Fare Voci maggio 2026

Il nuovo “Fare Voci” di maggio 2026 continua nella sua ricerca di qualità e condivisione, con la poesia come riferimento in cui credere, significato a cui appartenere.

E lo facciamo aprendo il numero con Marco Marangoni, una delle voci più importanti del panorama nazionale, il suo “La voce e la distanza” è libro da esplorare, da respirare, da tenere vicino.

Michele Obit ci porta in un ricordo del poeta sloveno Aleš Debeljak, con due sue poesie inedite in italiano.

E la poesia vibra anche nelle raccolte di Francesca Mannocchi, “Crescere, la guerra”, e di Luca Pizzolitto, “Prima dell’estate e del tuono”. A cui si aggiungono Cristina Vascon con “Abbi cura”, Oriana Sandrin D’Ascenzi con “Briciole di Vita” e Stefano Calemme con il suo “Atlante delle ferite”.
Per la rubrica ad invito Testo unico, Gaia Rossella Sain ci porta in Giappone, a scoprire un testo composto nel VII secolo dall’Imperatore Tenji, contenuto nel volume “Hyakunin Isshu”, che è storia e tradizione.
Il Ti racconto vede protagonista lo scrittore canadese Bruce Hunter, con il suo romanzo “Nella casa dell’orso”, di cui ci parla Vivian Hansen.

Le immagini sono a titolo “Guarda anche con i miei occhi”, e sono dieci fotografie di Roberta Antonini, presentate da Noemi Bortolussi.

Buona lettura

Giovanni Fierro

(la nostra mail è farevoci@gmail.com)




Immagini ————————

Guarda anche con i miei occhi

Dieci fotografie

di Roberta Antonini







Voce d’autore ————————-

Quando la vita è nome

Marco Marangoni, “La voce e la distanza”

di Giovanni Fierro


Sono sempre più convinto che il fare poesia di Marco Marangoni sia un gesto culturale in cui riconoscere l’assoluto dello scrivere in versi. E questa sua nuova raccolta “La voce e la distanza” ne è dimostrazione e voce.
Perché è la sua percezione del valore della parola ad indicare la sua possibilità di costruzione ed invenzione, perché “È sempre dentro un luogo di assenze,/ o d’ombra, che qualcosa si fa centro”, e quel centro è l’essere umano in sé, con i rimandi alla propria esperienza, le deviazioni del proprio vivere, le tensioni del riconoscersi in essenza, “Quando la vita è nome/ ed è il salto del nome, della storia”.
Libro dopo libro Marangoni è qui per ricordarci anche l’importanza del dialogo che si deve avere con i classici (Petrarca, Leopardi, Platone, Pascoli…), per nutrire uno sguardo a cui affidare la propria necessità di superare la nebbia dell’esitazione, la paura della coscienza, per trovare quel qualcosa che “pare un’ombra/ o quello che nell’ombra ristà,/ riposa”.
Alla continua ricerca di un altrove che è molte cose, in cui poter individuare una presenza che può farsi importante e nuova, “Ma è una voce più distante/ di ogni altra che hai avuto;/ segno d’altrove, dici, o rondine, stormo/ che a te viene dal paese più remoto”. La distanza che si fa casa, quando in essa ci si ritrova, con il proprio manuale di vulnerabilità.
Per essere pronti all’accadere dell’immediato, senza il bisogno di difendersi, “Non c’è ansia, non c’è/ d’arrivare, quando il momento viene – quando/ irrompe”.
“La voce e la distanza” si muove con il tempo dovuto, quello che si dedica alla durata; e proprio lì “un respiro tutto che si sparge/ fino a un punto/ dove non c’è che questa misura/ che siamo diventati, e ci confonde”.
Ed è un libro che è anche fatto di luoghi. Dall’intimità del proprio giardino, dove la natura è confronto, fino al respiro urbano di Graz, Lubiana, Gorizia, Nova Gorica, la Mitteleuropa. Dove, probabilmente, “Ricomporre come fanno i sogni/ le tante cose rotte”, a cui però si vuole sempre più bene, a cui si affida sempre di più la propria sensibilità ed appartenenza. Uno specchio che si fa paesaggio in cui entrare, passo dopo passo, con “questo fiato che spira e s’inoltra/ e va e raccoglie/ e racconta,/ ma come sarà ed è stato, dentro di noi,/ una volta”.
Le poesie di “La voce e la distanza” sono di meraviglia e di sentimento, di accadere unico che si prolunga nel ricordo, perché “è da tempo che i camini di casa/ ardono male, fanno fumo/ (anche mia madre,/ che non c’è più, non respira bene)”.
Pagina dopo pagina Marangoni indica anche un ricomporsi nuovo dell’autore stesso, disponibile ad una nuova interpretazione del proprio stare al mondo, della personale sfida con il mistero dello scrivere, atto audace e necessario, certo, in cui “Sono aree del ricordo/ le immagini che abbiamo dentro/ fino all’estremo dei racconti,/ o un’altra, più vasta/ solitudine”. E non è poco, in un tempo storico dove l’omologazione e l’inettitudine sono strumento di successo, desideri di andare a capo che non si esaudiscono, grettezze che trovano la forma della popolarità, l’arrendersi che trionfa.
La poesia di Marangoni da questo stato attuale delle cose diserta, dice che non ci sta, crede alla propria vocazione di verità, di atto supremo che resiste e cresce. “E sembra che la realtà qui registri/ un altro tempo/ del mondo,/ un modo, diresti, del pensiero/ che si apparta (…)”.


Dal libro:

Smemorare

Smemorare si dovrebbe, nei concili della sera,
e restare con le cose e le forme formicolanti, con le ombre;
si dovrebbe… aprire il cuore al cuore (alla mente)
e a un tu che ci abita dire
di un io più vicino, o poco distante;
ma chissà se non abbiano gli eventi un altrove
o un altro lume,
la vita venendo in chiaro della vita,
come noi del fiume


*

Il salto del nome

È sempre dentro un luogo di assenze,
o d’ombra, che qualcosa si fa centro,
e si fa memoria…
frammenti (più frammenti)
che trovano quasi un punto
che li nomina;
sentir autre, diresti,
quando la vita è nome
ed è il salto del nome, della storia

*

Ricominciare

a mia madre

Si deve pur ricominciare,
facendo ordine per quel che si può
e si deve. Si deve e si può,
quasi un motto (ma del cuore).
La mente è già lì
dove il verbo si fa giorno e dove il saluto
è in due parole.
È semplice l’etica more…
demonstrata dalla pioggia fina
come di giugno tra le case, il bosco
e la memoria. Quanto fondo ricade
il tuono che rotola,
quanto la vita sta in un limite
e ne deborda (…)
così i tuoi gerani che curavi
oltre la cura e il vaso
di terra cotta


*

Un altro fiore

Sapere la fine di un fiore
o che c’era (…)
saperlo ancora, mentre si fa
ricordo, mentre lo percorre obliquo
un fantasma, un nome.
Quest’altro fiore o fiorire
di nuovo; quest’altro spirare
ma chissà da quanto tempo atteso,
da dove


*

Per conto loro

Da questa parte del sole,
voci arrivano anche oggi
di un limes caduto
e di barbari che premono
alle porte. È caduto, si dice,
un rispetto
e in un certo modo cancellati
il diritto, la consuetudine e perfino
l’umano.
C’è però un riparo – lo senti –
qualcosa che resiste

fosse una via deserta,
uno sperduto prato.
Semplici cose o meglio rudi, solitarie
sempre, per conto loro (…)


Intervista a Marco Marangoni:

“La voce e la distanza” è titolo evocativo, che contiene molto. Che cosa racchiude, che cosa indica?
La voce è il tema quale soggetto-oggetto di questo libro, ma credo, almeno indirettamente, di ogni scrittura lirica o narrativa. La voce mia/non mia si è fatta soglia e dunque risonanza, in cui patendo l’esproprio della mia identità da un lato e ricevendo il dono, dall’altro, di un senso-suono imprevisto e imprevedibile, ho vissuto in qualche modo il senso di una prossimità di una Lontananza.

Come si pone questo tuo libro all’interno del tuo percorso d’autore?
In questo mio nuovo lavoro si ha imposta la dimensione -come ne ha detto in modo preciso Paul Celan- “interlocutoria” della scrittura poetica. Nel libro precedente, “Sentimentalissima luce”, mi ero dedicato all’escursione visiva di una luce liminale, “sentimentalissima”, nel senso di Leopardi.
Ora, come in una parte seconda di quel linguaggio al limite, c’è stato un crescendo di sottili percezioni, per cui l’ispirazione ha dovuto virare verso l’ascolto o una dedizione “all’ascolto”.

Una presenza importante, un vocabolo e un concetto che ritorna spesso in queste nuove poesie è “altrove”. Quale il suo significato, il suo valore?
L’ Altrove è per me è l’Altro che tutti i luoghi (ogni spazio-tempo, anche esistenziale) sottintendono per definirsi prima ancora di porsi accanto, gli uni agli altri. In tutti i luoghi vi è questo, intrinseco, differire-da: “non c’è cosa mai – dice Rilke – senza il bordo del no”. Vi è questa verticalità che taglia ogni orizzontalità e fa sì che il singolare esista (pensa alla categoria del “singolo” di Kierkegaard).
L’Altrove de-limitando verticalmente ogni cosa e ogni volto incide in essi una soglia aperta all’infinito (che puoi pensare come l’infinito di Lévinas), e al non consumabile. Su questo sono attualmente molto interessanti le riflessioni del filosofo Byung-Chul Han, attento al rischio della nostra epoca che con l’espulsione dell’Altro realizza l’Inferno dell’Uguale.
L’altrove è per me un dispositivo fondamentale dello sguardo poetico.

Petrarca, Leopardi, Platone… Pascoli… sono presenti in “La voce e la distanza”. Questo tuo riferirti a loro, ai classici, che dialogo è?
La tradizione è un altro aspetto della voce, che deborda dal qui e ora. La voce chiama le cose dalla alienazione in cui la tecnica le spinge. La voce è memore di un rapporto del cuore: ri-cordo, ac-cordo/dis-cordo, come se la storia di un tempo poetico fosse il continuo scambio di due azioni opposte: una con-versione dei frammenti in un luogo auratico e un ri-versamento di quell’aura ( qui Petrarca)nella frammentazione o disseminazione.
La tradizione è una continua chiamata. Oggi si tende a vivere senza chiamata, senza Origine, senza Ripetizione, senza niente che da fuori chiami a un dentro: tutto è esternalizzato, svuotato e manipolabile, prosaicizzato!
Da fuori a dentro, dicevo: in tedesco la parola Die Erinnerung (il ricordo), indica un moto di interiorizzazione. Tradizione e interiorizzazione per me si identificano con una temporalità poetica che sola rende degne e mai del tutto “passate”, a dispetto di ogni progresso, le cose più semplici.
Io abito inoltre a S. Vito al Tagliamento, a due passi da Casarsa, e non posso non essere stato segnato dal Pasolini incantato e lacerato da questa dignità creaturale, nella prospettiva di un paganesimo cristiano. Ma è Hölderlin soprattutto che ci ha insegnato lo scorrere tragico del tempo e che per abitarlo bisogna mettere a fuoco la misura (Das Mass) ossia il verso. Un abitare poetico, questo, che oggi non sappiamo più cogliere, avendo perso la familiarità con la “misura” e adottato culturalmente le regolazioni soltanto della Tecnica.

Il tuo scrivere sempre di più “suona bene”; che importanza ha la componente fonetica nel tuo fare poesia?
Il suono che si impone al mio orecchio è quello di una dimensione olistica (interessante è certo l’avvicinarsi anche della scienza quantistica a un modello olistico della realtà fisica, già intuita dai Greci). E se oggi questa dimensione sembra abbordabile (da fuori) dalla scienza, per dirsi (da dentro) ha bisogno della poesia: la dimensione olistica non si darà mai frontalmente (oggettivamente); si darà solo riflessivamente, ermeneuticamente, per rinvii, tracce, cammini interrotti o sequenze che presto deviano verso altre sequenze, verso nuove intermittenze; per sensi/suoni.

Questo tuo libro è anche fatto di luoghi. Anche lo stesso tuo giardino diventa luogo da esplorare, dove la natura è confronto importante. In che modo si manifesta? Come trova la propria dimensione nel tuo dire?
Viviamo sotto il dominio della Tecnica, dell’ideologia dei consumi, del capitalismo edonista, della chiacchiera, dei social, dei like ecc.
Questa mobilitazione totale verso l’estrinseco, sempre più alienante e omologante, fa di tutto affinché il rumore stordisca e venga meno l’ascolto di ogni nota distintiva, originale: di ogni stato nascente ossia della Natura. Ogni sentimento profondo o stato d’animo, come il senso di un luogo, di una durata (qui la mia sintonia con il lavoro di Peter Handke), si dirige verso una stabilità, una realtà, al contrario di quanto accade nella “società dello spettacolo”.
L’atmosfera di un tempo, di un luogo si dice in tedesco Stimmung, perché in essa c’è una voce (Stimme) che si dà all’ascolto. Ora, aggirare la Tecnica non significa sintonizzarsi con la voce della Natura? Quante cose ha da insegnarci la cura di un “giardino”! Da questo punto di vista ho molto apprezzato il libro “L’iris selvatico” di Louise Glück.

