Fare Voci marzo 2026

In questi tempi sempre più delicati e confusi proviamo a tracciare una possibile mappa di resistenza umana, con questo nuovo numero di Fare Voci come bussola.

Ad iniziare da Gisella Genna e il suo nuovo “Altare del tempo”, libro di poesia e immagini, viaggio prezioso di sensibilità e percezione.

La poetessa ucraina Ljudmyla Djadčenko ci porta i testi di “La fobia dei numeri”, dove la poesia è nuovo sguardo e possibilità di espressione, assieme a Arundhati Subramaniam, e il suo rivendicare la propria quota di luce e libertà.

Le immagini sono della fotografa serba Snežana Nikolić, che ci propone tre cicli della sua ricerca artistica, “Street records”, “The night” e “People”.

Lo spazio dedicato alla poesia trova anche i dieci testi inediti di Matteo Piergigli, a titolo “Il mio piccolo manicomio”, assieme a Doris Bellomusto con il suo “Passo a due” e a Marina Torossi Tevini, con la raccolta “Anatomia di un tramonto”.
Il testo unico è la poesia “E questo è tutto, credo” di Antonella Sbuelz, scelta e commentata da Marilisa Trevisan.

Il liboelibro ha due proposte: Andrea Olivieri ci parla di Louis-Ferdinand Céline e del suo “Morte a credito” Giancarlo Baroni ci porta nelle pagine de “Il tredicesimo invitato” di Fernanda Romagnoli.

Il tiracconto è dedicato agli undici racconti di Alberto Sbrogiò, “Chiocciole

Buona lettura

Giovanni Fierro

(la nostra mail è farevoci@gmail.com)




Immagini —————-

Street records

di Snežana Nikolić





Voce d’autore ——————

Tra il bianco delle pagine e il respiro, il silenzio

Gisella Genna, “Altare del tempo”

di Roberto Lamantea


Nel suo “Rarefazione”, il libro di versi pubblicato da peQuod nel 2023, Gisella Genna scrive: “[…] all’alba nei campi vagante/ dominio dell’assente”; “baratro bianco, bianco niente/ leggera si rivela la distesa// di aria e luce”; “Seduti a guardare il fuoco, fuori infuria il blu. È pace di legno. Solo voci di alberi e vetri”.
Elio Grasso, nella prefazione di quel libro, annota: “È tutto un galleggiare – fra lievi onde – di memoria, affioramenti, misure alari e acquatiche, bagliori, levitazioni, iridescenze, venature, fino a quando il blu “costante” diventa tutto quanto sta lassù, sul crinale, e capiamo che allora è vero, la poesia porta a un nuovo inizio”.
È un librino quadrato, “Altare del tempo”, la nuova pubblicazione dell’autrice milanese, carta patinata, poesie da uno a sei versi (ma prevale il verso singolo) e immagini che a “Rarefazione” si richiama. Il volumetto, pubblicato da puntoacapo di Cristina Daglio, numero 10 della collana “fotopoesie”, alterna i versi graffiati nel mezzo della pagina bianca (la “Mattina” di Ungaretti…) a fotografie di paesaggi mineralizzati nel silenzio, dove dominano il blu e il nero, gli alberi sono vene nere che affiorano, sfiorando l’invisibilità, da una pagina che potrebbe essere infinita.
Poeta raffinatissima, Gisella Genna disegna versi in punta di pennino delicati come ali di libellula, li fa affiorare, rami di un bosco di notte appena catturati dallo sguardo ma pronti a fuggire nell’indistinto. “Il mio buio non sia nascosto”: il buio non annega gli oggetti, li rivela in versi che dalla botanica di foglie e petali trascolorano nella durezza tagliente del cristallo: “Un silenzio ampio, l’inverno/ a dividere come lama/ la corolla”: fiori-diamanti, petali-quarzi e nebbie.
Campi lunghi dove gli alberi sono macchie sotto un cielo d’acqua verdazzurra; nebbie che sfumano in una traccia di lillà o, come in sogno, accennano visioni d’alberi; notti d’inchiostro in fotografie che rovesciano il Malevič del “bianco su bianco”: soglie di forme nere sul nero-blu; alberi come vene nere. E una sezione, “Nostalghia” come lo stupendo film di Andrej Tarkovskij del 1983, di campi lunghi, alberi solitari, confini di boschi immersi nel silenzio.

Intervista a Gisella Genna:

Come nasce in te lo sguardo da fotografa? Come ti accorgi che una visione può diventare fotografia? Sui social hai scritto che alcune immagini le hai scattate dal finestrino del treno…
Sono sempre stata attratta dall’immagine e dalla comunicazione visiva; in passato ho studiato fotografia e cinema e, insieme alle altre arti, sono linguaggi che hanno costituito una parte rilevante del mio immaginario.
Quando fotografo seguo un moto istintivo: nel momento in cui catturo con uno scatto un soggetto, è il soggetto stesso a catturare la mia attenzione perché in qualche modo “mi parla”.
Tutta la seconda sezione del libro è stata realizzata fotografando paesaggi e scorci visti dal treno. Quello che vedevo scorrere in velocità si presentava come una visione quasi astratta, atemporale. Dal concetto di tempo e atemporalità sono nate riflessioni che hanno portato al compimento di questo lavoro.

Tra i tuoi soggetti preferiti ci sono gli alberi e la notte e molte immagini sfocano nella nebbia: è un paesaggio interiore?
La natura, in particolare quando la visione è notturna o invernale, è il filo conduttore della mia ispirazione, ma è vero che a un livello più sottile e profondo tutto parte da un movimento interiore. Attraverso la fotografia e la scrittura cerco di avvicinarmi a dimensioni non definite, spazi che si avvicinano a visioni metafisiche.
Sono echi di una memoria che forse non è mai stata vissuta.

Poesia e fotografia: come senti il dialogo tra le due arti?
Nella mia percezione, e in particolare nel percorso che ha portato alla realizzazione di questa raccolta, poesia e fotografia sono due sfere che si compenetrano, linguaggi che si completano in un continuo dialogare tra immagine e testo, tra il bianco delle pagine e il respiro, il silenzio.

Usi una tecnica particolare?
In realtà no, le fotografie del libro sono state scattate con l’iphone, senza fare uso di tecniche particolari. L’unica immagine sulla quale sono intervenuta con viraggio e contrasto è quella di copertina.

In “Altare del tempo” ritrovo la delicatezza del tuo secondo libro, “Rarefazione” (2023); le poesie sono brevi come respiri, da uno a sei versi; una sezione s’intitola “Nostalghia”, come il film di Tarkovskij: la prima parola che mi viene in mente per il tuo album è “incantesimo”. Ti ritrovi?
Considero “Altare del tempo” un prolungamento di “Rarefazione”: c’è qui una continuità rispetto alla scrittura e alla ricerca da me attuate finora.
Il titolo dell’ultima sezione, “Nostalghia”, è un dichiarato omaggio a Tarkovskij e alle atmosfere dell’omonimo film. Incantamento e sospensione sono alcuni dei fili che mi hanno accompagnato mentre ritraevo paesaggi e scorci di natura immersi nella nebbia o avvolti nella notte, per poi tradursi, in questo libro, in un cammino nel tempo e fuori dal tempo.


L’autrice:
Gisella Genna è nata nel 1973 a Milano, dove vive e lavora. A marzo 2020 ha pubblicato la sua prima raccolta in versi “Quarta stella” (Interno Poesia), terza classificata al Premio Città di Como e finalista al Premio Europa in Versi 2021.
La sua seconda raccolta poetica è “Rarefazione”, uscita per peQuod nel settembre 2023.
Sue poesie sono state pubblicate su blog letterari e riviste online e cartacee.

(Gisella Genna “Altare del tempo” pp. 72, 39 foto, 14 euro, puntoacapo 2026)




Immagini —————-

The night

di Snežana Nikolić







Tempo presente ——————

Il mio piccolo manicomio

Dieci testi inediti

di Matteo Piergigli



il manicomio
è come la sabbia
entra nell’ostrica
genera perle

(A. Merini)


16_10

quasi ti tocco
se mi pensi
e il tempo
se ne va restando


*

21_10

mi hanno cercata
tra le pieghe del ferro
nella ruggine del respiro

una corda un nodo
solo memoria
del polso

le parole colano
spezzano in sillabe
d’acqua

la logica
mi interroga
vuole il nome

nel silenzio
il verso
dal sangue secco
si apre
tra le crepe del muro

la sedia è vuota
la corda sciolta
in respiro,
resta un’ombra
sulla lingua
intatta


*

25_10

il metallo ricorda
il pensiero scende
un lampo poi nulla
scorre


*

25_10

trovarti
in un volto non tuo
un saluto forse
o solo aria
tra le dita


*


26_10

le finestre
hanno smesso
di guardare

sul pavimento
ogni passo un ritorno
i letti sussurrano
dimenticati, odore
di ferro fuori
la città distratta

una promessa una data
senza giorno
il volto di chi
non è mai uscito


26_10

resto
tra il bianco
e il silenzio
una voce accesa
(ancora)


*

26_10

un corridoio senza
i ricordi sbattono
piano le tende mosse
la luce entra


*

26_10

gli occhi accendono
ogni parola
la raccolgo come fiore
spezzato


*

26_10

il silenzio avvolge
il tuo respiro
immobile
dentro (me)

*

26_10

la luce si piega
sulle mani resto
a raccogliere
il nome, dalla crepa


**

possa la sua anima essere legata al flusso della vita


L’autore:
Matteo Piergigli è nato a Chiaravalle (An) nel 1973. Ha pubblicato “Ritagli” nel 2015 con la Casa Editrice Kimerik. Il libro è una raccolta di poesie, aforismi, attimi di quotidianità presenti e passati, aneddoti.
Nel 2016 pubblica “Ritagli 2” con la casa editrice Arduino Sacco.
Tra il 2014 e il 2017 numerose opere sono state pubblicate in varie raccolte e antologie.
Nel 2019 ha pubblicato la raccolta “La densità del vuoto”, edita da Samuele editore, e nel 2025 “Macula e altre poesie”, per Polissena Fiabe e Poesie.




Immagini —————-

The night

di Snežana Nikolić






Voce d’autore —————–

Non temere di ricordare, pur di non nascondere

Ljudmyla Djadčenko, “La fobia dei numeri”

di Giovanni Fierro


La fobia dei numeri” contiene un fare poesia che si nutre di immagini, dove il significato è tanto importante quanto l’esperienza stessa della lettura, il suo accadere qui e ora.
Sottopelle a questo fluire di testi si sente un forte ed intenso patto con la vita. Un dialogo continuo, quasi di reciproca fiducia.
Ljudmyla Djadčenko è capace di tutto questo, e nel dire, in modo assoluto e non più rimandabile, che “La poesia dovrebbe iniziare il giorno in cui si nasce e non finire il giorno in cui si muore”.
L’autrice ucraina vive la poesia come un gesto unico e universale – esemplare è il suo dire nell’intervista che vi proponiamo di seguito – un atto di verità, in primis con se stessi e poi come strumento necessario per esplorare le molteplici difficoltà del nostro tempo presente.
“La fobia dei numeri” è anche una ricognizione di ciò che rimane, di ciò che ci aspetta, “di luglio è rimasto un paio di tempeste magnetiche/ di te sono rimaste alcune nuove nevrosi/ impastare agosto in modo che venga bene/ con le orme impastare lo spazio percorrendo una via d’altri”.
Queste sue pagine sono un far maturare l’attenzione, la propria percezione, a cui chiedere di essere sempre partecipe: “un libro di kafka supporta l’assurdo delle ultime settimane/ bicchieri di vino supportano la festa di ieri”, “vedere le finestre – come fossero libri aperti/ con pagine ingiallite che non legge nessuno”.
Ljudmyla Djadčenko non si accontenta del trovare risposte, anzi, il suo è un costruire domande a cui partecipare, creare nuovi possibili sguardi per scardinare abitudini ed ovvietà. La sua è una geografia umana fatta di assenze, “ma tu non arrivi, io mi impunto. per quanto tu la giri/ con l’età è più dura accettare una vita senza scopo e sazia/ quando l’eccesso di silenzio e l’eccesso di solitudine/ cancellano quanto è stato detto ricordato e vissuto”, e smarrimento, “tutta la vita – sono i luoghi/ che hai visto e che hai scambiato/ con altri luoghi./ perché non ti avevano accolto”.
Eppure il vibrare della sua poesia nutre la tensione vitale del volere dare al proprio respiro il valore del proprio stare al mondo, quando “amare è spargere se stessi nello spazio/ raffigurando nomi d’altri” e “attraverso le malerbe ucraine e fino al sanscrito/ andare a raccogliere all’orecchio alfabeti stranieri”.
Le poesie di Ljudmyla Djadčenko non stanno ferme, irrequiete nel loro desiderio di scardinare la superficie a cui siamo abituati, disegnano luoghi da congiungere, tratteggiano attimi da annodare, “sai volare? sono innamorata degli orizzonti/ con essi io vivo/ mi concedo a essi”.
Perché ogni più minuto gesto e silenzio “sembra afferrare avidamente l’orizzonte ma nell’acqua/ non si vede se un pesce piange”, e l’impegno è quindi di dare alla scrittura tutto il coraggio di cui ha bisogno, per trovare nel suo esprimersi quella radice a cui tornare, ogni volta che si vuole guardare in se stessi, per meglio vedere il mondo.

dal libro:

un gran vento non farà pescare un gran pesce
canta pure del prugnolo ancora in fiore… del prugnolo
i tuoi amici in rete – spauracchio di giardino – sorridono
non perché vada tutto bene. è ovunque un gran vento. stanne certo
mi siedo mi alzo mi sdraio e mi siedo di nuovo
perfino il mare è morto ovunque tu guardi
non arriva nessuno, così un’anima da una landa affamata
compone numeri chiede sempre a qualcuno di venire
ma tu non arrivi, io mi impunto. per quanto tu la giri
con l’età è più dura accettare una vita senza scopo e sazia
quando l’eccesso di silenzio e l’eccesso di solitudine
cancellano quanto è stato detto ricordato e vissuto


