saturni e il mont

Leggero, parti leggero/ perché nessun nome nell’altrove/ servirà// E ogni sasso non sarà sasso/ non sarà stone, hajar, jiwe o shitou/ E così sarà per l’erba, il pesce, l’unghia e il tostapane// I vocabolari saranno vuoti/ come l’inferno// Meglio se indossi una maglietta intima/ che ti ripari nel freddo cosmico/ e un po’ d’erba per una tisana/ da sorseggiare quando sarai già lontano/ andandotene verso Saturno e l’infinito


*

Coma in chê volta, in bicicleta in
tun bosc di conifaris. Nol era
nuia, nissun al era ch’a nol
fos aria tal bosc e i
eris ulì a spetâ il cunfin: una
linia, una stangja ch’a disès a
rût çe ch’a stava di là e çe ch’a
restava di ca
Ch’a segnàs la diferença, la
glova ch’a divît il len, il nûl e
la peraula

Ma dut al era simpri chel e al
era doma bosc e aria tai
lens
e i pedalavis, i pedalavis, i
pedalavis encjamò

Come quella volta, in bicicletta in/ un bosco di conifere. Non c’era/ nulla, nessuno c’era che non/ fosse aria nel bosco ed/ eravate lì ad aspettare il confine: una/ linea, una sbarra che dicesse/ chiaramente cosa stava di là e cosa/ restava di qua/ Che segnasse la differenza la/ biforcazione che divide l’albero, la nuvola e/ la parola// Ma tutto era sempre lo stesso ed/ era solo bosco e vento negli/ alberi/ e pedalavate, pedalavate/ pedalavate ancora


*

Cunsidera se chista lûs eis lûs e
chei che a svualin a son scjaps che i
ti recuardis. Cunsidera se l’aga eis
aga e la salata e il cunin e il tun
siarât tal sbussulot. Cunsidera il
sgomâ di una machina, la spesa a
la Coop e a la Despar. Cunsidera la
domenia, la sabida o una dì normâl
Cunsidera una fiesta, cu li fantatis che
a ridin e i fantats noçents e dut çe
che a coventa
Cunsidera l’Altri davant di te e
la strada e il vueit ingrumât tal
viaç siderâl

E cuant ch’a eis neif, eis neif

Considera se questa luce è luce e/ quelli che volano sono stormi che/ ricordi. Considera se l’acqua è/ acqua e l’insalata e il coniglio e il tonno/ chiuso in scatola. Considera lo/ sgommare di una macchina, la spesa alla/ Coop e alla Despar. Considera la/ domenica, il sabato o un giorno normale./ Considera una festa, con le ragazze che/ ridono e i ragazzi innocenti e tutto quello/ che occorre/ Considera l’Altro davanti a te e/ la strada e il vuoto ammassato nel/ viaggio siderale// E quando è neve, è davvero neve


*

Cuant che l’om al è disgotât su la Luna
nol era rivât, par disi, a Perseo o Cassiopea
che al è un salt di alc, encja se simpri dentri
di chista gruza galatica che par furlan a clamin
Stradalba o Strada dal Paradîs

Dismontât dal Lem al à dita cuatri peraulis
ta la lenga pi ordenaria dal mont
al à plantât la bandiera dal so stât
e al varès podût encja zontâ un
Oh là! Orcodio! Coma se al fos in ostaria
a Mussons o a Talmassons

Par disi, il miò amic Raffaele
su la Luna nol varès metût bandieris
o sacor doma chê dai piratis
Al varès plantât un würstel crût
pissât un butilion di merlot e
savariât intuna lenga piçula e barbara

Ma Raffaele nol era ordenari o volgâr
e al à lassât piardi la Luna, l’ingleis e
dutis chês brauris di pûc
Cu la sô nâf spaziâl al à mirât l’infinît
e al è rivât a scjampâ prin che
i umans a butassin jù la puarta

Quando l’uomo è sgocciolato sulla Luna / non era arrivato, per dire, a Perseo o Cassiopea / che è un salto di qualcosa, anche se sempre dentro / questa crosta galattica che in friulano chiamano Stradalba o Strada del Paradiso // Sceso dal Lem ha pronunciato quattro parole / nella lingua più ordinaria del mondo / ha piantato la bandiera del suo stato / e avrebbe anche potuto aggiungere un / Oh là! Perbacco! Come se fosse in osteria / a Mussons o a Talmassons // Per dire, il mio amico Raffaele / sulla Luna non avrebbe messo bandiere / o forse solo quella dei pirati / Avrebbe piantato un würstel / pisciato un bottiglione di Tocai e / vaneggiato in una lingua piccola e libera // Ma Raffaele non era ordinario o volgare / e ha lasciato perdere la Luna, l’inglese e / tutte queste presunzioni di poco conto / Con la sua nave spaziale ha mirato l’infinito / ed è riuscito a scappare prima che / gli umani abbattessero la porta


*

L’om su la cleva al sbridina arbis,
radîs. A no lu sa, ma al è encja lui
vidigula. Al è piera, ploia di atoms
di strissinâ a cjasa. Al è odour. E
dut al è odour: la cjasa, la piera, la
cleva, lui. Lui al è nasâ di bestia, di
bocja fraida, di piel e peil distirât a
suiâ ta l’arba. Al è un ragn e la sô tela a
è di pas, di vui, dal frutan ch’a ti
slungja, di pâs e di cuntindi. Al è in
plena lûs, una lûs plena di comandaments e
ch’a si invia di là dal cret ,di là
dal crodi. E l’univiars a son peraulis, a
son penseirs ch’a sbruntin, una galeta
ch’a si slargja. E no lu san, ta li radîs,
ta li arbis che di fadia al sbridina su
la cleva, l’om, il ragn, la sô dulia
e la sô pena

L’uomo sull’erta strappa erbe,/ radici. Non lo sa, ma è anche lui/ infestante. È pietra, pioggia di atomi/ da trascinare a casa. È odore. E/ tutto è odore: la casa, la pietra,/ l’erta, lui. Lui è odore di bestia, di/ bocca marcia, di pelle e pelo disteso ad/ asciugare sull’erba. È un ragno e la sua tela/ è di passi, di occhi, della frutta che ti/ allunga, di pace e di contesa. È in/ piena luce, una luce piena di comandamenti e/ che si avvia oltre la roccia, oltre/ il credere. E l’universo sono parole,/ sono pensieri che spingono, un bozzolo/ che si allarga. E non lo sanno, nelle radici,/ nelle erbe che a fatica strappa sull/ erta, l’uomo, il ragno, il suo dolore/ e la sua pena



Intervista a Stiefin Morat:

