È arrivato ottobre, tutto si fa più intimo, ogni cosa inizia a trovare il suo nuovo respiro.
E così fa anche il nuovo numero di FARE VOCI.
Nuove e diverse le proposte di questo mese. A partire dalla nuova raccolta poetica di Giovanna Cristina Vivinetto, a titolo “Ogni corpo ritorna”, e alla prima pubblicazione in italiano dell’autrice slovena Kristina Kočan, “Insediamenti”.
La poesia è protagonista anche con i sei testi di Katia Marioni, con Chiara Catapano che ci presenta Roberto Crinò e il suo “Tutti gli alberi storti del mondo Canti per la Palestina”. E poi Alessandro Ramberti con il nuovo libro “Chiamami” e il poeta svedese Daniel Gahnertz con “La banda del museo”.
Dal Messico Xánath Caraza propone “Lloro Piango”, una poesia dedicata alla Primavera di Sandro Botticelli.
Il mondo spirituale di Meister Eckhart è esplorato da Tamara Vitan, che ci accompagna nelle pagine de “Il Nulla Divino”. Roberto Maestri ritorna con i racconti di “Blu temporale – Trilogia di Trieste”, e le immagini sono le fotografie del ceco Dalibor Bednář, per lui una selezione tratta dai suoi due cicli di lavori “Krajiny vnitřní a vnější Interior and Exterior Lanscapes” e “Nahý Nude”.
Buona lettura
Giovanni Fierro
(la nostra mail è farevoci@gmail.com)
Krajiny vnitřní a vnější Interior and Exterior Lanscapes

Voce d’autore ——————-
Certi giorni mi illudo di poter decifrare i dettagli
Giovanna Cristina Vivinetto, “Ogni corpo ritorna”
di Roberto Lamantea

Trasparenze, sculture d’aria, fantasmi gentili: la poesia di Giovanna Cristina Vivinetto attraversa le faglie del tempo dove identità ed età sono compresenze, veli invisibili ma tangibili, ali d’angeli, bisbigli. Se “Dolore minimo” (Interlinea 2018) è il coraggioso diario pubblico della disforia di genere, diario-dialogo con il mondo che prosegue nella prima parte di “Dove non siamo stati” (Rizzoli 2020) e che, nella seconda parte del libro, si muta in un canto di fantasmi, ruderi di paesi abbandonati, voci del tempo, un paesaggio dove, forse, canta la propria infanzia, alla terza silloge di poesie, fresca di stampa per Crocetti, “Ogni corpo ritorna”, la poeta siciliana affina la scrittura con una raffinatezza e maturità stilistica che la collocano decisamente sullo scaffale della grande poesia italiana ed europea. Del resto gli amori letterari di Giovanna sono dichiarati negli esergo e nella nota finale: su tutti Amelia Rosselli, Louise Glück, Anne Carson, poi Antonella Anedda, José Tolentino de Mendonça (autore anche di magnifiche pagine di teoria della poesia), Sharon Olds, Maggie Nelson. Ma sono rispecchiamenti, voci sorelle, come capita a un poeta quando legge la propria anima negli occhi di un altro. La Vivinetto è una delle poche voci della poesia italiana di oggi ad avere una visione alla base della scrittura, un universo insieme biografico e fantasmatico.
Torna molto l’infanzia in queste pagine: figure inquiete ma sempre leggere anche quando sono inquietanti, prismi di un’identità che s’interroga sul proprio trascorrere, sculture di vento. Quei bambini che giocano eravamo noi? Vediamo la nostra infanzia come un film? Che cos’è la memoria: un inganno? Uno specchio? Un prisma? Un cerchio? Il bosco della memoria ci rivela immagini trasparenti. È una poesia del doppio (o del plurimo?), c’è sempre il bambino che eri, «il corpo di allora», ectoplasmi gentili vestiti di spine.
“Ogni corpo ritorna” è un libro magico, perché vola, perché è innamorato, il bambino/bambina Giovanna gioca tra i veli del tempo e diventa un fiore: «Nelle cose che scrivo cerco / l’isola delle cose che ho perduto»; «Ma in un luogo lontano, dove / né io né voi a ritroso potremmo arrivare / io ho ancora dieci anni e il suo corpo / è giovane, fermo nel prisma scintillante / dell’erba appena bagnata dalla pioggia», perché «La memoria confonde / ma la scrittura difende», versi che hanno il sapore di un aforisma.
Nella poesia di Vivinetto l’identità è nelle rifrazioni della memoria e delle immagini. A volte quei bambini-fantasmi, quelle figure d’aria ricordano Georg Trakl, ma la somiglianza d’accento con il poeta austriaco si ferma qui: là sono bambini-spettri, inquiete figure dell’incubo, qui sono filamenti che danzano e tessono il passaggio verso l’identità: «Li guardiamo giocare da lontano. […] Afferrano altre mani, se ne vanno / i bambini che siamo stati»; «Quel giorno scoprimmo che il passato non scorre, / non zampilla dai corpi come un’emorragia. / Il passato scava una tana nella neve, / si prepara per un lungo sonno / prima di ritornare da noi»: il tempo è un cerchio; «Il tempo ruota su sé stesso, / è un osso. Si riavvolge / l’attimo che ha aperto la ferita»; «Nascosta da un basso roveto di presunzione, / tra le me che ero e la me che sono / diventata, si è aperta un’intercapedine. / Scendo nello spazio che si rifiuta di esistere»; «Guardo il ragazzo che ero, il bambino / dentro il suo spazio ancora possibile». Ed è «scintillante» il prisma dove il tempo di ieri convive con il tempo di oggi: «Ma in un luogo lontano, dove / né io né voi a ritroso potremmo arrivare / io ho ancora dieci anni e il suo corpo / è giovane, fermo nel prisma scintillante / dell’erba appena bagnata dalla pioggia». Fino all’agnizione: «Scrivi per poter guardare un’ultima volta da vicino il viso che avevi da bambino» anche se «In nessun luogo sono stata una bambina».
E c’è un verso stupendo, un verso che danza, a illuminare, quasi scolpire, l’esserci di chi dice io: «Volevo sterrare lo spazio, la stretta / del gelo dentro lo spazio in questo luglio / dove più cerco e più non trovo e tremo».

Dal libro:
Vado verso ciò che mi divide.
Il corpo è l’ascia, il metallo rovente
che si abbatte a volo sul passato. Scolla
ciò che deve essere da ciò che è stato.
Ora so che la verità è un meticoloso
avverarsi della violenza.
Forse è così che ci salviamo.
Qui e ovunque io mi volti c’è
un battere inesausto di corpi,
un grande sperpero di nomi nella furia del vento.
E io lo so, sono miei, sono tutti corpi
miei e lo saranno per sempre.
*
Nelle cose che scrivo cerco
l’isola delle cose che ho perduto.
Tolto il soggetto, rimane lo scirocco
che batteva lo stipite gonfiando la tenda.
La notte si scuce nel suo punto più basso
dove converge un’idea di pietà.
L’alba può entrare con passo di volpe.
Mi strapperà da tutto ma non sentirò niente.
Nel grande giardino del mondo
con questa lingua ho scavato una tana
per il mio dolore. Nella fretta ho dimenticato
di annotare la posizione. Così non so
che il seme che ho piantato allora,
quando piangevo e avevo per me un altro nome,
sia adesso un tiglio, un leccio o un agrifoglio.
*
Bisogna dimenticare le parole. Un tempo sono state libere, furiose, inondate da un limpido tormento. Anche le nostre mani, anche le caviglie e noi lo abbiamo superato. È necessario che questo tremore si plachi perché è più profondo il bene e si nasconde laggiù, sotto cumuli e brandelli di memoria. Perciò noi adesso dobbiamo dimenticare perché tutto questo è troppo. Allora tutto sarà illuminato per noi. Ogni cosa verrà perdonata per sempre.
*
Pioggia del piangere, acqua del dimenticare.
Certi giorni mi illudo di poter decifrare i dettagli. Lo scroscio di un’acqua improvvisa sul fianco di una tettoia mi allarma come se dicesse qualcosa di me. Pioggia del piangere, acqua del dimenticare. Traccio i nessi, scopro in segreto le ferite che scuciono. Se guardaste anche voi, potreste entrarci. Questa faccia è una pietra incisa da punte di osso. Questa faccia chiusa è stata la tua. I miei pensieri sono notturni. Acque che scorrono al contrario. Canali aperti, rubinetti, tubature. Da me fino a te. Non si chiudono mai. Ma questa faccia non ha più i tuoi occhi e questo freddo non è piangere, non è dimenticare.
*
Niente è difeso
Scrivi per poter guardare un’ultima volta da vicino il viso che avevi da bambino.