*

non credergli. e se ha giurato – credigli ancor meno
come ai cervi bianchi all’unicorno o allo yeti
la vita dopo il tradimento – è un melograno spezzato, perché lui voleva
un paio di semi. la memoria lascia fotoni di ritratti

non temere di ricordare. pur di non nascondere
sotto la lingua il tuo ingenuo linguaggio amoroso
la paura è l’eredità della debolezza, superstizione di gioventù
la paura è il clima invernale

non chiedere nulla le tue voci tremolanti
in questo fragore si spezzano come sulla ghisa. c’è
la vita con chi hai. a Dio non chiedere altro
Egli piccola non ti sente ancora


*

vedo sogni e me stessa come pesce in acqua – pensarci
due volte e non nuotare in profondità
la nostra è una corrente calda – cosa che ti auguro
quando i torrenti stringono e premono sulla schiena
mi metterai in un acquario – comprerai i mangimi
respingerai le persone dubbie – perché non lancino il malocchio
guardare te guardare quello che sapevi fare:
dettagliate favole per adulti in notti segrete
sfiorando frammenti di frasi sul fuoco che
tra di noi brucia l’abitudine e serra metà del cielo
tu guarda i tuoi oceani io lì sono un pesce – ecco
ti faccio cenno con le pinne
e tu pensi
che io stia nuotando



Intervista a Ljudmyla Djadčenko:

Il tuo fare poesia ‘lavora’ molto con le immagini, che a loro volta costruiscono il senso del tuo scrivere. Da cosa è nata questa modalità di scrittura?
Sì, nasce dall’essenza stessa della letteratura. Le metafore in poesia sono come i bei vestiti di una donna, ma che devono funzionare – essere combinate – in immagini, cioè con uno stile, perché avere semplicemente dei bei pantaloni o una bella camicia non basta.
Purtroppo, il filosofo francese Jean Baudrillard aveva assolutamente ragione quando sosteneva che il mondo sta diventando sempre più informazione e sempre meno significato.
Il problema è che l’eccesso di informazione divora il suo stesso contenuto: la comunicazione e il sociale in quanto tale. Prima i media hanno cancellato i confini tra realtà e informazione giornalistica, e ora la letteratura si sta avvicinando sempre di più al giornalismo.
Sembra che oggigiorno le persone dimentichino che l’arte è pensare per immagini.
Mi dispiace molto, ma ho sentito un professore universitario che, durante la presentazione di un romanzo, ha affermato che la letteratura dovrebbe essere letta perché mostra la verità assoluta. Ho ascoltato un poeta di un paese baltico che era orgoglioso di aver scritto una rabbiosa poesia-appello ad un dittatore russo. Volevo chiedere: “Perché non hai semplicemente scritto una lettera aperta?“. In ogni caso, non c’è alcuna forma d’arte in tutto questo.
Non era questo che faceva il giornalismo una volta? Dov’è la creazione del mito in tutto questo, senza la quale non c’è arte?
Ricorda Joseph Campbell: “Ovunque la poesia del mito venga interpretata come biografia, storia o scienza, lì perisce“.
Quindi, tornando alla tua domanda e abbandonando l’analogia con l’alta moda, dico questo: vestirsi con gusto è generalmente accettato come un qualcosa di buono, e vestirsi con stile è quando si riescono a combinare cose generalmente ritenute negative in un modo tale da renderle positive.

Sottopelle – e il tuo scrivere è un continuo muoversi sottopelle – si sente un forte ed intenso patto con la vita. Quasi di reciproca fiducia. Mi sbaglio?
Scetticismo. Ricordo che un professore di filosofia all’università una volta mi disse: “Il tuo scetticismo sottomette il tuo scetticismo allo scetticismo“. Credo che prima fosse scetticismo, ora è una sorta di osservazione “dall’esterno“.
Percepire la vita come una combinazione dialettica di sofferenza/felicità è tipico di una persona non adulta. Sembra che ora il nostro mondo stia sfruttando eccessivamente questi concetti, vendendoti la felicità in tutti i modi possibili e a tutti i livelli. E questo non fa che enfatizzare l’essere infantile della maggior parte delle persone.
Intanto, un adulto è caratterizzato da sufficiente consapevolezza e riconciliazione con questa vita, e non si tratta di “felicità“, ha tutto, e una persona deve viverla, essere pronta a risolvere tutte le situazioni, e quando non si è concentrati sul raggiungimento della felicità, che non arriva mai, allora si può gioire ed essere soddisfatti del processo stesso, di come si risolvono i propri compiti; questo è, in ogni giorno.
Come scrisse Sant’Agostino, ogni movimento è un movimento verso un altro. L’anima in questo processo si muove per volontà, e il corpo si muove nello spazio. Ma in entrambi i casi, bisogna abbandonare il presente e andare verso l’altro .
Cioè, ci deve essere fiducia, prima di tutto, nella vita e in se stessi.
Adesso mi sta venendo in mente L’Odissea di Omero. Da bambina, ho letto una breve trama dell’Odissea e mi sono spaventata: perché quest’uomo non torna a casa dopo il primo pericolo, ma continua a navigare?!
Solo molti anni dopo ho capito l’Odissea e l’essenza stessa di questo costante movimento, ricerca, sviluppo, conoscenza. Quindi, da parte mia, posso dire che ora semplicemente navigo per mare e cammino sulla terraferma. Non mi pongo obiettivi e non faccio progetti…
Voglio solo che questa mia “navigazione” sia interessante soprattutto per me. Ricordo la conversazione con Burhan Sönmez, un profondo scrittore di prosa, presidente del PEN mondiale, durante la quale mi chiese quale fosse la cosa principale nella poesia.
E io risposi: “La cosa principale nella poesia è non essere noiosi“. E con “essere noiosi” intendo, prima di tutto, scrivere nello stesso modo in cui già lo si faceva prima di te.

Le poesie di “La fobia dei numeri” sono un invito all’esperienza della lettura, come se in quel momento si possa fare un’esperienza che è la tua scrittura in sé, ancor più del suo significato. Ti ritrovi in questo?
Sarebbe ingenuo pensare che, se hai imparato tutte le lettere dell’alfabeto, allora puoi leggere qualsiasi libro scritto con esse. Ricordo come ho preso d’assalto il “Tripitaka” (libro che contiene i testi sacri del Buddhismo – ndr) e ho dovuto rinunciarvi dopo sei pagine, perché leggevo solo le lettere e non capivo proprio nulla.
Per leggere, è necessario avere un’adeguata esperienza dell’anima e un bagaglio di conoscenze. Come sappiamo dalla filosofia, un simbolo è un’immagine con un numero infinito di significati. Ma la cosa più importante è che chiunque legga un libro ne crei un altro nuovo: con il suo personale significato.
Per me, un buon testo è un interlocutore, e questo è ancora più importante in questa nostra epoca di totale solitudine.
Una persona può non provare certe emozioni (o non percepirne la massima profondità) o certe situazioni o esperienze nella sua vita, ma un libro può aiutarla a farlo.
Un’altra domanda: perché provarle? Perché è più interessante vivere in quel modo (di nuovo sto parlando di me), si arricchisce la tavolozza dei sentimenti e delle esperienze vissute.
Leggere è un lavoro, purtroppo, la lettura sta morendo ormai. Mi viene da storcere il naso quando vedo un autore sui social media scusarsi per aver scritto un post non breve, ma composto da diverse frasi. Quanto è diventata povera l’umanità!
Prima leggevamo volumi di letteratura classica, guardavamo dipinti, e per capirli avevamo bisogno di conoscenza. Conoscenza, preparazione. E ora gli autori si scusano per un post su Facebook di cento parole… Riuscite a immaginare Dante che si scusa per aver scritto una poesia complessa e lunga?
Vedo come gli autori moderni si “vendono“, vogliono piacere, cercano forme accessibili di esposizione dell’arte per interessare il pubblico, il che mi fa paura: a chi vuoi che interessi?
Il mio defunto amico, il professore di filologia Hryhoriy Shton, ripeteva spesso che un poeta non ha scelta su cosa e come scrivere. Se è un poeta e non un rimatore, perché quest’ultimo sa parlare di tutto.
Pensa alla mosca nella tua stanza che non ti dà tregua con il suo ronzio. Voglio che la mia scrittura abbia lo stesso effetto, prima di tutto su me stessa, in modo che mi dia fastidio, che mi distolga dal mio stato di quiete e in tal modo dimostri: la vita va avanti e passa. Affrettati a sentire.

Leggendo le pagine del tuo libro ho avuto immediatamente questa sensazione: quella di uno specchio rotto in mille frantumi, ma ancora integro nella sua forma, che di una immagine riesce a riflettere mille immagini differenti… Può essere una credibile interpretazione del tuo fare poesia?
Mi hai appena spiegato il mio lavoro. In realtà, penso che tu abbia creato una metafora fantastica. E che si può applicare non solo alla mia poesia, ma alla poesia in generale.
Perché la scrittura è un caleidoscopio in cui guardi e vedi ogni volta una versione diversa di te stesso, a seconda di dove volgi la tua attenzione e il tuo sguardo.
Ricorda, Oscar Wilde scrisse che l’arte è uno specchio. Ma che non riflette la vita, bensì l’osservatore.
Lì non puoi vedere altro che te stesso, e l’unica cosa che la buona letteratura ci garantisce è che vedremo ogni volta una nuova sfaccettatura di noi stessi, cioè una nuova fase del nostro sviluppo.
Ricordo una volta di aver sentito un lettore lamentarsi del fatto di come il poeta scriva sempre della stessa cosa. Mi fece sorridere. Perché tutti scrivono sempre della stessa cosa. L’importante è trovare ogni volta nuove sfaccettature.

Perché poi la tua poesia è anche un invito ad usare la propria percezione, un proprio sentire che osa nel cercare/trovare quello che è nascosto alla ragione, e forse anche allo sguardo. Può essere (anche) così?
Credo sinceramente che l’arte della parola svolga la stessa funzione delle Sacre Scritture. Ora mi spiego. Sai, gli ebrei sono chiamati il popolo del libro, in cui tutto è detto. Non tutto è scritto, ma tutto è detto. Perché? Perché per migliaia di anni hanno interpretato lo stesso libro. Questa è una costante estrazione di significati dal testo. La vita sotto il testo. Cosa offre? Sviluppa il pensiero, lo rende flessibile. Certo, la narrativa non ha tanti significati e livelli quanto le Sacre Scritture, ma l’opera è tanto più preziosa e speciale, quanto più di questi livelli, significati, significati, ecc. è composta.
Una persona lavora nel mondo, ovvero risolve i compiti di Dio, e il lettore risolve i compiti dell’autore.
Per quanto riguarda la poesia in particolare, è la forma più arcaica di comprensione artistica del mondo. Ad esempio, il ritmo poetico è vicino allo sciamanesimo, e lo sciamanesimo è una delle più antiche manifestazioni della coscienza religiosa.
Il poeta ucraino Taras Fediuk scrisse che quando uno sciamano suona un tamburello, creando la sua terribile danza attorno al fuoco ed entrando in estasi, inizia a comprendere il mondo, e il mondo cessa di comprenderlo. Cioè, la vera arte è lo sciamanesimo stesso: il profano non coglierà più quel ritmo.
E c’è il ritmo del cuore, del respiro, viviamo secondo ritmi. Inoltre, la poesia è una componente estetica del linguaggio. La poesia lavora sempre con il futuro. E non intendo letteralmente “cosa” è scritto, ma “come è scritto“.
Sia a livello linguistico (dovrebbe essere sempre un linguaggio “futuro“, cioè una poesia crea linguaggio e non usa e mastica strutture obsolete), e sia a livello di sottile previsione della realtà quotidiana.
Se una poesia non ha questo, è una cattiva poesia.

Le tue poesie si muovono sempre, non stanno mai ferme, trovano sempre una direzione che sogna e desidera l’incontro. Eppure, leggendole una dopo l’altra, mi sembra che mettano in rilievo quanto sia difficile l’incontrarsi veramente, il creare un contatto e una vicinanza…
Penso che questo sia estremamente difficile da raggiungere quando si tratta di una vera intimità. Allo stesso tempo, l’anima di una persona è solo un potenziale di ciò che può creare nella congiunzione con l’anima di un’altra persona.
Credo che questa idea sia incarnata nel principio generale: ama l’altro come te stesso. Uomo e donna sono due aspetti dello stesso principio: la coscienza. Ed è impossibile manifestare la propria essenza all’uno senza il coinvolgimento dell’altra.
Dopotutto, l’essenza di un certo oggetto/cosa/fenomeno è sempre al di fuori di esso. Sì, l’essenza di una penna sta in chi può scrivere qualcosa con essa, e nella carta, per esempio. Al di fuori di questo, una penna non ha alcun valore.
Allo stesso modo, una persona al di fuori degli altri è irrealizzata e vuota. D’altra parte, sembra che oggigiorno donne e uomini siano troppo ossessionati dall’idea di felicità, dimenticando che sia possibile se, come diceva Einstein, si è attaccati a un obiettivo, non a una persona o a una cosa.
C’è così tanta solitudine nel mondo che non la si sceglie (perché in questo caso sarebbe qualcosa di potenziale), ma che la civiltà stessa condanna.
Le famiglie la sera si siedono al telefonino, gli amici si mostrano video da Internet invece di parlare… in una realtà del genere è ancora più difficile mantenere l’intimità, perché ci si ascolta e ci si conosce di meno.
Allo stesso tempo, per me, una delle manifestazioni di una profonda intimità è la capacità di stare in silenzio con un’altra persona. Di tacere quando entrambi ci si sente a proprio agio. Dopotutto, ci sono così tante parole in giro, c’è così tanto rumore, che è impossibile sentire ciò che è importante. Una poesia nasce dal silenzio. E mai dalle conversazioni.