E altri luoghi sono Graz, Lubiana, Gorizia, Sistiana, Nova Gorica… Ovvero, in una sola parola, Mitteleuropa. Che cosa significa per te?
Le radici contano: Gorizia certamente è una specie di baricentro nel mio immaginario, da cui si diparte una raggera. La Mitteleuropa è per me un luogo unitario e complesso, in cui vi è stato Qualcosa che oggi, nel tempo della corsa concitata e performativa, fa resistenza con usi e costumi che percepisco come un invito a rallentare, ad ascoltare, a fare dialogo con l’ambiente, con le diverse voci nazionali e locali. Non voglio idealizzarla troppo, e tanto meno in direzione nostalgico-identitaria (cosa che aborro); però mi sembra che in questa contrada del mondo si riesca a percepire ancora una Traccia come una sottile e nomadica Ripetizione.

Presenza fondamentale in “La voce e la distanza” è la figura di tua madre. A cui poi si associa un altro luogo fondamentale, Farra d’Isonzo. Ce ne vuoi parlare?
Mia madre, che ha molto inciso nella mia formazione, era nata a Postumia nel 1939. Nonostante i vari trasferimenti della sua famiglia, è sempre rimasta legata in particolare ai territori giuliani. A Farra d’Isonzo ci ha vissuto e molti suoi ricordi, che con cura mi ha tramandato, risalivano al tempo dell’occupazione nazista del paese. La sua fu una Farra divisa tra sentimento d’innocenza e di ostaggio per quel tempo di guerra: un’allegoria che sento attuale e che ritorna in una lirica di questo libro, “Aree del ricordo”.
Una notte tutta la famiglia venne svegliata dall’arrivo di un gruppo di Cetnici che imposero, sotto la minaccia dei fucili, a mia nonna di cucinare per loro tutta la notte. Prima dell’alba scomparvero tra i campi. Ma poi la natura vigorosa dei paesaggi isontini, l’atmosfera transfrontaliera (il gatto di mia madre si chiamava Ander, che significa altro in tedesco), non possono non fare parte, come un radicamento vitale, del mio linguaggio.

L’autore:
Marco Marangoni (San Donà di Piave 1961), ha pubblicato i testi poetici “Tempo e oltre” (Campanotto Editore, 1994), “Dove dimora la luce” (I Quaderni del Battello Ebbro, 2002), “Per quale avventura” (Raffaelli Editore, 2007), “Congiunzione amorosa” (Moretti&Vitali, 2013), “La passione degli anni” (Stampa 2009, 2018) e “Sentimentalissima luce” (puntoacapo, 2021).
Alcune poesie sono state pubblicate in Almanacco dello specchio (Mondadori, 2006). È segretario e membro della giuria scientifica del Premio S. Vito al Tagliamento (PN).
Ha ideato e cura, con Alberto Bertoni, Ossigeno nascente, atlante dei poeti contemporanei, Università di Bologna.

(Marco Marangoni “La voce e la distanza” pp. 101, 14 euro, Stampa 2009, 2026)

– Grazie a Simone Cuva e Roberto Marino Masini per le fotoritratto di Marco Marangoni qui pubblicate –




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Guarda anche con i miei occhi

Dieci fotografie

di Roberta Antonini







Tempo presente ————–

“Nauk teme”, “Nujna vprašanja”

Due testi inediti in italiano

di Aleš Debeljak


Nauk teme

Prst svetlobe od zgoraj suva vame,
mrzel kot živalska kost, ne osvetljuje

prav ničesar, še najmanj pa zločinca,
žrtev, pričo: biografijam sončnih peg

zaupam malo, mraku mnogo bolj.
V zavetju teme res lahko povprašam,

kdaj drevo postane kamen in kdaj se kip
iz njega izvije. To za druge je neznanka,

kakor sanje umetnika, ki iz papirnatih
denarjev dela ptice, zame pa, ki tavam

kakor reka, ki struge še ni našla in nasmeške
oponašam na otroških licih, zame važno je,

da ljudje in stvari, ki vidim jih v globini
sijočega zrcala, isti prostor napolnjujejo,

in steklo, na vetru posušeno, jamstva daje,
da igrani film in dokumentarec na istem

traku pravično prikazuje življenje moje,
to čudno sliko, ki na koncu morda obsije

samotarje v dvoranah, kamor hodijo se
skrivat pred vrtoglavico, ki butne jih,

kot prst svetlobe, šele v zavetju doma,
širšega za vse korake in nezgode. Živijo

jih ponižno kot lišaji severa, in ničesar
ni, kar bi zagrešili, ničesar, kar za drugega

bi zdaj storili, obremenjeni kakor žice,
ki tramvaje v Pešti so pritrdile na nebo.

Pod njimi pa mrzel kot živalska kost
kruti angel razkoračeno stoji, v srajci,

tesni kakor popek, neizprosno mi
narekuje, naj neham vendar že pisati

in priznam, skesanec: edine zgodbe,
ki res šteje, ne morem dokončati.


La lezione del buio

Un dito di luce da sopra mi scuote,
freddo come ossa di animale, non illumina

nulla, ancor meno un criminale, una vittima,
un testimone: credo poco alle biografie

delle macchie solari, al buio molto di più.
Al riparo dell’oscurità posso davvero domandare

quando l’albero diventa pietra e quando da essa
la scultura prende forma. Questa per altri è un’incognita,

come il sogno dell’artista che crea uccelli
dalle banconote, per me invece, che erro

come un fiume che ancora cerca l’alveo e imito
il risolino sui visi dei bambini, per me è importante

che le persone e le cose che vedo nel profondo
di uno specchio scintillante riempiano quello stesso spazio,

e il vetro, asciugato dal vento, dia la garanzia
che il film e il documentario sullo stesso

nastro raccontino in modo imparziale la mia vita,
questa strana immagine che alla fine forse illumina

le persone sole nelle sale, dove vanno a nascondersi
prima che la vertigine le colpisca,

come un dito di luce, appena al riparo di casa,
più ampia di tutti i passi e le sciagure. Là vivono

sottomessi come licheni del nord, e non c’è nulla
di cui possano macchiarsi, nulla che possano fare

per gli altri, gravati di pesi come i cavi
che a Pest hanno fissato i tram al cielo.

Sotto di loro, freddo come un osso animale,
un angelo spietato a gambe divaricate, in una camicia

stretta come un ombelico, inesorabilmente mi
intima di smettere di scrivere

e riconosco, pentito: non posso finire
l’unica storia che davvero conta.


Nujna vprašanja

Žabe so na straži. Nepremično sedijo,
ne trošijo moči, ko po reki drsi vse

gostejše rastlinje, ki tke preprogo,
mehko dušečo kakor so mesta,

ki rastejo korak za korakom
in s pozabo vseh meja grozijo.

To ni brez veze, saj prizadeva
mene in vsakogar, ki postavi

se na mojo strani, v slavospevu
kralju. Slavim ga, ker samostane

je zadolžil, da od napuha vzamejo
slovo. Pisarji, zadeti od prividov

Gibraltarja in Hebridov, izpolnjujejo
nalogo: na poraze pozabiti in meče

spet izdreti, osvojiti nekoristni svet
in ravnico in otoke, ki so krstile jih

sekire davne in oblizali požari,
z jantarno slino potovalcev zmočiti

pesek, ki se je zataknil med zobmi
kot vprašanje, ki izreči ga je nujno,

kot je nujna menstrualna kri.
Nasledimo samo značaj ali tudi

zgodbo? Kje spomin rodu zaspal
je? Smo nesrečo znali prekrstiti

v vrlino? So fosili rib priplavali
do Alp po podzemskih rekah?

Sanjajo ljudje, od rojstva slepi,
eksplozijo pred svitom in svareči

glas, ki prek monarhije se razlega?
Je brezov gaj enak otožnosti,

stari kot romanja v Kompostelo?
Ali ve še kdo, kako je peščica

sanjačev po poklicu blodila
po ulicah, brez navigacije,

popevala balade in trosila
podobice dekleta, ki dvigne

krilo in obudi še mehkega
boga, ki prej poslušnost

je odreči hotel? Smukali
so se pred vhodi v kino,

opazili so jih v kavarni Evropa,
njihovi mutirajoči glasovi so

spominjali na knjige, v katerih
se vse čudovito, vse plemenito

dogaja v vročici, ki sope, kako
največje zlo dobiva obliko lepote.


Domande urgenti

Le rane stanno in guardia. Sedute immobili
non consumano energia quando sul fiume scorre

il sempre più scomposto fogliame che tesse un tappeto
dolcemente soffocante come lo sono le città

che crescono passo dopo passo
e con l’oblio minacciano ogni confine.

Non è una cosa insensata, colpisce
me e qualsiasi persona che si pone,

nel panegirico al re, dalla mia parte.
Lo celebro perché ha esortato

i monasteri a dire addio alla
protervia. Gli scrivani, colpiti dai miraggi

di Gibilterra e delle Ebridi, eseguono
il compito: dimenticare le sconfitte e le spade

di nuovo estrarre, conquistare un mondo inutile
e la piana e le isole, battezzate

da antiche asce e lambite da incendi,
con la saliva d’ambra dei viandanti bagnare

la sabbia che si è conficcata tra i denti
come una domanda da fare con urgenza,

come è urgente il sangue mestruale.
Ereditiamo solo il carattere o anche

la storia? Dove la memoria della stirpe
ha preso sonno? Abbiamo saputo ribattezzare la sventura

in virtù? I fossili di pesci hanno nuotato
sino alle Alpi lungo fiumi sotterranei?

Sognano gli uomini, ciechi dalla nascita,
un’esplosione di fronte al chiarore e una voce

ammonitrice che risuona attraverso la monarchia?
È il bosco di betulle uguale alla malinconia,

antico come il pellegrinaggio a Compostela?
Sa qualcuno ancora come un manipolo

di sognatori di professione abbia vagato
per le vie, senza navigatore,

cantato ballate e disseminato
santini di una ragazzina che solleva

la gonna e resuscita l’ancor indulgente
dio, che prima l’obbedienza

aveva voluto rifiutare? Siamo andati
di soppiatto davanti alle entrate del cinema,

li hanno visti nel caffè Europa,
le loro voci mute ricordavano

quei libri nei quali tutto meravigliosamente,
tutto nobilmente avviene

in una febbre che ansima, come
il peggior male trova la forma della bellezza.


(Testi tradotti in italiano da Michele Obit)


Aleš Debeljak, “Sono un uomo comune dei nostri tempi

di Michele Obit

Voglio ricordare Aleš Debeljak a dieci anni dalla morte con queste due poesie tratte dalla sua raccolta ‘Pod gladino’ (Sotto la superficie) del 2004. La mia copia ha una sua dedica. Non chiedo quasi mai dediche a poeti o scrittori, probabilmente non lo feci nemmeno con lui, fu un’iniziativa sua. Ma quelle poche parole, la sua firma, sono per me un regalo di grande valore.
Aleš Debeljak è nato a Lubiana nel 1961. Laureato in Filosofia e Letterature Comparate all’Università di Lubiana, nel 1993 ha acquisito il Ph.D. in Sociologia presso la Maxwell School dell’Università di Syracuse, nello Stato di New York. Le sue opere – sia raccolte poetiche che saggi sociologici e letterari – sono state tradotte in moltissimi Paesi. Per la sua attività di ricercatore e di poeta ha vinto numerosi premi letterari ed è stato insignito di titoli onorifici e accademici in tutto il mondo. Ci ha lasciati, troppo presto, nel 2016.
In un saggio si descrisse così: “Sono un uomo comune dei nostri tempi. Uso i libri per trovare un luogo in cui rifugiarmi, anche se solo temporaneamente, dentro un miscuglio di narrazioni ed esperienze, fatti e fantasie“. Debeljak ha rappresentato più di altri la coscienza critica letteraria (e non solo) slovena nel passaggio di quel piccolo Stato dall’appartenenza a una repubblica federale in via di disfacimento all’indipendenza e all’ingresso nell’Unione europea. Si divideva tra Lubiana e gli Stati Uniti, e sia qui che là leggeva, scriveva, discuteva, teneva conferenze. Quelle in cui parlava a voce alta, con tono deciso, con passione. I suoi occhi mostravano un’infinita curiosità. E la sua poesia era come lui: non aveva confini, raccontava, con il suo mondo, il mondo di tutti noi.


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Guarda anche con i miei occhi

Dieci fotografie

di Roberta Antonini





Tempo presente ———————-

Una porta in piedi senza stanze intorno

Francesca Mannocchi, “Crescere, la guerra”

di Roberto Lamantea


Guardare la guerra negli occhi di chi la vive. Vedere la guerra con gli occhi della coscienza, vedere i popoli cancellati, morire i bambini; il rumore e il silenzio, le tende, la fame. E il tradimento dei chierici, di chi deve informare e firma il falso. C’è una letteratura infinita sul giornalismo di guerra.
Francesca Mannocchi è giornalista inviata di guerra: ha realizzato reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Yemen, Afghanistan, Ucraina, Palestina e molti altri Paesi. Grazie a giornalisti come lei chi non ha più voce riesce a parlare al mondo, in un mondo dove la libertà di stampa è sempre più soffocata da interessi politici, diplomatici, finanziari. Francesca è una di quei rari giornalisti che hanno gli occhi liberi e il cuore che ascolta. Ma la sua scrittura va oltre il lavoro giornalistico, smaschera i tradimenti del linguaggio che in Occidente spesso, per convenienza politica, amplifica il ghigno degli aguzzini – e il pensiero oggi più che mai va a Gaza. Francesca Mannocchi è giornalista ed è poeta: nella Collezione di poesia Einaudi è uscito “Crescere, la guerra”, un libro, nota la quarta di copertina, che “interroga la poesia nel suo punto più esposto: là dove la lingua non basta più, ma non può tacere”.
Non sono racconti, non sono canti, queste pagine: è poesia-teatro – un concerto di voci – fra canto, testimonianza, diario, racconto attorno al fuoco. Libano, valle della Beqaa, 2016; Fahim, Afghanistan; Sednaya, il “mattatoio umano”, nella Siria di Bashar al-Assad; Mahammad, Yarmouk, Gaza, Libano, Valle della Beqaa. “C’è un istante – invisibile e preciso –/ in cui la lingua smette di obbedire./ Le parole si spezzano, si svuotano/ e non reggono più il peso del mondo.// È lì / che deve cominciare la voce” perché “non basta guardare per sapere”, scrive Francesca nel “Prologo. L’arpione della memoria”, “Perché il vedere non è mai neutro,/ perché si vede sempre da un luogo/ e si racconta sempre da una ferita”, “Ho capito che scrivere non è spiegare./ È lasciare che la lingua si ferisca/ per fare posto all’Altro”, perché “la rosa è amica della spina”.
Forse il male non è il contrario del bene,/ ma la sua ombra”: la guerra – Gaza, l’Iran, l’Ucraina… – non è nell’anestesia di una pagina di giornale o dello schermo di una tv, è nella nostra coscienza, anche nella nostra indifferenza. A cominciare dalle parole che usiamo, e i giornalisti usano, una sorta di anestesia dal dolore dell’Altro: “Che cosa significa essere rifugiato?/ Io rispondo:/ Significa essere un pensiero senza casa”.
Sednaya, la banalità del male – la lezione di Hannah Arendt e di Primo Levi: uomini schiacciati in “Due metri per uno./ Un uomo, una latrina./ Una fessura da cui passava il pane,/ a volte, la luce,/ più spesso, l’odore dei morti”, “uomini che timbrano il cartellino/ e baciano i figli/ dopo aver torturato altri uomini”.
La soglia senza casa: “Una porta in piedi senza stanze intorno”. La fame: “La fame non era un effetto,/ ma un’arma”: il pensiero va a Israele che blocca gli aiuti alimentari.