Intervista a Giovanna Cristina Vivinetto:
Alla lettura di “Ogni corpo ritorna” viene in mente la seconda parte di “Dove non siamo stati”: frammenti autobiografici come visioni, l’identità come un caleidoscopio disegnato dal tempo, fantasmi, ma nel tuo nuovo libro sembra che il puzzle dell’identità si sia rasserenato: tu e il tuo corpo di ieri nel tuo corpo di oggi, il bambino/bambina che eri non è il tuo “passato” ma sei tu oggi: è così?
È esattamente così. Se nei primi due libri la voce poetica registrava i fatti da una certa distanza, finendo in qualche modo anche per istituirla e confermarla, in questo terzo libro il tentativo è invece quello di cogliere simultaneamente, attraverso la scrittura, tutti i corpi che abbiamo abitato e che abbiamo lasciato alle nostre spalle.
Lo scorrere del tempo ci impone forme sempre nuove di esistenza, alle quali non siamo abituati e delle quali spesso nemmeno ci accorgiamo. La scrittura, invece, può registrare proprio questo scarto, ossia il fatto che continuiamo a essere anche ciò che non siamo più.
In uno dei testi del libro scrivo, infatti, che la scrittura è l’unico modo che ho per poter guardare da vicino, ancora una volta, il viso che avevo da bambino. È uno dei nuclei più profondi di “Ogni corpo ritorna“: non considerare ciò che siamo stati come qualcosa di definitivamente trascorso ma come una presenza che continua a vivere, trasformata, dentro il corpo che abbiamo raggiunto oggi.
«Tutto è ancora in tutto laggiù, tutto ci attende in quel piccolo luogo riparato»; «Il passato scava una tana nella neve, / si prepara per un lungo sonno / prima di ritornare da noi»; «Guardo il ragazzo che ero, il bambino / dentro il suo spazio ancora possibile»: questi versi sembrano confermare l’assunto di prima e segnare una svolta nella tua scrittura: sei d’accordo?
Sì, credo che in questo libro ci sia una svolta e che riguardi prima di tutto il modo in cui ho imparato a guardare il passato. Volevo raggiungere una forma di scrittura che fosse all’altezza delle mie paure. Tutti noi attraversiamo trasformazioni più o meno evidenti: la nostra esistenza è fatta di corpi successivi, di forme che abitiamo per un tempo e che poi lasciamo indietro. Questo diventa ancora più radicale, e spesso più doloroso, per chi, come me, compie nella propria vita un passaggio ulteriore, quello legato alla disforia di genere e alla transizione.
Uno dei rischi, in questo percorso, è desiderare di recidere ciò che viene prima, perché quel tempo può essere associato al dolore, all’insofferenza, al mancato riconoscimento di sé. Negli anni, però, ho capito che forse la conoscenza più alta che il dolore può restituirci sta proprio nel movimento opposto: non nel disperdere, ma nell’accogliere. Quando sono arrivata a questa consapevolezza, anche le parole hanno cominciato a disporsi diversamente, quasi ad assecondare questa nuova forma della realtà. D’altronde, cosa sono le parole se non puntelli con cui proviamo a raddrizzare le storture del reale? Per me la scrittura è anche questo: un tentativo di risarcimento.
In questo contesto che cosa sono i ricordi? Ti capita a volte di avere nostalgia, una nostalgia indefinita? Anche se «Si riavvolge / l’attimo che ha aperto la ferita»…
La nostalgia, così come la malinconia, è una forma di “amore imperfetto”, come ho scritto in “Dolore minimo”. I ricordi che vi si legano sono delle spie, delle sentinelle: ci ricordano quando e dove siamo stati felici, ci confermano che quella pienezza l’abbiamo davvero conosciuta e che, proprio per questo, continuiamo a desiderarla. Anche le parole, in fondo, compiono un movimento simile. Quando ci mancano, le cerchiamo con urgenza, perché sappiamo che attraverso il linguaggio possiamo dare forma al mondo, ricomporlo, talvolta persino correggerlo.
La memoria può confonderci, deformare ciò che è stato; la scrittura, invece, prova a trattenere qualcosa di quella materia instabile. In questo senso, per me, la memoria espone, mentre la scrittura difende.
A otto anni da “Dolore minimo” come ripensi alla pubblicazione di quel libro e al dibattito che ne è seguito? Sono arrivati non solo riconoscimenti – la critica, le interviste in televisione, la serie tv “Prisma” – ma anche contestazioni e stroncature…
Ripenso a “Dolore minimo” come a un piccolo miracolo, non soltanto per tutto ciò che ha smosso e generato (l’attenzione critica e del pubblico, i riconoscimenti, gli studi in ambito accademico nazionale e internazionale, fino alla serie “Prisma“) ma anche per ciò che ero io allora: una giovanissima esordiente che aveva scritto quasi di getto un libro destinato a diventare fondamentale nel proprio percorso.
C’era in quella scrittura una postura che non ho più ritrovato nello stesso modo: una forma di ingenuità, forse, ma anche di purezza, quella propria degli esordi, quando si scrive senza conoscere ancora fino in fondo le conseguenze di ciò che si sta facendo. Naturalmente, insieme alla grande visibilità arrivarono anche critiche molto dure e tentativi di ridimensionare il libro.
Una delle obiezioni che allora mi ferì maggiormente sosteneva che “Dolore minimo” avesse ricevuto attenzione soprattutto per il tema affrontato e non per la sua qualità letteraria. Per molto tempo ho portato con me quella critica quasi fosse una colpa, fino a comprendere quanto fosse ingiusto lasciare che fosse uno sguardo esterno a determinare il valore che attribuivo al mio lavoro.
Negli anni ho studiato molto e ho continuato a interrogare la lingua, cercando uno stile sempre più consapevole, capace di sostenere la complessità dei temi che attraversano la mia scrittura. Forse è anche da quella ferita che nasce il desiderio di misurarmi, ogni volta con maggiore rigore, con la poesia. Se ci sia riuscita, chiaramente, non spetta a me dirlo.
Tre libri in otto anni: lo senti come un percorso unitario?
Direi di sì, anche se è ancora troppo presto per tirare le somme di un percorso, tanto più che questo terzo libro arriva a sei anni di distanza dal secondo e mi dà quasi l’impressione (e anche il terrore) di stare per esordire di nuovo.
Nella scrittura non c’è nessuna conquista definitiva: ogni libro rimette tutto in discussione e ti riconsegna a una condizione di dubbio e di incertezza. Scrivere, in fondo, è anche il tentativo di attraversare quel dubbio. Con gli anni mi avvicino alla scrittura con sempre maggiore timore. Da una parte perché sono profondamente convinta non esista alcuna urgenza di pubblicare, soprattutto in un mercato già saturo da anni; dall’altra perché scrivere è difficile. Significa accettare di entrare in contatto con la propria vulnerabilità, guardare proprio dove spesso preferiremmo non guardare e trovare una lingua capace di reggere quello sguardo. Insomma, è un lavoraccio. Ma qualcuno dovrà pur farlo.

Giovanna Cristina Vivinetto è nata a Siracusa nel 1994. Poeta e docente, vive a Roma dove si è laureata in Filologia moderna all’Università La Sapienza con una tesi sulla poesia di Franco Buffoni. Nel 2018 ha esordito con “Dolore minimo” (Interlinea), che ha vinto tra gli altri il premio Viareggio-Rèpaci Opera prima ed è stato tradotto in diverse lingue. “Dolore minimo” ha ispirato la serie “Prisma”, prodotta da Amazon Studios. Nel 2020 ha pubblicato “Dove non siamo stati” (Rizzoli), vincitore dei premi Città di Massa, Casentino e San Domenichino.
(Giovanna Cristina Vivinetto “Ogni corpo ritorna” pp. 144, 16 euro, Crocetti 2026)
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Voce d’autore —————–
Ognuno nell’abbraccio di nessuno
Kristina Kočan, “Insediamenti”
di Giovanni Fierro

È un’esplorazione continua lo stare dentro “Insediamenti“, la raccolta poetica della slovena Kristina Kočan, giunta con questo libro alla sua prima pubblicazione in traduzione italiana.
Tre sezioni per presentarci una delle voci più autentiche del panorama poetico contemporaneo, capace di creare una dimensione unica, per ispirazione e per resa narrativa.
Perché “incontramenti”, “insediamenti” e “pensieramenti”, sono i tre luoghi che la Kočan crea, per accogliere il lettore in una esperienza che, come dice bene Marco Marangoni nella prefazione, “Epifanie potrebbero essere definite queste liriche, dove la vita trova un investimento di chiarificazione circa il suo significato più proprio, posto necessariamente al di là del pregiudiziale bene/male”.
“Con il becco dentro / di te mi stringi / forte nel mio cuore / d’uccello sospingi / tutti i più piccoli / ramoscelli in gocce / di sangue volo via”, “S’allontana il vecchio s’avvicina / il nuovo attraverso la finestra / attraverso i miei occhi cade/ su di te la luce”: Kristina Kočan disegna finemente l’arte di abbandonarsi dentro alle minute verità che ogni giorno il vivere ci pone davanti agli occhi, con la fiducia completa e totale nella poesia quale strumento di riconoscimento e valorizzazione.
Perché in queste pagine di “Insediamenti” succede che proprio la percezione sia l’accadere a cui affidarsi, di cui fidarsi, per essere disponibili allo stupore e alla sorpresa, ben consci che lo scrivere è il laboratorio ulteriore nel quale riconoscersi, parola dopo parola, nel dato oggettivo di ogni presenza dello stare al mondo.
“Dai tronchi neri dei pioppi / sono trasmigrate le gialle / foglie si sono stanziati / uccelli migratori siamo / dalle terre dalle persone / da noi stessi il percorso / è l’unico rifugio”, a costruire una geografia necessaria e chiara, altro luogo in cui riconoscere provenienze e direzioni; “con le più piccole mani sono / state raggiunte tutte le più strette / incisioni spaccature piccole crepe”, a guardare nella più minuta piega del quotidiano, dove si va a nascondere ogni segreto più umano, per proteggersi.
“Insediamenti” è questa complicità con il vivere, che trova nella poesia il traduttore simultaneo per esservi più aderente, più vicini possibile ad ogni originalità, in radice e in fioritura, “con il corpo con la gola / con il nero occhio / come una bussola/ verso il calore”.
La natura, i viaggi, il tu e il noi, il dialogo e l’ascolto, la continua e perenne ricerca di appunti, una dimensione spirituale primordiale e non religiosa, questi i protagonisti del libro, che trovano unicità e adesione nello scrivere di Kristina Kočan, che si svelano in un ritmo sottopelle che aggiunge significato ad ogni testo, a che li lega assieme, in un suono che si modula in ogni possibile melodia. Di senso e di significato.
Lo scrivere di queste pagine è l’attestazione dello stare dentro alle cose, nell’aperto di ogni riconoscimento, “dove la marea svela / misteriosi esseri viventi per / renderli di nuovo devoti / nella luce grigia della sera”, quando “questa primavera è iniziata / come un travaglio indotto a forza e in fretta”.
Sì, Kristina Kočan con il suo “Insediamenti” – e un plauso meritevole va anche ai traduttori Michele Obit e Nadia Brodbeck – ci consegna uno dei lavori più interessanti del momento, a cui stare vicini, anche solo per potersi trovare in quel “camminare / nella luce che è / un faro sul percorso che è / la meta per una poesia che è / lingua nel bosco che è / quiete”.