Il libro è stato stampato nel febbraio del 2023, ad un anno esatto dall’invasione russa della tua Ucraina. Nel tuo scritto che chiude “La fobia dei numeri” dici di come il tuo amico Denys Antipov, morto al fronte, ti abbia detto “Abbi solo cura di te”, e di come di conseguenza era importante mettere in salvo ‘questa donna’, ovvero te stessa. Cosa ha significato per te? Cosa è cambiato e successo nel tuo vivere quotidiano, e anche nel rapporto con la poesia, in questi quasi tre anni che sono trascorsi da allora?
Sai, sono passati 4 anni. E in questo caso, vedo chiaramente di come il linguaggio non trasmetta tutto il problema: c’è la parola “guerra”, e c’è anche “4” – solo un numero. Peggio ancora, la frequente ripetizione di queste parole cancella l’essenza stessa della terribile realtà.
Milorad Pavic ha scritto che il dolore non si può misurare. 4 anni equivalgono a circa 1461 giorni. Ogni giorno – la morte di donne, uomini, ragazzi, ragazze, bambini, neonati, anziani. E quante persone disabili… braccia e gambe amputate, perdita della vista… quante case distrutte, quante persone hanno perso la casa, le case, i propri cari.
Ora, se potessimo moltiplicare per 1461 giorni, quanto sarebbe? Il cervello è incapace di percepire così tanto orrore, quindi non approfondiamo l’essenza stessa della parola “guerra”.
L’anno scorso in Spagna, l’elettricità è andata via per qualche giorno, ricordi? Ricordi quanto panico c’è stato? Un collasso. E in Ucraina la gente vive per settimane senza elettricità. E i medici devono curare, e gli insegnanti devono insegnare, e i trasporti devono funzionare, e le persone in generale devono andare a lavorare per sfamare le proprie famiglie. E ancora… moltiplicare per 1461?
Una tale realtà e consapevolezza non può che influenzarti, indipendentemente da come ti “conservi”…
Se parliamo specificamente di preservare “quella donna” come poeta, questo è un compito diverso. Perché preservare se stessi per la poesia è il compito principale di un poeta. Una specie di gioco in cui si gioca con la vita: ti mette alla prova con situazioni diverse, in cui un poeta deve sempre scegliere la sua opera, cioè le poesie.
Purtroppo, ora sto perdendo, in una scala di priorità le poesie stanno passando dal primo al decimo posto, è pericoloso, perché alla fine puoi perderle, assieme alla capacità di scrivere, e quindi puoi perdere te stessa.

E poi, alla fine, cos’è “La fobia dei numeri” del titolo?
Il tuo Sé è un processo che dura tutta la vita (ora ho 37 anni, e questo è solo un frammento di un Sé più ampio). Quando guardi la tua foto di quando avevi due anni, anche lì sei tu?
Mi sembra di essere diventata più pessimista sul futuro della poesia. E questo è triste. Nella poesia moderna c’è sempre meno poesia e sempre più agitazione. I social media hanno fatto molto per questo, e ora l’intelligenza artificiale…
Mi danno fastidio queste antologie letterarie su qualcosa: preserviamo la pace, preserviamo l’ambiente, proteggiamo gli svantaggiati. Quando la poesia è diventata una dichiarazione? Andate a raccogliere i rifiuti nel bosco più vicino o in riva al lago, se siete preoccupati per l’ambiente, oppure trovate persone e sponsor che la pensano come voi e fatelo su larga scala. Raccogliete fondi per le armi dei soldati che resistono al male, perché per vincere una guerra servono missili e armi. E questo crea l’apparenza di una sorta di efficacia delle persone di cultura.
E sai, questo può essere davvero pericoloso, perché un’apparenza del genere sostituisce le azioni realmente necessarie. Come può un argomento di attualità unire decine di poeti sotto un’unica copertina?
Questa è una sorta di profanazione della poesia. La creatività, in questo caso, solo apparentemente scaccerà la poesia di seconda mano.
Avete mai visto filosofi, per esempio, in tutto il mondo pubblicare antologie congiunte su un argomento comune, notizie di fatti accaduti nel mondo? È ridicolo.
Gli autori che hanno creato una letteratura profonda, hanno rotto con lo stile consueto o hanno portato qualcosa di nuovo, non sono mai stati favoriti da chi era il destinatario del loro scrivere. Si sono imbattuti in un conflitto di epoche, persone, di estetiche. Dove potrebbe esserci un conflitto di estetica oggi, se invece ci si rivolge a una certa cerchia di persone con determinate capacità e con ciò ci si limita, e si adatta la propria opera ai gusti di tale pubblico?
Molti autori moderni indirizzano tutte le componenti del loro contenuto e il contenuto stesso al lettore, uno che può essere anche molto esperto. E invece dovrebbero indirizzare tutto questo solo a se stessi.
Cioè, vogliono compiacere il lettore, la creatività ha le sue strategie spirituali e non vale la pena di mediarle per il bene della comprensione con persone che ne sono lontane. Tuttavia, essere convinti che ciò che si è sperimentato interesserà chiunque lo incontri è altrettanto strano.
Sai, l’anno scorso un festival di poesia europeo mi ha chiesto di inviare loro alcune poesie meno difficili da tradurre, perché il loro traduttore diceva che le poesie contenevano molte allusioni, intertesti, giochi linguistici e reminiscenze, quindi era in difficoltà nel tradurle.
Ma ho dovuto deluderli: non ho poesie più facili… Ecco cosa è cambiato: stiamo trasformando la poesia in un qualcosa di pop.

L’autrice:
Ljudmyla Djadčenko è nata nel 1988 a Morynci, nell’Ucraina centrale. Nel 2012 si è laureata in filologia all’Università di Kiev, nel 2016 ha conseguito il dottorato (teoria della letteratura e comparatistica). Attualmente vive e opera nella capitale ucraina. Ha debuttato nelle riviste “Odnoklasnyk” (2007), “Molodyj žurnalist” (2006), nell’almanacco “Svjatyj Volodymyr” (2007).
Al 2010 risale la raccolta “Dychannja metelykiv” (Il respiro delle farfalle), uscita nella rivista “Sučasnist”, a cui sono seguite “Plata za dostup” (Pagamento per l’accesso) e “Kurka dlja turka” (Il pollo per il turco).
Suoi versi sono stati tradotti in diverse lingue. Ha partecipato a numerosi festival di poesia: Georgia, Turchia, Tunisia, Cipro, Colombia, India. Nel 2012 è stata insignita del Premio Oles’ Hončar (Ucraina – Germania). Dal 2011 è membro dell’Associazione degli scrittori ucraini, della quale è stata eletta vicepresidente nel 2017.
Nel 2023 ha vinto il prestigioso Premio Ceppo Internazionale Poesia “Piero Bigongiari”.





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The night

di Snežana Nikolić





Voce d’autore ————-

Potrebbe bastare allargare questo tempo ancora un poco

Doris Bellomusto, “Passo a Due”

di Giovanni Fierro


Io mi sono fatta bastare il poco, il niente, il troppo, l’abbastanza, ho accolto tutto e ho sempre avuto negli occhi e cieli vergini e incantamenti stupidi”. Dice tanto questo passaggio da “Passo a due”, il libro più recente di Doris Bellomusto, perchè contiene lo spirito che anima tutte le pagine che lo compongono, indica la possibilità che si dà alla scrittura di essere strumento per il proprio definirsi, per essere il luogo del proprio riconoscimento.
“Passo a Due” doveva essere un romanzo, poteva essere altro, e invece è questa raccolta di scritti che si misurano con il quotidiano, che si misurano con se stessi, in un percorso dove sorprendersi e riconoscersi hanno la stessa fondamentale valenza.
Il mio tempo trascorre tra pezzi sparsi di realtà e immaginazione. Non riesco ad afferrare niente di intero. Juorni appizzati senza fine” e “Potrebbe bastare allargare questo tempo ancora un poco”.
A scandire la quotidianità ci sono date, situazioni meteo e stati d’animo. A costruire una cornice che contiene e definisce ogni possible sentire e guardare: “Potrebbe nuocere alla mia salute quella commozione quotidiana che mi ha accompagnata per anni. Ad ogni modo sento adesso il bisogno di stare zitta e andare a vedere che succede sotto questo cielo così grande”.
“Passo a due” è anche un confronto vivo con il tempo, quello che delinea il bisogno di un tirare le somme, di vedere a che punto si è arrivati; e il tempo che è lecito dedicare a se stessi, immersi ormai completamente in una società dove tutto corre alla velocità della luce, e dove sempre più si sta perdendo la percezione della durata. E dove, proprio lì, puoi dire “A che serve il ricordo struggente della felicità che non ritorna? Serve a ringraziare, a tenersi stette addosso le sensazioni buone, mi insegna a cercare ogni giorno l’odore di chi amo, a rintracciarne l’essenza di pane e di borotalco anche a distanza di anni”. Non è poco, è tantissimo.
Doris Bellomusto in queste sue pagine affronta anche le assenze, ne delinea la figura, non le sottrae a se stessa: “Da quando tu non ci sei più io ti indosso, sei uno di quei vestiti che hanno bisogno di una cintura, perché troppo larghi oppure, al contrario, sei un vestito stretto e io ci resto incastrata e devo insistere per entrarci dentro e starci più o meno comoda”.
Tutto lo scrivere di “Passo a due” si muove con delicata attenzione, con una salutare lentezza che ha i bordi della partecipazione, e che sa contenere ogni più piccola vulnerabilità, senza rinunciare ad essere determinata, vigorosa anche, quando sente la necessità di prendere la propria responsabilità.
“Passo a due” è anche la nonna dell’autrice e il proprio dialetto, radici profonde che danno sicurezza, che indicano la direzione, di provenienza e di destinazione. E per affrontare anche ciò che gioia non è, ma che può sempre avere una diversa possibilità di interpretazione: “A che serve la tristezza? La tristezza insegna la misura, dà valore al silenzio, crea spazio, mi distanzia dalle cose, dalle persone e dalle situazioni per concedermi una vista più limpida e ampia”.
Sì, Doris Bellomusto è già chiara nell’introduzione del volume, “Io scrivo per trovare riparo, per accantonare le cose che mi consumano senza che io lo voglia; per allargare il perimetro, per vedermi intera, per nascondermi, per trovarmi”, e tutto “Passo a due” rimane fedele a questa promessa.


Dal libro:

30 ottobre 2022

Io sono stanca del caldo, voglio l’autunno vero, il freddo che punge i pensieri, la brina sui prati, il ritorno del pettirosso. Oggi a mille metri sono riuscita ad assaporare un accenno di autunno e me lo sono fatto bastare.
Ho assaggiato le caldarroste e respirato ricordi d’infanzia a mille chilometri di distanza.
Ho giocato e scherzato, ho fatto spazio alla tenerezza.
Mi sono concessa una tregua dai pensieri sterili, dalla paura e dalla noia.
Ho lasciato il cuore a maggese e so che qualcosa fiorirà.


*

Venerdì, vento forte

Se io sapessi pregare, stasera potrei stare alla finestra, dare al fulmine la mia benedizione, credere che il cielo stia tuonando per me e fa frusciu e fragasciu per dirmi di non credere alla morte.


*

29 novembre 2022

L’amore si moltiplica di cuore in cuore, di generazione in generazione si ereditano pensieri e sentimenti. Tutto ciò che so dell’amore io credo di averlo imparato a via Lerge 11.

Nonna, chi siamo io e te?
Una nonna, una nipote. Due donne. Due vite. Sei nido e sei nodo.
Si annida o si annoda l’amore?
È mare aperto e si attraversa in volo. Lasciando il nido come fanno i gabbiani, stringendo nodi come sanno i marinai.
Io ti indosso, come un vestito cucito su misura, mi insegni a ridere di me e a commuovermi. Sei una domanda appesa al cuore, una risposta fra l’ombelico e la gola. Sei nido e sei nodo. Si annida o si annoda l’amore? È mare aperto e si attraversa in volo. Lasciando il nido come fanno i gabbiani.
Stringendo nodi come sanno i marinai.


*

Domenica, storta va’ e diritta vena

Io di domenica mi sporco le mani di burro e farina, faccio cose, cucino, do baci. Sto nel mio perimetro stretto, trovo una posizione comoda, respiro, rallento.
Mi accorgo del mio corpo, dei miei confini, del mio spazio, dei miei privilegi. Mi ricordo degli odori che mi fanno sentire a casa: sugo, dolci, caldarroste. Stasera mi vizio con le castagne, un goccio di liquore, qualche ricordo buono finché ce n’è.


*

18 dicembre 2022

Ho fatto la spesa e ho comprato le cose che piacevano a nonna, sapori che mi riportano a sud, al tempo dilatato dell’infanzia. Stasera mangerò lentamente, forse, sarà come pregare.


Intervista a Doris Bellomusto:

“Passo a due” doveva essere un romanzo, ma poi non lo è stato. Cosa è successo?
Ho assecondato la mia natura. Non sono ordinata, disciplinata e fantasiosa tanto quanto occorre essere per cimentarsi nella scrittura di un romanzo. La mia natura è frammentaria, approssimata e così mi sono arresa alla mia prosa lirica, ibrida, meticcia, incompiuta, ma sincera e, forse, ancora fresca.

Ogni testo è contraddistinto da una data e/o da dalle condizioni del momento (meteo, stato emotive…). Cosa c’è alla base di questa scelta?
La mia vita ordinaria, la mia abitudine a scrivere quotidianamente pagine di diario segnando a margine cose minute che non voglio dimenticare.

Mi sembra che “Passo a due” sia anche un confrontarsi con un tempo in cui c’è il bisogno di un tirare le somme, di vedere a che punto si è arrivati. È così?
Sì. Nasce dall’immediato post lockdown, dalla morte di mia nonna e dalla necessità di rielaborare l’Alzheimer, il lutto, la pandemia. Nasce dal bisogno di vedermi intera e ancora integra, a dispetto di tutto.

Perchè, pagina dopo pagina, è tutto un continuo guardarsi allo specchio, uno scrutarsi…
Per non perdere di vista nessun graffio, nessuna smagliatura. Per dare attenzione al tempo e a come si disegna sul mio corpo. Per ricordare la storia da cui vengo e quella che costruisco giorno dopo giorno.
Questo libro forse contiene la mia mappa del tesoro e sa che il tesoro è ancora lì, in via Lerge 11.

E tutto questo succede proprio perché tutto si misura rispetto a ciò che si fa nel quotidiano. “Passo a due” è anche questa esplorazione nella vita di ogni giorno?
A questa domanda rispondo citando un passo del libro: “Non ci sono altri giorni che questi nostri giorni [..] Che mi sia dato di non sprecarli, di non sprecare nulla di ciò che sono e di ciò che potrei essere”.

Nei testi presenti nel libro ci sono diversi passaggi in dialetto. Che dialetto è? E che significato ha per te, a livello personale e anche nel raccontare del libro?
Si tratta del mio dialetto fagnanese. Fagnano è il paese in provincia di Cosenza dove sono nata e cresciuta. È la lingua madre, la lingua del sangue, delle viscere, quella che non può mentire.