La poesia morde ciò che ci resta della coscienza, questo libro può stare sullo stesso scaffale di Primo Levi, Edith Bruck – o Paul Celan, citato dall’autrice con Ingeborg Bachmann, e dei poeti arabi e palestinesi, le antologie “Il loro grido è la mia voce” (Fazi 2025), “La rosa di Gaza” (Les Flâneurs Edizioni 2026): “Ho visto uomini bollire l’erba dei marciapiedi/ e chiamarla pasto. Ho visto madri addestrare i figli a non chiedere./ Ho visto vecchi dormire con un chicco di riso in mano/ come fosse un sacramento. […] Quando mi hanno rilasciato/ sono tornato a Yarmouk/ e ho visto un cane attraversare la strada/ con un piede umano tra i denti./ Da quel giorno,/ non ho più usato la parola umanità”.
La lingua: noi usiamo la lingua come un’anestesia: “[…] voi, da lontano,/ avete ripulito la lingua./ Avete scelto parole che non feriscono nessuno:/ conflitto/ instabilità/ incidente geopolitico”. Torna in mente Primo Levi, Se questo è un uomo e un suo famoso aforisma sull’indifferenza, il “voltarsi dall’altra parte” sapendo della Shoah e di Auschwitz (in un’intervista con Enzo Biagi): “Yarmouk è una domanda che non smette di bussare:/ “Che cos’è un uomo,/ quando il mondo decide di non vederlo?”“.
Il giornalismo di guerra e il linguaggio: qui Francesca Mannocchi, giornalista e poeta, smaschera la deformazione costante che, distorcendo il valore semantico delle parole, fa l’esercito israeliano nei suoi comunicati: “Io piangevo mio figlio/ e dalla tv,/ dalla radio,/ dalla bocca di chi elenca le notizie/ è venuta la parola che tutto tace:/ terrorista.// Figlio mio, Ammar.//Io non ero una madre che piangeva un figlio./ Ero una madre che veniva corretta dal linguaggio.// La durezza del mio volto non è rabbia:/ è il luogo dove non esiste più l’alibi delle parole./ Tu eri Ammar, figlio mio./ Per loro: un terrorista”.
La stessa poesia – “Semi, per voce di madre, per voce di padre”, stupenda per un recital – continua: “La guerra ha inventato/ una nuova economia della lingua:/ raid/ neutralizzato/ terrorista./ Sono parole pietrificate:/ non spiegano, amputano.// L’Occidente ascolta la parola/ e interrompe la domanda”.
In “Parole senza destino”: “Le parole sono semi./ Ma non tutti i semi sanno la primavera./ In questa terra,/ molte parole sopravvivono/ solo come spine”.
È la “Nakba infinita”, scrive Francesca Mannocchi, dove “i bambini imparano a riconoscere i bulldozer dal rumore/ come altri imparano le note musicali”.
In Europa abbiamo la Giornata della memoria per ricordare la Shoah; la Giornata del ricordo per non dimenticare la foibe. Questo piccolo stupendo libro si chiude proprio con l’invito a non dimenticare: “È il corpo a dirci/ che non siamo al mondo/ per custodire il passato,/ ma per impedire/ che il futuro gli somigli. […] Memoria/ sia allora ciò che ferisce e punge./ Perché,/ se non impariamo a custodire la spina,/ le rose/ saranno soltanto/ ornamento per i morti”: “la memoria/ è l’unico paese/ che non possono toglierci”.


Dal libro:

Parole senza destino

Perché
i bambini hanno paura del cielo?
Perché
qui ogni finestra teme l’aria?
Perché
ogni porta conosce il foro di un fucile?
E come si dice a un figlio
che anche lui è un bambino,
quando fuori lo chiamano pericolo?

Le parole sono semi.
Ma non tutti i semi sanno la primavera.
In questa terra,
molte parole sopravvivono
solo come spine.

Terrorista
è una parola senza destino.
Collaterale
una parola senza volto.
Minaccia
una parola senza età.

Parole che tagliano la lingua,
che confondono il dolore con la colpa.
Parole che non interrogano,
parole che non chiedono: chi sei?
ma decidono: tu non sei.
Etichette che scendono sulla vita,
come una condanna prematura:
chiudono la domanda,
sigillano la mente,
acquietano la coscienza.

La parola
terrorista
non cresce: cristallizza.
È sale:
dove cade non nasce più nulla.

La parola
collaterale
non indica un corpo:
archivia un errore.
Fa di un bambino un imprevisto calcolato,
una parentesi da ignorare.

La parola
minaccia
trasforma una vita
in un obiettivo:
da quel momento non si muore più,
si viene autorizzati a scomparire.

Così, dietro una parola,
un figlio diventa un obiettivo.
Una madre, statistica.
Una città, bersaglio mobile,
senza storia,
senza infanzia,
senza fame.
Perché queste parole
non raccontano mai da dove viene una ferita.
Non chiedono che cosa ha preceduto
il gesto che temiamo.
Si accontentano di ucciderne l’origine.
Non possiamo consegnarci
a parole che non sanno dubitare.
Dobbiamo ascoltare ciò che tacciono,
scrutare le zone d’ombra dei discorsi,
le omissioni ordinate,
le verità ridotte a etichetta.

Dentro ogni parola senza domande
c’è una sete
che non è stata detta,
una porta
abbattuta senza motivo,
una distanza
che le mappe non hanno saputo segnare,
una fame
che nessuna lingua ha tradotto,
un dolore
senza testimone,
un appello
rimasto senza orecchio.

Noi siamo quella domanda sospesa:
ancora in cerca della sua lingua.
Non abbiamo bisogno di pietà.
La pietà è una distanza che si traveste bene,
la distanza che ha messo l’abito buono.
Abbiamo bisogno di esattezza.
Di un attimo sospeso
prima del giudizio.

Di una domanda che non si ritiri:

perchè?

Perché
un ragazzo prende le armi?
Perché
una madre ha sepolto tre volte il proprio grembo?
Perché
chiamate «nido di terroristi»
un quartiere dove ogni muro
sa dire un nome di bambino?

La parola è un confine:
o custodisce
o cancella.
Ogni parola che diamo al mondo
si scrive sulla carne di qualcuno.

E il corpo non dimentica
ciò che la lingua
finge
di non vedere.


L’autrice:
Francesca Mannocchi (Roma 1981) lavora da freelance e collabora con diversi canali televisivi e testate giornalistiche sia italiane, come L’Espresso e LA7, sia internazionali, come Al Jazeera e The Guardian, occupandosi di migrazioni e conflitti riguardanti principalmente i Paesi arabi e la Turchia.
Ha ricevuto il Premio Franco Giustolisi “Giustizia e Verità” nel 2015 con l’inchiesta realizzata per LA7 sul traffico di migranti e le carceri libiche, il Premiolino nel 2016 e il Premio Ischia internazionale di giornalismo nel 2021. Nel 2018 il documentario diretto con il fotografo di guerra Alessio Romenzi “Isis, Tomorrow. The Lost Souls of Mosul”, produzione internazionale in lingua arabo-irachena sui figli dei combattenti dell’Isis, è stato presentato alla 75ª Mostra d’arte cinematografica della Biennale di Venezia.
Ha pubblicato: “Io Khaled vendo uomini e sono innocente” (Einaudi 2019, Premio Estense); “Bianco è il colore del danno” (Einaudi 2021), libro nel quale parla della sclerosi multipla, la malattia da cui è affetta, Premio Wondy di Letteratura Resiliente; nel 2019 ha pubblicato da Laterza “Porti ciascuno la sua colpa”. Del 2024 è il documentario “Lirica ucraina” scritto con Daniele Mustica, premio David di Donatello per il miglior documentario.

(Francesca Mannocchi “Crescere, la guerra” pp. 74, 10 euro, Einaudi 2026)







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Voce d’autore ——————-

Lo spazio sacro della resa

Luca Pizzolitto, “Prima dell’estate e del tuono”

di Giovanni Fierro


Prima dell’estate e del tuono” si pone in un luogo molto interessante, nel punto preciso in cui le parole non possono che confermare la volontà dell’autore ad affidarle ad un tempo che le possa fissare per sempre, con la loro promessa di verità.
Luca Pizzolitto con questa sua nuova raccolta continua nella sua ricerca di assoluto e di poesia. Dopo la fame e la sete che hanno dato radice ai suoi due libri precedenti, con questo “Prima dell’estate e del tuono” sceglie il bianco e nero, rinuncia ai colori, lavora con il fascino di una palette cromatica che non permette errore, che non concede perdono. E lo fa con la capacità di una firma d’autore che non arretra di un millimetro, nel suo misurare la propria essenza di poeta.
Continua la sua ricerca di trasformazione, “tra le mani un volto,/ un corpo che non è più il mio”, per arrivare ad un qualcosa che rimane come simbolo, come significato, “è la carestia delle labbra, le mani,/ lo svanire del cielo”.
“Prima dell’estate e del tuono” è questo contenitore che riassume nei frammenti la loro appartenenza all’assoluto: “Il respiro delle foglie nel sogno/ atteso del sale tre dalie in fiore/ ottobre è avanzo di luce, memoria stretta delle mani”, per vedere cosa rimane, cosa è possibile tenere in una custodia che è la propria appartenenza alla poesia.
Pizzolitto scrive di un presente difficile, forse già segnato in profondità dalle proprie ferite (l’Apocalisse è già accaduta?), dove trovare tracce di sacralità è gesto difficile, ma non più rimandabile, “Corpi d’ulivo obliqui nell’acqua/ corpi nel vento di marzo/ corpi nel sangue, benedetti”.
Perché poi ognuno di noi è specchio rivelatore del tempo vissuto, tempo sociale ed umano, tempo eroso e consumato, dove “È in me il lento morire delle cose/ la ferita sospesa delle mani”, “Si apre il cerchio del nero/ il giorno rubato al bucaneve”.
La sorpresa è accorgersi che forse tutto comunque è già sato perdonato, non c’è rabbia in questo luogo dove “lo spazio sacro della resa” è forse la frase che contiene tutto il libro.
Eppure – c’è sempre un eppure nel fare poesia di Luca Pizzolatto – in questo suo testimoniare le disintegrazioni di certezze e la scomparsa di possibili orizzonti, la sua parola sa ancora trovare la meraviglia e lo stupore, sempre più conscia di quanto questo significhi vulnerabilità e fragilità, ma capace di trovare nell’epifania di un attimo la sua parte più segreta, togliendola dal buio in cui si è nascosta: “Sei pane spezzato cenere incanto,/ l’eterno sospeso sulle labbra di Dio”.
E quel sospeso è il sempre che si consuma nel suo confronto con l’eternità, il suo non essere deriva ma inerzia, “qui dove dimora il niente/ qui dove è salva la parola”.
Sì, con “Prima dell’estate e del tuono” Luca Pizzolitto entra ancor più di prima in ogni scuro che è livido e ombra, che è percossa e protezione, perché “nel buio vegli l’inganno e la cenere:/ le cose che non ritornano, le cose lasciate a metà”.
In queste pagine succede l’inaspettato, e il tanto cercato: sorgente e deserto hanno in comune la parola nuda, la radice più profonda a cui dare voce, nell’esatto che succede “Prima dell’estate e del tuono”.

Dal libro:

Del fuoco conservi antica memoria,
la misura del passo prima della caduta
il ramo ritorto la spina del pruno
la veste gualcita del tempo

dalle lampare la luce scolora il buio
muore la grazia nell’afa di luglio


madre di ogni rimpianto,
salvezza dei corpi santissimi dei naufragati.


*

Nel gioco di specchi è vuoto
il cielo, il canto che amavi

tra le rive veleno del tempo
il morso del fiore


Itaca è il mare,
il mare che ci separa.


*

Carta da parati brevi distanze
promesse celate nel sogno
qui dove strada vuol dire esilio

le sigarette lasciate a metà
l’aquilone a terra le nude stanze
la necessità di infinito.