Dal libro:
ultima chiamata
nel prematuro mattino nelle ombre
scacciando gli alberi nel piumaggio
blu della gazza tutte le mie
poesie d’amore
sono per lui che non legge
gli agguati nel rotolio della zolla
sui detriti nell’ultimo
richiamo di una cerva nel becco
di un gheppio che trema
sopra di me quando lui
mi è dinanzi prende il volo
nel bosco alcune coppie
di ghiandaie io vedo
stormi di uccelli marroni
sulle sue ciglia
calano le nuvole
in me parlano
le lingue una sola
nel solido passo
sull’erica d’autunno
*
vinchi
le scarpe nella neve scricchiolano
da noi si allontana
il caldo rifugio il fuoco
ora lentamente si spegne
saturazioni di sospiri
sfregamento di umidi corpi
in un meriggio muto
nell’oscurità cova la tacita
selvaggina tra i vinchi
un intreccio di passi di dita
di fiamme che rinfocolano
parole sulle calde lingue
solo le gemme invernali
all’istante inghiottite
dai baci
lontano da quintali
*
Tijger
ognuno nell’abbraccio di nessuno
il fardello in tonnellate un sussurro
nell’orecchio di nessuno nell’oscurità
occhi a fissare in lontananza
il ronzio di voci
di donne come suona
l’acqua dell’oceano nella bonaccia
scura oppure azzurra
l’acqua dell’Hudson fredda
ago verso il nordo il legno
nello scoppiettio tutto il peso
nel fuoco i morti pioggia
in neve poi ghiaccio e ancora
ossa restano nelle vicinanze
tacchini selvatici
tremolano le stelle hanno
da qualche parte la speranza che
si schiarisca che si viva
ancora un inverno
*
nel ghiaccio fruscia
la brezza distribuisce
gli aghi di pino facilmente
si posano sulle spalle
stanotte tutto è senza rumore
pelle a pelle come pennello
a pennello solamente là
a nord rumoreggia
nel ghiaccio fruscia nel cuore
dell’orso bianco
negli spasmi da una trasparente
profondità

Intervista a Kristina Kočan:
La natura è la protagonista assoluta di queste pagine. Cosa significa questo per te?
Non considero la natura, in queste poesie, tanto come un tema, quanto piuttosto come uno spazio e una modalità di percezione. Non è stata una scelta consapevole; è entrata nella poesia in un modo del tutto organico. Probabilmente ha a che fare con un approccio olistico alla realtà: la sensazione che tutto sia interconnesso e che, all’interno di una struttura ciclica, le cose accadano, mutino, ritornino, svaniscano e riemergano continuamente.
Credo che questa percezione nasca dall’osservazione attenta della natura. Se si presta sufficiente attenzione ad un singolo albero, a un fiume, o anche a una piccola scena, qualcosa continua costantemente a rivelarsi. C’è sempre un elemento imprevedibile: un mutamento, un cambio di luce, un uccello, il vento, un suono. Non c’è mai una fine vera e propria; tutto continua semplicemente a fluire.
Di conseguenza, anche i temi possono moltiplicarsi e fondersi l’uno nell’altro, come accade in componimenti quali “bronzo oltre la pianura” o “pensieramenti”. Un’immagine apre la strada a un’altra, e una poesia può passare da una scena estremamente concreta fino a toccare la storia, la memoria, il corpo o il linguaggio.
Inoltre, trovo difficile parlare dell’ambiente in termini astratti. Se voglio parlarne, devo partire dal fiume lungo il quale cammino. A volte si tratta della Meža, altre volte del Delaware, della Drava o dell’Hudson. Deve trattarsi di qualcosa che è immediatamente presente accanto a noi e dentro di noi, mentre noi stessi siamo immersi in esso. La natura, dunque, non funge mai da semplice sfondo.
Forse c’è di mezzo anche una certa umiltà. Dico spesso che il poeta dovrebbe essere al servizio della poesia, e non viceversa.
Il mio rapporto con la natura segue una logica simile: cerco di non ridurla a mero materiale simbolico per le vicende umane, lasciando invece che rimanga qualcosa che trascende ciò che io vi ci proietto sopra. In questo senso, poesia e natura sono, quasi inevitabilmente, interdipendenti.
Nelle poesie raccolte in “Insediamenti”, il tuo sguardo si concentra sulle piccole cose, sui dettagli minuti. Quale sorta di segreto racchiudono?
Forse il loro segreto risiede proprio nel fatto che non sono mai davvero piccole. In passato, durante alcune interviste, quando mi è stato chiesto cosa dia un senso alla mia vita, ho risposto semplicemente: le piccole cose. Credo che questa rimanga la risposta più calzante che io possa dare. Mi interessa molto il tema dell’attenzione, ciò che accade quando siamo realmente presenti in un dato momento. La vita quotidiana può facilmente apparire come una sequenza di ripetizioni e routine, ma non credo che nulla si ripeta mai davvero.
Se si osserva con sufficiente attenzione, c’è sempre qualcosa di diverso: la luce, un volto, il movimento dell’acqua, un’ombra, il modo in cui un albero cambia da un giorno all’altro. Un dettaglio apparentemente insignificante può spalancarsi, all’improvviso, su qualcosa di molto più grande.
Forse la poesia intensifica questo tipo di attenzione. Per me, scrivere è uno stato che si colloca tra l’inquietudine e la quiete, quasi tra la veglia e il sonno. Sono alla ricerca della parola o del verso giusto, ma al contempo sono completamente immersa nel mio “qui e ora”. Si crea una dinamica singolare: essere, al tempo stesso, dentro e fuori da un momento; ed è forse per questo che diventano possibili connessioni inattese.
Così, delle ciliegie possono riposare sul volto di mio figlio, possono esserci istanti in cui le persone diventano indistinguibili dalle proprie ombre, e l’acqua può essere qualcosa che sogniamo, ma anche qualcosa in cui possiamo immergerci con il nostro corpo.
Non decido consapevolmente di attribuire a questi dettagli un significato più ampio; semplicemente li seguo. Se dunque esiste un segreto, forse è la loro inesauribilità.
Il mondo non ha necessariamente bisogno di diventare più grande affinché la nostra esperienza di esso si espanda; a volte, è sufficiente che noi diventiamo più attenti. E allora, anche la cosa più piccola può racchiudere un intero mondo.
E c’è anche una dimensione spirituale, direi. Cosa ne pensi?
Sì, credo che probabilmente esista una dimensione spirituale, sebbene non la intenda in senso strettamente religioso. Per me è qualcosa di molto più vicino all’attenzione, all’immersione e a un certo modo di essere presenti nel mondo.
Da tempo mi interesso allo Zen e ad autori come Gary Snyder, nei cui lavori il camminare, il rituale, la ripetizione e l’attenzione minuziosa verso l’ambiente diventano mezzi per penetrare più a fondo nell’esperienza. Mi affascina l’idea di percorrere sentieri circolari, di ritornare sui propri passi, di muoversi attraverso un paesaggio fino a quando il confine tra l’osservarlo e l’esserne parte non inizia ad affievolirsi. Questo tipo di movimento è molto vicino anche alla struttura delle mie poesie: spesso loro resistono alla linearità per tornare, invece, a cicli, ripetizioni, stagioni, migrazioni, fiumi, uccelli, corpi.
Forse la dimensione spirituale entra in gioco proprio attraverso questo genere di immersione. Se ti soffermi su qualcosa abbastanza a lungo, quell’elemento cessa di essere un semplice oggetto posto di fronte a te: inizi a percepirne delle relazioni con esso, invece di due semplici entità separate.
Il mondo diventa meno gerarchico e l’essere umano non ne occupa più, necessariamente, il centro.
Ciò si ricollega anche a quanto dicevo a proposito dell’umiltà: spesso mi sento che un poeta debba porsi al servizio della poesia, anziché imporle qualcosa. Lo stesso vale per il mio rapporto con la natura: si tratta di una sorta di abbandono; osservi, ascolti, segui e lasci che i nessi emergano.
Così, probabilmente, la spiritualità in questi componimenti non è un tema trattato in modo esplicito. È, piuttosto, un modo di muoversi nel mondo: attraverso l’attenzione, la ripetizione, il silenzio, l’immersione e la consapevolezza di essere sempre parte di qualcosa di più grande di noi.