Questo tuo libro mostra anche un continuo apprendere, un continuo costruirsi. Nasce da qui la necessità di trovare/inventarsi un tempo tutto per sé? Che diventa anche un valore altamente simbolico, immersi come siamo in una società dove tutto corre, dove tutto va a alla velocità della luce e sempre di più ogni cosa perde la sua durata….
La scrittura è per me un atto di resistenza, un esercizio di pazienza e attenzione. Scrivendo mi svesto del superfluo, mi lascio abitare solo dall’essenziale, sempre che io impari a riconoscerlo davvero.

“Passo a due” è anche un libro di assenze…
Il tempo perduto, i baci non dati, le occasioni mancate, i ricordi svaniti, gli affetti dispersi. L’assenza di Dora che mi abita il cuore.

Fra le presenze però, fondamentale è la figura di tua nonna, un vero e proprio punto di riferimento…
Il Nord della bussola. Un nodo sciolto, un groviglio armonico di passioni e contraddizioni, una donna in pace col suo cuore scisso. Una donna fuori tempo, oltre il suo presente, immersa nel momento, fino alla fine, a dispetto anche del suo morbo.

L’autrice:
Doris Bellomusto si è laureata in lettere classiche presso l’Università della Calabria e insegna materie letterarie a Barga (LU), dove vive dal 2011.
Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come le rondini al Cielo” (Tracce 2020), “Fra l’Olimpo e il Sud” (Poetica 2021), “Nuda” (Ladolfi 2022) e “A corpo libero. Esercizi di poesia” (Le Pecore Nere Editore 2024).
Suoi testi poetici inediti sono presenti in blog e riviste online, alcuni testi già editi sono stati ripubblicati nell’antologia “Riflessi, rassegna critica della poesia contemporanea” (Edizioni Progetto Cultura 2023).
È autrice del testo “Ti abbraccio, Teheran”, illustrato da Tiziana Tosi (Le Pecore Nere, 2023) e dell’albo “Arianna”, sempre illustrato da Tiziana Tosi, pubblicato nel 2024.
È direttrice della collana di poesia Foglie, per Le Pecore Nere Editore.

(Doris Bellomusto “Passo a due” pp. 88, 16 euro, Tralerighe libri 2025)





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Street records

di Snežana Nikolić




Libroelibro ——————

Sceglierò cartoline per amici lontani

Fernanda Romagnoli, “Il tredicesimo invitato”

di Giancarlo Baroni


La condizione di chi si sente esiliato, escluso, emarginato, messo da parte e in un angolo, risuona con dolorosa frequenza nel libro di versi “Il tredicesimo invitato” di Fernanda Romagnoli pubblicato da Garzanti nel 1980. Sono trascorsi quasi cinquant’anni ma le poesie custodite nel volume conservano pienamente l’originaria intensità e una grazia che incanta.
A favore de “Il tredicesimo invitato” si espressero a suo tempo critici e poeti importanti (fra i quali Carlo Betocchi, Attilio Bertolucci e Vittorio Sereni), ma quando la Romagnoli, dopo una lunga e dolorosa malattia, nel 1986 si spense il suo nome era quasi dimenticato, in pochi la ricordavano.
Ci hanno poi pensato, con passione e saggezza, i critici Donatella Bisutti e Paolo Lagazzi a rivalutare l’opera riportandone i versi al centro, e non ai margini, della poesia italiana contemporanea.
Scrive per esempio la Bisutti nel breve saggio, intitolato “L’anima in disparte”, apparso nel numero 126 (marzo 1999) della rivista “Poesia”: “Ci sono poeti che hanno un destino di silenzio, anche se a tratti sembra che la gloria, o la fama almeno, li abbia per un attimo baciati. Il silenzio, in vita o in morte, tranne che per qualche breve istante, pare essere il destino di Fernanda Romagnoli, poetessa romana morta nell’86 all’età di settant’anni. Di lei poeti come Bertolucci e Sereni hanno parlato come una delle voci più alte del nostro Novecento”.
Nel 2022, dopo quasi vent’anni, la casa editrice Interno Poesia pubblica la corposa antologia della Romagnoli intitolata “La folle tentazione dell’eterno”. Il libro, curato da Paolo Lagazzi e Caterina Raganella (figlia della poetessa) si avvale di una accurata Nota filologica di Laura Toppan e Ambra Zorat autrici anche della Bibliografia.
Caterina Raganella con discrezione fornisce brevi cenni sulla vita della madre e mette in risalto l’importanza di Attilio Bertolucci “che diverrà un fondamentale punto di riferimento nel suo percorso poetico e amico insostituibile”.
Autore del sapiente e appassionato saggio di oltre sessanta pagine che apre il libro e ci guida alla sua lettura, dal titolo “In sangue e in fuoco: le vertigini dell’anima”, è Paolo Lagazzi: “Per parte mia sono pronto a sbilanciarmi:”, afferma, “Fernanda Romagnoli è la più grande poetessa italiana del Novecento”. E aggiunge: “Vorrei soffermarmi a lungo sulla ricchezza musicale di Fernanda, sulla sua sensibilità al “tocco” linguistico e alle cadenze del ritmo, sul suo orecchio per i registri, i cromatismi, le scale, i contrappunti verbali: come dimenticare che era anche una pianista?”.

Il sentirsi esiliata, straniera e fragile, quasi un’intrusa, va oltre la storia privata di Fernanda Romagnoli donna e poetessa, per diventare una condizione esistenziale universale in cui ogni individuo può e riesce a riconoscersi e a specchiarsi, proprio come avviene quando leggiamo le pagine di Kafka. Certo, il suo essere donna non aiuta e anzi accentua il sentimento e la condizione di esclusione e vulnerabilità però “Quella donna dal viso indifeso […] dall’anima dimessa” (Io) che lo specchio riflette diventa ciascuno di noi, assume i tratti del nostro viso. Certo, la malattia (di cui la Romagnoli ha lungamente sofferto) acuisce e incupisce progressivamente la sensibilità di chi la subisce tanto che il presente rischia di ridursi all’attesa della fine, “finché dietro ci piombano le porte” (Coscritti).
A volte Fernanda Romagnoli si presenta nei panni dimessi di “una massaia dal dito bruciacchiato” (Eva), simile quasi a un’ombra che si aggira ignorata e con una identità via via più incerta, incrinata e precaria: “Prima o dopo qualcuno lo scopre:/ io sono già morta/ da viva” (Falsa identità).
A volte indossa gli abiti più leggeri, fantasiosi e distesi della poesia: “Il mio poco darei/ per un unico verso che resti/ testimonio di me,/ un attimo posato sulla terra – lieve – come un coriandolo/ di questi” (Carnevale). Mai però l’abbandona la consapevolezza che “Di noi, di tutti, nel mare dei millenni:/ nessuna testimonianza” (Spiaggia libera).
Nell’indimenticabile poesia “Il tredicesimo invitato”, che dà il titolo al libro, i temi a cui ho accennato raggiungono il culmine. Con un’acutezza pari all’eleganza, con un sentimento dell’esistere profondo e misurato, con una grazia mirabile, la sua voce si espande, perfetta e armoniosa, nei versi de “Il tredicesimo” invitato che qui propongo assieme ad altre due poesie tratte dall’edizione Garzanti del 1980:


Il tredicesimo invitato

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.


*

Rito

Mia madre celebrava la mattina
con un caffè solitario.
Filtravano dalla cucina
neri aromi in un chiaro di gesso.
Toccavano rumori la parete
per farsi indovinare
da me, che silenziosa
sorridevo nel buio «vi conosco!»

Mia madre la mattina
stava sola di là, come Dio
sta sulla terra e sul mare.
Prendeva il giorno nelle sue mani rosse.
Ribattezzava oggetto per oggetto,
assegnava alle cose il loro posto.
Come farà, che adesso
sola fatica delle sue mani è stare
incrociate sul petto.


*

Non leggerò i giornali

Il giorno entra con rosa di pozzanghere
e Pasqua fra le nuvole.
Operai ripitturano la casa
che adesso ride a metà, dov’è più chiara:
d’in cima al muro si gettano la voce.
Profumi arrivano e partono. Lo giuro:
oggi non spierò nella vetrina
le mie occhiaie appassite.
Non mi metterò in croce!

Entrerò nel bar che si sbrina
in vapore vermiglio sugli specchi,
scavalcando i due cani stesi al sole

– madre e figlio. – Avrò l’aria felice.
Ordinerò un caffè, sceglierò
cartoline per amici lontani.




Gli autori:

Fernanda Romagnoli è nata nel 1916 a Roma da una famiglia piccoloborghese, si diplomò alle magistrali e poi in pianoforte all’Accademia di Santa Cecilia. Sposatasi con Vittorio Raganella, militare di carriera, visse sempre accanto a lui e alla loro unica figlia Caterina lavorando come maestra elementare. Gravemente malata per molti anni, morì nel 1986.
Le sue raccolte di versi: “Capriccio” (prefazione di Giuseppe Lipparini, 1943), “Berretto rosso” (1965), “Confiteor” (quarta di Attilio Bertolucci, Guanda, 1973), “Il tredicesimo invitato” (Garzanti,1980), “Mar Rosso” (Il Labirinto, 1997), “Il tredicesimo invitato e altre poesie” (Scheiwiller, 2003) e “La folle tentazione dell’eterno” (Interno Poesia 2022).
Ha collaborato ad alcune riviste come “La Fiera Letteraria” e “Forum Italicum” e, per la radio, a “L’Approdo”.


Giancarlo Baroni è nato nel 1953 a Parma dove vive. Ha pubblicato diversi volumi di poesia, narrativa, saggistica e fotografia. Due quelli stampati nel 2025: “Il mio piccolo bestiario in versi” (puntoacapo editrice) e “Brevi Brevissime” (Bertoni Editore, prefazione di Luca Ariano).





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The night

di Snežana Nikolić





Tempo presente ——————-

Rivendicare la propria quota di luce e libertà

Arundhati Subramaniam

di Sandro Pecchairi


Le ventidue lingue ufficiali, i circa duemila dialetti, l’Hindi come lingua ufficiale, l’Inglese come uno dei tanti idiomi dell’India, una popolazione in parte bilingue o multilingue costringono uno scrittore ad operare una scelta ponderata sulla propria scrittura. Inoltre, tra la composita realtà indiana e quella statunitense, la lingua inglese di Arundhathi Subramaniam, che si autodefinisce a “very singularly Indian” le permette una sintesi profonda tra le varie epoche storico-culturali, mettendola in una posizione molto differente da altri autori, come ad esempio, Kaveh Akbar, dove il cozzo tra culture e generazioni sembra essere uno iato irrisolvibile.
Le critiche al suo autodefinirsi a “very singular Indian” toccano immediatamente il tasto dell’identità culturale. Emblematica la sua poesia-risposta all’articolo del critico Landeg White, in “Poetry Wales” che aveva definito “poco riconoscibilmente indiane” le poesie di Arundhathi. La poesia si scaglia con divertito sarcasmo verso gli stereotipi di una certa critica orientalista e “postcoloniale”:

Al critico gallese che non identifica la mia indianità

Credi di conoscermi,
una letterata anglofila dagli occhi grandi
che viene da una colonia bruciata dal sole,
che leggo il mio Keats – o è il tuo –
mentre il mio paese esplode
sul tuo televisore.

Immagini di aver violato
la mia più recondita fantasia –
oh, poter essere in una canonica edoardiana,
a vivere fino in fondo il mio dharma
a ogni sorso di tè al tarassaco
sognando il mercatino antiquario del sabato…

(…) è compito tuo misurare,
la patologia del mio respiro,
l’alitosi del gender,
le mie consonanti omologate,
quasi altrettanto rustiche
dell’alito fresco del villaggio globale.

Arbitro d’identità,
ricreami a tuo piacimento.
Scrivi per me un nuovo alfabeto d’allarme,
un nuovo patois che si addica
al bronzeo antico della mia pelle.
(…) Imbratta le mie consonanti
di sterco di vacca, curcuma e godhuli.
Prova compassione di me, sudata,
rancida, all’altro lato del banco.
Timbra i miei documenti,
affittami un’ansia nuova,
Concedimi un visto
per il paese dove sono nata.
Insegnami a far parte,
come te,
di ogni pagina della storia del mondo.


Arundhathi sa bene “che significa vivere/ in un luogo in cui l’inchiostro della mente/ ha molti tributari”, tra New York, che lei considera una “Bombay on steroids”, e la stessa Bombay, “chutney di lingue accavallate”.
Questa mescolanza culturale si evidenzia dapprima nella sfera del romanzo indiano degli anni novanta dello scorso secolo, con figure chiave come Arundhati Roy, “Il dio delle piccole cose” (1997), e Chitra Banerjee Divakaruni, “La maga delle spezie” (1998) che trattano della condizione femminile e sociale, del conflitto tra tradizione e modernità, spesso legato alle caste e alle minoranze e, non ultimo e aspetto molto importante, un modo di narrare che mescoli realismo ed elementi magici, aprendo inaspettate possibilità alla poesia che fino ad allora era considerata solo un’estrema propaggine tardo-vittoriana.
Ampiamente tradotta in Hindi, Tamil, Italiano, Tedesco, Francese, Spagnolo and Rumeno, Arundhathi Subramaniam è stata invitata a conferenze internazionali in numerosissimi paesi del mondo occidentale e orientale. In effetti la poetessa attinge alle differenti culture che ha incontrato e incontra nella vita, culture che appartengono sia al canone orientale che a quello occidentale e vanno da Wallace Stevens, T. S. Eliot, Adrienne Rich, Basho, Tukaram, Akka Mahadevi, Denise Levertov e Neruda. Questa doppia influenza viene illustrata metaforicamente nella poesia “Spolverando la libreria” in cui i volumi disposti in fila (e il loro casuale, o meno casuale, trovarsi “in contatto”) diventano splendida metafora di un dialogo culturale, con tutti i rischi di frizioni e incomprensioni da superare con paziente ascolto e rispetto: “Ora c’è la possibilità di intervenire,/ ricombinare, infiltrare/ permetti a Kerouac/ di ammiccare/ a Milton,/ Mira a Shankara,/ guarda Nietzsche fiutare con sospetto/ Krishnamurti./ E ascolta attentamente/ Ghalib che dalla fila dietro/ sussurra sonnolento /a Keats”:

On Cleaning Bookshelves

Begin by respecting the logic
that governed earlier conjunctions –

respect the hauteur
of the book not journeyed,

the complicitous camouflage
of the borrowed paperback,

the frowning grandeur of the Russian classics, upper shelf, upper caste,
lost in the austerities of a glacial tapas,

the sly tight-lipped smile
of the coffee-table volume, lusciously swathed, venerable geisha,

and the amber geniality
of the leatherbound coterie, still fragrant with the smoke of old cheroots
from colonial living rooms.