Per molti poeti il tema del viaggio è un approdo fondamentale per ritrovare se stessi. Montale ironizzava sull’ansia umana di pianificare tutto il viaggio, suggeriva invece che la vera essenza del viaggio viene fuori quando i piani falliscono e l’inaspettato prende il sopravvento. Tu consigli di lasciare tutto e intraprendere viaggi interstellari, da cosa nasce questo desiderio e come nasce questa silloge?
Concordo: ogni storia, tutta la storia sembra un cabaret ironico di piani pensati nel particolare e poi andati a catafascio o, al contrario, riusciti proprio perché hanno disatteso i piani. Ma i piani, i viaggi, sono propri degli esseri animati e inanimati, perché il movimento è proprio di ogni essere.
Ecco, in questa silloge io cerco di parlare del movimento come archè, come principio. Ed è tragico, perché il movimento è assieme ineludibile e inumano. Ci si muove per necessità, per fame, per guerra, perché discriminati o perseguitati, per i mutamenti climatici o per la volontà di un potere, ma ci si muove anche per curiosità, per desiderio, per amore, per un impulso di vita o di morte.
La raccolta parte dal conato che ci obbliga al movimento e dal suo scacco, perché il movimento conduce sempre nell’altrove che, spesso, non è luogo umano.

A chi sono rivolti i consigli per questo viaggio? Leggendo il libro ho pensato all’incipit del film Mediterraneo che Salvatores dedicava “A chi sta fuggendo”, tu a chi dedichi questo viaggio?
Ho amato Mediterraneo e il riferimento al libro di Laborit, Elogio della fuga. Ricordo però anche Caro diario di Nanni Moretti, con il capitolo dedicato alle Isole. Quella parte era una risposta alla fuga proposta da Salvatores e la questione resta aperta: fuggire per salvarsi o salvarsi lottando? O ancora, più in là, disertare. Disertare ogni guerra che sistematicamente viene costruita, disertare questo sistema economico e politico che sta distruggendo il pianeta.
Questo mio piccolo lavoro lo dedico a tutti, ma soprattutto a quella parte ultima di umanità, che numericamente è la maggioranza, che si muove perché ha perso tutto e che nel muoversi perderà ancora: perderà la lingua, la voce, la visibilità, perderà il corpo e potrà essere bruciata viva, ad esempio, dentro una macchina, affinché sia chiaro qual è l’ordine delle cose.
Ecco, questo è il viaggio interstellare: è il corpo proiettato nell’inumano, è l’annichilirsi nel vuoto cosmico.

Consigli di spogliarsi di tutto il superfluo: “Leggero, parti leggero/ perché nessun nome nell’altrove servirà”, di abbandonare i condizionamenti e di affrettarsi visto che “non si sa quanto dura il nulla”, perché spogliarsi di tutto e questo nulla avrà una fine?
Ho cercato, in questa mia raccolta, di mettere assieme più percorso di lettura. Ce n’è anche uno, diciamo così, più ironico. Il consiglio è quello che darebbe una madre: prenditi una maglia, riguardati, ma allo stesso tempo, appunto, parti leggero, non attaccarti a nulla, perché ogni cosa si appoggia sul nulla.
Il nulla, inoltre, non è la cosa peggiore che può capitarti nel viaggio. Il nulla può essere anche un privilegio, il privilegio di uno spazio altro, sospeso, una sorta di riparo, anche se è una condizione che, la voce narrante avverte, non può durare per sempre.

Che posto hanno le illusioni, la nostalgia, i ricordi in questo viaggio?
Raccontando di movimento, ci si riporta alle cause del movimento, ad esempio una causa efficiente o una causa finale. Ci muoviamo spinti da qualcosa o per giungere a qualcosa. In ogni caso, c’è posto per tutto, per illusioni, nostalgia, desideri, ricordi o, anche, per nessuno di essi.
A volte si parte d’impeto, in apnea, ci si getta. La gioventù, poi, è gettarsi allegro, è, come ho scritto nella composizione che introduce la raccolta e che cita, a modo suo, un brano di Pasolini: “pisciare allegri contro un cielo nero”. È la gioventù, è la leggerezza. È una fortuna.

Altro, che sei pianta, pietra, pulviscolo/ Altro che sei veleno e dente e la/ pioggia. Che sei festa/ E io per te lo stesso”, questo viaggio può essere interpretato come un viaggio interiore alla ricerca dell’Altro che alla fine risiede in noi?
In questa sezione della raccolta mi sono riferito, particolarmente alla visione filosofica di Lévinas e al suo lavoro Totalità e infinito. Ho visto il viaggio come l’arrivo in un altro luogo, in un pianeta alieno, un pianeta dove chi arriva è un grumo invisibile e senza voce e, qui, trova l’Altro, ha davanti l’Altro. Lui è altro da noi e, ed è vero, noi siamo altro per lui e ciò attiva un gioco di specchi.
Due erano le cose fondamentali che volevo comunicare: uscire da una dimensione chiusa, centrata su noi stessi, è un viaggio enorme, è davvero interstellare o, addirittura, intergalattico.
In secondo luogo, da questo viaggio ci si salva, si trova approdo, se ci si accorge dell’Altro, se lo si incontra. Se non si arriva a ciò, accade come all’astronave Aniara. Aniara è un poema bellissimo scritto dal premio Nobel Harry Martinson nel 1956 e descrive un’astronave che parte dalla Terra diretta a Marte e che, per un guasto, va fuori rotta e si perde nel vuoto cosmico.
Quest’opera mi ha molto ispirato per questa mia raccolta. Ad ogni modo, quando si giunge davanti all’Altro ci sembra di essere salvi, ma questa è la sensazione di un attimo, perché – è la domanda – cosa faremo davanti all’Altro? E cosa farà l’Altro davanti a noi?

È la necessità o è l’amore che ci riportano al punto di partenza?
Continuo la riflessione precedente rifacendomi a quello che è un topos della cultura occidentale a partire da quella greca. Philoxenos, l’amore, la filìa, la vicinanza per lo straniero, per l’Altro, appunto. Questa tradizione, che è tradizione di accoglienza, ci dice: prima di tutto salvi il naufrago che hai davanti, lo disseti, lo sfami, lo vesti e dopo – solo dopo – gli chiedi chi è e gli dici il tuo nome.
Bisogna conoscersi, trovare il volto dell’Altro e, nell’Altro, riconoscersi. I droni servono (anche) a questo: a impedire di trovare il volto, di incontrare l’Altro.
Chiedi se è necessità o amore che ci porta. Come dicevo prima, è ogni forza che ci fa muovere. L’amore, inoltre, è una necessità, come la fame e come la bellezza.
Se mi è permesso fare una divagazione, una trentina di anni fa il governo della repubblica italiana diceva che con la cultura non si vive e, allo stesso tempo, mostrava gente felice che ringraziava altra gente che aveva le borse piene di roba appena comprata. Far girare l’economia! Indicare che è attraverso il consumo (e lo spreco) che si arriva alla felicità! E sulla cultura: l’unica risposta che si dava a quell’affermazione becera era balbettare che anche la cultura poteva far girare l’economia, produrre reddito! Ma si sarebbe dovuto urlare, invece, che senza la cultura, senza l’arte non c’è possibilità di vita! Non c’è vita senza musica, non c’è vita senza poesia e la felicità va trovata nell’incontro gratuito, nella festa, non in un centro commerciale o nel grafico del profitto di un’azienda!
Tornando alla tua domanda, però, vorrei dire che non si torna al punto di partenza. Il viaggio interstellare, che si conclude davanti all’Altro, è l’approdo in un altro mondo, non un ritorno sulla Terra. Dal viaggio, da qualunque viaggio, non si torna mai.