*

Divise acque della mia sete
madre che stringi al silenzio
lo spazio sacro della resa
il nero vessillo del gorgo –

è l’angelo che tende la mano
le finestre infrante nel sogno


custodisci il lucore dell’alba
il tempo senza volto del mare
le mani giunte, la luce.


*

Tutto è immobile, prossimo alla sete:
la parola dal grembo mai generata
sul sentiero dei rovi e dei cani randagi
lento il respiro, il nitore della sera
pietre nascoste nella quiete e nell’abbandono

cerco dimora nel lontano,
ciò che è vita dopo il naufragio.



Intervista a Luca Pizzolitto:

Già dal suo titolo, “Prima dell’estate e del tuono”, questo tuo nuovo libro sembra essere alla ricerca di un qualcosa di assoluto, che vada oltre le intemperie e le febbri del momento, ma che voglia trovare un qualcosa di definitivo, che rimane. Può essere così?
“Prima dell’estate e del tuono” è un titolo potente, sì, che allude al tempo prima che accada l’estate, a quell’attimo di assoluto in cui un taglio di luce spezza il cielo, prima del buio. È un verso di Giancarlo Pontiggia, questo, che ho avuto la fortuna di poter utilizzare come titolo per il mio libro.
Dopo “Getsemani”, che ha chiuso un periodo di scrittura (e di vita) di quasi cinque anni, ho sentito la necessità di ripartire: consapevole della strada percorsa e di ciò che, di quella strada, avrei voluto mantenere. Aperto alla scoperta, all’imprevisto che ogni nuovo cammino porta con sé. Come scrive Gianfranco Lauretano nella nota introduttiva, “Prima dell’estate e del tuono” è “un’opera in cammino, che sta compiendo un attraversamento”.

E un’altra frase, questa volta contenuta in una poesia, penso dica molto: “lo spazio sacro della resa”. Che luogo è?
È il dove la vita incontra la scrittura, lo spazio che sovrasta il vuoto, il luogo sacro in cui nasce la poesia. È il tempo necessario dell’abbandono, il naufragio interiore della nostalgia che crea in me la condizione privilegiata e necessaria per l’incontro con la parola, per far sì che essa non si allontani da me ma si radicalizzi: abiti, mi abiti.
È “lo spazio in cui respira quell’eterna e insaziabile nostalgia della spiritualità, dell’ideale grazie al quale”, come scrive Tarkovskij, “esiste e si afferma l’arte”.

Ecco, mi sembra che per arrivare ad esplorare tutte queste impegnative situazioni, è come se tu abbia rinunciato al colore, per scrivere in bianco e nero. Cosa ne pensi di questo?
Trovo l’immagine della scrittura in bianco e nero assai calzante con il tentativo di scrittura che attraversa l’intera raccolta. Partendo dal presupposto che personalmente sono convinto che l’espressione artistica maggiormente vicina alla poesia sia la fotografia (e, per gusto personale, quella in bianco e nero) aggiungo che una caratteristica di questi miei ultimi scritti è una forte rarefazione, un procedere per musica e per immagini, spesso.
Ho cercato di estendere ulteriormente un qualcosa che, negli ultimi anni, ha caratterizzato il mio percorso di ricerca poetica: lo studio di una musicalità ed armonia nella brevitas del verso (e della poesia) insieme a un procedere che spesso avviene per accostamento di immagini, cercando di trovare la congiunzione di parole necessaria per dare forma (e inchiostro) a queste fotografie interiori.

Pagina dopo pagina, nell’addentrarmi di “Prima dell’estate e del tuono” ho vissuto la netta sensazione di essermi immerso in un non aspettarsi più niente, da questo nostro presente e da questa nostra società. Anzi. Di più, mi sembra che si possa solo fare i conti con ciò che resta. L’apocalisse è già successa?
Mi ricollego alla tua seconda domanda: lo spazio sacro della resa. A volte è inutile continuare a combattere, si rischia solo, sul lungo, di franare nell’ideologia e trasformare in una collezione di slogan e bandiere ciò che si scrive. Questo non vuol dire mollare la presa, cadere nel vortice del nichilismo, alzare lo straccio bianco e tornare, inermi e silenti, davanti al televisore. Anzi.
Significa, per me, allontanarsi, sostare alla giusta distanza da ciò che accade. Abitare quello spazio intermedio che permette di osservare meglio, di entrare in relazione senza essere risucchiati.
L’apocalisse è già successa e sta succedendo: non è un errore, penso davvero sia così. Ogni secolo, ogni stagione umana è stata attraversata da un’idea più o meno forte della fine. Dove siamo ora ci
siamo già stati. In altra forma, con altre paure e dando vita ad altre forme di resistenza. Ci sono stati i nostri nonni, i nostri bisnonni, e quanti sono venuti prima di loro nel corso dei secoli. Si tratta di non mollare, di resistere. Di fare dell’arte, della poesia (sempre per dirla con Lauretano) “uno spazio sacro di resistenza e ripresa”.

E in questa direzione, vivo il tuo scrivere come una poesia senza più ritorno… Che viaggio è?
No, non penso sia una poesia senza ritorno. Almeno, io non la vedo così. La vivo come una poesia dell’incompletezza, questo sì. Uso la frase di un poeta bulgaro che amo molto: Nicola Madzirov. Scrive: “Un essere umano appartiene anche agli spazi intermedi, alle case che rimangono incompiute”. Ecco. Questo è, secondo me, il dove in cui si colloca la poesia oggi. Meglio: in cui cerco di collocare il mio scrivere, oggi. Nello spazio aperto dell’incompiuto. Per attraversare il presente ipotizzando mondi diversi, mondi possibili.

Comunque non si ha mai la sensazione che tutto sia arrivato alla fine, c’è sempre un confronto che aiuta a trovare energia e desiderio di espressione. È il misurare il finito per trovare il tanto desiderato infinito?
Esatto. Questa domanda la vedo come consequenziale (e complementare) rispetto alla precedente. Laddove il finito è uno scenario di morte, distruzione, violenza, invece del precipitare nel vortice, invece di riprodurre in maniera meccanica ciò che vivo e osservo ogni giorno, cerco di testimoniare l’aprirsi ad uno spazio altro: alla natura, all’avanzare inesorabile della bellezza, alla custodia del silenzio. A quello che può essere declinato, in diversi modi, come infinito e che rimane, per me, forse l’unica via percorribile per non soccombere. Per resistere.

E poi importante è la presenza dei fiori. Le peonie, il cardo, le rose… Cosa è affidato al loro esserci, al loro mostrarsi?
È la prima volta che in un mio libro sono presenti così tanti fiori; me ne sono accorto una volta ultimata la raccolta, grazie ad un’amica che, per prima, me lo ha fatto notare.
È stata, nel suo piccolo, una fioritura involontaria: non consapevole. Penso di aver nominato i fiori così di frequente perché su un piano simbolico rappresentano, come in uno specchio, il conflitto interiore che spesso vivo: il graffio della spina, il taglio del rovo unito però alla magia del profumo, all’incanto delle mille sfumature dei petali.
E poi, il fiore come metafora di ciò che non muore davvero: l’ultima parola che viene strappata alla morte. L’arrivo della primavera, la sconfitta (temporanea) dell’inverno.

Un’altra importante presenza è quella della Grecia (Amorgos, Etesia, Chora…). Come mai?
La Grecia, nelle mie ultime raccolte, ha spesso fatto capolino. Concordo con te che mai si sia manifestata con la costanza con cui è avvenuto in “Prima dell’estate e del tuono”.
Negli ultimi dieci anni mi sono innamorato perdutamente delle isole greche – in special modo delle piccole Cicladi. E, ancora più nello specifico, di Amorgos, luogo reale (e dell’anima, ormai) di una bellezza sconcertante.
Di Amorgos amo le mille sfumature di azzurro che danno vita al mare, amo la rada vegetazione che la popola; amo la sua discreta piccolezza, che ti consente di arrivare da un capo all’altro dell’isola, in scooter, in poco più di un’ora. Amo il meltemi, vento dal carattere forte che soffia, specie a giugno e luglio, in ogni dove, portando tepore, profumo ma anche smuovendo il mare nelle viscere.


L’autore:
Luca Pizzolitto nasce a Torino nel 1980, città dove attualmente vive e lavora come educatore professionale. Da più di vent’anni si interessa ed occupa di poesia.
Tra i suoi libri, “Dove non sono mai stato” (Campanotto), “Il tempo fertile della solitudine” (Campanotto), “Tornando a casa” (Puntoacapo).
Con la casa editrice peQuod ha pubblicato, nella collana Rive: “La ragione della polvere” (2020), “Crocevia dei cammini” (2022), “Getsemani” (2023, prefazione di Roberto Deidier).
Del 2025 è la plaquette “deserti”, edita da Ilglomerulodisale. Da fine 2021 dirige la collana di poesia Portosepolto, sempre per conto della casa editrice peQuod.
È ideatore e caporedattore del blog poetico “Bottega Portosepolto”. Collabora in maniera stabile con i blog “Poesia del nostro tempo”, “L’Estroverso” e “La poesia e lo spirito” curando rispettivamente, per i diversi siti, le rubriche Discreto sguardo, Nostos – ritorno alla parola e Terra d’esilio.

(Luca Pizzolitto “Prima dell’estate e del tuono” pp. 67, 14 euro, peQuod 2025)




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di Roberta Antonini






Testo unico ———————-

Un canto breve

Tanka dell’Imperatore Tenji

di Gaia Rossella Sain


Capanna precaria
in un campo d’autunno,
sotto un tetto di paglia rada e stillante —

bagnate di rugiada
le maniche delle mie vesti di seta.


Questo testo, composto durante il VII secolo dall’Imperatore Tenji, è il primo dei componimenti facenti parte dello “Hyakunin Isshu”, una raccolta che è storia e cuore, tradizione e memoria.
Questa antologia, curata da Fujiwara no Teika nel XIII secolo, è ancora oggi uno dei pilastri della letteratura giapponese: un mosaico di voci che da secoli educa lo sguardo alla bellezza dell’impermanenza – una selezione di cento tanka, l’antico “canto breve” capace di legare in sole trentun morae il paesaggio naturale al riverbero dell’anima.
In questo scatto d’autunno, l’Imperatore Tenji descrive il momento con una semplicità quasi fotografica: una sosta in un kariho, una capanna – un rifugio temporaneo per sorvegliare il raccolto.
L’immagine della paglia del tetto si scontra quasi con la seta preziosa delle vesti, ma la tensione tra questi due poli si scioglie nel contatto con l’acqua. Che sia pioggia che filtra o rugiada del mattino (un inizio che fiorisce proprio nel tempo del declino) essa non fa distinzioni di rango: bagna la dimora del contadino e impregna la manica del sovrano con la stessa, silenziosa insistenza.
Nonostante i suoi milletrecento anni, il testo ci parla con una modernità disarmante. In un mondo contemporaneo ossessionato dal possesso, dalla necessità di essere visti e da una perfezione spesso artificiale, Tenji ci consegna l’accettazione della natura provvisoria delle cose.
Non c’è distacco morale, solo la cronaca di un’esperienza sensoriale che livella ogni gerarchia. In questo “stillare” così radicato nel quotidiano, e proprio per questo estremamente e quasi dolorosamente poetico, l’Imperatore non osserva la fatica della terra dall’alto, ma la abita fisicamente. Egli ci suggerisce la nobiltà insita nel fluire con il tempo e non contro di esso, spogliandosi della rigidità del proprio ruolo per accogliere l’imprevisto.
Il bagnato sulle sue vesti diventa il segno di una comunione universale, un punto di equilibrio dove la ricchezza della seta e la povertà della paglia si scoprono ugualmente fragili e permeabili.
È un’immagine di assoluta delicatezza che trasforma un istante di solitudine in un atto di profonda partecipazione al respiro del mondo.


L’autrice:
Gaia Rossella Sain nel 2016 ha pubblicato la plaquette poetica “Di Nuvole e Lontananza” (Culturaglobale), nel 2019 cura la raccolta di racconti “Friulani per Sempre” (Edizioni della Sera).
Suoi haiku sono apparsi su diverse riviste cartacee e web, sia in inglese sia in italiano, cominciando con il progetto “Hanami”, collana antologica di haiku edita da Edizioni della Sera, con i volumi “Primavera” (2015) ed “Estate” (2016). Sempre per la stessa casa editrice, ha curato la traduzione inglese di “Friuli Venezia Giulia in 17 Sillabe”, raccolta haiku del poeta Salvatore Cutrupi.
Cura workshop di haiku per diversi enti e associazioni, fra cui il Far East Film Festival di Udine e l’UniTre di Cormons – collaborazione, quest’ultima, che ha visto la pubblicazione de “Il Codice delle Stagioni” (2023).
Opera nelle scuole con il programma “Haiku nello Zaino” per bambini di diverse età.
Dal 2018 è membro della giuria italiana per il premio internazionale di poesia haiku per l’infanzia, il World Children Haiku Contest della fondazione giapponese JAL Foundation.
Organizza kermesse letterarie ed eventi culturali, fra cui la rassegna Taglio Poetico.

www.gaiarossellasain.com

(“Hyakunin Isshu”, a cura di Fujiwara no Teika, edizioni Nuinui 2026)






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Voce d’autore ——————–

Cosa prova una ferita dopo la sutura?