Then trace the occult insignia of silverfish
on paper that crumbles at a touch
into dragonfly-wingdust.
Rediscover the flyleaf inscription
of a lover’s ex-lover, damply intimate,
and rising somewhere the crushed
azalea scent
of Manderley…

Tumbling unexpectedly
out of the swirling mists of mothball and nostalgia, a world
of lighthouses off the Devonshire coast
and dungeons stuffed with precious ingots – embrace the lost world of Enid Blyton, blessed Blyton,
beloved reactionary.

Now comes the chance to intervene,
match-make, infiltrate
allow Kerouac
to nudge familiarly at Milton,
Mira at Shankara,
watch Nietzsche sniff suspiciously at Krishnamurti.
And listen close,
as Ghalib in the back row murmurs drowsily
to Keats.
Open trunks. Allow the musk
of a buried adolescence to surface
as Kahlil Gibran and Swinburne return
to claim their share of daylight and liberty with all the dust
and truculence
of the unjustly exiled.

And amid the rising whispers of reunion and discovery,
the hum of interrupted conversations resumed after centuries,
know that it is time to turn away.
And accept finiteness.
Accept exclusion.


Spolverando la libreria

Comincia col rispettare la logica che governò antichi abbinamenti –

rispetta la fierezza
del libro non percorso,

come si mimetizza complice il tascabile preso in prestito,

l’accigliata grandeur dei classici russi, alto scaffale, alta casta,
perduti nel gelo di un austero tapas,

l’astuto sorrisino a denti stretti dell’edizione di lusso, superbamente agghindata, venerabile geisha,

e la cordialità ambrata
della congrega dei rilegati in pelle, ancora odorosi del fumo
di vecchi sigari
dai salotti coloniali.

Poi rintraccia le insegne occulte delle tarme sulla carta che si sbriciola a toccarla
come polvere di ali di libellula.

Riscopri l’iscrizione sul risguardo dell’ex-amante di un amante, umidamente intima,
da qualche parte s’alza il profumo
di azalea schiacciata di Manderley…

Ruzzola inaspettato
dalle nebbie vorticose di naftalina e nostalgia, un mondo
di fari al largo del Devon
e segrete piene di lingotti preziosi – Abbraccia il mondo perduto di Enid Blyton, beata Blyton,
beneamata reazionaria.

Ora c’è la possibilità di intervenire,
accoppiare, infiltrare permetti a Kerouac di ammiccare
a Milton,
Mira a Shankara,
guarda Nietzsche fiutare con sospetto
Krishnamurti.
E ascolta attentamente Ghalib che dalla fila dietro sussurra sonnolento
a Keats.

Apri i bauli.
Permetti che il muschio
di un’adolescenza sepolta affiori
mentre Kahlil Gibran e Swinburne tornano
a rivendicare la propria quota di luce e libertà con tutta la polvere
e la truculenza
di chi è ingiustamente esiliato.

E tra sussurri emergenti di rimpatriata e scoperta,
il brusio di conversazioni interrotte riprese dopo secoli,
sappi che è l’ora
di volgersi altrove.
E accettare la finitezza.
Accettare l’esclusione.


Alla prima raccolta, “A una poesia non ancora nata”, tradotta e curata da Andrea Sirotti (Interno Poesia Editore, 2018), segue “The Gallery of Upside Women”, Bloodaxe books, 2025.
E l’esperienza delle “upside women” in realtà è un’esperienza di donne nella loro “right side position”, appartenente a una normalità “altra”, inquietante o inafferrabile.
Molto spesso gli oggetti e le azioni diventano supporti di visione sbrigliata e coinvolgente, come in “Quando due donne bevono assieme il tè”, un’attività apparentemente semplice, con una teiera che diventa altro. Però, assieme a questa normalità suggerita, ma piena di vibrazioni e di visioni divergenti, il libro ci fa incontrare figure che vivono esistenze totalmente differenti:

La ragazza di Karaikkal

Non era proprio la ragazza
che avresti portato dalla mamma,

quella donna-fanciulla di Karaikkal dagli occhi d’agata.

C’era qualcosa nel modo
in cui non sbatteva quasi mai gli occhi.

Qualcosa nel tremore di fulmine
Nervoso nel suo braccio.
Ma me la portai comunque a casa
e non ne rimasi deluso.
Voglio dire, all’inizio aveva fatto le cose giuste –
ha mescolato la zuppa rasam,
riso ai miei scherzi
composto delle canzoni carine
sulle divinità della casa,
intrecciato gelsomini nella sua treccia serale.
Ma poi,
ho iniziato a odorare la cenere
nei suoi capelli, sentito il digrignare
dei suoi denti nel sonno, percepito
un sentore quasi di carne viva
nella cucina, e una volta
quando si sfilò
il sari, avrei giurato
di aver intravisto l’orrore terribile
delle ossa.
Il giorno in cui mi diede un mango, che puzzava
di estraneità, di frutteti
ben oltre il codice postale
del pianeta,
quel tipo di mango
che avrebbe sgocciolato
giallastro
maniacale
giù dal mento,
quel tipo che una donna per bene
non avrebbe mai mangiato in pubblico
ho capito che era giunto il tempo.
Con lei ho fatto le cose giuste –
le ho toccato i piedi,
l’ho consacrata come dea,
mi sono preso un’altra moglie.
Ogni tanto qualcuno mi parla di lei –
la pescatrice sulla spiaggia,
il venditore di pappagalli di Kashi, il commerciante
dal biancore scarnificato dal vento del Tibet.
Dicono che ha camminato
da questa città costiera
con il suo sole d’oro e tamarindo
su fino all’inverno dell’Himalaia
su mani nervose dalle vene bluastre,
le sue gambe spalancate oscenamente
nel vento.
Mi dicono che canti canzoni
a dèi fuori casta, che mescoli tsunami
nel rasam, condivida manghi
con gli spettri, rida
nei carnai nella notte.
E quando la gente viene da lontano
per chiederle una benedizione,
lei offre sempre lo stesso consiglio:

“Non c’è bisogno di fuggire nella foresta, oh, tu che cerchi.
Rimani qui nella città fuori di senno.
Fai esattamente quello che hai sempre fatto.
Solo fallo alla rovescia.”


Con il suo titolo vibrante e affascinante ci inizia ai risultati inaspettati che una ricerca spirituale può portare: abbiamo appena letto di Karaikkal Ammaiyar, una mistica Tamil del sesto secolo, che intraprese un pellegrinaggio alla dimora di Lord Shiva, camminando sulle mani con la promessa di tornare ad una posizione eretta solamente al suo arrivo a destinazione. La descrizione di una tale impresa apre una ricerca metaforica sul significato di ‘upside down’. Altri itinerari sacri vengono rivelati come nella poesia su Amrapali, 500 a.C: “Un giorno/ realizzi/che la salita verso il sotterraneo/ non verrà mai portata a compimento”, il cui scopo è confondere la cronologia e l’esperienza spirituale. La coscienza upside-down porta alla comprensione che la prospettiva è situata in una finestra soggettiva.
Memorabili le poesie, come quella della Yoginis senza testa o quella della ribelle Akka Mahadevi, la mendicante nuda. E le parole struggenti che Subramaniam attribuisce a Mirabai, “Conquistami, dissi,/ azzurrami/…e poiché gli dei migliori si spandono/ come tinta vegetale/…egli mi rese indaco.’’
Ma nella raccolta vi sono anche poesie come la delicata elegia per l’importante poetessa urdu Tarannum Riyaz (1960-2021), morta durante il periodo del Covid. Qui Subramaniam amplia il suo dispiacere personale in una perdita globale a mano a mano che le notizie della malattia diventavano più allarmanti. Il dolore si esprime in alcuni versi toccanti: “insegnami cosa voglia dire-/ questa intima irraggiungibilità/ …questo oblio/ questa abbondanza/ questa incompletezza/ …Dove sono quelli che noi amiamo?”.
I testi di Subramaniam invitano il lettore a una ricerca in compagnia di una poeta-seeker, un Virgilio transcontinentale in un viaggio della mente e del cuore.
Così, come nella lectio magistralis tenuta a Firenze nel 2015 in occasione del conferimento del premio Bigongiari-Il Ceppo, la poetessa evidenzia il suo rendersi conto sempre di più che i viaggi della mente e del cuore – jnana e bhakti, nella tradizione indiana – vanno di pari passo. Questo non fa che rafforzare l’idea che scrivere appartiene a un luogo che abbraccia idea e sentimento, precisione e passione, astratto e concreto, senza essere pungolati da un ethos culturale, senza demarcazioni precise e invalicabili. È imperativo scrivere da un luogo che includa la mente, il corpo e quello che spesso appare come la nuova eresia dei nostri tempi, anche la spiritualità appare presieduta da una divinità dimessa e al tempo stesso essenziale (una “Divinità minore appena sfornata”, “un dio che sembra/ in grado di comprendere/ errori di traduzione,/ tempeste di neve sullo schermo/ vuoti di memoria/ distrazione”).


L’autrice:
Arundhathi Subramaniam è nata nel 1967 a Mumbai da famiglia originaria del Tamil Nadu. Ex danzatrice di Bharatha Natyam, è giornalista freelance e critica di danza, arte e spettacolo per conto di diverse testate. Come poeta ha pubblicato su numerose riviste e sulle pagine di poesia di “The Independent”.
Cura la sezione indiana del portale di poesia internazionale “Poetry International Web” ed è traduttrice di testi teatrali dall’hindi. “On Cleaning Bookshelves” è la sua prima raccolta pubblicata nel 2001 (Allied Publishers di Mum-bai), seguita da “Where I Live” (Allied Publishers, 2005).
Alcune sue liriche sono raccolte nell’antologia “Reasons for Belonging” (Penguin India, 2002), curata da Ranjit Hoskoté. Insieme a Jerry Pinto ha curato l’antologia tematica “Confronting Love” (Penguin India, 2005). Le sue raccolte sono state pubblicate in Inghilterra nel 2009 in un’antologia per la casa editrice Bloodaxe (“Where I Live, New and Selected Poems”). Ha curato per Penguin India un’antologia di scritti sul pellegrinaggio in India: “Pilgrim’s India”, e ha anche scritto una biografia di Sadhguru Jaggi Vasudev.
Un’altra raccolta, “When God is a Traveller” è uscita alla fine del 2014 per Bloodaxe. Suoi testi sono contenuti nell’antologia di poesia femminile indiana “L’india dell’anima” (Le Lettere, 2000), a cura di Andrea Sirotti. Nel corso del 2015 ha ottenuto il premio Bigongiari-Il Ceppo, e il Khushwant Singh Memorial Prize for Poetry per “When God is a Traveller”. Per lo stesso volume è stata nel 2015 finalista per il prestigioso TS Eliot Poetry Prize.

Fonti:
-Keki Daruwalla nel “The hindu”, 2010
-Andrea Sirotti, prefazione al libro “A una poesia non ancora nata
-Selene Molica, articolo dell’8 ottobre 2021, myIndia
-Barbara Del Mercato, “L’Indice dei libri del mese”, Novembre 2018 Anno XXXV – N. 11
-Intervista di Sandro Pecchiari ad Arundhathi Subramaniam, “The Westin Excelsior Hotel”, Florence, 23rd of June 2025
-Malashri Lal in “Learning to Combust” in Outlook’s November 11 issue: “Caste is the Biggest Political Party in Bihar




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di Snežana Nikolić






Testo unico ——————

“E questo è tutto, credo”

di Antonella Sbuelz


Oggi comincia col guardare il cielo:
la punta del ramo tesa al sole
anche se il sole è lontano, lo stormo
che cerca un orizzonte, l’orizzonte
che affonda esclamativo dove la terra
è stanca della terra, dove il
mare è più stanco del mare.
Riposa con lo sguardo sulla foglia
che trema al limitare dell’autunno
e riconosce dentro il suo tremare
la misura comune di un futuro.
Prosegui piano, assieme al ricordare.
ripassa i lineamenti di chi è stato. Usa
parole scalze, gesti nudi. Desideri
rinati elementari.
Dalle lucciole impara il provvisorio.
dall’arcipelago l’isola, dall’isola
lo scoglio più isolato. Cerca le galassie
anche nel fango, anche nel sottobosco
cerca il volo.
Ascolta i passi delle orme oscure,
che non chiedono di essere ascoltate.
Distilla dal buio la luce, ma non dimenticare
che anche il buio
sulla luce ha qualche cosa da dire.
E sul finire della tua giornata,
quando il sonno ti piega le ciglia, fa
che un battito di meraviglia
dia vita vera a quello che hai vissuto
e lo trasformi in seme nuovo, in frutto.
E questo è tutto, credo.
Questo è tutto.