L’uomo sull’erba strappa erbe,/ radici. Non lo sa, ma è anche lui infestante”, lapidario il richiamo alla fine di questa tua raccolta, riuscirà un giorno l’uomo ad accorgersi che è una piccolissima parte di questo pianeta e che dovrebbe condividerlo con tutto il creato?
La Rivoluzione copernicana è una delle pietre della modernità: la scienza ci dice che la Terra non è il centro dell’Universo. Sono passati cinque secoli e altre acquisizioni sono state fatte e tutte a scapito dell’essere umano. Siamo marginali, minuscoli, inadatti a qualunque cosa che non sia vivere sulla crosta di questo pianeta, riparati da un fragile equilibrio di radiazioni e di temperatura. Il maiuscolo galattico e il minuscolo delle particelle subatomiche ci devastano.
Eppure, questa vastità, in qualche modo, ridona centralità alla Terra, perché soltanto qui è possibile quella che chiamiamo vita. È plausibile l’esistenza di altri pianeti abitabili, ma è inattuale: è più facile raggiungerli con la meditazione che con una nave di carta stagnola alimentata con un motore diesel. Bisognerebbe allora prendere sul serio la Rivoluzione copernicana, ma nel senso di pensarsi come parte in una serie infinita di relazioni con altri esseri, animati e inanimati.
Senza pensarsi figli prediletti di qualche dio, senza ritenersi superiori perché dotati di quello che chiamiamo “raziocinio”. Dovremmo pensarci nuvola in una nuvola, natura nella natura, come un gatto, un ragno, una pietra o un elettrone. Senza gerarchia, senza razzismo alcuno.

Quale l’importanza, se c’è, del rapporto con i Trastolons in questi Viaggi Interstellari?
I Trastolons sono amici, complici, compagni di viaggio. Ci frequentiamo ormai da trent’anni e in questo periodo abbiamo condiviso tanti momenti. Ogni pensiero poetico, in un modo o nell’altro è in relazione con loro. E qui torniamo a quello che dicevamo all’inizio: la pianificazione del viaggio. Trastolons vuol dire partire dalla consapevolezza della vanità di ogni progetto, di ogni pianificazione. Non che questa non esista, ma viene continuamente e naturalmente vanificata dagli universi che la circondano.
Essere Trastolons vuol dire procedere a onde, barcollare, andare facendosi andare, tentare di arrivare con leggerezza, con meraviglia. Non ci potrebbero essere compagni di viaggio migliori.

L’autore:
Originario di Morsano al Tagliamento (Ud), Stiefin Morat (Stefano Moratto) scrive – prevalentemente in friulano – poesia e prosa. A partire dagli anni Novanta si è avvicinato a diverse realtà culturali, come il Gruppo Majakovskij, il movimento di cultura rivoluzionaria friulana e planetaria “Usmis”, il collettivo poetico dei “Trastolons”, ed è stata assidua la sua partecipazione a performance ed eventi. Ha tradotto dallo sloveno “Il frut e il soreli” di Srečko Kosovel (1999).
Ha pubblicato i suoi testi poetici in riviste e antologie, come “Tons trastolons. Poets cence leç par une lenghe caraibiche” (1998) e “Tananai” (2018), e nelle raccolte “Isulis” (2009) e “Conseis par viaçs interstelârs” (2025).
Sono suoi due innovativi romanzi della letteratura contemporanea in friulano, “Donald dal Tiliment” (2000) e “Kebar Krossè” (2016), mentre in italiano ha scritto “A zero g” (2022).
A partire dal romanzo “Donald dal Tiliment” sono stati realizzati un radiodramma trasmesso dalla Rai regionale e il video “Mugulis. I ultins piratis dal Tiliment” (con Giorgio Cantoni, 2007), premiato alla “Mostre dal Cine furlan”.
Alcune sue poesie sono state musicate da vari gruppi musicali, come i Kossovni Odpadki, i ’Zuf de Žur, la Bande Zingare, gli Arbe Garbe.




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ATTRAVERSAMENTI / PREHAJANJA

di Annibel Cunoldi Attems





Voce d’autore ———————

La parola illumina un istante

Francesca Piovesan, “L’obbedienza dell’acqua”