Cristina Vascon, “Abbi cura”

di Antonello Bifulco


Penso a quante nuvole capovolte nel fossato, a quanti alberi che sembravano spostarsi in quella folle corsa, alle curve di una strada oramai senza più uscita, senza più una dimora, per quello che aveva fatto, per quello che non pensava di aver fatto, dover decidere in fretta, prendere i rimorsi e seppellirli, gettarli oltre un ostacolo, un luogo dove non potessero mai più trovarla e allontanarsi da quegli occhi senza più voltarsi.
Abbi cura” di Cristina Vascon ci ricorda quanto le anime che hanno subito e subiscono violenza, rimangono il più delle volte intrappolate nei fermacarte di una società alienata, di un mondo dove si rimane seduti a “chiedersi se una ferita prova sentimento dopo la sutura, dopo aver provato a chiudere ciò che è stato aperto per fare male, e chiedersi infine se esiste e mai ci sarà una Corte dei Giusti pronta a liberarci dal suono ridondante che emana il verbo della Violenza”.
Isaac Asimov diceva che la “Violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”, monito contro ogni forma di prevaricazione, in particolare la violenza sulle donne, i bambini e i soggetti deboli, sottolineando la necessità di una risposta culturale e non solo punitiva. Cosa che la poetessa fa in questa sua silloge pubblicata per Lietocolle – Ronzani Editore; il titolo “Abbi cura” apre al dialogo, apre le porte ad un’attenzione che deve essere rivolta a se stessi poiché pare ci sia ancora il bisogno di ricordarselo, accende una luce sulle necessità degli altri, agli sguardi quelli che abbiamo dimenticato dentro un armadio per incapacità, per negligenza relazionale o forse perché pensare all’orticello sotto casa fa meno paura.
Cristina ci racconta che perdere la tenerezza allontana, moltiplica le distanze, uccide ciò che è lo stare insieme e vivere con “l’altro” chiunque esso sia, si pone domande alle quali una risposta pare scontata, “ci ricorda che far piangere è come morire la prima volta, che ferire uccide mille volte, che distruggere una madre fa implodere il cielo intero”.
Due sono i capitoli presenti in queste sue 56 pagine di nuove parole poetiche, uno ha per titolo “Ferite e cicatrici” e l’altro “Accanto a Giulia” parole per Giulia Cecchettin.
Nella prima parte si cammina nei sentieri dove la violenza è più subdola, là dove si nasconde, dove si prepara a far male, nella seconda parte la poetessa prende per mano Giulia e ci accompagna nei luoghi dove le parole diventano afone, dove “Tace perfino la poesia” ci conduce tra le braccia di una “Notte atterrita, che tutto comprende./ Notte che ulula, chiama, vorrebbe avvisare/ e si strappa buio e stelle, ma nessuno la sente:/ Notte di lacrime e luce di diademi/ per l’ennesima anima brutalmente freddata,/ anima martoriata senza alcun tentennamento”.
Sono parole che fanno a meno di una punteggiatura insistente, parole lasciate cadere dall’albero della paura, poste tra due puntini verticali a suggerire un’attesa, un pensiero, un luogo di ritrovo dove raccontarci tutti insieme quanto sia importante parlare di “Amore” che etimologicamente parlando dovrebbe da solo allontanare la morte (dal latino “a-mors”, “senza morte”).
È un libro che affronta la quotidiana lotta ad una cultura del conflitto individuale, a quel dover essere per forza contro qualcuno o qualcosa, un libro che nonostante il forte tema trattato ci cuce addosso la necessità di essere positivi, di costruire un percorso di buone pratiche, di camminare guardando avanti sapendo che non può essere ogni giorno un brutto giorno e che non siamo numeri legati alla memoria di un triste evento.
Le parole di Cristina squarciano il silenzio dell’indifferenza chiedendosi se esiste una pioggia capace di ripulire il sudicio di certe mani, sta a noi cercare una risposta guardandoci dentro.


Dal libro:


Ogni volta

Ricorda
:
ogni volta che un uomo
fa piangere una donna
una stella muore.

Ricorda
:
ogni volta che un uomo
ferisce o dileggia una donna
mille stelle si suicidano.

Ricorda
:
ogni volta che un uomo
distrugge una madre
il cielo intero implode.

Ricorda
:
ogni volta – tu –
:
Ricorda


*

Aspettative e tradimenti

Cosa prova una ferita dopo la sutura?
Sollievo o paura? Sollievo, per il taglio
che prima o poi terminerà di sanguinare,
o paura per la fine obbligata
al ritorno verso una felicità presunta,
come se nulla fosse mai accaduto?
:
Cosa si sperimenta ad essersi persi
in un mondo che dilania e lacera?
Cosa si sente quando si prova a raccontare
a quell’avvocato, giuria o giudice
la violenza subita? A loro, che – diligenti
e attenti – applicano e interpretano le leggi?
:
Cosa si prova a non essere ascoltate e capite?
Cosa si prova ad essere ancora una volta umiliate
ad essere nuovamente violentate
proprio lì, davanti alla Corte dei Giusti?
Giusti che nulla di quei fatti potrebbero

per fortuna loro – mai (ri)conoscere?
:
Vi prego, ditemelo voi cosa si prova
perché io – davvero – ho tentato, ma
non
ne
sono
più capace


*

(Non) corrispondenze

Slanci d’azzurro e mosaici scomposti
a correggere il flusso delle anime,
tra assordanti spine e pensieri dolorosi
:
“Saprai tu – amore per me grande –
perdonarmi, se, inciampando,
oggi, per una frazione di secondo
:
ho nascosto il mio viso sulla tua salda spalla
e un’azzoppata lacrima ha sgualcito
la tua giacca più preziosa ed elegante?”
:
“Perdonami, se potrai
perdonami, amore per me grande”.
Grande – ahimè – per me


*

Epistassi

Incomprese fin dalla nascita

Una parola fredda che ti scivola
sul corpo, e la paura di non essere
per la millesima volta compresa,
come tanto avresti desiderato.
Una parola e un verso – entrambi infranti –
un braccio rotto e un cuore
speso in epistassi eterna.
Rossa sei, scarlatta come queste scarpe,
per sempre rosse, scarlatte
come il tuo dolente immaginare.


*

Memorie nel tempo

Dovrei dimenticare, per provare a crescere
e tornare finalmente a vivere. Dovrei fare
copia delle mie chiavi – temo, troppo spesso –
ma mi costerebbe una fortuna; così ho affidato
i chiavistelli del mio animo al vento: lui sa
quando aprire e chiudere, a seconda
delle meteorologie emotive.
Del mio passato ricordo poco o niente,
soprattutto di quando – bambina –
era come stare affacciata – naso schiacciato,
alito caldo – ai vetri di finestre spesso appannate.
Tra un riquadro e un altro, tanta fitta nebbia
e all’improvviso una cascata di colori.
Soprattutto, il verde brillante di prati campi
e colline, l’arcobaleno dopo la pioggia,
il rosso e il viola e il trucco dei papaveri
le spighe bionde e gli azzurri zigzaganti
di cieli inestinti; e infine, lo spirito
accogliente dei miei compagni a quattro zampe.
Chiodi e crucci non voglio ricordarli: i primi
sono tutti infissi nel legno esposto ai tarli, gli
altri stanno dall’altra parte dello specchio
che oggi rifrange e restituisce solo
i miei sogni più limpidi e profondi.


*

Pioggia

S’abbuiano i sentimenti per ciò
che lacera e spacca l’intenzione
:
Lacrime di pioggia rendono
ancora più verde e fredda l’erba,
strappano i capelli agli alberi
e rendono impotenti fiore e foglia
:
Un brivido percorre i Colli, tra cappe
di assordanti grigi e singhiozzi
d’inarrestabile dolore. La domanda…
:
Giulia, dove sei?


*

Notte disperata

Tace perfino la poesia. Attraverso
le ciglia di una luna smerigliata, la notte
li scruta, agghiacciata
:
Notte atterrita, che tutto comprende.
Notte che ulula, chiama, vorrebbe avvisare
e si strappa buio e stelle, ma nessuno la sente
:
Notte di lacrime e luce di diademi
per l’ennesima anima brutalmente freddata,
anima martoriata senza alcun tentennamento
:
Anima occultata senza minimo ripensamento
senza alcun rimpianto, senza il conforto

di uno sguardo di bene e di accoglienza


*

A.D. 2023

Sono diventata un numero: il 105,
uno di quei numeri che tanto studiavo
e che mi avrebbero dovuto aprire
a un mondo migliore e nuovo,
il mondo che sognavo per me.
Non lasciate – vi prego – che io resti
solamente un numero, nella memoria
di questi atroci, continui ed assillanti crimini



Intervista a Cristina Vascon:

“Abbi cura”, partiamo dal titolo, è insito un richiamo a se stessi e agli altri, un invito ad accudirsi/e proteggere, proteggersi, rendersi liberi dalle paure. Ce ne vuoi parlare?
A differenza di “curare” (trattare una malattia), “prendersi e avere cura” implica un sostegno relazionale e umano profondissimo.
Aver cura” etimologicamente, deriva dal latino cūra (preoccupazione, attenzione), con un’origine antica talvolta legata al cuore (quia cor urat) o alla radice indoeuropea ku-kau (osservare, fare attenzione).
In filosofia per Martin Heidegger la cura (Sorge) è la struttura ontologica fondamentale dell’esistenza umana, definita “Esserci” (Dasein). Essa costituisce l’essere stesso dell’uomo.
La frase latina “quia cor urat” – letteralmente “perché brucia/scalda/consuma il cuore” – si collega direttamente alla “Favola di Cura” di Igino, che Heidegger utilizza in “Essere e Tempo” per dare una base antropologica al suo concetto filosofico.
Secondo il mito: Cura, mentre attraversava un fiume, diede forma al fango creando l’uomo. Giove vi infuse lo spirito, così pretese di dargli il nome. Terra intervenne perché l’uomo era fatto di fango (terra) e voleva anch’essa dargli il suo nome. Saturno (il Tempo) fece da arbitro e decise che: Giove avrebbe avuto lo spirito dopo la morte. Terra avrebbe avuto il corpo. Cura avrebbe posseduto l’uomo per tutta la vita, proprio perché era stata lei a dargli forma per prima.
Heidegger usa questa immagine per dimostrare che l’uomo non è un oggetto statico, ma un essere costantemente in ansia e in movimento verso il futuro, “bruciato” dalla necessità di decidere chi essere.
Ed è proprio per questo che dobbiamo in primis aver cura di noi stessi e una volta deciso chi siamo, aver cura degli altri, senza però definirli e limitarli, ma lasciandoli liberi di esistere, essere, realizzarsi e vivere.

La poesia come luogo di incontro e condivisione, poesia che si apre alle pagine come “denuncia” ma che, allo stesso tempo, si traduce in “preghiera” contro ogni violenza, contro la “violenza”. Quale il tuo vissuto con la violenza e quale l’importanza di parlarne in ogni campo della cultura a partire dalla poesia?
Ho infine realizzato che la violenza mi risulta essere qualcosa di umanamente inaffrontabile, un qualcosa che la mia mente e il mio cuore non riescono a contenere; un qualcosa che va oltre; talmente oltre da non riuscire, neppure quando li rimandavo a memoria per scuola, a trattenere e a ricordare i dettagli di crimini talmente cruenti da far scappare via la mia stessa memoria ferrea, di mente e cuore non voglio neppure parlare.

Due capitoli nel libro edito da Lietocolle, uno dal titolo “Ferite e cicatrici” e l’altro “Accanto a Giulia”. Nella prima parte ci accompagni in quei luoghi dove si annida la violenza, nella seconda parte prendi per mano Giulia e “Volevo soltanto scomparire per rinascere/ in un sano abbraccio, e invece muoio per mano/ di chi diceva di amarmi più di se stesso”. Ti chiedo come può l’amar troppo trasformarsi in violenza omicida?
L’amore, per definizione, non può trasformarsi in violenza omicida e morte, e questo continuo utilizzo di termini e parole non congrue confonde le menti più fragili… manca non solo una educazione all’utilizzo appropriato dei vocaboli (dimenticando quanto le parole abbiano il potere di creare), ma manca una vera e propria e indispensabile educazione ai sentimenti.
Mia figlia stessa era sempre basita di quanto a scuola tutti fossero preoccupati a insegnar loro educazione sessuale e mai educazione sentimentale. Quando si educano bambini e giovani in questa maniera si è già dei perdenti in partenza. Per primi, in veste di educatori, dovremmo fare un passo indietro, anzi più di uno.

Amore, per definizione, è un sentimento molto intenso caratterizzato dal desiderio di bene e condivisione. Lo si lega all’espressione latina a-mors, intesa come “senza morte” ovvero simbolo di vita e immortalità.
Detto questo, ribadisco che per definizione il vero Amore non può comportare violenza e morte; quello è ben lungi da essere Amore
“.
Sono parole che volutamente si privano di una inutile punteggiatura, parole che sembrano soffrire tra due puntini verticali messi in attesa, come alla ricerca di quel solo punto per chiudere una frase, per chiudere con tutto questo male. La scelta di una punteggiatura non invasiva e dei due punti verticali tra le frasi è per liberare meglio i pensieri e meglio metterli in evidenza?
Era tutto talmente doloroso e difficile da scrivere, che anche la punteggiatura sembrava un ulteriore scempio, una violenza perpetrata. Ma bisognava comunque sottolineare l’importanza di quanto dettato dal cuore, dalla sensibilità, dall’empatia – empatia che volentieri vi assicuro regalerei a chi uccide! – e così ecco immolarsi a questo scopo i due punti sospesi in verticale senza alcun appiglio, immoti e silenziosi, basiti e inermi davanti agli atti più crudeli e truci.

Nella poesia “Aspettative e tradimenti” ti chiedi se una ferita prova senti mento dopo la sutura, dopo aver provato a chiudere ciò che è stato aperto per far male. Hai trovato una risposta? E poi esiste una Corte dei Giusti?
Ho capito che il tempo non cancella dolore, offese, ferite; no, non ha questo potere; magari lo avesse. Ma ha il potere di trasformare, di trans-formare, ovvero di portare e dare forma “oltre e al di là”. E da qui, il grande potere del per-dono, che non significa dimenticare; ma un potere di donare, condonare, di guardare a quella cicatrice senza a sua volta generare altro dolore, altra violenza, altro male.
A ricordarci, a monito al nostro agire, come talvolta basti così poco per finire all’Inferno, anche e nonostante una ipotetica, molto ipotetica, Corte dei Giusti.