(La poesia “E questo è tutto, credo” è tratta dalla raccolta “Chiedi ad ogni goccia il mare”, edita da Stampa 2009, nella collana “La Collana” curata da Maurizio Cucchi, nel 2020)



Antonella Sbuelz, ogni parola è sapiente

di Marilisa Trevisan

Antonella Sbuelz, pluripremiata scrittrice e poetessa friulana con all’attivo diverse opere letterarie di poesia e narrativa è l’autrice di “Chiedi ad ogni goccia il mare”, incantevole raccolta poetica.
Già di per sé la poesia racchiude la sacralità dell’esistere ma, in questo specifico frangente, ho provato la gioia di ricevere in dono parole di rara e forte bellezza come se la vita stessa fosse infissa sulla carta nella sua verità più profonda, senza fingimenti o artifici letterari.
Mano a mano che mi sono addentrata nella lettura delle singole poesie, ho elaborato il pensiero che il libro potesse assomigliare ad un breviario da tenere sul comodino e sfogliare per cogliere un verso, una parola coraggiosa e saggia da custodire nell’abbandono del sonno per ritrovare al momento del risveglio.
Difficile spiegare a parole il respiro della parola scritta: ti porta in dono il fiato, la forza atavica, la sacralità insita nel coraggio di esistere ed essere qui ed ora.
La poesia che ho scelto si intitola “E questo è tutto, credo” ed è dedicata alla figlia.
La poetessa riconosce che, nell’ingranaggio del vivere quotidiano “sotto vuoto spinto” ci siamo dentro tutti e che in un battito di ciglia la vita può voltarsi in aceto.
Consapevole di questi limiti usa scientemente la narrazione ad immagini di respiro legate alla natura, per ricordarci che si passa con poche cose nella vita e che quindi, in qualità di uomini dotati di intelletto, dovremmo imparare a pesare le priorità, a far pulizia delle situazioni pesanti, del rumore di sottofondo.
Ben venga quindi questo gesto strutturato, meditato, prezioso, non solo dal punto di vista dell’avere o del lasciare, ma dell’essere innanzitutto per sé stesso.
È una lirica generosa, potente, sincera: il futuro non è illimitato e necessita imparare a spiegarlo anche ai propri figli.
La struttura ritmica è efficace e la metrica garantisce la certezza del ritmo.
Del testo ho apprezzato molto l’elogio della fragilità non come vulnerabilità ma come consapevolezza della caducità della vita.
In questo nostro precario passaggio terreno, dobbiamo imparare a vivere la vita a pieni polmoni, forti della memoria del cuore che dona due forme di salvezza: la gratitudine e l’ostinazione per tracciare la via e lasciare la traccia.
Come mamma ho pensato che sarebbero state le parole ideali da dedicare ai figli, una sorta di testamento, un lascito morale e spirituale.
La saggezza di chi ha già percorso con consapevolezza parte della vita si amalgama ai passi incerti di chi la Vita ce l’ha davanti ancora tutta da disegnare e si snoda attraverso un processo linguistico espressivo basato sulla similitudine sottintesa.
La madre usa la potenza e la bellezza delle parole per invitare la figlia a spaziare lo sguardo, ampliare l’orizzonte alzando gli occhi al cielo; guardare alla vita con il respiro primordiale del primo vagito.

L’invito è esplicito: ricercare la luce anche quando “il sole è lontano”, “il punto fermo come per lo stormo l’orizzonte” e farlo con ostinazione, con la forza di un punto esclamativo, segno di potente interpunzione nel lessico.
Ogni parola è sapiente: si deve saper guardare senza timore alla precarietà della Vita, imparare dalle lucciole il provvisorio, saper riconoscere la viandanza, l’esperienza profonda che, grazie all’assenza di mappe definite, rende l’andare un atto di libertà e coraggio.
È un’immagine visiva che potrebbe risultare leggera ma, nell’incipit del non detto, leggerezza non significa superficialità ma capacità di mettersi all’ascolto, di affrontare il buio del sottobosco e il denso del fango, ovvero le traversie del cammino umano. Necessario diventa anche sapere riconoscere i propri limiti, renderli opportunità di crescita e tracciare una via.
In questo andare senza fretta prezioso risulta non dimenticare le radici e onesto conservare esperienze e conoscenze passate: “… i passi delle orme oscure, che non chiedono di essere ascoltate”.
Imprescindibile risulta essere il gioco di luci e ombre che infonde ritmo e sonorità al testo.
E quando avremo finalmente imparato ad essere “arcipelago”, pian piano il nostro cerchio vitale ci porterà ad incontrare la meraviglia e la spiazzante ebbrezza di essere isola e ancora scoglio isolato.
La silloge si chiude con un respiro così ampio di bellezza da accorciarci il fiato: quando arriverà il nostro ultimo momento sulla terra, ci accolga l’infantile meraviglia, lo sguardo disincantato e puro dell’infanzia che, come un frullo d’ali, porti il seme del vissuto: ali e radici nel vento e nella terra per trasformare ancora ed ancora il seme in frutto.
E questo è tutto.




Le autrici:

Antonella Sbuelz è autrice di racconti, raccolte poetiche, saggi e romanzi, cui sono stati assegnati numerosi premi. Tra i suoi ultimi romanzi storici: “La ragazza di Chagall” (2018, Premi FiuggiStoria e Raffaele Crovi), “Mariam” (2023, Premio PalmaStoria) e “Il movimento del volo” (2007/2025, Premi Biblioteche di Roma, Città di Predazzo e Caterina Percoto).
Tra i romanzi per ragazzi: “Questa notte non torno” (2021, Premio Campiello Junior 2022) e “Il mio nome è A(n)sia” (2023, III Premio Città di Como).
Per Feltrinelli Junior ha pubblicato la raccolta di poesie “Il mondo è triste senza di me! Poesie per giorni dritti e storti” (2024, con illustrazioni di Andrea Antinori).
È stata tradotta in inglese, tedesco, francese, croato e spagnolo.

Marilisa Trevisan è nata a Begliano (Go), località del Comune di San Canzian d’Isonzo.
Nel 2001 ha pubblicato la raccolta “Remandi de luse”, nel 2012 è uscita la sua prima raccolta di poesie in italiano dal titolo “Resistere può bastare”. A cui è seguita la raccolta “Dell’erotismo e il paradosso”. “Priàda” è la sua raccolta poetica più recente, pubblicata nel 2023.
È anche attrice di teatro, ha frequentato la scuola di teatro popolare a Udine e ha collaborato con l’Associazione Teatrale “Il Cantiere dei desideri”.
Ha lavorato con i registi Luca Ferri, Mauro Fontanini, Massimo Somaglino, Giorgio Amodeo, Mauro Serio, Francesco Faciolli, Alessandro Mistichelli e Massimo Navone.
Tuttora collabora con l’Associazione Collettivo Terzo Teatro di Gorizia e “Stropula Cantieri Teatrali” di Monfalcone.



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di Snežana Nikolić






Ti racconto —————-

Il biglietto di un altro

Alberto Sbrogiò, “Chiocciole – 11 racconti”

di Roberto Lamantea


Che sia spesso la provincia a rivelare nuovi talenti letterari è storia vecchia, anzi è quasi una costante. Della provincia di Venezia – Mirano, 30 mila abitanti, città di ville e parchi del Settecento e di Giambattita e Giandomenico Tiepolo – è Alberto Sbrogiò, ingegnere informatico che, a 56 anni, pubblica il suo primo libro, i racconti di “Chiocciole”, nella collana “Gli antidoti” della casa editrice padovana “il prato”, prefazione di Sibyl von der Schulenburg, che di queste pagine è stata l’editor.
Fin qui è la cronaca di un normale esordio letterario. Ma “Chiocciole” è una sorpresa: il libro ha una fluidità narrativa, una capacità descrittiva di ambienti e personaggi quasi plastica, sa trasmettere perfino le sensazioni fisiche dei personaggi, nasce da un piacere di raccontare che conquista il lettore: 100 pagine tonde che hanno la freschezza di un’affabulazione tra amici. E c’è di più: una rete di rimandi e citazioni che sono la gioia del lettore bibliofilo.
Dove andremo a finire” racconta di “nonno Alberto”, in realtà bisnonno del protagonista, 124 anni, ospitato in una RUC, Residenza per Ultra Centenari, e affidato alla realtà virtuale per sopravvivere in vasche con liquido amniotico artificiale “come se tornassero nel ventre materno”: “La respirazione viene garantita da un sistema di ventilazione assistita mentre l’attività cerebrale è monitorata da un sistema di intelligenza artificiale. Un altro sistema avanzato consente all’anziano di visualizzare ricordi e di interagire con il mondo esterno attraverso un ologramma che “vive” in uno spazio virtuale e scambia informazioni in tempo reale”.
Nella realtà fisica l’anziano non sarebbe neanche in grado di portare un bicchiere alla bocca. Siamo dalle parti di Blade Runner, di Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio, di Philip K. Dick e i cacciatori di androidi di Do Androids Dream of Electric Sheep? (occhio alla data: 1968) da cui, appunto, il film Blade Runner di Ridley Scott (1982).
Tra Pirandello e Kafka è il clima della novella “La condanna dell’accento”: è la tragicomica avventura di Maurizio Airò che, dopo aver girato il mondo per lavoro – siamo sempre nel campo dell’ingegneria informatica che è il terreno quotidiano dell’autore – va in Kuwait per sistemare l’avaria di un impianto e, al momento di partire, viene bloccato in aeroporto dalla polizia di frontiera perché il nome sul passaporto è diverso da quello sul biglietto: in uno il cognome è scritto con l’accento, nell’altro no, e gli agenti si chiedono perché abbia “il biglietto di un altro”.
L’equivoco viene risolto dopo un lungo interrogatorio che rinvia all’autore del Castello e del Processo con qualche pennellata di Fu Mattia Pascal.
In “Sono solo coincidenze” mamma e papà si trovano a dover gestire il piccolo incidente domestico del figlio piccolo con i servizi pubblici ridotti del weekend, dopo lo spavento si decidono a chiamare il Pronto soccorso, finiscono al reparto di Pediatria dell’ospedale che viene descritto così: “Dall’atrio partiva un lungo corridoio con porte a destra e a sinistra, tutte chiuse. Regnava un silenzio inquietante. Per ambientarci una scena di un film horror mancava solo la luce intermittente nel corridoio, ma fortunatamente le lampadine funzionavano bene”: puro Overlook Hotel di Shining.

Sbrogiò passa in rassegna anche gli inganni delle multinazionali che illudono e presto liquidano i giovani laureati in Ingegneria informatica; disegna il ritratto di un taxista tuttofare all’aeroporto di Lampedusa, Carmelo Lobosco, nome da film in una novella di tre pagine e mezza di grande delicatezza: “Indosserà […] la sua camicia a maniche corte stile hawaiano bene in vista sulla pancia prominente; bermuda blu consunte dal salso; ciabatte infradito e coppola in testa con disegni geometrici che ricordano le maioliche siciliane”, pagina dove lo scrittore rivela anche doti di ritrattista.
“Ricordi in cabrata”, ritratto di un pilota d’aereo che è la star di uno spettacolo acrobatico e rischia l’incidente, fa venire in mente, ça va sans dire, l’autore di “Staccando l’ombra da terra”, Daniele Del Giudice.
Ma il racconto più bello – autobiografico – è il primo, “Chiocciole”, che dà il titolo al libro. Ambientato a Mirano un 14 agosto, racconta di un signore – moglie e figli in vacanza al mare – che cade nel giardino di casa, non riesce più a rialzarsi, se la vede brutta, spera che qualcuno si accorga di lui disteso in giardino incapace di muoversi, a salvarlo è un cane che “fiuta” che qualcosa in quel giardino non va, abbaia e abbaia e il proprietario del cane finalmente vede l’uomo disteso sull’erba e telefona al 118.
Il giardino era diventata la “casa” di una colonia di chiocciole: sono quegli esserini a “vigilare” su di lui fino a quando riceve aiuto. Quando torna dopo una settimana in ospedale quelle creaturine sono ancora lì, come silenziosi angeli col guscio.
Nella deliziosa prefazione, Sybil von der Schulenburg scrive: “Alla fine “Chiocciole” è un paradosso perfettamente riuscito: un inno alla lentezza costruito con un ritmo che accelera pagina dopo pagina. Comincia come una passeggiata tra foglie bagnate e termina come il volo di un aereo acrobatico”.


Intervista ad Alberto Sbrogiò:

Come è nata l’idea di “Chiocciole”?
L’idea di scrivere un libro di racconti è nata grazie a Luca Parisato, titolare della casa editrice Il Prato. A inizio 2024 mi chiese se ero disponibile a partecipare con altri autori a una raccolta tematica. Volevo mettermi alla prova e accettai. Scoprii così il racconto breve. Una sorta di rivelazione: era la forma narrativa giusta per me.
Durante l’estate del 2024 scrissi “Dove andremo a finire”, “Coincidenze” e “Chiocciole” e chiesi a Luca di valutarli. A suo modo di vedere, il materiale era buono: se fossi riuscito a scriverne un numero sufficiente si poteva ipotizzare una pubblicazione. E così è stato.

Il primo libro pubblicato a 56 anni: che effetto ti fa?
Ho ritrovato emozioni dimenticate: mi sento uno studente diciassettenne che consegna entusiasta il tema alla professoressa di Italiano e aspetta con ansia la sua valutazione.
Durante la scrittura il ruolo dell’insegnante lo ha assunto Sibyl von der Schuleburg, la mia editor. Adesso il testimone è passato ai lettori.

Quali sono i tuoi amori letterari?
Ci sono alcuni libri che ricordo con piacere: “Bartlebly lo scrivano” di Herman Melville e “Works” di Vitaliano Trevisan per come descrivono il lavoro; “Flatlandia” di Edwin Abbott Abbott e “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman perché fanno riflettere sui pregiudizi di cui nessuno è immune.
Amo l’ironia di Alan Bennett e Daniel Pennac; i racconti di Dino Buzzati, Lucia Berlin e Raymond Carver; i romanzi di Andrea Vitali che leggo d’estate sotto l’ombrellone. Seguo poi con attenzione Michele Ruol: l’ho conosciuto a un Poetry Slam che avevamo organizzato qualche anno fa e mi colpì la sua sensibilità. Il suo romanzo di esordio, “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia”, è un gran libro.

Nei tuoi racconti ci sono spunti autobiografici?
Alcuni racconti sono nati da qualche fatto personale. Nella storia che apre la raccolta e dà il titolo al libro mi hanno incuriosito gli incontri serali con un gruppo di chiocciole. Ne “La condanna dell’accento” riporto, amplificati, i piccoli disagi che può causare un semplice accento sul nome, mentre “Sono solo coincidenze” racconta con ironia un’esperienza che ho vissuto da giovane papà. Altri racconti sono frutto della mia immaginazione. Quello che posso assicurare è che l’omicidio della signora Irma che trovate in “L’ispettore che amava bere” non ha niente a che fare con il sottoscritto.

Domanda d’obbligo: i tuoi progetti futuri come scrittore.
Adesso mi godo il momento e sono curioso di vedere come verrà accolto il libro. Per i prossimi mesi aiuterò “Chiocciole” a fare un po’ di strada.
Mi piacerebbe scrivere un romanzo breve, fondendo l’insofferenza per il lavoro che si trova in “Bartlebly lo scrivano” e la descrizione impietosa del Nordest produttivo che si legge in “Works”. L’impegno sarebbe importante: proverò a convincermi che si tratta di un lungo racconto breve.