di Giovanni Fierro


È uno scorrere fluido, di verso in verso e di sezione in sezione, la nuova raccolta poetica di Francesca Piovesan, a titolo “L’obbedienza dell’acqua”.
Si muove di una sua sinuosità, questo scrivere che interroga e pone punti di riferimento, che costruisce una soglia dove la percezione è forza che trasforma, nel respiro più ampio di una natura sempre presente e sempre importante.
Il rapporto vita-parola si fa intenso, misura la propria prossimità all’esistenza, ma anche interroga la Poesia stessa, il modo di affidarsi al suo scrivere. Questo è già chiaro nella prima sezione, “E la parola riaffiora”, dove “Trasognato sfiori con occhio di cielo/ – sferzato dalla salsedine – un punto/ un fuoco che arde oltre la nuvola./ I tuoi gesti si fanno pupilla/ nel sodalizio unisono”, a cercare quel nucleo di senso che può rimanere, utile a costruire una durata di significato, quando “la parola/ si impadronisce dello spazio/ nell’inverno caldo delle mani”. A cercare sempre un qualcosa di assoluto, con cui creare un legame, “la parola illumina un istante/ polvere in controluce”.
Tutto questo viene poi rafforzato dalla sezione che esegue, “La vita nella parola”, dove Francesca Piovesan focalizza ancor di più il perché della parola: “La vita deve trovare/ la sua parola perché senza è il nulla”. E in questa verità va incontro all’esprimersi, al dare forma ad ogni manifestarsi dell’anima, anche quando questo movimento è tutto da intuire, “Esistiamo nel dire prima ancora/ che nel fluire/ del fiume sotterraneo del fato”, o completamente da riconoscere nella sua originalità, “Tutto è capovolto/ a trovare una zona di confine/ tra felicità e dolore./ Vivere sul limitare./ Giorni sospesi su un dubbio obliquo”.
Sì, “Le parole hanno un corpo/ nel suono di tutto ciò che esiste”, e allora tutto si apre ad un respiro più ampio, ricco nello stare al mondo, anche se si è costretti ad attraversare quella fragilità che in filigrana appartiene ad ogni giorno del mondo.
“L’obbedienza dell’acqua” è riconoscere attrito e meraviglia, è trovare la traccia di ogni accadimento, il suo gesto e il suo profumo.
Il corpo della poesia è il corpo della parola, che nella sezione “Le parole di natura” incontra un ulteriore svelamento di senso, in un confronto necessario, perché “Il bosco respira/ un’onda verde di resina e vento/ s’infrange e dissolve/ – abbraccio di foglie –“, e “Mi aggrappo alla forza dei larici/ e risalgo la notte fino a cercare il giorno”, in un momento che è attimo di silenzio profondo e universale: “Lieve sfarina il cielo e si fa quiete./ Tacciono i sensi”.
La natura è così interlocutore privilegiato, capace di una attenzione speciale e particolare, sembra dirci Francesca Piovesan, in un guardarsi allo specchio che sa tanto di autoritratto, “Settembre – fine e inizio – ti somiglia”.
Il fluire di questo libro, si diceva, e così è, in queste poesie che mostrano trasparenza e forza, che muovono il tempo e lo vivono come clessidra a scadenza, ma anche scorrere che è forza e direzione, come riesce solo alla migliore poesia, quando non ha paura di mostrarsi, controluce e dentro l’esistente.
I testi de “Le parole del freddo” portano il libro alla sua conclusione, foce a cui indirizzare tutto il dire de “L’obbedienza dell’acqua”, luogo appartato e intimo, ma aperto al mondo, quando in modo gentile chiede di condividere il tempo di una presenza. Ma è anche uno spazio aperto alla fine, un paesaggio a cui comunque appartenere, dove i toni si fanno più delicati, per uno stare in un sentire che si fa assoluto, “Richiamo e vertigine dentro/ – nel denso – è un’eco profonda”, dove rinnovare ogni sorgente possibile, “L’ultima parola: ciò che non è stato”.
Francesca Piovesan con questo suo nuovo libro rinnova il patto tra poeta e parola, in quella tensione di attenzione reciproca che fa tendere lo scrivere alla bellezza.


Dal libro:

IV

Luce riverbera il silenzio stupito
del bello e poi si spegne.
Non c’è più illusione che muove.
Fino a che un giorno – nel sole –
il verde-prato ricompare e con lui
i lineamenti del sentire.


*

XII

Ombre si allungano sul muro
nel sole torrido.
Indistinte parvenze si sciolgono
sull’asfalto in passi molli.
Si trascinano addosso
il peso del caldo,
si guadagnano il traguardo
della luce calante
che restituisce i volti.


*

XLIV

Settembre mese di luce perfetta.
Vedi il cielo specchiarsi
di nuvole e palazzi
– macchie d’ombra fredda –
mentre le promesse irretiscono
calme come la calma
irrequieta degli inizi
inebriante e intensa
terra che s’imbruna.
Settembre – fine e inizio – ti somiglia.


*

XLIX

Richiamo e vertigine dentro
– nel denso – è un’eco profonda.
La morte, un buio perverso
che cresce e riempie,
uno squarcio che crepa, non duole.
Il tuo occhio è vuoto.


Intervista a Francesca Piovesan:

Tutto “L’obbedienza dell’acqua” è un fare il punto sull’importanza della parola, è un chiedersi continuo della sua identità. Da cosa è nato questo desiderio, questo bisogno, che poi ha alimentato tutto il libro?
Il bisogno di riflettere sulla natura della parola è nato dalla presa di consapevolezza della potenza che essa esercita nell’esperienza del reale. La sua è una presenza continua e decisiva, perché è attraverso il linguaggio che il mondo prende forma, si articola. Questa evidenza si rende manifesta quando si osserva in particolare la parola poetica, che non si limita a svolgere una funzione comunicativa, ma mette in crisi la trasparenza del linguaggio, rivelandone la densità, l’ambiguità, la potenza generativa. Le parole, infatti, sono lo strumento con cui nominiamo il mondo eppure a volte ci si dimentica della responsabilità che il loro impiego comporta.
Durante la scrittura de “L’obbedienza dell’acqua” è emerso il desiderio di portare questa riflessione a un livello più originario: osservare la parola nel suo farsi, nel momento in cui ancora coincide con l’intuizione, l’ascolto, l’urgenza espressiva. In questa prospettiva, il linguaggio non è più uno strumento, ma un campo di forze in cui l’essere stesso prende forma e si lascia intravedere.
Il libro si configura così come un dialogo continuo con il linguaggio poetico, inteso non come variante stilistica della parola ordinaria, ma sua eccedenza ontologica.
Se la parola quotidiana tende alla definizione, alla funzione puramente comunicativa, la parola poetica apre invece uno spazio di opacità e di polisemia, in cui il senso non si chiude, ma si moltiplica. È una parola che non esaurisce ciò che nomina, ma lo riattiva, lo rende nuovamente interrogabile.
Non si tratta, dunque, di una ricerca di definizioni risolutive, quanto piuttosto di un attraversamento di domande: un esercizio di ascolto del linguaggio nella sua dimensione più vitale.
La parola, come l’acqua, non conosce una forma definitiva, ma assume configurazioni sempre mobili, adattandosi ai contesti e seguendo traiettorie proprie.

Perché poi, in un tempo come il nostro, dove la parola è svilita e maltrattata – penso ai facili slogan politici, alle frasi a puro uso commerciale, all’equivoco continuo a cui il significato della parola è usato nella comunicazione e nei social – tornare a darle importanza e senso è un qualcosa che va oltre al solo pensarla in ambito poetico. È così?
È una considerazione che certamente condivido: il problema è la tendenza generale alla riduzione della complessità del significato, che investe il linguaggio nella sua interezza. In questo senso, il lavoro sulla parola poetica non si pone come gesto di separazione elitario rispetto alla lingua comune, ma come tentativo di sollecitare una consapevolezza che riguarda il linguaggio in quanto tale.
La parola, anche nella sua funzione quotidiana, non è mai neutra: porta con sé stratificazioni storiche, implicazioni simboliche, zone d’ombra che spesso vengono rimosse in favore di una comunicazione immediata e funzionale.
La poesia interviene precisamente in questo punto di tensione, non per correggere l’uso comune della parola, ma per renderne nuovamente percepibile la densità, la risonanza, la possibilità di superare la funzione informativa. In un contesto comunicativo in cui il significato tende a essere consumato rapidamente, la parola poetica introduce una forma di rallentamento percettivo e interpretativo, che obbliga il lettore a sostare nel linguaggio invece di attraversarlo distrattamente.
Ritornare a dare importanza alla parola, allora, non significa soltanto rivendicare una sua purezza originaria, ma riconoscerne la complessità costitutiva. Anche nelle forme più esposte alla semplificazione contemporanea, il linguaggio conserva una potenzialità di senso che può essere riattivata.
La poesia non si configura come un ambito separato, ma come una soglia critica, uno spazio in cui il linguaggio viene rimesso in questione e con esso il nostro modo di abitare il reale.