Nel corso del libro, ricorrono un “noi” (che esprime un senso di appartenenza) e un “tu” (che rappresenta la continua ricerca di un dialogo) i quali, in un certo senso, costituiscono il respiro stesso dell’intera opera. Ti riconosci in questa lettura?
Sì, mi ci riconosco, anche se forse amplierei il concetto di appartenenza. Non sento di appartenere in modo marcato a un gruppo o a una comunità specifica – se si escludono, forse, la mia casa e la mia famiglia, ambiti nei quali, peraltro, raramente penso in termini di “appartenenza”.
Mi interessano molto di più i diversi ruoli che rivestiamo – essere donna, poetessa, madre, moglie – e il modo in cui ci muoviamo tra questi ruoli o lasciamo che si sovrappongano. Perciò, il “noi” nel libro non è mai del tutto stabile: a volte è intimo, a volte familiare, talvolta suggerisce una comuntà di donne, altre volte indica semplicemente due corpi che condividono un momento preciso.
In poesie come “tempesta”, per esempio, la forma duale assume un’iportanza cruciale: “entrambi siamo / sull’orlo”. Ciò che mi interessa, in quel caso, è l’intimità in tutte le sue sfumature: la vicinanza, la vulnerabilità, l’attrito e l’impossibilità di possedere mai pienamente ciò che intercorre tra due persone.
Anche il “tu” è forse legato a questo aspetto. Mantiene la poesia in una dimensione dialogica, impedendo all’”io” lirico di occupare l’intero spazio. Già nei miei lavori precedenti, la critica aveva notato come l’”io” tendesse ad allontanarsi dal centro; in questo libro, tale aspetto è diventato per me ancora più rilevante: essere presenti, ma al contempo osservare dall’alto, adottando prospettive molteplici.
Forse tutto ciò si ricollega anche al mio costante desiderio di radicamento. Non l’ho mai vissuto come un dato acquisito; nella mia vita ci sono sempre stati spostamenti, viaggi, una sorta di sradicamento. Eppure, per radicarsi serve terreno, molto terreno. Ma vorrei comunque che il vento potesse continuare a soffiare attraverso tutto ciò che ha messo radici.
Così il “noi” e il “voi” potrebbero riguardare meno ad una appartenenza fissa che ad una relazione: il modo in cui ci avviciniamo l’uno all’altro, il modo in cui restiamo distinti e il modo in cui, per un istante, diventa possibile uno spazio condiviso.
Quanto è importante il tema del viaggio nel libro? Vengono menzionati gli Stati Uniti, Venezia, diverse località in Slovenia, l’Inghilterra…
Il viaggio è molto importante nel libro, sebbene forse non tanto come tema a sé. Mi interessa ciò che accade quando entriamo in un altro luogo e gli permettiamo di influenzare il nostro modo di vedere. Per un lungo periodo ho viaggiato molto, vivendo quasi sempre con la valigia in mano, e molti dei luoghi che ho visitato – o in cui ho soggiornato per periodi più lunghi – hanno lasciato in me una impronta profonda. Ho sempre avuto un senso intenso del luogo.
In una fase precedente del mio percorso di scrittura, New York era particolarmente presente. All’inizio ci tornavo perché ne ero affascinata; in seguito, per motivi di studio e di ricerca.
Ma durante i miei ultimi soggiorni prolungati, mi ritrovavo sempre più spesso a fuggire dalla città nei fine settimana – talvolta senza nemmeno rendermene conto: verso il fiume Delaware, risalendo l’Hudson verso nord, ovunque potessi lasciarmi alle spalle quel costante rumore, sonoro e visivo. Credo che la nostra scrittura segua questi mutamenti interiori in modo del tutto naturale.
Dunque, i luoghi che compaiono nel libro non costituiscono un catalogo di viaggi. Sono posti in cui mi sono fermata, arrivata, da cui sono ripartita, che ho osservato e che, in un certo senso, mi hanno trasformata.
Mi interessa inoltre la geografia come elemento inseparabile dalla storia e dall’esperienza collettiva. Quando scrivo di un altro Paese o di un altro paesaggio, non sono interessata a parlarne a nome di qualcun altro, bensì entrare in relazione con ciò che è già lì: la sua storia, le sue tracce, le sue vicende, i suoi silenzi.
Per me, il titolo “Insediamenti” racchiude questa tensione. Un insediamento suggerisce radicamento, eppure il libro è colmo di migrazioni, partenze, fiumi, navi, uccelli, dimore temporanee. Forse sono sempre stata attratta da entrambi gli impulsi: il desiderio di mettere radici e la consapevolezza che il movimento è destinato a continuare.
Il mondo di un poeta non deve necessariamente essere vasto dal punto di vista geografico per essere ricco. Parigi per Baudelaire, New York per O’Hara, il New England per Lowell o Kyoto per Snyder rappresentano, in un certo senso, dei microcosmi. Per me, la regione della Koroška può essere la stessa cosa. Ciò che conta non è la distanza, bensì l’intensità con cui un luogo viene vissuto.
Hai citato il poeta della Beat Generation Gary Snyder, il quale ha anche affermato: “Dovresti tenere con te solo le cose che puoi lasciare sotto la pioggia”. Seguendo questa stessa logica, un poeta dovrebbe conservare solo le parole che possono essere lasciate sotto la pioggia?
Gary Snyder è una figura importante per me da molto tempo, non solo come poeta, ma anche per il suo legame con i luoghi, i rituali, lo Zen e la cultura giapponese. Negli ultimi anni mi sono sentita sempre più attratto dall’estetica tradizionale giapponese, in particolare dal suo senso di sobrietà e dal suo minimalismo. Questo si sposa in modo del tutto naturale con il mio modo di scrivere. Less is better.
Tuttavia, per me, ciò non significa utilizzare il minor numero possibile di parole per il solo gusto della riduzione. Ciò che conta è trovare la parola giusta. Una volta ho detto che non è vero che, all’aumentare delle parole, il cuore si riempie di più; non è la quantità di parole a riempire il cuore, bensì il trovare quelle giuste. E potrebbero essere davvero pochissime.
Per me, scrivere significa in gran parte confrontarsi con il modo in cui far entrare il silenzio nella poesia: come esprimere ciò che, tra due persone, non è presente; come articolare ciò che non si riesce a definire appieno; come trovare il giusto equilibrio tra il visibile e l’invisibile.
È anche per questo che, a volte, creo parole nuove. Termini come “vetričava”, “žgolet” o molti altri, nascono dall’esigenza di raggiungere un significato che le parole esistenti non riescono a trasmettere, ma nascono anche dal suono. A volte ho bisogno che nel linguaggio esista una determinata condizione e, se non esiste una parola per definirla, devo inventarla.
Dunque sì, forse un poeta dovrebbe conservare solo le parole capaci di sopravvivere sotto la pioggia: parole che mantengano intatto il loro senso, anche dopo che tutto ciò che è superfluo è stato lavato via.
Anche se non seguirei la regola di Snyder in modo troppo letterale. Il pane non può essere lasciato sotto la pioggia, e io, di certo, vorrei tenermene un po’. (smile)
Di pagina in pagina, si percepisce un ritmo sottopelle che conferisce un senso a ogni testo; qualcosa che, in un certo modo, li tiene uniti… O sbaglio?
No, credo che tu abbia ragione. Per me il ritmo è di fondamentale importanza, ma lo intendo in un’accezione molto ampia. Non si tratta solo di suono o musicalità; nasce anche dalla sintassi, dalle ripetizioni, dalle pause, dagli a capo e, soprattutto, dall’enjambment.
Probabilmente è proprio con l’enjambment che gioco più che con qualsiasi altro artificio poetico. Lo utilizzo per verificare fino a che punto si possa spingere il linguaggio, per quanto tempo una frase possa restare sospesa, e per vedere come una parola possa appartenere, per un istante, a un’immagine, per poi – dopo l’andare a capo – diventare parte di un’altra.
Mi interessa quel momento in cui, sotto i piedi del lettore, il suo significato slitta via. Un verso può sembrare dire una cosa, ma poi, con quello successivo, richiede di essere riletto in modo diverso.
Per me questo si lega anche alla questione di come esprimere quello che Robert Hass definisce come un “territorio dell’esperienza”: qualcosa che sentiamo o percepiamo, ma per cui il linguaggio comune non è del tutto sufficiente. La poesia diventa allora una forma di invenzione.
Non ci si limita a descrivere un’esperienza; si cerca di inventare un linguaggio capace di avvicinarsi a essa.
Ecco perché, a volte, altero l’ordine abituale delle parole, spezzo il verso, ripeto suoni o conio termini nuovi. Si tratta di scelte formali consapevoli. Sebbene temi, immagini e simboli possano scaturire da una dimensione meno conscia, una volta che entrano nel componimento, lavoro in modo del tutto intenzionale sulla loro sonorità e struttura.
Il ritmo, dunque, è anche un modo di pensare. Un’interruzione nel verso può mutare la prospettiva; una sintassi inattesa può consentire la coesistenza di due significati; un suono può collegare elementi che la logica terrebbe separati.
Forse è proprio questo l’elemento che tiene unito il libro con maggiore forza: il tentativo di mantenere il linguaggio in movimento, di lasciarlo fluire da una possibilità all’altra, preservando al contempo uno spazio per il silenzio.