L’autore:
Alberto Sbrogiò nasce a Mirano (Venezia) nel 1970. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria informatica inizia la sua carriera nel settore dell’Information Technology, prima nella consulenza e poi nei sistemi informativi di primarie aziende manifatturiere e di servizi.
Da molti anni è impegnato nelle Acli promuovendo eventi e iniziative culturali. Coordina il progetto “Cultura KM Zero” per valorizzare le competenze e le conoscenze delle persone del territorio. Nel 2021 costituisce la rete dei luoghi dei Tiepolo, una rete internazionale che ha l’obiettivo di candidarsi a Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa. “Chiocciole” è il suo libro d’esordio.

(Alberto Sbrogiò “Chiocciole – 11 racconti” pp. 100, 12 euro, Il prato 2026)






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The night

di Snežana Nikolić




Libroelibro ——————-

Ero la croce in terra!

Louis-Ferdinand Céline, “Morte a credito”

di Andrea Olivieri


Louis-Ferdinand Céline. Il fascista, l’antisemita, l’impresentabile, l’isolato, l’“uomo dell’età della pietra” (by Ernst Junger).
Céline il collaborazionista, il disperato, il provocatore, il geniale autore di quel “Viaggio al termine della notte” (1932) che è quanto di più controverso e provocatorio possa offrire la letteratura del Novecento, il romanzo che meglio di tutti lo ha capito e rappresentato: gli orrori della guerra, la retorica patriottarda, l’alienazione delle metropoli, la miseria operaia, l’affermazione di una borghesia finanziaria i cui danni contempliamo ancora oggi.
Céline, l’odioso “stupratore della lingua francese”, il contraltare di Sartre, osannato eroe della Resistenza e affermato autore delle “Mosche”.
Céline che muore solo, ripudiato e rintanato come un animale, nel 1961, il giorno prima che Hemingway si suicidasse, rubandogli ovviamente la scena. Céline, l’uomo dai calzoni sformati, i maglioni sporchi, i foulard strappati intorno al collo. Il pietoso medico nelle periferie degradate e nei rioni più disastrati di Parigi: Céline, medico povero tra poveri, un nemico degli uomini, ma anche l’uomo puro che li amava troppo.
Céline e il suo stile. I tre puntini… e gli onnipresenti punti esclamativi! Il ritmo affannoso, delirante, rapido, ossessivo.
Morte a credito” (1936), autobiografia dell’infanzia e della giovinezza dello scrittore, risulta in realtà – proprio come il “Viaggio” – un’opera impossibile da classificare a causa della sua originalità. Il piccolo Louis, figlio irrequieto e ribelle di Fernand, impiegato frustrato, e di Marguerite, commerciante, cresce in un ambiente angoscioso, segnato dalle fatiche del lavoro, della sopravvivenza, del risparmio, tra aspettative di decoro che contribuiscono a esacerbare la natura deviante del ragazzino, i suoi vagabondaggi. Una sorta di sconvolgente “Lessico famigliare” intriso di violenza e oscenità, in cui le esperienze famigliari, scolastiche e professionali del giovane Céline sono espresse nella sua solita prosa ritmata, delirante, allucinatoria.
“Morte a credito”, la vita furiosa dell’artista da giovane, raccontata nel modo sboccato del parlato quotidiano. Il grido di rivolta, la disperata felicità di un uomo in fuga, ossessionato dal putrefarsi di tutto ciò che vive, tra bassezze umane, humour nero e gags esilaranti: il nichilismo non c’entra niente, con Céline è questione di lessico e di sintassi, come di farsa e di tragedia.


Dal libro:

“Avevo un caratteraccio infame… Non c’eran spiegazioni per me!… Non avevo una briciola, un briccico d’amor proprio… Ero marcio da capo a piedi! Ributtante, snaturato! Non avevo né affetto né domani! Più arido di trentaseimila chiodi! Ero un incartapecorito depravato! Lo sterco fatto persona… L’uccellaccio del malaugurio… Il disdoro della vita! La disgrazia cacata e sputata. E mangiavo lì mezzogiorno e sera, caffelatte compreso… Il Dovere era stato fatto! Ero la croce in terra! Mai avrei avuto una coscienza!… Non ero che un grumo d’istinti eppoi un sacco per ingozzar tutta la povera pietanza e i sacrifici d’una onesta famiglia. Ero un vampiro, in certo senso… non valeva la pena di star lì a guardar per il sottile…”.

L’autore:
Louis-Ferdinand Céline, pseudonimo di Louis Ferdinand Auguste Destouches (Courbevoie, 27 maggio 1894 – Meudon, 1º luglio 1961), è stato uno scrittore, medico e militare francese.
Lo pseudonimo, con cui firmò tutte le sue opere, era il nome della nonna materna Céline Guillou.
Considerato un originale esponente delle correnti letterarie del modernismo e dell’espressionismo, Céline è ritenuto uno dei più influenti scrittori del XX secolo, celebrato per aver dato vita ad uno stile letterario che modernizzò la letteratura francese ed europea.
La sua opera più famosa, “Viaggio al termine della notte” (Voyage au bout de la nuit, 1932), è un’esplorazione cupa e nichilista della natura umana e delle sue miserie quotidiane.



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di Snežana Nikolić




Voce d’autore —————–

È da tempo che tace lo stupore

Marina Torossi Tevini, “Anatomia di un tramonto”

di Anna Piccioni


Ci sono modi diversi di leggere poesia: leggere riflettendo, leggere interpretando, leggere ascoltando, leggere e basta, lasciando che le parole risuonino nella mente ed ascoltare le emozioni che provocano, senza filtri.
Le poesie di Marina Torossi Tevini rispecchiano appieno il suo carattere e la sua personalità. L’ho sempre conosciuta come donna tutta di un pezzo, severa e razionale, fuori da ogni tentennamento romanticheggiante. E questa particolarità del suo carattere e della sua personalità è il filo conduttore di questa sua raccolta di versi.
A cominciare dal titolo “Anatomia di un tramonto”, che richiama un ambiente dove si sezionano cadaveri, Marina Torossi Tevini con parole taglienti seziona immagini e momenti spesso interpretati attraverso la melodia e l’armonia, “È da tempo che tace/ lo stupore/ che punteggiava/ gli infiniti spazi/ ci perdiamo/ in deserti di parole/ dopo frane d’idee/ solo macerie/ è da tempo che tace lo stupore/ della parola magica/ che schiude/ l’infinito/ dell’uomo…”.
Questa silloge nasce da una profonda riflessione sui nostri tempi, così effimeri, superficiali, vuoti di idee, che rispecchiano un’umanità votata all’irrazionalità, che ha perso i suoi valori e, come scrive Marina Torissi Tevini in suo verso, “senza voce vaghiamo”.
Nella prima lirica che apre questo volume l’autrice si chiede, riprendendo Thomas S. Eliot, se “ci sarà tempo per creare un mondo con le mani…possiamo osare?”. E dopo aver attraversato “cattedrali di plastica”, i simboli della società consumistica si accorge di aver “truccato la sua anima monda/ per sopravvivere”.
Ma in un rigurgito di verità e aperti gli occhi, rimane in “attesa che l’Occidente precipiti/ nel suo gorgo d’ingordigia”; tuttavia il suo animo non si fa prendere dalla sconfitta, dal disfacimento; ormai con occhi disincantati sente che “mi conquisterebbe l’infinito, ancora”.
Nel mondo, questo mondo, super tecnologico, gli uomini sono diventati corpi vuoti, corpi in vendita a poco prezzo, ma di fronte alla decadenza qualcuno è in attesa dell’arrivo dei Barbari, che daranno inizio ad una nuova era.
L’Umanità destinata a camminare, a vivere nella precarietà sempre su un “filo delle spade”, e su un “filo fragile di vento”, dove a volte mancano gli appigli per sorreggerla, come se non sapesse ritrovare le solide basi della Ragione.
E infine “bisognerà svestire i sogni/ di buona fattura/ che ci hanno colorato il buio di questi anni”.
Di fronte alla desolazione, al vuoto riempito da un tempo “oscillante”, che non va di fretta, alle parole “vuote/ delle frasi ad effetto” alla falsità dell’agire, del dire e del fare, l’autrice si chiede, o spera, se forse in fondo al mare “tra pesci e alghe” potrà “riposare”.
La silloge è divisa in capitoli, con alla fine una raccolta di Aforismi, scritti che rispecchiano i contenuti delle poesie.
La Poesia di Marina Torissi Tevini è la traduzione lirica di pensieri dettati dal ragionamento, dall’osservazione del mondo circostante.


Dal libro:

Non so se può bastare
questo incedere rauco di pensieri
questo scarto dell’essere
non so se può bastare
questo fuggire tra campane a festa

lungo il fiume che scorre
sontuose e vizze sfilano macerie
detriti stanchi di bocche e di pensieri

ho seppellito l’ascia di guerra e
il tappeto dei sogni
nel cielo e nel fango
li ho seppelliti

*

Il cuore lo si dà senza motivo
un battere d’ali un soffio un riso biondo
ma così pure
senza una ragione
si spegne l’ansia di bruciarsi il cuore
tutto si addormenta in quieto ritmo
scorre nell’alveo
del suo corso lento

*

Come bambole senza testa
con le mani spezzate
e gli occhi azzurri fissi spalancati
come vecchi manichini
o vestiti inamidati camminiamo
tra le rose risorte di Mostar
il ponte fasullo

e un ieri di morte

*

Mi manca il tempo oscillante
il tempo che ti ravvolge da un lato
il tempo fatato
che ha un suo centro
e non ha precisione
il tempo minuto eterno
o eternità-minuto

del tempo minuto
non so che fare



Intervista a Marina Torossi Tevini:

Nel leggere “Anatomia di un tramonto”, ho sentito una necessità da parte sua di denunciare il precipizio verso cui si sta dirigendo questo mondo con un “incedere rauco di pensieri”…
Il tema della critica alla deriva ideologica culturale e morale del nostro mondo è sempre presente nei miei scritti, sia in poesia che in prosa. Una tensione utopica si contrappone a questo processo ormai difficilmente reversibile. Sia che narri le mie esperienze di viaggio, osservando usi e costumi di altri popoli, sia che mi abbandoni alla dimensione multifocale e variegata della parola poetica, l’occhio e la mente sono sempre puntati su quello che costituisce l’argomento principale intorno a cui tutto il resto ruota, una critica all’oggi, una critica all’Occidente.
Già nella mia raccolta precedente “L’unicorno” scrivevo in “Istruzioni, intenzioni (e presunzioni)”, una sorta di premessa: “Che cosa possono fare i poeti in questo mondo, terra desolata, da cui gli dei sono fuggiti, in cui siamo quotidianamente sommersi da parole inautentiche ed effimere? Forse cercare qualche parola che ci proietti al di là del tempo. Forse cercare il senso delle cose in rapporto a questa realtà multiforme che sfugge ogni catalogazione. Forse ritornare a un impegno di tipo ideologico nel senso di umano, attento agli eterni problemi esistenziali dell’uomo. Forse inserire le proprie parole in un discorso globale, non parlare solamente per immagini – seppure è proprio questo che connota la poesia – ma inserirle in un’organica visione intellettuale che ricrei il mondo. Forse allontanarsi dalla mera rappresentazione della realtà (che tutti hanno d’altronde sotto gli occhi) o dalla sua ricostruzione in negativo che ne dà tanta letteratura del 900, azzardando anche un po’ d’utopia. La poesia può lottare contro il brutto, cancro principale del nostro tempo, contro la borghesia involgarita, la cultura ridotta a orpello. Può andare contro le abitudini della nostra epoca che vogliono sacrificare il bello nei lampi dell’ironia, che prescrivono la diffidenza programmatica verso ogni assoluto e ogni idealità, che diffidano dalla tensione utopica che vada al di là del quotidiano”.
Certo la poesia degli anni 90 non è la poesia di oggi. Se in quegli anni abbondavano gli sperimentalismi, i virtuosismi e le miscellanee linguistiche, adesso abbondano invece i sentimentalismi e una intrusione del concreto che da soli, qualora non vi si pongano dei freni di ritmo e una visione personale complessiva, difficilmente possono esser considerati arte.

Non voler usare la parola “biancolatte” è scegliere di dare una scrollata, il far uscire dall’apatia?
La mia, che sotterraneamente è sempre poesia polemica di qualsiasi argomento tratti, non risparmia neppure l’attuale, peraltro copiosissima, produzione letteraria. Molti romanzi hanno una dimensione “biancolatte”, termine che, fuor di metafora, allude alla loro realtà esangue.
Sono spesso solo un esperimento stilistico, peraltro qualche volta condotto con abilità sottile, ma nient’altro. Dietro non vi si percepisce qualche passione autentica che innervi di sangue e di colore il loro “biancolatte”.
Oddio, forse oggi anche le persone sono un po’ così, biancolatte, belline, tirate a lucido, molta cura all’apparenza, capacità incredibile nel vendersi come prodotto in una società, la nostra, che tutto mercifica, ma poco disposte a scendere nel profondo di sé a coinvolgere tutti i distretti della loro anima.

Oltre che poeta, Marina Torossi Tevini è una romanziera: quali delle due scritture le sono più congeniali?
Ho scritto da sempre, da quando ero studentessa liceale e occupavo parecchio del mio tempo dedicandomi alle mie passioni, leggere e scrivere. Ho scritto romanzi fin da allora (romanzetti che poi ho buttato via nell’ultimo trasloco, il quinto, di tre anni fa) alternandoli con poesie.
La poesia è qualcosa di prezioso e raro, un dono degli dei, l’ispirazione di un attimo che ti concede di chiudere in una breve sintesi idea, emozione e ritmo. Non sempre si può scrivere poesia. Per lunghi periodi di tempo non l’ho fatto. Oppure l’ho fatto in quantità omeopatiche perché le mie tre raccolte di poesia intervallate da lunghi periodi (tra la seconda e la terza passano addirittura 27 anni) in realtà raccolgono poesie scritte in diversi momenti. La costruzione di un romanzo invece, laddove nascano nella mente dei personaggi e un milieu che ci appassioni, è fluente e piacevole.
Però se devo scegliere uno solo dei generi con cui identificarmi forse sceglierei proprio la poesia, nonostante io abbia pubblicato solo tre raccolte di versi contri i nove libri di prosa (e il decimo sta per uscire).
La poesia, come dicevo, nella sua essenzialità coglie momenti emozioni visioni e li chiude in un ritmo, oppure esprime idee posizioni spirituali e mentali al tempo stesso, ma sempre con dei vincoli molto stretti perché non ha la libertà di distendersi e di svilupparsi come la prosa, e proprio per questi limiti e difficoltà l’ho sempre considerata la mia casa ideale, il luogo prioritario in cui esprimermi, la dimensione più amata.