“L’obbedienza dell’acqua” è anche l’attimo che si fa soglia, il luogo aperto verso il sentire, dove la percezione (anche di sé) diventa lo strumento per accorgersi dell’accadere. È il raccontare di quel momento finito che si fa universale?
Il lavoro poetico si svolge nel margine sfocato del reale, in una zona di limes in cui il linguaggio non è ancora intervenuto a fissare i contorni delle cose e, in questo spazio di indeterminazione, si colloca la funzione del poeta, intesa come forma di attesa attiva, di ascolto. La parola poetica non è uno strumento già disponibile, ma un evento che accade e il poeta non la possiede in anticipo, bensì la attende, in un certo senso la riconosce nel momento stesso in cui si genera. È una parola che nasce da un istante di intensificazione percettiva, quasi epifanico, in cui l’indistinto del mondo subisce una improvvisa messa a fuoco: ciò che prima era fluido, si condensa per un attimo in un’apparizione che il linguaggio riesce a trattenere cosicché la parola poetica sottrae per un istante il reale alla sua indistinzione.
Dunque intervenire sulla parola significa intervenire sul modo in cui il mondo viene percepito e abitato. La poesia, modificando le strutture del dire, altera lo sguardo, crea connessioni inedite, rende visibili relazioni che nella percezione ordinaria resterebbero latenti.
Il movimento proprio della poesia non consiste in una trasposizione del particolare verso l’universale in senso astratto o concettuale, ma nel frammento di senso, di irriducibile singolarità, che si fa universale attraverso l’atto poetico.
Ciò accade perché il poeta non generalizza l’esperienza, non la astrae né la riduce a paradigma, ma la mantiene nella sua tensione originaria. Il frammento che egli intercetta acquista una capacità di risonanza che eccede il suo dato immediato.
L’universalità non è un contenuto che la poesia aggiunge, ma una qualità che emerge dall’intensificazione del frammento stesso che raggiunge un tale livello di evidenza da renderlo riconoscibile come esperienza condivisibile perché capace di accendere in ciascuno un’analoga zona percettiva. La poesia non unifica il mondo dall’esterno, ma ne rivela la comune intensità interna, facendo del singolo evento linguistico un punto di accesso a una dimensione condivisa dell’esperienza.

La sezione “Le parole di natura” ha già chiaro nel titolo il proprio perché. Quale l’importanza della natura, e quale il suo dialogo con il fare poesia?
La Natura è il luogo in cui avviene l’atto epifanico; essa per un attimo si apre al poeta e la parola fluisce. Le parole si possono pensare già tutte racchiuse nella Natura che è totalità vivente dell’essere, gorgo originario da cui ogni forma emerge. La poesia nasce quando il poeta entra in risonanza con questa energia prelogica ed è per tale motivo che il poeta non domina la lingua, piuttosto ne è attraversato e il linguaggio nasce da una corrispondenza originaria tra le cose e il loro nome. Per questo la poesia ha sempre qualcosa di inaugurale, poiché non ripete il reale, ma lo fa accadere.
La Natura custodisce le parole come possibilità silenziose e per un istante il mondo si lascia leggere dal poeta.
Si impone, poi, un’ulteriore riflessione: se le parole abitano già la Natura, allora il linguaggio quotidiano appare come una forma decaduta della parola originaria. In effetti la poesia tenta continuamente di tornare a quella sorgente perduta; ogni poeta cerca di restituire alle parole la loro forza aurorale, la loro capacità di aderire alle cose.
È ciò che fa Giuseppe Ungaretti, quando scava nella nudità della parola, o Andrea Zanzotto, quando cerca nella lingua le tracce geologiche del paesaggio e della memoria. In questa prospettiva, la poesia è un’esperienza che riguarda il modo in cui l’essere si manifesta all’uomo.
Il poeta è qualcuno che sa sostare nell’indistinto senza fuggirlo, attendendo che da esso emerga una forma: la poesia è precisamente questo passaggio dall’informe alla figura, dal silenzio alla parola. È come se le cose desiderassero essere dette e il poeta, ascoltando questo desiderio muto dell’essere, gli prestasse la voce.
Per questo motivo la poesia dà sempre l’impressione di essere insieme scoperta e reminiscenza: quando leggiamo un verso abbiamo la sensazione di riconoscere qualcosa che era già dentro il mondo e dentro di noi, soltanto in attesa di essere nominato.

Altro tema importante del libro è la Bellezza. Sia come realtà a cui tendere, di cui curare lo svelamento per custodirlo, sia come fenomeno la cui fragilità la mette sotto assedio, a rischio di estinzione. E c’è una frase che, secondo me, contiene molto bene questo: “Solo puoi dirne il ricordo/ immagine di un dentro che circonda”. Cosa ha significato quindi trattare il tema Bellezza all’interno di “L’obbedienza dell’acqua”?
La Bellezza rappresenta un’esperienza conoscitiva che si manifesta nei momenti in cui la superficie del mondo lascia trasparire una profondità ulteriore e coincide con l’intuizione di una totalità che non si offre mai direttamente, ma che si lascia intravedere attraverso un disvelamento momentaneo.
La Natura è il luogo in cui avviene l’improvvisa percezione di una trama di significati che eccede l’immediatezza del dato sensibile, è il momento in cui il frammento si apre al Tutto e l’apparente autosufficienza delle cose viene attraversata dalla consapevolezza di una relazione più ampia che le comprende e le supera.
I versi “Solo puoi dirne il ricordo/ immagine di un dentro che circonda” alludono alla consapevolezza che ciò che fonda il senso non possa essere posseduto né integralmente conosciuto. L’ossimorica immagine di un “dentro che circonda” suggerisce una realtà originaria che precede la distinzione tra interiorità ed esteriorità, tra soggetto e mondo, e rinvia a una totalità che non si lascia oggettivare, ma si rivela.
La Bellezza appare anche esposta a una costante minaccia: la sua fragilità dipende anche dalla difficoltà contemporanea di riconoscere ciò che va oltre la logica dell’utilità e del consumo. Là dove il reale viene interamente assorbito dalla funzionalità, viene meno anche la possibilità di coglierne la dimensione simbolica e trascendente.
Il tema della Bellezza assume perciò nel libro una valenza che è insieme poetica ed ontologica. Esso riguarda il rapporto dell’essere umano con il mistero che attraversa l’esistenza e la Bellezza diventa il nome di una particolare esperienza in cui il finito si apre all’infinito, in cui il contingente lascia affiorare una dimensione ulteriore senza mai esaurirla.