Kristina Kočan è poeta e traduttrice slovena, con un Ph.D sulla poesia americana contemporanea conseguito all’Università di Maribor. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie: Selišča, Šivje, Kolesa in Murve, e Šara.
Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, è stata candidata al premio come miglior libro d’esordio nel 2009 (Šara) e ha ricevuto il prestigioso Premio Veronika nel 2022 per il miglior libro di poesia (Selišča). Nel 2019 ha pubblicato anche un volume di racconti brevi (Divjad) e una raccolta multimediale di testi poetici e musica corredata dalle immagini del fotografo Bojan Atanaskovič (s|prehod).
Scrive testi per gruppi musicali e si dedica a progetti performativi di poesia e musica. Nel suo lavoro di traduttrice si concentra principalmente su autori americani.
Come autrice, invece, è tradotta in oltre dieci lingue.
È direttrice artistica del festival internazionale di poesia Festival Versia, che si tiene a Ptuj (Slo).
(Kristina Kočan “Insediamenti” traduzioni di Michele Obit e di Nadia Brodbeck, pp. 73, 15 euro, Qudulibri 2026)
Le prime due foto di Kristina Kočan qui pubblicate sono di Kristijan Robič, le altre tre sono di Bojan Atanaskovič.
Nahý Nude
di Dalibor Bednář

Tempo presente —————-
Sono nata dove non c’è sorgente
Sei poesie
di Katia Marioni

Ci si sporcava
le piccole mani d’argilla
mentre le dita giocavano
a bucare la terra.
Il secchio era lì accanto
al margine del campo arato.
La nonna silenziosa
a coprirsi la testa
con il fazzoletto fiorito
salutando con quell’atto
la potenza della bora.
E il secchio era lì
screziato di malta
con grandi occhi verdi e gialli
che spuntavano
dai tuberi
nell’attesa di ritornare
alla terra.
Erano umidi di lacrima
gioia nascosta
per la vita che si riperpetuava
tramite una piccola mano contadina.
Iainich, primavera 2026
*
Da sola vivo
fra le sterpaglie
di questo bosco incolto
Le compagne sono cadute
con il fulmine
le più deboli
con l’insistenza del vento
La mia corteccia
ha molti occhi
per donare
alla primavera
le lacrime della mia linfa
Le fronde ascoltano
dall’ape
la storia della sua specie e
accolgono il polline
che io porgo
ai narcisi a me vicini.
A volte muoio un po’
accanto all’alito del capriolo
braccato
dal proiettile
E prima dell’inverno
con foglie dorate
ricopro il dolore sordo
di mia madre.
Seduta sulla betulla madre, San Nicolò, inverno 2026
*
E così sorridi
E così sorridi a questo sole
illuminato dal calicanto,
nella nota ribattuta del pettirosso
ubriaco di vento,
nell’abbaiare lontano
del cane pastore.
Fra le dita indolenzite ti tengo
vita mia,
e profumi di nuvole e di terra.
Udine, inverno 2019
*
Giocando a nascondino
ho spinto la mia ombra
nel pozzo
ho scrostato dai muri
il sudiciume
degli uomini e del tempo
mentre la croce
di un marzo azzurro
mi vegliava nell’intento.
E fra ombre e sole
nel vento che tutto scombina
la disumanità si è palesata
nel pianto di pietra
del bambino rannicchiato
fra i rami morenti
di questo presente.
Cesena, Teatro Valdoca, marzo 2026
*
Fiume
Sono nata dove non c’è sorgente
trasparente mi muovo saltando
guizzando
un po’morendo negli anfratti
di pietre scorrendo
lenta
non m’inerpico
ma scendo
a volte turbinando
ballando di luce
specchio di occhio di pesce
a volte fremo
tremo
mi secco
Sotto il salice selvatico
divento pozza
poi m’impieno
corro
di rabbia struggente
distruggo
invado
mi placo
mi placo
scompaio
Reka
Rodila sem se tam kjer ni izvira
prosojna se gibljem
skačem
utripam
malo umiram v kamnitih tolmunih
počasna drsim
ne vzpenjam se
ampak se spuščam
včasih v vrtincih
plešem s svetlobo
ogledalo ribjega očesa
včasih trepetam
se tresem
se izsušim
Pod divjo vrbo
postajam luža
nato se napolnim
tečem
s srce parajočo jezo
uničujem
poplavljam
se umirim
se umirim
izginem.
Flum
Soi nassude dulà che no je risultive
lambre mi môf saltant
svuiçant
un pôc murint tai forans
di piere sbrissant
lente
no mi rimpini
ma o voi par jù
a voltis sgurlant
balant di lûs
spieli di voli di pes
a voltis o smaliti
o trimi
mi secji
Sot dal vencjâr salvadi
o doventi poce
po mi jempli
o cor
di rabie incorade
o sdrumi
o inaghi
mi boni
mi boni
discomparìs
Iainich, inverno 25/26
(Traduzione in sloveno con Juri Palik, traduzione in friulano di Stefano Moratto)

Ho lasciato i sassi al fiume
laggiù dove l’acqua parla e
nasconde il silenzio di mani intrecciate,
di odori
di saliva.
Ho lasciato i sassi al fiume
erano bianchi e caldi
da scottarmi le dita.
Una nuvola grigia sopra
la poiana in volo
come quel giorno
del tuo funerale
intinto di rosso e di bandiera
con l’ottetto musicale
e la scritta Tito sul Monte Sabotino
il Naš era fallito
davanti al mio nuovo astigmatismo
o forse molto prima.
Ho lasciato i sassi al fiume
sotto il salice selvatico
tua sorella era malaticcia
una questione di nervi e di perdita
– dicevano – e
a me mancava il pane
quello quotidiano
quando tua madre non c’era
e mi cuciva comunque il cuore
bastava il suo abbraccio
alla domenica.
Ho lasciato i sassi al fiume
a quei tempi ero
piccola e rinsecchita
come il ramo morto
sul sentiero del ritorno
con l’alluce che usciva
dal sandalo di stoffa.
E ti guardo da lontano
rinchiuso nell’urna
con la targhetta d’argento
l’urlo si mortifica
vicino alla fossa
della tomba riaperta
dove riposa Jožica Gravner
nella sua bara chiara
ora terra scura
grembo pronto
a riaccoglierti.
Ho lasciato i sassi al fiume
e non ci sono più tornata.
Dicembre ‘25

Katia Marioni è nata a Udine da madre della comunità slovena del Collio Goriziano (Brda) e da padre friulano, ed essenzialmente si sente una donna di confine.
Di sé dice: “Mi trovo in accordo con chi afferma che la poesia è un modo di vedere il mondo. La mia identità mista trapela spesso nei versi, non tanto per le lingue utilizzate, quanto per i contenuti. Non ho ancora pubblicato nessuna raccolta di poesie; sto lavorando su una silloge e alcuni miei testi hanno trovato spazio su diversi blog (Collettivo Sincronie, Diario di Passo di Franca Mancinelli e altri).
Ho partecipato a reading in regione con mie poesie sia in italiano che in sloveno e sono stata coinvolta nella realizzazione di un videopoetry insieme ad altri poeti.
Ho realizzato con Franca Mancinelli un progetto di musica e poesia sul tema dell’amore cortese al femminile, alternando versi e brani eseguiti con la ghironda. Oltre a scrivere, infatti, suono questo strumento antico dalla fine degli anni ‘90.
Da qualche anno collaboro musicalmente con Enrica Benfatto e Martin O’Loughlin in un progetto chiamato Herbarium. Sono un’insegnante di scuola primaria e da un po’ vivo fra le montagne delle Valli del Natisone, dove silenzio, natura ed essenzialità mi supportano nella scrittura diventandone l’humus”.
Krajiny vnitřní a vnější Interior and Exterior Lanscapes

Tempo presente ——————
Aspetto la pioggia che verrà a lavare le bugie di una stagione
Roberto Crinò, “Tutti gli alberi storti del mondo Canti per la Palestina”
di Chiara Catapano

Invicta Palestina
Il nome di Balfour
eterno nero etimo
esiziale germoglio
dal suo seme nasce
un’indimenticabile parola.
Sulle tende della Nakba
è incisa col sangue
forgiata dalla memoria
un’indelebile parola.
Dalla porta di Sion
alla spianata di al-Quds,
dalle colline di Ramallah
al valico di Karni
vibra di senso
un’inconfondibile parola.
Dal fiume al mare
della Santa Palestina
tutti gli ulivi, i pini,
i cedri e i mandorli,
le limette e le querce
in coro all’unisono
intonano,
monodia della lotta,
il medesimo canto
e le rovine delle case
abbattute dai profanatori
e l’innocenza perduta
35 dei legittimi figli
di questa terra
e le ombre dei bambini
e le lacrime delle madri
rivendicano un’ineluttabile parola,
SUMUD
Gli alberi storti hanno sempre colpito il mio amico Roberto Crinò. Uno in particolare, quello che incrociò la sua strada un’estate di diversi anni fa a S. Giorgio di Gioiosa Marea, in provincia di Messina, gli ispirò versi, pensieri dolci e amari in carezza di corteccia; canti, sotto il suo verde, nella calura estiva della Sicilia in fiamme.
Ma tutti gli alberi storti del mondo, che bosco vanno a inverdire?
Immagino a volte il momento in cui tenderemo l’orecchio, e fuori dalle nostre finestre sentiremo solo il soffio del vento: un vento mite e allegro, proveniente da chissà quali lidi. Ci accorgeremo (questo mi immagino, nel prosieguo del mio immaginare) che qualcosa fuori è cambiato: nessun rumore ostile, calma oceanica, brezze di bimbi intenti a giocare. Pace.
E lì, lì fuori, tutte le vittime – alberi storti, mai abbattuti dall’odio – come un’unica, verde foresta, a testimoniare il ritorno dell’uomo, dell’umanità che sente e desidera e ama solo ciò che è bene; che sa ciò che è bene e lo realizza.
“Tutti gli alberi storti del mondo / Canti per la Palestina” (edizioni Ensamble, 2026) racconta di un dialogo lungo disteso, di un lungo aprirsi maturo di fiducia da parte di Hatem Abed-Sabra, palestinese che oggi significa profugo, o schiavo nella propria terra; una passeggiata con Roberto agli inizi dell’estate, di cui Abed-Sabra ci dà le coordinate nella prefazione da lui scritta (“Mentre attraversavamo corso Vittorio Emanuele, il Cassaro, l’asse viario più antico di Palermo, la Zyz dei fenici, e poi percorrendo via Maqueda, fino a scendere a Ballaró, io parlavo. Parlavo di politica, sì, ma soprattutto parlavo di pace, esilio, solidarietà e ricordi di quelle colline, di quell’acqua, di quegli olivi. Roberto ascoltava.”), al crocevia della storia del Mediterraneo.
Tutto nasce da questo: un uomo parla, un altro lo ascolta. Questo e solo questo il seme da cui nasce pace. Si concretizza allora un’azione che è fondamento – che è il contrario dello stordimento babilonese -, che libera e unisce. Un uomo ascolta, l’altro gli parla. Si delinea così l’orizzonte, si disegnano i contorni e le linee diventano, nella bocca di chi ascolta, canto: per la libertà, per la relazione, per la comprensione. Qui non si procede più per negazione, per sottrazione: uno parla, l’altro lo ascolta. Se ascolti, uomo, se ascolti veramente, saprai riconoscere la tua storia in quella dell’altro: questo il memento sottotraccia in queste chiare pagine di poesia.
La prima parola è dunque “ascolto”; la seconda, senza dubbio, è “ricordo”. La terza non è più parola, ma radice: corteccia umida e odore di terra; è frutto pazientemente atteso, duramente lavorato, generosamente accolto; è condivisione del raccolto – e del racconto, che coincidono nei riti antichi, nelle sapienze allontanate ma non perdute, nell’infanzia tutta e nelle strade di pace.
Ascolto e ricordo, parola e ricordo generano ciò che ci rende pienamente umani: memoria. E perché questa parola non sia vuoto guscio, ma riempia di polpa ogni nostra azione e intenzione, dobbiamo far panificare la sostanza, amare l’ascolto; toglierci dalla testa i brusii, i rumori di fondo dell’odiosa propaganda. Dobbiamo ritornare ad essere osservatori attenti, levarci la smania del protagonismo da social. Signori, la più grande rivoluzione nasce dall’ascolto.
Vi invito a leggere questi versi: essi ci conducono in quel crocevia di strade e destini in cui Hatem Abed-Sabra ci parla attraverso Crinò. E pare di sentir rieccheggiare la profezia di Zeus, nell’ultimo libro dell’Odissea, denominato “i patti di pace”:
Già i pretendenti ha punito Odisseo luminoso;
dunque facciamo patti leali, e lui regni per sempre;
noi della strage di figli e fratelli
diamo l’oblio; e amandosi essi a vicenda,
come prima, pace e ricchezza grande vi sia.
(Od. XXIV, 482-486)