La tua poesia da sempre è legata al territorio, alla casa, ai luoghi dell’amore familiare e del vivere tra le armonie di un focolare. Nonostante il tema, an- che in queste parole c’è un continuo invito a parlare, parlarsi e capire, curarsi. Quanto è stato difficile prenderti cura di questo libro?
Per una persona empatica come lo è Cristina – e parlarne in terza persona già dovrebbe suggerirvi quanto sia stato doloroso e difficile scrivere questo libro e parlarne – prendersi cura di questa Silloge non è né scontato, né semplice; tanto che spesso si ritrova a pro-muovere, invece che il proprio, libri altrui per fortuna molto più leggeri.
Poi però Cristina si “ridesta”, perché quando le fu chiesto di scrivere per Giulia e successivamente in merito ad ogni tipologia di violenza – vi ricordo infatti che ci sono poesie sulla violenza non solo verso le donne, ma anche verso gli uomini e, al di là di maschi e femmine, violenze verso gli anziani, i bambini, alunni e la lista potrebbe continuare infinita – tentò di ritrarsi; “per comprendere, infine, che era più facile declinare l’invito e vivere a cuor leggero che affrontare il calvario, il “luogo del cranio”. Tuttavia, ha pensato Cristina, è dopo la crocefissione che ci può essere una rinascita e una nuova consapevolezza, intesa quale conoscenza profonda, quella capacità di sentire e percepire le cose, non solo intellettual-mente e razionalmente, ma con tutti se stessi e oltre se stessi.
Una consapevolezza che riguarda ogni uomo di buona volontà e coscienza. Per quanto riguarda invece il reframe un po’ di tutti i miei scritti, ovvero il territorio, la casa, il focolare, le nostre radici sono il punto, per me, imprescindibile, nel bene e nel male, da cui partire per formarsi, comprendersi, costruire e costruirci; quei luoghi di protezione dove poter parlare, confrontarsi, sbagliare senza sentirsi giudicati, ma aiutati e supportati per diventare la versione migliore di noi stessi.

L’autrice:
Cristina Vascon si laurea in Economia aziendale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, per poi intraprendere la carriera in una multinazionale leader in Risorse Umane. Rientra a “casa” per dedicarsi a proprie attività _ tra cui l’azienda agricola multifunzionale Ca’ Vascon – e alla propria famiglia.
Dopo la nascita della figlia, si impegna in composizioni per bambini. Con la Libreria Editrice Urso ha pubblicato cinque sillogi: “È la luna che bussa alla porta“, “Ritorno ai Colli Euganei e un po’ più in là“, “Nell’anfora del cuore“, “Oltre l’alito dei meli in fiore“, “Scrivo per te“, per le quali ha ricevuto premi e menzioni a concorsi di poesia e letteratura nazionali e internazionali.

(Cristina Vascon “Abbi cura” pp. 56, € 12,00, Lietocolle Editore 2025)





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Ti racconto ———————

“In the Bear’s House”

Bruce Hunter, “Nella casa dell’orso”

di Vivian Hansen


Ho letto la prima edizione di questo libro, “In the Bear’s House”, nel 2009 (Oolichan Books). Allora, come oggi, lo consideravo il capolavoro di Bruce Hunter. È stato tradotto in italiano: “Nella casa dell’orso” (iQdB ediziini, 2024).
Quando fu pubblicata la prima edizione, il genere memoir faticava a ritagliarsi un posto nella letteratura canadese. I premi erano scarsi e il genere stesso si appropriava delle convenzioni della narrativa e della poesia. “In the Bear’s House” sfida tutte queste convenzioni in molteplici modi. È un respiro di Bruce Hunter; il tocco soggettivo dei disabili e degli emarginati. È un viaggio narrativo di redenzione, come ogni memoir si sforza di rivendicare nell’arte. Vede i popoli indigeni con una consapevolezza che aggiunge un’umanità essenziale.
Per tutto il libro, Trout si concentra su una conchiglia che gli è stata donata. Attraverso la conchiglia, “sente” un mondo di sua creazione. La sua immaginazione si affina attraverso le conchiglie, e la conchiglia diventa il suo apparecchio acustico metaforico. Indossa il suo “aggeggio” artificiale, ma la conchiglia trasporta la narrazione nel suo mondo alternativo.
Sfida e ribellione trovano Trout e il suo compagno Kenny. Commettono effrazioni e si dilettano nelle pratiche di un pericoloso passaggio all’età adulta. Trout viene mandato dagli zii nelle pianure di Kootenay per cambiare la sua direzione, ed è lì che trova i suoni della libertà e nuovi modi di conoscere. Mentre è nell’accampamento dei Kootenay, Trout impara a sentire:
All’interno della Loggia della Medicina, i suonatori di tamburo iniziarono. Quattro di loro si inginocchiarono e batterono insieme, e mentre cantavano, i piccoli peli si rizzarono sulla nuca di Trout. L’antico suono lo percorse, mentre il grande tamburo circolare riverberava e rimbombava, prima attraverso i suoi piedi, salendo da terra, e poi intorno a lui nell’aria e attraverso la sua pelle. Grida penetranti provenivano dalle gole dei cantanti e lui poteva sentire i peli sulla sua testa e sulle sue braccia scintillare mentre ascoltava con tutto il corpo. Non aveva bisogno di apparecchi acustici qui nelle pianure di Kootenay” (pag. 152).
Il raggiungimento della maggiore età di Trout segna la sua trasformazione da ragazzo disabile a uomo che ascolta il suo cuore e sa cosa ne sarà del suo mondo e della sua famiglia indigena allargata. Leggendo queste memorie, inizierai a rivendicare ciò che Trout desidera: gli stessi suoni legati al tuo cuore.

Dal libro:

Clare

Era il mio primo nato, il mio bambino azzurro, il mio bambino d’acqua. Prima che arrivassero tutti gli altri, passandomi dentro in fretta. All’inizio non c’erano indizi che qualcosa non andasse. Non sospettavo niente, anche se ne avevo sentito parlare da mia nonna materna – nonna Locke, “pronunciato come lucky, fortunato,” come diceva sempre.
“Tha wee bairn,” sussurrò la prima volta che lo prese in braccio, già gli spuntava in testa un umido ricciolo rosso “he’s a bonny wee lad, wha’s dead couthie an greets a’ thae while if he’s nae cuddled.” Non avevo idea di cosa volesse dire, lo zio Jack fece spallucce, ma la mamma rise; tutti e tre erano con me nel reparto maternità quel giorno. La mamma tradusse, “È carino e affettuoso, ma se non lo tieni in braccio non fa che piangere.” Nonna Locke mi aveva messa in guardia anche dal marchio di Caino. E raccontava storie di paura. Da bambina ne ridevo, ma non le raccontavo dei fantasmi che avevo visto. Come se ammetterlo li rendesse reali, e il vecchio paese che la nostra famiglia si era lasciata alle spalle, non fosse più tanto vecchio o distante. Il suo non era il marchio di Caino, era diverso, come avremmo presto scoperto. Per essere una famiglia che si chiamava Locke, fortunata, spesso non lo eravamo.
Non sono sicura se sia l’acqua ad attrarre lui o viceversa. Ma quando il dottore lo prese in braccio per la prima volta, l’infermiera tagliò il cordone e me lo portarono via, la sua pelle blu, il viso congestionato e soprattutto, chissà, il suo silenzio, mi terrorizzarono. Anche nello stordimento del parto, sentivo i colpetti rapidi che gli davano sul sedere, il sibilo della bombola d’ossigeno dietro le tende e infine le sue urla acute, lamenti interrotti da gorgoglii e piccoli sospiri. Respirava – e non sarei mai più stata così felice di sentire piangere un bambino. Nacque alle 5:29, a metà della terza settimana di maggio del 1952, proprio mentre la prima luce polverosa del sole faceva capolino nei corridoi del Calgary General Hospital e la città là in fondo si agitava nelle ultime ore di sonno. Will era il mio primo nato, e per il resto della vita si svegliò prima del sole.
[…]


Trout

Era il posto dove si nascondeva quel ragazzino sordo chiamato Trout, la trota. Tutt’intorno, un’ampia fascia acquamarina, sbuffi di sabbia, brandelli di rete, due lucidi galleggianti di vetro soffiati a bocca, trascinati nella corrente dalle reti dei pescatori giapponesi. Là, le rinsecchite e delicate carcasse dei cavallucci marini, con le nobili teste imbrigliate da minuscoli cavalieri invisibili. Qua, l’elmo da guerriero di un lucido Nautilus, con le spirali rosa della conchiglia, la corona nodosa scheggiata e la punta scomparsa. Diverse stelle marine secche, le braccia appena sollevate, come i tetti di pagode marine affondate nella sabbia. La ciprea screziata, i fragili buccini, i cappelli cinesi delle patelle, la capasanta uguale al logo della stazione di servizio, il vivace sanscrito che avvolge i coni delle conchiglie lungo le loro curve barocche e le svolazzanti vongole giganti. Gli unici pesci vivi nuotavano poco più in là, una dozzina di barracuda a strisce azzurre e un paio di guppy in vasche separate, dove bolle vivificatrici gorgogliavano inascoltate sulla superficie dell’acqua. Era il suo mare privato.
Non il mare vero, ma una parvenza di ciò che stava settecento trentatré miglia a ovest. Una stanza azzurra in uno scantinato. Un soffitto bianco lo sovrastava, questo luogo immaginario nell’entroterra che Trout e sua madre avevano creato in segreto. Vernice, sabbia e conchiglie, posizionati a creare un’illusione necessaria. La sabbia e i pesci erano un’idea di lei: “Proprio come l’oceano,” aveva detto. Una stanza silenziosa, pervasa da un proprio linguaggio vivace e chiassoso, un’accozzaglia di colori, forme e dimensioni in cui era solito rifugiarsi.
E il ragazzino sordo riordinava, contava e nominava all’infinito ogni singola conchiglia. Per poi ricominciare. Ogni conchiglia, ogni granello, promesse di una lingua che voleva ardentemente comprendere. Gli consentivano di mettere insieme tutti i mezzi suoni, di immaginare le parole che finivano appena fuori dalla sua portata. Sapeva che il suono accompagnava il movimento degli alberi nel vento, lo scatto del becco di un uccello. Poteva vederli e toccarli. E aveva letto le relative parole. Ma i suoni non li sentiva.
[…]


Gli autori:

Le pubblicazioni di Vivian Hansen includono tre raccolte di poesie e diversi chapbook. Ha pubblicato saggi in Coming Here, Being Here e Waiting. Ha anche scritto un breve saggio nella serie Calgary Public Library Dispenser (2019), “Where We Surfaced“.

Il romanzo pluripremiato di Bruce Hunter, “In the Bear’s House”, il suo dodicesimo libro, è stato appena ripubblicato a maggio da Frontenac House. Nel 2024, il suo romanzo “Nella casa dell’orso” è stato pubblicato in Italia da iQdB edizioni. Nel 2023, la sua raccolta di poesie “Galestro” è stata pubblicata in Italia. Le poesie, i romanzi, le recensioni, le interviste e la saggistica creativa di Bruce sono apparsi in oltre 100 blog, riviste e antologie a livello internazionale. È un orgoglioso nonno di Julian, Alice, Lucas e del piccolo Theo.





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Non fa rumore l’ape sul fiore

Oriana Sandrin D’Ascenzi, “Briciole di Vita. Prosa e poesia”

di Anna Piccioni


La Poesia di Oriana Sandrin D’Ascenzi racconta storie, emozioni, attimi colti in un fermo immagine che poi si allarga raccogliendo tutto il Creato. Ha cominciato a scrivere dopo la morte del marito, dopo lunga malattia. La poesia è per Oriana un modo per elaborare il lutto. Pur avendo il cuore straziato dal dolore ha trovato nella scrittura un modo per continuare il dialogo e l’intimità col suo amato sposo.
Oriana è una poeta molto prolifica: il sole, la luna, le stelle, richiamano ricordi: Un raggio di sole, mi sfiora,mi abbaglia, cerco l’ombra […] Un cane abbaia…mi guarda spavaldo: due occhi di ghiaccio, cerca riparo in un bosco, nella natura incontaminata per trovare il nulla tra le mani, il tutto nel suo cuore. La sua sensibilità coglie attimi unici.,
In questo suo “Briciole di vita“, dove prosa e poesia si alternano, racconta i suoi momenti anche più dolorosi. Nei suoi racconti si trovano versi, è una prosa poetica. Il rapimento dell’anima in dimensioni spirituali: Tutto è legato al grande Amore della sua vita, strappatole da un triste destino, lasciandola sola, ma solo fisicamente, perché il dialogo l’intesa continua. Addirittura il legame tra Lei e il marito potremmo considerarlo un’intesa astrale.
Oriana Sandrin D’Ascenzi riesce a parlare del suo dolore perché sostenuta dalla fede nella vita eterna; è riuscita a trasformare il dolore in felicità superando le barriere fisiche. La coscienza della solitudine che l’avvolge si squarcia nel momento in cui il profumo dei fiori, il canto degli uccelli le ricordano le molte primavere vissute con il suo amato e per incanto si lascia trasportare dall’estasi che mi sale dal profondo.
Forse è un sogno, probabilmente il risveglio sarà pieno di lacrime, ma non ha importanza; la gioia, la felicità è amare ed essere amati, sentirsi amati. Non piange il suo lutto. Il marito continua a starle accanto, senza te non vivo/ vivimi dentro/ sii vita mia.
L’Amore supera le barriere della morte: è vero a volte la mancanza fisica è struggente, ma lo spirito si ricongiunge in un’altra dimensione: vivimi amore/ vivimi al mio fianco/ Vivimi, amore mio/ Se solo potessi/ io di te vivrei.
Come detto più sopra l’Amore di Oriana Sandrin D’Ascenzi abbraccia il Creato, e anche gli affetti famigliari nel racconto “Storia di una famiglia”; la sua famiglia con al centro il padre, una storia reale… sofferta e dolorosa, vissuta sulla pelle di tante persone. Quando ai contadini fu offerta la possibilità di lavorare in cantiere, lasciando il duro lavoro dei campi, nessuno sapeva che quei capanni erano fatti di amianto, amianto killer lo chiamarono quando scoprirono il colpevole di tanti lutti.
E poi l’amicizia che dovrebbe essere un primo piatto: un saporito minestrone con i sapori e i profumi dell’orto. In un sogno ricco di sensazioni reali che poi finisce e te ne sei andato, quasi con il cucchiaio in mano, facesti appena in tempo ad appoggiarlo sul bordo del piatto.