Anche la sezione “Le parole del freddo” già nel titolo rivela il suo perché. Personalmente mi è sembrato un avvertimento, un invito a mantenere quel calore che permette ad ogni parola di resistere, di non rinunciare alla propria forza. Mi sbaglio?
Il titolo della sezione custodisce in sé una tensione interna: nasce sia da un confronto con la morte che nella raccolta si presenta come evento biologico o destino individuale, sia da una condizione di rarefazione, di distanza, una forza che tende a sottrarre voce e presenza alle cose.
In questo senso il freddo diventa la temperatura simbolica dell’estinzione, mentre la parola rappresenta ciò che vi si oppone grazie alla sua ostinata capacità di permanere. Le parole custodiscono una forma di resistenza: continuano a nominare, a ricordare, a creare legami anche là dove tutto sembra avviarsi verso l’immobilità.
C’è certamente un invito a preservare quel calore che consente alla parola di non perdere la propria energia vitale, ma aggiungerei che il libro prova anche a interrogare la natura stessa di questa resistenza: fino a che punto il linguaggio può opporsi al freddo della fine? E quanto della nostra esperienza continua a vivere proprio nella trama delle parole?
Se l’acqua, nel titolo della raccolta, è figura di adattamento e continuità, le parole del freddo rappresentano forse il punto in cui questa continuità viene messa alla prova. Tuttavia, proprio nel momento della massima esposizione al gelo, la lingua cerca ancora una possibilità di durata, una forma di sopravvivenza che appartiene tanto alla memoria quanto alla poesia.

E in chiusura, ci puoi commentare il titolo del libro, “L’obbedienza dell’acqua”?
Il titolo richiama l’idea dell’acqua che segue docilmente la propria origine, laddove, tuttavia, questa obbedienza non è da intendersi come passività, quanto piuttosto fedeltà che si realizza nel movimento.
Sul piano poetico, l’immagine suggerisce che il poeta non sia un creatore assoluto, ma piuttosto un luogo di ascolto e di passaggio, colui che accoglie più che imporre il dettato poetico lasciandolo emergere. La parola nasce da una “sorgente” appunto, che non è controllabile dalla coscienza e, proprio come l’acqua cambia forma lungo il suo percorso, anche la parola poetica, una volta affiorata, si trasforma, prende una direzione propria, fino ad acquisire una certa autonomia.
In poesia la parola diventa il luogo in cui le cose prendono forma e “accadono” e le cose, in un certo senso, “cercano sé stesse” attraverso il linguaggio, perché non hanno una forma definitiva al di fuori delle parole che provano a esprimerle.

L’autrice:
Francesca Piovesan è nata a Venezia e risiede a Pordenone. Insegna lettere al liceo.
Ha pubblicato tre libri di poesia: “Una vita, tante vite” (Ladolfi 2015), “La sospensione dei pensieri” (Ladolfi 2016) e “Il buio della scarpiera” (Ladolfi 2019).
Suoi testi sono presenti in antologie: “Umana, troppo umana” (Aragno 2017), “Le mani dei bambini. Ciò che Caino non sa” (Oceano Edizioni 2018), “Il Friuli dei poeti. Un viaggio con la poesia in una terra di confini” (Storie 2024), “Secolo donna. Almanacco di poesia italiana” (Macabor 2024).
Scrive su diverse riviste, anche internazionali, recensioni di libri o articoli di critica letteraria.

(Francesca Piovesan “L’obbedienza dell’acqua” pp. 68, 14 euro, Puntoacapo 2025)



Immagini ———————–

Porto Vecchio

ATTRAVERSAMENTI / PREHAJANJA

di Annibel Cunoldi Attems





Tempo presente ————————

La malattia dell’ostrica

Sette testi inediti

di Salvatore Calì


Salvatore Calì, una poesia di ricerca

di Patrizia Dughero

Con questa microsilloge di Salvatore Calì scopriamo un poeta che si affaccia al panorama letterario in maniera prorompente offrendo la possibilità di esplorare un universo poetico composito, in cui si riflette uno stile “nuovamente sperimentale”. Il verso procede per frammenti, illuminazioni, nuclei semantici isolati che sembrano emergere da un lungo processo di sottrazione. Lavorando di scalpello, o di sgorbia, sulla parola come materia scarna, affidando al bianco della pagina e alle pause un ruolo non meno importante di quello del linguaggio, si delinea un itinerario interiore nel quale pochi elementi ricorrenti vengono continuamente osservati da prospettive diverse, fino a costruire una vera e propria meditazione sull’esistenza. Una linea di scrittura essenziale e concentrata, caratterizzata da tensione filosofica attorno al tempo, il corpo, l’orizzonte, la memoria, la ricerca di senso. La formazione di provenienza dall’arte visuale è sicuramente rintracciabile tra gli elementi fondanti con una notevole coerenza tematica, una lingua asciutta e meditativa, la capacità di fondere esperienza personale e riflessione ontologica e soprattutto un uso efficace tanto del frammento quanto dell’enjambement come strumenti di pensiero.
Le poesie, che sembrano nascere da un preciso atto di osservazione, fissano una visione. Una costruzione per immagini isolate, come nuclei autonomi giustapposti secondo preciso montaggio, in cui il significato emerge dalla relazione tra i frammenti piuttosto che da una narrazione lineare. Talvolta la forte concentrazione simbolica e l’astrazione lessicale possono rendere alcuni passaggi ermetici, ma questa scelta appare coerente con una poetica che non cerca l’immediatezza comunicativa quanto la profondità della meditazione.
Nel complesso, Salvatore propone una poesia di ricerca, lontana dal lirismo confessionale e dall’aneddoto autobiografico, orientata invece verso un’indagine continua sulla coscienza e sul destino.
Una scrittura che chiede al lettore lentezza e partecipazione, ma che sa restituire immagini di forte intensità e una riflessione autentica sul significato dell’essere nel mondo. Importantissimo il valore dello spazio vuoto. Il bianco della pagina svolge una funzione imprescindibile. Le pause, gli stacchi, le sospensioni non sembrano solo semplici esigenze metriche, ma elementi compositivi in termini di equilibrio tra pieno e vuoto, presenza e assenza. Inoltre l’attenzione alla materia, come sabbia, cristallo, ossa, polpa, acqua, luce, ombra, tutti elementi materiali dalla presenza forte, crea un ancoraggio anche quando la riflessione diventa filosofica, restando nel mondo del percepibile: una tensione all’astrazione attraverso la concretezza della materia.