Dal libro:
Madre di lotta
Sei tu
immagine mia
riflessa sull’acqua
specchio fedele
di ciò che sono
spirito che trema
increspata sagoma
proiezione fragile
di una terra sepolta
di una casa arata.
Sei incredula
figura mia
le tue ossa d’acqua
si propagano
si disperdono
come i tuoi antenati
sui loro asini di sabbia
lì dove un tempo
canali sapienti
dissetavano
profumati fichi
e miele di datteri
baciava labbra
di giovani spose.
Sei radice
che discende dal cielo
anima mia
e torna dentro la terra
dei padri per diventare
madre di lotta
costruzione e resistenza
nutrice di nuovi soffi
di gambe mai spezzate
il tuo latte laverà il sangue
la tua voce racconterà
storie all’identità
che verrà.
*
Candele nel buio
Non c’è perdono per tutto questo.
Non c’è perdono per chi lo ha fatto.
Non c’è perdono per chi non ha fatto.
Non c’è perdono per il silenzio complice.
Non c’è perdono per noi, che lo abbiamo
permesso ancora un’altra volta.
La redenzione sta agli antipodi dell’umanità.
Siamo già morti
nei nostri social, nei nostri acquisti,
nei nostri consumi, nei nostri selfie,
nelle nostre vuote vite di plastica.
E sarà così
la fine della peste
che ammorba il mondo.
Questa è la fine che ci attende.
Tutti.
Il grande poeta l’aveva detto:
«Pensa agli altri».
Ma noi non lo abbiamo ascoltato,
non siamo stati candele nel buio.
*
Dal fiume al mare
Parlami ancora
della tua terra
affinché io possa
scriverne ancora
nella mia lingua.
Raccontami
ciò che puoi
ciò che vuoi
ciò che solo
racconto ora
può essere.
Dai forza alla parola
voce della memoria
dai vita alla storia
di anime diafane
le vedi?
Sono tutte schierate
lungo i confini
dell’origine
a difendere il ricordo
a testimoniare l’abuso.
Demoni saliti
dal loro antico regno
inferno dove risuonano
lingue, urla, suoni,
diavoli stellati,
mercanti di verità,
lugubri artigiani di croci,
osceni sperperatori
di umanità come peste,
loro antico marchio,
sigillo di altri abomini,
diffondono il morbo
del male avvenire.
Dal fiume al mare
parla della tua terra
parla della mia terra
della nostra terra,
parla.
*
Cronache nel vento
Sagge sono le parole
che il vento porta,
verità scolpita nell’aria.
Bisognerebbe ascoltare
sempre i sussurri del vento,
diceva mio nonno.
Perché il vento
è un viaggiatore
e come tutti i viaggiatori
ha occhi e orecchie
e la bocca per raccontare
e osserva e impara
e apprende e conosce
da tutti i popoli
che visita e incontra.
Il vento porta con sé
semi e parole
e semi di parole
da fare germogliare
presso altre terre
presso altre anime
così da far sapere
le vere storie
negate dalla menzogna
travestita da verità.
Sedersi
all’ombra di un sommacco
e ascoltare il vento,
questo diceva mio nonno
e ascoltare le voci
racchiuse nei grumi di rosso
sangue fiore
di questo caro albero.
*
Tutti gli alberi storti del mondo
Guardo il mondo
da una prospettiva
rovesciata,
sono figlio della sete,
capo di un popolo
fantasma cantore
di storie ramificate,
le radici aeree
di parole pendenti
come cristalli di ghiaccio
su pesanti nuvole
di silenzio colpevole,
aspetto la pioggia
che verrà a lavare
le bugie di una stagione
di luttuosa astenia,
la voce della Terra
urla i nomi dei suoi semi.

Roberto Crinò (Palermo, 1972) è poeta e docente di Lettere. Laureato in Lettere moderne con una tesi sulla questione ebraica nella Germania illuminista, ha pubblicato numerose raccolte poetiche, tra cui Le coincidenze significative, Ineffabile mutazione, Il monile di Ashtart, Verrà ottobre e Ogni felicità sui vostri cammini.
Le sue poesie sono apparse su riviste e antologie italiane e internazionali, tradotte anche in spagnolo e pubblicate in Argentina e Venezuela. Vincitore e finalista di numerosi premi letterari, affianca all’attività poetica quella di promotore culturale, partecipando a festival, reading e manifestazioni in Italia e all’estero.
(Roberto Crinò “Tutti gli alberi storti del mondo. Canti per la Palestina” pp. 46, 13 euro, Ensemble 2026)

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. “L’aria natia tormentosa” ne influenzò di certo carattere e
scelte: il sapore inizi ‘900 della città, il cui orologio s’era fermato e che pareva una parentesi tra
Balcani ed Europa, le ha dato la possibilità di crescere sentendo parlare per le strade e nelle botteghe tedesco, croato, serbo, greco.
Traduttrice e poetessa, ha pubblicato tre raccolte poetiche (Thauma ed., Eretica). Ha organizzato assieme ad prof. Andrea Aveto dell’Università di Genova la riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine.
Ha tradotto per Puntoacapo e per Donzelli, e continua a lavorare per progetti editoriali prossimi futuri per promuovere la poesia greca in Italia.
Ama tradurre. Ama il greco. E forse questo è ciò che conta, nella sua biografia.
Krajiny vnitřní a vnější Interior and Exterior Lanscapes

Voce d’autore ———————
Per essere accanto
Alessandro Ramberti, “Chiamami”
di Giovanni Fierro

Il fare poesia di Alessandro Ramberti sa accogliere. Questo suo nuovo lavoro, “Chiamami”, mette ancor di più in luce questo suo costruire accoglienza. E lo fa partendo da una semplice umana necessità: “Abbiamo bisogno di ascolto”. Un ascolto condiviso, che si mostra nella vicinanza, nel suo dare confidenza e attenzione. Perché già lo stesso titolo, “Chiamami”, ha in sé radice importante. È il desiderio di essere chiamati al mondo e di come “ogni persona si senta chiamata a esprimere la propria verità” (Lo spiega molto bene lo stesso Ramberti nell’intervista che segue).
È un senso di appartenenza alla vita stessa, che l’autore esplora in questi trentatre brevi testi, nel mettere in rilievo che “Quanto ci appartiene / è il transito”, nello stare nel riconoscimento più sincero, “Grazie per essere dove / s’incontrano i sensi”.
“Chiamami” è uno scrivere che si muove in più lingue. Italiano, cinese, inglese ed esperanto. Quasi a dire di come ci sia bisogno di più provenienze, e più direzioni, per aprirsi al presente che viviamo, nel cercare ancor di più di non perdere nulla, di ampliare percezioni e significati, nel non bastarsi da soli. Sempre più “a immergerti in vicende / che segnino le ossa”. Nel profondo.
In queste pagine è evidente la dimensione spirituale, che si mostra e si apre all’ascolto, nella sua nuda trasparenza. Il suo muoversi è in questo percorso di ulteriore definizione di sé, dove Ramberti può mettere nero su bianco che “Mi sono ritrovato più paziente”, nel riconoscere che “Per essere accanto / bisogna dare il fianco”, senza la paura di affermare “Sfido il giudizio ogni giorno”.
Questo è l’accadere che nutre tutto lo scrivere di “Chiamami”, una prova poetica di dialogo, la possibilità di una comunicazione che elimina il superfluo, sapendo scegliere il peso specifico di ogni parola scelta, a cui affidare la propria fiducia.
“La nostra materia / quando è sfiatata / si eleva” è immagine che resta e respira, “Le tue ginocchia pregano tuttora” dice di come il corpo sia il luogo di ogni innesco, “Il nostro magnetismo / con le polarità in tensione” è la geografia in cui orientarsi.
Alessandro Ramberti con “Chiamami” segna un nuovo passo importante nel suo cammino d’autore, nel suo continuo cercare una voce a cui dire “Fortuna che tu sei feconda / ascolti il messaggio che infuoca / tu curi le crepe più antiche”.