La scelta del titolo, “Anatomia di un tramonto”, è dell’autrice o dell’editore?
La scelta del titolo è ovviamente mia (non accetterei di buon grado intrusioni di questo genere), vuol esprimere attraverso le due parole “anatomia” e “tramonto” i concetti fondamentali dell’opera. Tramonto allude alla crisi e alla deriva di cui tutti abbiamo percezione, ma anche fa un po’ i conti con il declinare personale della vita e le proprie derive. Anatomia allude al coltello impietoso che non concede sconti, com’è d’altronde nella mia indole.

L’ultima parte raccoglie una serie di Aforismi, che non escono dalla scia tracciata dalle poesie: sono pensieri raccolti nel tempo ispiratori delle liriche?
Ho sempre amato inserire nei libri di poesie anche degli aforismi. Il secondo libro di poesia “L’unicorno” del 1997 aveva la sezione di aforismi “La serenità e altri paradossi” che completava l’opera. Anche in “Anatomia di un tramonto” è presente una sezione di aforismi. Entrambi contengono riflessioni che poi sono presenti anche nei versi. Illustrano insomma con maggior ampiezza il mio pensiero. Sono un’integrazione e una chiosa talvolta, oppure un ampliamento della parte poesia giocato sul gusto del paradosso.


L’autrice:
Marina Torossi Tevini, triestina, ha insegnato per oltre trent’anni nei licei triestini (prevalentemente latino e greco al liceo Dante).
Ha pubblico nove libri tra romanzi raccolte di racconti e di racconti di viaggio (il decimo è in uscita nel prossimo mese). Tra i più recenti “Rotte d’Europa” (2015, Libri del Pen Trieste), “La resa dei conti” (2019, finalista al premio Carlo d’Asburgo) e “Bluoceano” (2022).
Ha pubblicato anche tre libri di poesia, “Donne senza volto” (1991), “L’unicorno” (1997, menzione speciale al Via di Ripetta) e “Anatomia di un tramonto” (2024, primo premio al Golfo di Trieste, segnalato al Premio Montano).
Il suo primo libro di poesia “Donne senza volto” è stato oggetto di una tesi di laurea in italianistica all’Università di Zara.
Ha curato la pubblicazione postuma dei romanzi del padre, “La valle del ritorno (1997) e “La Sfinge del Montasio” (2025).
Sue poesie e racconti compaiono in diverse antologie. È tradotta in croato, sloveno, spagnolo, kosovaro e rumeno.
Ha collaborato alle riviste culturali Stilos, Nuova Antologia, Arte&Cultura, Zeta, Il Ponte rosso e ad alcuni siti web.

www.marinatorossi.it

(Marina Torossi Tevini “Anatomia di un tramonto” pp. 112, 12 euro, Campanotto editore 2024)




Immagini —————–

Intervista a Snežana Nikolić:

di Giovanni Fierro

Nella selezione di tue fotografie che proponiamo nel numero di Fare Voci, ci sono sia immagini a colori che in bianco e nero. C’è differenza nel loro utilizzo? O seguono lo stesso spunto, la stessa espressione?
Non sono una fotografa che lavora esclusivamente in bianco e nero o esclusivamente a colori. La decisione se una fotografia rimarrà a colori o se verrà convertita in bianco e nero dipende completamente dalla scena che sto fotografando.
A volte il colore in una scena è così potente, così ricco di atmosfera ed emozione, che rimuoverlo significherebbe perderne l’essenza. In queste situazioni, non posso ignorarlo o “passare” automaticamente al bianco e nero.
D’altra parte, ci sono momenti in cui la luce è più importante del colore, in cui contrasto, ombra e texture parlano più chiaramente senza informazioni cromatiche. In questi casi, la fotografia in bianco e nero diventa la scelta naturale.
Tutte le fotografie che potete vedere in questa selezione su “Fare Voci”, in particolare quelle della serie The night, seguono la stessa ispirazione: ritraggono persone ed emozioni catturate in momenti di relax.
Di notte, le persone sono spesso più aperte, meno oppresse dai ruoli che ricoprono durante il giorno. In quei momenti, diventano più accessibili, più sincere, più disposte a farsi vedere. Per me, come fotografa, questo porta alla possibilità di immortalare scene profondamente intime, a volte quasi astratte. Che siano a colori o in bianco e nero, queste fotografie condividono lo stesso impulso: la necessità di catturare un’emozione sottile, spesso sfuggente, che si manifesta tra luce e oscurità.

Il tuo lavoro di giornalista come ha influenzato, o come influenza, il suo fare fotografia?
In gioventù ho lavorato come giornalista-reporter, e il mio compito era reagire rapidamente alle situazioni che seguivo e documentarle. Quel ritmo mi ha insegnato a osservare attentamente, a trarre conclusioni velocemente e a riconoscere, in breve tempo, l’essenziale di una scena. Ho imparato a distinguere l’importante dal secondario e a individuare il momento che racchiude la storia.
In seguito, questo mi è stato di enorme aiuto nella fotografia. Spesso fotografo scene che durano solo pochi secondi: uno sguardo, un gesto, l’incontro tra luce e corpo. In queste situazioni, la velocità è fondamentale, ma non solo quella tecnica; è anche la prontezza mentale a riconoscere il momento giusto. Il giornalismo mi ha dato proprio quel tipo di concentrazione e un istinto per il momento decisivo.
Dopo aver smesso di lavorare nel giornalismo, mi sono appassionata alla fotografia di guerra dell’ex Jugoslavia. Quasi impercettibilmente, sono passata dall’interesse per la scrittura giornalistica a quello per il fotogiornalismo.
Il mio primo grande modello di riferimento è stato James Nachtwey: ammiravo sinceramente non solo la sua maestria, ma anche il suo coraggio nell’affrontare i temi più difficili.
In seguito, ho scoperto autori diversi, tra cui il fotografo ceco Josef Koudelka, il cui linguaggio visivo mi ha condotta verso una comprensione più profonda dello spazio, del silenzio e dell’esilio.
Non mi sono allontanata dalla forma documentaristica – continuo a coltivarla ancora oggi – ma mi sono gradualmente distanziata dalla struttura giornalistica e da reportage dell’immagine. Col tempo, ho iniziato a interessarmi allo spazio tra la documentazione e l’interpretazione personale, tra il fatto e l’esperienza interiore. Per questo ho imparato ad ammirare artisti come Francesca Woodman, il cui lavoro è più intimo, fragile e quasi poetico.
Questo percorso non è stato pianificato, si è sviluppato spontaneamente. Tutto era connesso: il giornalismo mi ha insegnato a vedere, la fotografia di guerra a testimoniare e la fotografia artistica a cercare uno spazio interiore più profondo all’interno dell’immagine.

Queste foto hanno un qualcosa di molto delicato, sanno stare con i protagonisti ritratti. È così?
Certamente. Si tratta di persone, di “soggetti“, che mi permettono di avvicinarmi a loro, e questa è l’essenza dell’intero processo. Per me, una fotografia non nasce dalla distanza, ma dalla fiducia, da un tacito consenso a essere presente nello spazio di qualcuno. Più mi immergo nella persona che fotografo, più attentamente la osservo e cerco di comprenderla, più chiaramente riesco in seguito a rivelare ciò che è essenziale.
Ci sono anche momenti in cui le persone non si accorgono nemmeno di essere fotografate. Queste immagini possono essere straordinariamente potenti. In queste situazioni, sono in un certo senso invisibile: non interrompo il flusso della scena, non influenzo il comportamento della persona, ma mi limito a registrare ciò che si sta già svolgendo.
In quei momenti, forse, nascono le immagini più delicate, perché non sono appesantite dalla posa o dalla consapevolezza della presenza della macchina fotografica.
Mi sforzo di catturare il filo più sottile e sensibile che esiste tra una persona e lo spazio che abita. Sono proprio queste le opere di cui vado particolarmente fiera.

Un tratto comune, a guardare i protagonisti di queste immagini, e che ogni scatto rivela molta vulnerabilità, mostra di sé un tratto che è profondamente umano, come una qualcosa che è da difendere… mi sbaglio?
Non penso tu abbia torto. La vulnerabilità è forse il livello più importante che cerco di raggiungere. Non la cerco deliberatamente, ma ne sono naturalmente attratta, perché credo che in quei momenti si riveli qualcosa di profondamente umano. Quando qualcuno abbassa la guardia, anche solo per un secondo, si apre uno spazio per una fotografia autentica.
Quella vulnerabilità non è debolezza. Al contrario, la vedo come una forma di forza: la capacità di essere aperti, imperfetti, reali. Nella vita di tutti i giorni, spesso indossiamo ruoli e diversi strati protettivi. A volte la macchina fotografica riesce a catturare il momento in cui si rinuncia a quello scudo. Mi interessano proprio quei punti di svolta, quelle silenziose crepe attraverso le quali l’autenticità diventa visibile.
Forse è per questo che le mie fotografie a volte trasmettono la sensazione di qualcosa che “ha bisogno di essere difeso“. Ogni persona porta con sé il proprio mondo interiore, la propria fragilità, e quello spazio è prezioso.
Il mio compito non è quello di disturbarlo, ma di avvicinarmi ad esso con rispetto. Se quella dimensione profondamente umana può essere riconosciuta all’interno dell’inquadratura, allora sento che la fotografia ha raggiunto il suo scopo.

Al primo sguardo, ogni scatto mette in scena un presente, un qui ed ora, davvero immediato… poi piano piano emerge anche una dimensione quasi onirica. C’è del sogno in queste fotografie? E se c’è, che tipo di sogno è?
Direi che nelle mie fotografie non c’è un “presente” nel senso realistico del termine. Sebbene siano state create in un momento specifico, non le percepisco come documenti di un preciso “qui e ora“. Preferisco credere che siano atemporali, o oniriche, come hai detto tu, come se fluttuassero al di là di un tempo ben definito.
Il sognare non è solo una caratteristica del mio lavoro, ma anche della mia personalità. Ho sempre amato fantasticare, osservare il mondo attraverso una prospettiva leggermente distorta, attraverso lo spazio tra realtà ed esperienza interiore. Forse è proprio per questo che la dimensione quasi onirica emerge nelle mie fotografie. Non cerco di imporla, scaturisce spontaneamente, dal mio modo di vedere.
Per me, la fotografia non è solo la registrazione di una scena, ma anche la registrazione di uno stato d’animo. Luce, movimento e ombra non funzionano semplicemente come elementi di composizione, ma come tracce di un’esperienza interiore. Ecco perché una fotografia può sembrare appartenere allo spazio tra realtà e sogno, non come una fuga dalla realtà, ma come il suo strato più profondo.

Ogni immagine contiene tanto, ci sono mondi possibili che vivono in ognuno. Forse proprio perché ognuno di noi è un mondo possibile?
Ogni immagine può contenere mondi possibili, proprio perché la notte stessa è uno spazio di identità mutevole e confini instabili. Nella serie The night affronto la fotografia come un’esplorazione della presenza in condizioni di scarsa illuminazione, dove le gerarchie dei dettagli si dissolvono e rimangono solo frammenti: un gesto, uno sguardo, la vicinanza tra figure.
Le scene non sono costruite; nascono da situazioni reali. Ciò che appare sfocato o incompleto non è un’assenza, ma un promemoria del fatto che l’identità non è mai fissa. Se ognuno di noi è un mondo possibile, la fotografia non può racchiudere completamente quel mondo: rivela solo un breve incontro tra corpo, luce e percezione.
In questo senso, ogni immagine non veicola una narrazione chiusa, ma piuttosto uno spazio stratificato di potenziali significati.

In che modo queste tre differenti serie, “Street records”, “The night” e “People”, dialogano tra di loro?
Tutto il mio personale lavoro nasce da un profondo bisogno interiore di registrare la realtà così come la vedo, assicurandomi al contempo che questa registrazione non perda la sua autenticità. Questo approccio è il filo conduttore che attraversa tutta la mia opera, che si tratti di scene di strada, ritratti o scene notturne.
Le serie Street records, The night e People differiscono nei loro motivi, eppure sono connesse dallo stesso modo di vedere. Street Records è orientata verso lo spazio: frammenti della città, strutture e relazioni casuali tra forma e luce. In queste fotografie, le persone spesso non sono in primo piano, eppure la loro presenza si percepisce attraverso le tracce che lasciano. The night porta un diverso tipo di tensione: oscurità, silenzio e accenti di luce che rendono la scena emotivamente più intensa. La serie People è la più diretta, poiché si concentra sul volto e sul gesto, ma anche in questo caso sono interessata all’atmosfera tanto quanto al ritratto stesso.
Vivo questi tre corpus di opere come tre ingressi allo stesso spazio interiore. In uno, parto dalla città e dalla sua struttura; in un altro, dalla luce e dalla sua capacità di trasformare una scena; e nella terza, con il volto umano e la sua vulnerabilità.
Viste insieme, queste serie non funzionano come progetti separati, ma come strati interconnessi della stessa sensibilità.

L’artista:
Snežana Nikolić è una fotografa serba che vive a Praga, nella Repubblica Ceca, da oltre 25 anni. Si occupa di fotografia dal 2004 e da quattro anni è attiva professionalmente. Per oltre vent’anni si è dedicata alla fotografia esclusivamente per esigenze personali, senza ambizioni professionali.
Ad oggi ha realizzato due mostre personali: nel 2017 a Belgrado (Emigrant Postcards) e nel 2018 a Praga (Street Records).
Da giovane, ha lavorato in Serbia come giornalista e reporter per media politici indipendenti, occupandosi di eventi politici e conflitti nel territorio dell’ex Jugoslavia. Il giornalismo ha indirizzato la sua inclinazione verso la fotografia documentaria e ha plasmato in modo permanente la sua sensibilità e il suo rapporto con la realtà. Attualmente definisce il suo lavoro fotografico principalmente come documentario d’arte.

www.snezananikolic.net


rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Roberto Lamantea, Anna Piccioni, Antonello Bifulco, Luigi Auriemma
Enrico Grandesso, Andrea Olivieri, Laura Mautone, Livio Caruso.