Particolarmente interessante la poesia 6. la più complessa della raccolta, che si apre con “sopravvivono/ frammenti/ di saperi/ polverosi” e che non insegue il ragionamento tradizionale; piuttosto sembra voler costruire un ambiente mentale composto da oggetti simbolici, reperti, figure sospese. Leggendola si ha quasi l’impressione di attraversare una poetica stanza espositiva, dove la scrittura assume una densità totalmente visionaria. I riferimenti agli “interstizi liminali“, al “collasso algebrico“, agli angeli caduti e allo “specchio d’ologramma“, introducono una dimensione post-metafisica, nella quale il reale emerge come costruzione fragile, oltre che frantumata. È forse il testo più ambizioso della raccolta, quello in cui la riflessione esistenziale incontra suggestioni cosmologiche e speculative.
Uno dei temi dominanti è il tempo, percepito non come semplice successione cronologica ma come esperienza esistenziale. Nella poesia 3. accoglie sabbia, il tradizionale simbolo della clessidra viene reinventato attraverso un’immagine corporea: il tempo scorre tra le dita e si deposita nella memoria, trasformando il gesto fisico in metafora della condizione umana.
La stessa riflessione si applica a 4. tempo, dove questo elemento viene espresso non astrattamente, ma con un ticchettio inesorabile associato a un senso di smarrimento e abbandono: i versi brevi e isolati producono una scansione quasi meccanica, che riproduce ritmicamente il movimento dell’orologio e il progressivo disfarsi delle certezze.
Altro tema è la ricerca dell’identità. Il soggetto poetico appare spesso raccolto in una dimensione introspettiva e contemplativa. Nella poesia dedicata a Ivano Fermini, 2. – in stato interiore, la visione della mano conduce a un’epifania del corpo: le ossa, la polpa, il respiro diventano segni di una realtà invisibile ai più e profondamente percepita dall’io lirico. Penso alla mano attraversata dalla luce rossastra, l’attenzione si concentra su dettagli anatomici e cromatici, una poiesis che procede come studio dal vero o osservazione ravvicinata di un soggetto sotto una particolare condizione luminosa.
Qui emerge una caratteristica significativa della scrittura di Calì: l’attenzione al dettaglio minimo come via di accesso a una dimensione verticale con una tensione verso ciò che supera il limite dell’esperienza immediata, verso un elemento extra-liminale.
Nel testo iniziale, 1. M’avvanzo il cammino procede attraverso “passi quasi mai completi“, mentre l’orizzonte si riflette nel “cristallo acqueo” custodito dalla fede e dal destino. L’immagine suggerisce una ricerca mai definitivamente compiuta, una conoscenza in parte riflessa, mai pienamente posseduta.
Mentre l’ultima poesia, 7. inquieto, sembra offrire una chiave interpretativa dell’intero percorso. Cercare un senso nei libri di poesia mentre il mondo appare satollo di violenza equivale a trasformare il dolore in perla, secondo la celebre metafora dell’ostrica. La poesia diventa così una forma di resistenza spirituale, una “salvifica malattia” che permette di continuare a credere nonostante tutto.
Si giunge a quell’essenza della poesia di Salvatore Calì che è senza compiacimento estetizzante e senza una prevalenza dell’immagine sul pensiero, con un forte dominio della tensione speculativa che vive nella bellezza sotericamente, forse platonicamente, intesa e inseguita per uscire da uno stato di guerra – vuole abolirla completamente dal vocabolario, quella parola – in una spirale incessante di azioni.
Salvatore guarda il mondo come un artista visivo, ma lo elabora come un poeta-filosofo ed è questa doppia appartenenza a conferire alla microsilloge una particolare fisionomia che sembra proiettarsi a una partitura scenica, a uno spazio teatrale all’altezza di un pubblico che cerchi trasformazione.


Gli autori:

Salvatore Calì nasce a Misterbianco (CT) nel 1966. Vive e lavora a Gorizia.
Artista visivo, video maker e performer, negli ultimi anni la sua ricerca lo porta ad avvicinarsi alla parola in quanto materia metafisica, resistente e politica. Parola che declina nei suoi aspetti sia segnici che sonori che di “messa in scena”.
Co-fondatore del “Collettivo inSTABILI” con il quale ha portato in scena le performances video-poetiche “Azzurro Cielo con NUVOLE” e “Agnello, Acqua e Sale” secondo atto trasformativo.
Sue opere visive e performance sono state esibite sia in festival che gallerie d’arte, in contesti italiani che internazionali.

salvatorecali.arte@gmail.com

https://www.instagram.com/salvatorecali.studio

Patrizia Dughero, di origine friulana, è nata a Trento. Si è laureata in Discipline delle Arti, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna.
È presente in numerose antologie di racconti, di poesie e in cataloghi d’arte. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche.
Ha svolto per anni studi sul linguaggio poetico dello haiku, culminato in articoli, progetti didattici e nella raccolta bilingue “Filare i versi” con la traduzione in sloveno di Jolka Milič.
È responsabile editoriale di 24marzo Onlus, associazione attiva nel campo dei diritti umani, sul tema dei desaparecidos.
Nel 2012 ha fondato con Simone Cuva la casa editrice Qudulibri.





Annibel Cunoldi Attems

Attraversamenti / Prehajanja

di Cristina Feresin

Il confronto tra culture, il rapporto con luoghi emblematici, il superamento di confini fisici e simbolici, l’idea del passaggio da uno stato all’altro, da una forma di esistenza a un’altra. Su queste coordinate si sviluppa Attraversamenti / Prehajanja, il nuovo progetto espositivo dell’artista goriziana Annibel Cunoldi Attems, allo spazio CREW (Centro Polifunzionale SDAG – ex valico confinario di Sant’Andrea, Gorizia)
Attiva sulla scena internazionale, Annibel Cunoldi Attems sviluppa da decenni una ricerca che intreccia linguaggio, spazio e memoria, attraversando differenti media espressivi: dalla grafica alla pittura, dalla fotografia all’installazione. Dopo gli studi artistici a Parigi e la laurea in lingua e letteratura tedesca, avvia il proprio percorso a metà degli anni Settanta dedicandosi in particolare all’incisione.