Dal libro:
0.
Naviga dentro le tue
fibrillazioni endoreiche
calati in mezzo ai ventricoli
sfasa le valvole fà
scorrere sopra le acque
sfiora le cime ed abbassati
dove la terra concima
在你澎湃的心怀内
就航行吧
沉降到心室
移开瓣膜
让水涌上来
触及山峰旋即
低伏于沃土
Zài nǐ péngpài de xīnhuái nèi
jiù hángxíng ba
chénjiàng dào xīnshì
yí kāi bànmó
ràng shuǐ yǒng shànglái
chùjí shānfēng xuánjí
dī fú yú wòtǔ
*
1.
Questo
è un piccolo spazio
lo so non sono capiente
ma è per voi che siete
con me dal passato
e in questo momento
siamo vasi da colmare
accogliendo
*
11.
Crolla con me
rovina le frasi
percorrine i vuoti e prendimi
quello che fai mi interessa
Falu kun mi
detruu la frazojn
plenigu la malplenain spacojn, superu min
viaj agoj interesas min
Fall with me
ruin the sentences
cover the gaps and get ahead of me
what you do interests me
Cade mecum
sententias corrumpe
hiatus tege et me antecede
quod agis me interest
*
18.
Tre versi ansimanti per finire
ti riveli nell’ultimo
indicibile
*
20.
A te che sei nell’oltre
non servono parole
ti basta il crepitio
di queste mie sinapsi
对于超越尘世的你
毋需言语
你只谛听
我这些神经元的噼啪声
就已足够
Duìyú chāoyuè chénshì de nǐ
wú xū yányǔ
nǐ zhǐ dìtīng
wǒ zhèxiē shénjīng y uán de pīpā shēng
jiù yǐ zúgòu
*
26.
Esserci lascia l’odore del viaggio
nei palmi nei fluidi il trasporto
ci spinge a toccare la prossimità
si attiva l’umore interpella
il barometro oscilla
nei cuori che restano aperti

Intervista ad Alessandro Ramberti:
Il titolo, “Chiamami”, dice già tanto. Un desiderio di vicinanza? Un essere chiamati al mondo? O cos’altro ancora?
Penso che ogni persona si senta chiamata a esprimere la propria verità. Questa vocazione non sempre è chiara. Il più delle volte richiede una successione labirintica di tappe che sono magari anche molto lontane e comunque diverse da quelle che avremmo voluto raggiungere. Giunto a 66 anni forse riesco a trovare un filo che le collega.
Il libro è dunque un percorso che un po’ mi mette a nudo, un po’ fa il punto con la mia fedeltà a o con le mie deviazioni da una chiamata che è comunque sempre una voce altra, al contempo insondabile eppure incredibilmente presente.
Il volume si esprime in italiano, cinese, inglese ed esperanto. Da cosa è nato questo desiderio di usare diverse lingue?
Il mio amore per lingue è sempre stato grande. Anche per una utopia come quella dell’esperanto, ideata da un medico ebreo polacco che era un vero poliglotta. Ho studiato Cinese a Venezia e una lingua così distante e così affascinante apre davvero un nuovo modo di approcciare la realtà.
Ho quindi pensato di declinare in più lingue questo itinerario in versi per lasciare aperte delle finestre su altre visuali.
Dalla prima poesia all’ultima si respira un profondo senso di spiritualità. Ma che spiritualità è? Quale la sua radice, il suo modo di mostrarsi?
Fondamentalmente è una spiritualità di stampo cristiano, vista la mia formazione e la mia continua ricerca di esperienze di vita improntate al Vangelo. Ho incontrato confessori, guide spirituali, monache, monaci, testimoni di un cristianesimo vivo, aperto, esigente ma anche ricco di misericordia, che è la forma più gratuita dell’amore.
I miei studi mi hanno messo anche in contatto con il pensiero orientale ma poi il fondamento di ogni ricerca spirituale è riassumibile, in estrema sintesi, nello svuotarsi di un ego ingombrante, schermissimo e idolatrico, per essere vasi capaci di ascolto.
In questa spiritualità che tutto permea, mi sembra che ci sia un’intenzione precisa e necessaria di costruire leggerezza. È così?
Sì, la leggerezza è da intendersi in quello svuotamento a cui ho fatto cenno. Se scafandriamo le nostre fragilità, mascheriamo le nostre ferite, ci irrigidiamo sulla nostra “verità”, gli altri diventano strumenti da assoggettare e di cui servirci e noi diventiamo pesanti, senza fiato: ogni energia dedicata a conservare un potere che con una spallata minima può crollare.
A pagina 15 scrivi “Abbiamo bisogno di ascolto”. Per dare forma a noi stessi? O per cosa?
È la capacità di ascolto che ci aiuta a dialogare, a conoscerci sempre meglio: per essere “capaci” è necessario essere umili, non avere paura di chiedere aiuto, di esporre le proprie ferite.
Se coltiviamo questa virtù, diventiamo pian piano capaci di ascoltare gli altri con attenzione e con meno pregiudizi.
Tutto il libro è un continuo dosare le parole, un rispettare il loro peso specifico. Cosa pensi di questo?
Grazie per aver rilevato questo punto. Il mio modo di scrivere è perfettamente descritto dalle parole che hai usato.
A pagina 48 c’è un altro passaggio importante: “Sfido il giudizio ogni giorno”. Ecco, di che giudizio si tratta?
La vita è costellata da momenti belli e da altri molto impegnativi (lutti, malattie, e a livello sociale ingiustizie, conflitti, catastrofi). Quotidianamente veniamo giudicati (negli affetti, nelle relazioni lavorative, negli incontri sia casuali che consueti).
Spesso i più severi con noi siamo noi stessi. Bisogna cercare invece di essere anche qui leggeri. Sia noi che gli altri non possiamo essere ridotti ai nostri errori, alle nostre insufficienze, ai nostri sbagli. In noi c’è un plus che ci sfugge, che “è fuori dal sistema”, che ci rende unici e preziosi.
In tutto il libro è sempre evidenziata l’importanza del corpo, come luogo dell’accadere, luogo della percezione. Mi sbaglio?
È così, senza il corpo non avremmo storia. Senza le percezioni, le sensazioni, la memoria della nostra carne, lo spirito non avrebbe identità. Solo risuonando nel nostro “vaso” corporale, lo spirito diventa musica, e con un timbro unico.
Nahý Nude
di Dalibor Bednář

Testo unico ——————–
Meister Eckhart, “Il Nulla Divino”
di Tamara Vitan

Chi era Meister Eckhart, colui al quale il nome Magister è rimasto incollato come appellativo? Un predicatore domenicano senza eguali, un teologo di primo ordine e un filosofo del più alto livello.
Contemporaneo di Dante, è stato un personaggio straordinario, fuori da ogni schema, la sua visione della fede e di cosa sia l’essere umano resta impeccabile attraverso i secoli.
Nei suoi scritti collega le radici della maggior parte delle tradizioni spirituali di oriente e di occidente di tutti i tempi, mettendo al centro l’intelletto, il fondo di noi stessi, l’origine, lo spirito dell’essere umano in rapporto con l’infinito, con Dio attraverso il distacco. Un paradosso, se pensato con la ragione, perché l’essere umano è finito e non può pensarsi in rapporto con l’infinito. Secondo Eckhart la nostra vera essenza è infinita ed è lì in realtà la vera dimora di Dio.
Il linguaggio di Eckhart arriva e si svela improvvisamente rompendo gli schemi mentali, fa apparire la Verità nuda, priva di inizio, fine, priva di nome, di forma, indicando un non luogo, una completa tenebra, un nulla che non è però mai nichilistico ma sempre luminoso e gioioso.
Addentrarsi nei sermoni, nei versi enunciati di Meister Eckhart significa entrare dentro sé stessi e fare tabula rasa. Significa far scomparire tutto quello che il nostro ragionamento ha indotto a credere fino ad oggi, tornare dunque alle origini di cosa siamo, di chi siamo e rimuovere tutto quello che è accidentale: carattere, desideri, egoismi, sentimenti, tutto quello che sentiamo che ci definisce come persona, le incrostazioni che la nostra psiche ha acquisito con il tempo. Lui dice spesso: “Ciò che è mio, ciò che è personale, è causa di ogni male” Amor sui, amor privati boni…radix est omnis mali et peccati.
Entrare dunque nei suoi testi significa svuotarsi, staccarsi, annullarsi – perché “questo Bene deserto” mai raggiunto da intelletto umano “è” ed “è qui”. Difficile fare un commento a questo tipo di scrittura. Dobbiamo immergere le parole all’interno di noi stessi oppure immergerci noi completamente nelle parole senza tentare di comprendere mentalmente (perché è impossibile, trattandosi di un paradosso) e entrare così dentro ad un tempo, che è un tempo presente, soprattutto per quanto riguarda il verbo essere che viene usato privo di qualsiasi movimento temporale, nella sua essenza. Esiste quindi un presente continuo “senza inizio, né fine”, senza nome, senza forma, senza luogo: “Chi conosce la sua dimora? / Venga di là / e ci dica qual è la sua forma?” Niente può mai misurarlo, declinarlo, indicarlo, non è contenuto in nessun luogo perché non ha limiti, non è dicibile, scrivibile, spiegabile perché non esiste parola che lo possa contenere, né lingua che lo possa dire. Per varcare questa soglia, la soglia di noi stessi in realtà, Eckhart chiede di allontanare “ogni qualcosa e ogni nulla”, chiede di diventare sordi, ciechi, di diventare come un bimbo che nulla sa e nulla fa. È richiesta la contemplazione, è richiesto di porci al di sopra di noi stessi, al di sopra delle immagini e “procedere senza strada sulla stretto sentiero.” Ci viene chiesto dunque di non sapere, di non pensare, di procedere togliendo via Tutto per trovare Il Nulla Divino, perché soltanto quando l’anima non si disperde nelle cose esteriori giunge a sé stessa.
O anima mia, / esci, che Dio entri, la richiesta di distacco, di fare vuoto è così forte che ci è chiesto di uscire completamente e interamente da noi stessi, e ancora di più: in uno dei suoi Sermoni, quello giudicato più terribile, il Sermone 52, Beati pauperes spiritu, lui dice “Prego Dio che mi liberi da Dio”. Il sermone tratta della povertà di spirito perché l’uomo povero e colui che niente vuole e niente desidera. Il distacco nella sua essenzialità è dunque realizzabile secondo Eckhart se sulla via della salvezza non poniamo nessun condizionamento, compreso il condizionamento del concetto che abbiamo di Dio, perché anche lo spirito che pensa Dio, pensandolo fallisce. Dobbiamo togliere il tutto per trovare il nulla, e trovando il Nulla incondizionato troviamo il Tutto. “Affonda tutto il mio qualcosa nel nulla divino, / affonda nel flutto senza fondo!” entrando così nella fonte della vita.
È dunque il silenzio del mistico, il perfetto silenzio, il vuoto completo, il distacco totale dove l’anima nostra né fa né sa – “In mezzo al silenzio mi fu proferita la Parola” (Libro della Sapienza) – l’unico modo per giungere alla Verità, al Bene, alla Parola, a Dio.
“Se fuggo da te, / tu vieni da me. / Se perdo me, / io trovo te“, sottolinea ancora, senza stancarsi e senza stancare che dobbiamo togliere il nostro io, che il nostro io deve morire per fare spazio a qualcosa di più alto – il peccato più grande secondo Eckhart è l’amore di sé stessi- lo dice più volte nei suoi scritti. Immergiamoci dunque “nella parte più pura che l’anima può offrire, nella parte più nobile, nel fondo, nell’essenza dell’anima, ovvero nella sua parte più nascosta. Là non è mai giunta né creatura né immagine e l’anima non conosce l’operare o il sapere, non sa niente di immagine alcuna, né di sé stessa, né di qualsivoglia creatura”, per trovare il Bene al di sopra dell’essere che detto da Meister Eckhart è semplicemente nell’infinito di noi stessi.