Dal libro:

Si è fatto giorno

Sapori odori emozioni
paradossale aporia
il riflesso di un sogno
verità o follia, ti penso e
ti cerco, anche quando dormo è tutto così vero così vivo che mi sveglio.

Richiudo gli occhi a mente aperta si scoprono gli altarini la corsa è finita
il treno è passato, i giochi sono fatti ma della notte
mi rimane il sorriso,
sai perché, dolce sposo mio? Perché ti porto nel cuore, sei salito alla luce
non hai scelto di andare sei stato scelto, non hai spento il sole, la fiamma dell’amore non è acqua che scorre non fa rumore.

Non fa rumore l’ape sul fiore, non fa rumore un pensiero e io io ti penso sempre, ti penso ancora e ancora tanto e in quel pensiero sei già ritorno…


*

La strada del cuore

Passa per il cielo
la strada del cuore
non ha sassi ma parole
sentieri di muschio prati rasati
e petali di tanti fiori profumati
incensano il respiro.
Posi il tuo passo sul velluto
e quasi temi di fare male
ma vai avanti, vai avanti
inciampi tra orme roventi, piene di ricordi
e con il viso al cielo la voce ovattata dal silenzio
segui il filo di un pensiero e ti racconti e parli, parli.
Parli di te e di noi e inizi a creare
sei tu la sposa e sogni in rosa, rosa come la luna stasera.
Mi sento fragile, colpevole
vorrei essere al posto tuo Angelo mio
che risplendi sul mare d’argento, ti porgo le mie labbra,
scendimi le tue sfiorami come sai tu,
respirami l’emozione, ti sento così vicino
da percepire l’umido tepore di una goccia di saliva,
il fiato sul collo: manca solo la parola…


*

L’ora venuta meno

L’ora venuta meno in un
silenzio pieno d’amore è
l’essenza della vita stessa
che lo vuole e l’emozione
è così nuova che mi ruba
la parola, l’attimo è divino.

Lo colgo a piene mani e dalla terra sale il respiro
del buon raccolto è tempo di mietere, i campi sono pieni di vita, le spighe mature e noi, noi, abiteremo l’eternità.

Nell’arcobaleno dell’amore
abiteremo l’eternità
dei nostri sogni e sarà amore, sarà sempre amore.
Sarà sempre amore…


Intervista a Oriana Sandrin D’Ascenzi:

Quando hai iniziato a scrivere?
Il mio primo incontro con la scrittura è stato un piccolo racconto di vita, pubblicato in un libro con più autori e questo diede il via al come sono ora.
Dal racconto passai alla poesia, posso dire prosaica. Mi piace scrivere e la scrittura mi fa sentire serena. Da allora sono presente in più gruppi di poesia in presenza e online, che io chiamo i miei pensieri di cuore. Le mie poesie sono state pubblicate in riviste culturali in più idiomi e ne vado fiera, tuttora sono in più antologie e spazio dai monti al mare in questa nostra bella Italia…

Come hai scoperto che scrivere Poesia è una salvezza?
La Poesia è un salutare modo per elaborare il dolore. Non è stato facile e devo dire che non so come, ma so perché, perché è successo. Tutto va ma tutto torna, come disse qualcuno, nessuno se ne va se è nel pensiero, io non ho mai lasciato solo il mio pensiero e vi confesso che le mie prime parole su delle pagine bianche non si leggevano, tanto erano pregne di lacrime versate.
Ma poco a poco mi furono amiche, mie e delle mie figlie, ho cominciato a scrivere la mia, la nostra felicità, per essere più vicina a loro, alle mie figlie…

Come Poeta sei molto prolifica, sembra ci sia un bisogno vitale di mettere sulla carta le tue emozioni…
Hai ragione, più che un bisogno io direi quasi quasi uno sfogo, quando scrivo sono me stessa e sento come un senso liberatorio, il tempo non ha ore.
Forse temo che la mente mi abbandoni il ricordo…

Quanto scrivi per te stessa, e quanto per farti ascoltare?
In primis scrivo per me perché come ho già detto mi fa bene, non scrivo per farmi ascoltare, ma quando l’ascolto è sincero, ecco, allora sono grata a chi mi dona il proprio tempo.

Nei tuoi versi l’Amore è il soggetto principale: un Amore che si irradia verso l’umanità e la Natura…
L’amore nella mia vita è essenziale, non potrei vivere senza, l’amore per il mio sposo, per le mie figlie e i miei nipoti, la casa natia, la mia prima famiglia, i miei genitori. Io sono figlia dell’amore e mi sento sorella del dolore.
Amo la luce del sole, la natura in fiore, se posso tendo la mano l’amicizia. È importante. Nonostante tutto sono fortunata, mi sento amata.

Perché non senti la necessità di pubblicare le tue poesie?
Cara Anna forse per timidezza, a volte mi sembra che parlar d’amore sia sbagliato, è tanta la solitudine, la sofferenza che vedo attorno a me, che a volte mi taccio e mi dispiace.
Però ti posso svelare che ne sento il desiderio. Chissà, forse a presto…


L’autrice:
Oriana Sandrin D’Ascenzi è nata ad Aquileia (Ud). Vive a Trieste.
È attiva in diverse associazioni poetiche e culturali, tra cui Poesia e Solidarietà e Sintonie Creative.
Alcune sue poesie sono state pubblicate nella rivista Culturale Rumena “Meridianum”.

(Oriana Sandrin D’Ascenzi “Briciole di Vita. Prosa e poesia” Pluriversum Edizioni)




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Voce d’autore ———————

Disobbedire al divieto di salto nella luce

Stefano Calemme, “Atlante delle ferite”

di Giovanni Fierro


Vincitore del concorso Faraexcelsior 2025, “Atlante delle ferite” di Stefano Calemme è raccolta poetica che sorprende.
Da subito, già dalle prima righe, con quel “Sei da sempre la neve che tutti i mari/ si contendono come miracolo” capace di inventare sorpresa e vicinanza.
Quattro coordinate (in ordine nord, est, sud ed ovest) per costruire e riconoscere una geografia nella quale porre il proprio stare, nel tentativo di indicare i tagli del proprio vivere, dove fare esperienza dello smarrimento, “Buttarsi fuori margine senza/ la lunga attesa delle albe”, e dove affidarsi alla fiducia di ogni percezione, “Conosci soltanto le vibrazioni,/ non ti sconvolge la febbre sotto i piedi/ perché ti senti già lembo/ di una terra in volo”.
Sì, riconoscere una mappa dove “io vagavo senza geografia, sentivo/ la flebo lenta/ dei ghiacciai gocciolare/ sul mio fondale”, stando dalla parte più vulnerabile del proprio esistere, sempre alla ricerca di un dialogo, con gli altri e con se stessi. Anche solo per dire che “Non so da che angolo di anima provenga il dolore,/ se sia da sempre un’appendice in ombra/ o se una luce in principio lo addolciva”.
In “Atlante della ferite”, Stefano Calemme si confronta con lo scrivere, “Ogni giorno mi abbandona una parola,/ si allontana in punta di piedi sicura/ che non tornerà/ ad addolcire i nodi duri dei miei dubbi”, con il coraggio di fare un passo dentro il paesaggio, “Gli alberi cadono in disgrazia/ quando smettono di essere amati”.
È tutto in evidenza in queste pagine, nulla viene nascosto, né risparmiato. C’è una sincerità che diviene bisogno e desiderio, di mostrarsi e di spiegarsi, di non finire nell’oblio del non detto.
Tutto “Atlante delle ferite” è una testimonianza di come sia necessario cucire le ferite, punto a punto seguirne le cicatrici, inventare il rattoppo, la riparazione dei sentimenti, quando la manutenzione a loro dedicata non è stata sufficiente: “Al mercato dei beni smarriti/ qualcuno vendeva le nostre/ bolle d’aria preferite”.


Dal libro:

Sei da sempre la neve che tutti i mari
si contendono come miracolo
dell’apparire del tempo,
hai reso casa i relitti
abbandonati negli strati di silenzio
dove si nascondono le anime accarezzate,
hai provato con il mio a rendere sacro
il cuore opaco di un fantasma.


*

Gli alberi cadono in disgrazia
quando smettono di essere amati.
Diventano rovine di un tempio sacro,
ogni foglia una reliquia devota al buio.
Tu sai cosa vuol dire, tremi al mondo
quando nasci, come i girasoli d’inverno
che inseguono una luce i tutti i loro Nord.
Per loro costruisci traiettorie di cura,
leggeri rattoppi al vento freddo
di una guerra che sotterra ogni seme.


*

Ogni giorno mi abbandona una parola,
si allontana in punta di piedi sicura
che non tornerà
ad addolcire i nodi duri dei miei dubbi.
Le ho inseguite tutte invano
mi hanno inviato lettere già piante
da lontani indirizzi scomparsi
ad ogni traiettoria umana.
Quando voi siete diventati quelle parole
ho perso la direzione delle orme
le mappe del mondo a tradurre il vostro
lungo silenzio, ribaltare le bilance dell’universo
e la mia avventura storta continuare
con un po’ di fiato in meno.


*

I paesaggi hanno il ruolo dei padri
una culla ferma, pronta
ad addolcire i vagiti di ogni stagione.
Esistono nel destino di resistere
alle intemperie invernali,
quando si abbatte sui rifugi del passo
incerto dei figli la tempesta delle rabbie
un dolce soffio rapito che si dà
in corrente e poi in bufera.
Accettano tutto, anche ricostruirsi
con sacche di sangue doppie,
dosi di pioggia da colmare la siccità,
affiorano dai solchi del dolore
scorrono come i fiumi più lunghi d’amore.



Intervista a Stefano Calemme:

Tutto “Atlante delle ferite” è un tentativo di cucire assieme i tagli del proprio vivere?
In un certo senso sì, anche se a me piace rimanere più aderente all’immagine metaforica che ho scelto proprio nel titolo, cioè quella geografica. Lo scopo dell’Atlante vorrebbe essere quello per cui nasce una qualsiasi cartina geografica: segnare, per quanto possibile, una via. In questo caso, si tratta di una via del tutto personale, intima e soggettiva (la mia esperienza di vita), tracciata proprio come una mappa dalla bussola del dolore, che considero l’emozione più viscerale e umana che esista (qualcuno più importante di me direbbe che il dolore è l’unico sentimento che rende vivi, perché un cadavere non è in grado di soffrire).
Nel cercare di fare questo, però, mi sono reso conto che una mappa non esaurisce mai la conoscenza dei luoghi che si attraversano seguendola, perché sarebbe complesso trasporre in scala ogni dettaglio spaziale delle nostre esplorazioni; esattamente come, quando si prova dolore, spesso si è coscienti solo di sentirlo dentro, senza essere in grado di indicarne l’origine o la provenienza.
Da qui, dunque, l’idea di sezionare la raccolta nelle quattro coordinate, come a voler dire che qualsiasi sia l’origine di provenienza del dolore, il traguardo siamo sempre noi, il punto di approdo finale di qualsiasi esplorazione nel mondo.
Per tornare alla domanda, quindi, credo che l’Atlante non ricucia niente, ma che si ponga come paradosso di se stesso: la mappa “vera” siamo noi per noi stessi, e non esistono sentieri certi che indichino la direzione giusta per rapportarsi al dolore, perché ognuno di noi ricorre a “bussole” emotive diverse, ma che in fondo ci rendono tutti uguali, uomini.

Mi sembra che tutto il libro sia anche una ricerca di dialogo, con gli altri e con se stessi. È così?
Assolutamente sì. Fra le poesie inedite scritte successivamente all’Atlante, ce n’è una che nel finale recita: “nel silenzio di tutti si scoprono/ vivi nell’altro che non sono” parlando di due soggetti estremamente diversi fra loro. Credo che questi due versi riassumano perfettamente ciò che ho cercato di far emergere fra le pagine della raccolta. Il dialogo è una delle poche componenti squisitamente umane che possediamo e che permette, prima di ogni altra cosa, di costruire qualsiasi tipo di relazione della nostra vita: l’odio, l’amore, l’invidia, l’amicizia, il senso di colpa, l’orgoglio… sono condizioni emotive che nascono tutte a partire da un dialogo (o spesso dalla sua assenza).
Per questo motivo credo che, coerentemente con quello che ho detto prima, un atlante “emotivo” come il mio, che viene sabotato nel suo scopo di fornire una via “sicura” per orientarsi nell’esplorazione dei sentimenti, smascherando la comune impotenza umana di fronte al dolore, non poteva che attingere all’esperienza del dialogo, inteso anche (e soprattutto) con se stessi.
Un dialogo che non necessariamente deve portare ad una risoluzione o a risposte certe per poter essere validato; anzi, spesso è nel confronto problematico e critico con se stessi e gli altri che si sperimenta la relazione più diretta col dolore, standogli faccia a faccia (per quanto possibile) e barcamenandosi per conviverci o superarlo.
Chiaramente, l’autore dell’Atlante è uno Stefano adolescente o poco più adulto, quindi è inevitabile che fra quelle poesie emerga anche la ricerca spasmodica di un’accettazione da parte dei pari con cui cerco di dialogare e mettere in relazione a me stesso, tipica di quell’età in cui si oscilla sempre fra complessi di inferiorità e momenti di auto-approvazione.