Negli anni Ottanta introduce il tema delle “prigioni mentali”, concentrando l’indagine sui limiti che condizionano spazio e pensiero. Durante il periodo romano (1983–1990), la pittura si amplia in grandi dimensioni assumendo una forte valenza architettonica; successivamente l’artista approda a opere tridimensionali e installative, utilizzando materiali come legno, metallo, cemento e pietra.
Dal 1990 vive e lavora a Berlino, città che segna una svolta decisiva nel suo percorso: qui il lavoro si arricchisce attraverso la fotografia, oggetti e soprattutto la parola, che diventa elemento centrale delle installazioni. Le sue opere site-specific, realizzate in importanti musei ed istituzioni, tra cui la Neue Nationalgalerie, il Martin-Gropius-Bau, l’Akademie der Künste (sede degli Accademici), testimoniano un dialogo costante con lo spazio architettonico e con il contesto storico e culturale. Il tema del confine attraversa tutta la sua produzione, trovando una particolare risonanza nel territorio transfrontaliero di Gorizia e Nova Gorica.

La mostra nasce proprio dalla relazione con luoghi di attraversamento, spazi che superano la loro funzione originaria per diventare simboli di memoria e trasformazione. In questo senso, lo spazio CREW a Gorizia, situato proprio a cavallo tra Italia e Slovenia, rappresenta il contesto ideale per accogliere le sue opere.
L’esposizione riunisce fotografie in bianco e nero e installazioni in cui l’immagine e la parola si intrecciano in una riflessione sui luoghi, la loro storia e il loro valore nel tempo. Gli scatti dedicati a Porto Vecchio di Trieste restituiscono dettagli architettonici di un luogo sospeso dal passato glorioso, assunto come metafora di spazi in attesa di nuove relazioni. Colonne classiche, strutture in ferro e frammenti urbani emergono attraverso il forte contrasto luminoso delle stampe su plexiglas, trasformandosi in tracce di storia e identità.

Ad Anhovo, piccolo centro sloveno segnato dalla presenza dell’ex fabbrica di amianto, ora cementificio, è dedicata un’opera di forte impatto visivo che riflette sul rapporto tra consapevolezza ambientale e sviluppo economico. Proposta in negativo e in forma speculare, l’immagine moltiplica i punti di vista e suggerisce una lettura della realtà che supera la semplice rappresentazione.
Tra i luoghi indagati figurano il Glienicker Brücke, il celebre “Ponte delle spie” tra Berlino e Potsdam, simbolo della Guerra Fredda e oggi emblema dell’unità tedesca, reinterpretato dall’artista attraverso una prospettiva inedita e Diversité, installazione dedicata al neurologo Jean-Martin Charcot (1825-1893), che ha unito la neurologia moderna alla psichiatria e introdotto il disegno e la fotografia come metodo di indagine, nelle “Loges de Viel” del celebre ospedale di Parigi Pitié-Salpêtrière. Il progetto faceva parte del programma culturale del XX anniversario del gemellaggio Parigi-Berlino (1987-2007).
Centrale nel percorso espositivo è infine la parola, scelta con cura, studiata e accostata ad altre per generare significati che vanno oltre l’uso abituale. Nell’installazione Freiklang / Kontrolle / Provocation (“suono libero / controllo / provocazione”), il concetto di libertà si confronta con quello di controllo, mentre l’approfondito studio dell’artista su Franco Basaglia (1924-1980) prende forma attraverso le fotografie degli edifici storici all’interno del Parco Basaglia di Gorizia. Scatti stampati su specchio e attraversati da termini e frammenti concettuali tratti dai testi dello psichiatra, come “identità negata”, “tensioni/controtensioni”, “ordine/disordine”, evocano il passaggio tra il dentro e il fuori, tra differenti stati dell’essere, tra il proprio mondo (Eigenwelt), il mondo esterno (Aussenwelt) e il mondo interno (Innenwelt) e si configurano come una riflessione attuale sul rapporto tra linguaggio e spazio, capace di trasformare il limite in occasione di incontro, dialogo e condivisione.

La mostra, visitabile fino al 31 agosto 2026, fa parte del progetto CREW – CROSSING VIEWS, ed è co-finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Programma Interreg VI-A Italia-Slovenia.

https://www.crew-crossingviews.eu/it/

L’artista:
Annibel Cunoldi Attems, nata a Gorizia, sviluppa una ricerca artistica che attraversa grafica, pittura, installazione e fotografia, mantenendo come filo conduttore una riflessione sul rapporto tra struttura, linguaggio e spazio. La formazione tra gli studi artistici a Parigi e la laurea in lingua e letteratura tedesca orienta fin dagli esordi il suo interesse per il segno e la parola come elementi costitutivi dell’opera.
Negli anni Settanta, a Parigi, si dedica alla grafica e all’incisione presso l’Atelier Lacourière-Frélaut, elaborando un linguaggio essenziale fondato su segni, trame e strutture geometriche. Negli anni Ottanta la ricerca assume una dimensione più concettuale: con il tema delle “prigioni mentali” approfondisce la riflessione sui limiti della percezione e della conoscenza, realizzando, durante il periodo romano, opere di grande formato che trasformano lo spazio pittorico in un ambiente dinamico e immersivo.

Il trasferimento a Berlino nel 1990 apre una nuova fase del suo percorso. La fotografia, la parola e l’oggetto entrano stabilmente nella sua pratica artistica, mentre le installazioni site-specific realizzate presso l’Akademie der Künste, la Neue Nationalgalerie e il Martin-Gropius-Bau affrontano temi legati alla memoria, all’architettura e alle trasformazioni della città dopo la riunificazione.
Elemento centrale della sua poetica è l’impiego di griglie, reti e recinzioni che, da simboli di separazione, si trasformano progressivamente in luoghi di attraversamento, dialogo e relazione. Il confine diventa così uno spazio aperto, capace di generare nuovi significati.
Questa ricerca trova espressione nelle recenti installazioni Zrcalo/Specchio, realizzata a Nova Gorica, e Point de Vue, allestita al Castello di Vipavski Križ in Slovenia, entrambe inserite nel programma ufficiale di GO! 2025 Nova Gorica–Gorizia Capitale europea della cultura. Attraverso superfici specchianti e parole in più lingue, le opere invitano a riflettere sul dialogo, sulla pluralità dei punti di vista e sulla complessità del contesto transfrontaliero.

Il legame con il territorio d’origine rimane costante lungo tutto il suo percorso. Le opere realizzate tra Trieste, Udine e Nova Gorica affrontano il tema del confine come luogo di memoria, incontro e scambio, interpretando anche il Porto Vecchio di Trieste come spazio di relazione. Pur vivendo e lavorando a Berlino dal 1990, Cunoldi Attems continua a sviluppare una ricerca che trasforma i limiti in occasioni di dialogo e di apertura verso l’altro.

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Roberto Lamantea, Anna Piccioni, Antonello Bifulco, Luigi Auriemma
Andrea Olivieri, Laura Mautone, Livio Caruso