Colpisce, fin dal primo testo di “Atlante delle ferite”, l’incisività di alcuni passi, che trasmettono immediatamente la forza dell’immagine scritta (“Sei da sempre la neve che tutti i mari/ si contendono come miracolo”, “Gli alberi cadono in disgrazia/ quando smettono di essere amati”, “Al mercato dei beni smarriti/ qualcuno vendeva le nostre/ bolle d’aria preferite” …). Da cosa nasce tutto questo?
La genesi di immagini così evocative ed esplicite chiaramente cambia a seconda del contesto e del messaggio che volevo far passare. Ad esempio, l’immagine della neve rientra, banalmente, nell’idea stereotipata della coordinata in cui è inserita: il Nord è convenzionalmente associato all’idea del freddo e quindi ho voluto attribuire a questo TU (che nelle mie poesie non ha mai una connotazione precisa, perché voglio che il lettore riesca a intravederci chi o cosa meglio crede) l’immagine miracolosa della neve che cade nel mare d’inverno e che viene contesa proprio per la sua eccezionalità, come a volte ci si contende la presenza di qualcuno nella propria vita perché la si ritiene essenziale.
Discorso simile si può fare per la seconda immagine: questo “tu” riesce a ricostruire delle toppe per risanare le ferite degli alberi caduti in disgrazia che, chiaramente, non sono che una metafora per il genere umano tutto, nato e generato per inseguire e sperimentare (nella teoria) l’esperienza dell’amore. La terza immagine, invece, rimonta sempre al discorso sul dialogo con gli altri, ma inteso in termini più corrosivi: quando, cioè, ci si lascia derubare della propria identità (le nostre bolle di sapone preferite, quindi della nostra anima infantile che è quella che dovrebbe nutrirci) per inseguire una illusione identitaria in cui apparire sempre infallibili, mai sofferenti e identici a come vorrebbero vederci gli altri.
In linea di massima, non ho un’unica fonte per la scelta di certe strategie espressive: mi piacciono le immagini geografiche e paesaggistiche, perché penso che lì sia possibile rintracciare tanto del nostro essere umani.

E quindi che importanza ha lo sguardo, nella dinamica poetica che poi trova spazio sulla pagina?
Penso che questa domanda stia alla base di qualsiasi mia produzione poetica. Lo sguardo è l’elemento che regge tutto ciò che scrivo. Durante la mia laurea triennale, ho anche dedicato a questo elemento l’intero mio elaborato di tesi, intitolato “Al di là del buio, il tema dello sguardo in Primo Levi”, dove cerco di reinterpretare tre opere del chimico torinese (Se questo è un uomo, La tregua, I sommersi e i salvati) mettendo al centro le trasformazioni e le declinazioni subite dallo sguardo nella tragica esperienza dell’Olocausto.
Nelle mie poesie, quindi, risalta quasi sempre un debito nei confronti di un tema così importante per me: ciò che mi ispira a scrivere è quasi sempre una situazione banale (una situazione in treno durante i miei viaggi da pendolare, una scena osservata in un bar o in piazza) da cui provo a trarre un’immagine che sia genuina ma al tempo stesso allegorica, da cui poter trarre un concetto poetico, una pratica umana, uno spaccato di esistenza privata che diventa cornice di un messaggio più ampio. Osservo tantissimo e mi reco sempre in posti in cui questa operazione mi viene facile: tantissime volte vado nei bar, altrettante volte in libreria o nel centro storico della mia città, Rimini.
Credo che allargare e spianare il proprio occhio per accogliere più stimoli possibili dall’esterno sia il punto di partenza di ogni mio verso. Un po’ come fa il protagonista dell’ultimo romanzo di Calvino, Palomar, che non a caso è uno dei tre soggetti analizzati da me nell’elaborato di tesi di laurea magistrale, insieme al Bartleby di Melville e al Baratto di Gianni Celati delle “Quattro novelle sulle apparenze”, in cui il tema dello sguardo è il motore delle loro singole disavventure umane.

Nell’andare di pagina in pagina, due sono le parole che con una certa frequenza emergono: Poesia e Dio. Sono i riferimenti attorno ai quali tutto “Atlante delle ferite” si muove nel suo raccontarsi?
Sono due parole sicuramente importanti in alcuni testi, ma non credo che siano i riferimenti principali attorno a cui ruota l’idea del libro, che penso di aver fatto emergere anche nelle risposte precedenti. Non ho mai pensato di costruire un’opera che fosse l’espressione di un valore trascendentale legato allo scrivere poesia, ma di considerare questo elemento come uno dei tanti che può connaturare i miei versi.
Chiaramente, il termine “Poesia” non può non essere posizionato al cuore dell’idea che regge il libro (anche se io resto sempre più legato alla sfera geografica, come ho detto prima), ma forse è più una conseguenza che un punto di partenza, un approdo a cui il lettore arriva riscoprendo se stesso nell’idea stessa di poesia.

Di conseguenza, è la poesia la bussola necessaria per orientarsi in queste coordinate (est, ovest, sud, nord) in cui la vita presenta sempre il suo conto?
Se con poesia si intende la scoperta di se stessi, assolutamente sì. Lo scopo della raccolta era quello di smascherare il paradosso della mappa geografica che illude di mostrare strade e percorsi netti per giungere alla propria destinazione.
In realtà, credo che l’orientamento debba essere tentato per prima cosa in noi stessi, perché è in quell’ammasso di materia umana ed emotiva che ci costituisce che è possibile (forse) trovare il punto di incontro delle quattro coordinate del dolore, quel centro della Rosa dei Venti in cui si snoda lo sviluppo della nostra esperienza umana, che considero il progetto tangibile più complesso che sia mai stato ideato e costruito nella storia dell’Universo.
Dunque, se la poesia può aiutare a smascherare la farsa e spingere tutti noi a recuperare quel centro che divide simmetricamente le coordinate della nostra vita (e del dolore), allora sicuramente può considerarsi una bussola. Poi c’è anche da sottolineare una componente, forse scontata, che è quella soggettiva: io scrivo poesie perché ho bisogno di recuperare quel centro, di parlare a me stesso per ottenere un confronto/dialogo sincero e che mi permetta un orientamento che nella fase critica dell’adolescenza e dell’ingresso nell’età adulta, spesso si perde.
Ma non tutti fanno esperienza della scrittura e c’è chi raggiunge lo stesso scopo (o la stessa necessità) in modi completamente diversi dal mio. In comune c’è il traguardo, l’approdo, che siamo sempre noi.

Ad oggi il gioco che ci lega/ è trovare la giusta posizione/ alle curve distratte delle labbra”. Scrivere poesia è anche l’occasione per dare una nuova e differente interpretazione a ciò di cui ci siamo abituati? È la possibilità di avere un’altra percezione del quotidiano?
Scrivere poesia, ad oggi, è darsi un’occasione sincera di dialogo con se stessi. Nel mio caso, con la poesia perseguo sempre un obiettivo sotteso, e cioè convincere me stesso e chi vorrà leggermi che perdersi, a qualsiasi età della vita (io cerco di rappresentare la mia nei versi) non è e mai sarà un fallimento, ma un’esplorazione costante della materia umana che ci costituisce da dentro, e che non segue mappe né coordinate.
Sul rapporto con l’abitudine penso che alle cose della nostra vita non faccia mai bene essere percepite come abitudinarie (seppure a volte siamo costretti a considerarle così), perché rischiano di perdere valore; è quello che accade all’amore (e qui vengo all’immagine che ha utilizzato nella domanda), che sembra sempre abbia bisogno di nuovi stimoli per non spegnersi e di costanti sollecitazioni.
Eppure forse, si tratta solo di cambiare le regole del gioco senza compiere una rivoluzione, come dico: rimodellare ciò che già c’è, riposizionarsi verso l’Altro che si ama, senza snaturarsi o stimolarsi artificialmente per renderlo felice. È così che nascono gli amori tossici (e di conseguenza, le esistenze tossiche), quando ci si appropria volontariamente di esigenze, sguardi, abitudini, tendenze che non ci appartengono, soltanto per sentirsi amati.
Ma nel “gioco” della vita (e quindi anche dell’amore) abbiamo tutti ruoli diversi, e tutti sono esattamente nel posto dove devono essere. Quindi probabilmente basterebbe solo spostare l’angolazione delle labbra e tutti i baci sarebbero espressioni genuine di uno stesso amore, viscerale e non più abitudinario.


L’autore:
Stefano Calemme nasce a Napoli nel 1999. Si trasferisce a Rimini nel 2005.
Alcuni suoi testi, editi e inediti sono apparsi in riviste e blog online, come Sincronie, Radura poetica, L’Altrove. Ha ricevuto la menzione d’onore al 28esimo premio “Penna D’Autore”, la vittoria al 32esimo premio “Ossi di Seppia – Sezione A Poesia singola” per alcuni suoi inediti e la vittoria al premio “I Murazzi 2026 – Sezione E: poesia singola”, ottenendo la pubblicazione di tre suoi inediti nell’11esimo volume dell’antologia “Voci dai Murazzi“.

(Stefano Calemme “Atlante delle ferite” pp. 57, 12,50 euro, Fara Editore 2025)





Immagini ————————

Guarda anche con i miei occhi

Dieci fotografie

di Roberta Antonini



Guarda anche con i miei occhi” è il titolo della mostra personale di Roberta Antonini, che si è tenuta a febbraio ’26 al PAB Punto Arte Benandante di Portogruaro.
Di seguito il testo di presentazione letto da Noemi Bortolussi all’inaugurazione.

Roberta Antonini, il nostro modo di vedere l’altro

di Noemi Bortolussi

Buonasera e benvenuti alla 69ma mostra del PAB. Oggi abbiamo il piacere di inaugurare la mostra personale di Roberta Antonini: “Guarda anche con i miei occhi”.
Sono foto dei viaggi che ha fatto: da Parigi, Cuba e Tunisia fino all’estremo oriente, in Cina.
Non sono classiche foto ricordo di viaggi, ma una raccolta di momenti e sensazioni vissute nel contesto di altre culture e paesi.
Un viaggio intimo tra corpi, sguardi e abbracci che interrogano il nostro modo di vedere l’altro. Sono immagini potenti che ci spingono a guardare oltre la superficie.
L’ispirazione di scattare arrivava nei momenti più inaspettati, come nel caso del signore con il bambino alla porta, visti dall’autobus sul quale viaggiava.
In un attimo ha preso la macchina fotografica e ha scattato, catturando un momento fugace ed irripetibile.
Le foto sono state fatte col rullino, dunque non sapeva come sarebbero venute fino al ritorno a casa. In questo modo ha potuto rivivere le stesse emozioni che l’hanno spinta a scattare.
Queste piacevoli sensazioni vivono dentro la foto e chi le guarda con i propri occhi, ne viene colpito. Ad esempio, la tenerezza del bambino, o l’amore delle due coppie o ancora la fatica del lavoro sulle spalle di un anziano signore cubano, sopravvivono al tempo in un eterno presente.
L’esposizione è dedicata alla madre, la quale, prima di ogni viaggio, le diceva di guardare anche con suoi occhi e queste parole l’accompagnavano in giro per il mondo. E così queste foto sono il frutto di quattro occhi e due cuori.

(Roberta Antonini e Noemi Bortolussi)

Roberta Antonini abita a Porcia (Pn) ed è cresciuta a Cordenons.
Ha frequentato un corso di fotografia all’Istituto Europeo di Design di Milano, per poi tornare a Cordenons e lavorare per uno studio di fotografia dove allestiva i set fotografici.
Ha sempre amato i viaggi, iniziando con il visitare Cina e Hong Kong.
Di sé dice che “Il mio stile fotografico è molto intimo ed istintivo. Ho iniziato con una macchina fotografica con il rullino, guardando dentro il mirino. Le foto le vedevo dopo averle sviluppate e solo in quel momento mi rendevo conto di cosa avevo fatto, a volte sorpresa del risultato.
Devo dire che sono ancora così, ho anche una macchina digitale che mi permette di migliorare le prestazioni, ma quello che cerco ancora d’istinto è l’emozione dell’attimo che colgo e che non tornerà e credo di avere una naturale percezione dell’inquadratura
”.
“Guarda anche con i miei occhi” è la frase che sua madre Olga le diceva sempre quando partiva per un viaggio.

Noemi Bortolussi è nata nel 2004 e vive a Pordenone. È diplomata al Liceo delle scienze umane di Pordenone. Studia Beni Culturali all’università di Udine, scegliendo il curriculum studi italo-francesi, che prevede 10 mesi di Erasmus nella città di Clermont Ferrand in Francia.
Ha svolto il tirocinio presso l’associazione culturale Porto dei Benandanti a Portogruaro, entrando così in contatto con molti artisti locali, presentando la mostra di Roberta Antonini, “Guarda anche con i miei occhi”, a febbraio 2026.

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Roberto Lamantea, Anna Piccioni, Antonello Bifulco, Luigi Auriemma
Andrea Olivieri, Laura Mautone, Livio Caruso.