Il grano di senape
[…]
V
Questo Bene deserto
mai piede ha calcato;
intelletto creato
mai lo ha raggiunto.
È, ma nessuno sa cosa è.
È qui, è là,
è lontano, è vicino,
è profondo, è alto,
è dunque così
che non è né questo né quello.
VI
È luminoso e chiaro,
è completa tenebra,
è senza nome,
è sconosciuto,
senza inizio né fine,
se ne sta in pace,
nudo, senza veste.
Chi conosce la sua dimora?
Venga di là
e ci dica qual è la sua forma?
VII
Diventa come un bimbo,
diventa sordo, diventa cieco!
Tutto il tuo essere
deve annullarsi,
allontana ogni qualcosa e ogni nulla!
Lascia il luogo, lascia il tempo,
e anche le immagini!
Procedi senza strada
sullo stretto sentiero
e troverai la traccia del deserto.
VIII
O anima mia,
esci, che Dio entri.
Affonda tutto il mio qualcosa
nel nulla divino,
affonda nel flutto senza fondo!
Se fuggo da te,
tu vieni da me.
Se perdo me,
io trovo te,
o Bene al di sopra dell’essere!

Tamara Vitan è nata a Bucarest nel 1981 e vive a Castelfiorentino (FI).
Pur cambiando paese e lingua intorno ai vent’anni, la poesia le rimane accanto e dopo alcune pubblicazioni di poesie singole in occasioni diverse, a maggio 2022 pubblica la raccolta Accade la luce nella collana Fuori Stagione, edito da Firenze Libri.
Frequenta la Scuola di Poesia fondata da Massimiliano Bardotti, mentore e guida per la ricerca spirituale e poetica.
Nel 2025 ha pubblicato la raccolta poetica La salvezza compie passi piccoli edito da peQuod.
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Voce d’autore ——————
Nella luce della lampada a infrarossi
Daniel Gahnertz, “La banda del museo”
di Giovanni Fierro

Incontrare la poesia di Daniel Gahnertz è riconoscere ogni volta che la sua scrittura è un laboratorio continuo, aperto al mondo e a se stesso. E questa nuova raccolta “La banda del museo” ne è ulteriore conferma.
“Battaglia navale nell’area giochi: / “Se non la smetti, sabato niente caramelle” / disse la mamma. / Era martedì / e naturalmente il bimbo non / smise”. Lo spaesamento e l’arte di non accontentarsi dell’ovvio sono i punti focali del fare poesia di Daniel Gahnertz; mai domo, quasi irrequieto nella sua ricerca d’autore, ogni suo verso è una novità che sorprende e cattura, anche quando svela la radice del suo scrivere: “la luce legava / l’acqua / con le ombre”.
L’inizio de “La banda del museo” è ricca della presenza della natura, (Cavoli d’acqua, camelie, candelia candel, mangrovie… ma anche tartarughe, pesci, pappagalli, lepri, anitre…), sono loro i protagonisti a cui dà attenzione, a cui riserva uno sguardo speciale, per registrare i “garriti di gabbiani / prigionieri della loro fame”, accorgersi che “i pesci veleggiavano / tra l’insalata mista / dei cavoli d’acqua” e vedere “nella luce della lampada a infrarossi / mucchi immobili di tartarughe”.
A cui aggiungere che ““I pappagalli sono stati trasferiti in una / voliera più spaziosa” / recitava il cartello / con ben tre punti esclamativi”.
È una panoramica che rivolta le priorità d’attenzione, che pone la presenza umana ai margini di una quotidianità che ha bisogno di cambiare prospettiva, che ridimensiona la sua importanza. E allo stesso tempo le dona la possibilità di osservare un qualcosa di altrettanto significativo, che succede e di cui è bene prendersene cura.
Poi, certo, la città non evapora, non scompare. Ritrova la sua centralità anche ne “La banda del museo”, ma come sempre Daniel Gahnertz è capace di ribaltare le evidenze, di domandarsi di cosa abbiamo davvero davanti agli occhi. Quasi a sottolineare che la realtà non basta, che c’è dell’altro da far arrivare in superficie: “Nina sapeva cosa era giusto per il suo ex. / Era così materna che lo allattava / con i sensi di colpa”.
E nella dimensione urbana, e nel suo diventare materia di esplorazione, pagina dopo pagina l’imprevedibile si mostra vero e proprio nervo dello scrivere, senza alcuna remora. “Cominciò a parlare di fiche. / Diceva che gli uomini volevano donne con fianchi stretti / e grandi tette. / Lo avevano dimostrato in un servizio scientifico della BBC. / Le donne erano più intelligenti / poiché non davano importanza all’aspetto fisico / disse il piccoletto ciccione“. La poesia è anche cronaca, o semplice annotazione del quotidiano, “Le tre bibliotecarie sulla veranda parlavano / della frescura del mare. / “I laghi non sono la stessa cosa” dicevano”.
Daniel Gahnertz con “La banda del museo” coglie attimi e momenti dove ogni cosa ha la possibilità di definirisi un’altra volta, forse nella sua versione definitiva. E la sua poesia sembra proprio essere un farmaco salvavita: “Il cielo riempie l’aria / così alto e limpido e frizzante / che sembra di respirare il gelato / con tutti i gusti dell’infanzia”.

Dal libro:
III
I pesci veleggiavano
tra l’insalata mista
dei cavoli d’acqua (Pistia Stratiotes).
Soltanto un lembo di petalo sfiorava
la superficie dell’acqua
da sotto.
*
VIII
L’anitra spense la modalità volo
e scivolò con i piedi palmati
sul ghiaccio
dentro la striscia d’acqua aperta.
Cambiava il tempo nel giardino primavera-inverno
e le cornacchie e le taccole
o solo le cornacchie
o solo le taccole
o tutt’e due
o l’una o l’altra
posavano sui rami degli alberi col prurito agli artigli.
Poi volarono tutte insieme
come macinare il pepe
con un ventilatore da sud-ovest.
*
I
Gli ubriaconi masticano aria
alla fermata del traghetto con le loro amiche
in mano.
Cercano di leggere la fine pioggia primaverile.
Il traghetto parte
verso l’estate.
*
XI
Non so perché
sono quasi sempre triste in qualche modo
ogni volta che vado a un museo.
Forse è perché
sono quasi sempre triste in qualche modo.
*
II
Il ponte Älvsborgsbron è fatto come un ponte sospeso
altezza della campata 417 metri
lunghezza totale 933 metri
altezza 45 metri.
LP voleva buttarsi da lì
accanto all’acqua
sul cemento.
Era sul parapetto quando arrivò la polizia
e lo avvolse
di coperte e di luce azzurra.
Forse morì un poco
perché era così vicino
ad arrendersi.
*
VI
Disoccupato in mutande
stavo svitando il coperchio della caffettiera
quando guardai fuori
una mattina che mi sorprese
a grattarmi una chiappa col dito.
Dall’altra parte della strada
l’erba era ormai verde
sul tetto del cinema
dove due lepri, forse le stesse dell’anno prima,
correvano disegnando degli otto per scacciare la noia.
Lo fanno sempre.
È un istinto.

Intervista a Daniel Gahnertz:
Incontrare la tua poesia è riconoscere che per te la scrittura è un laboratorio continuo. In che modo lo riesci a rendere sempre interessante per le tue necessità di poeta?
Io cambio; cambiano i luoghi
che ho visitato.
Come potrebbe il mondo non cambiare?
La prima sezione è piena di natura (Cavoli d’acqua, camelie, candelia candel, mangrovie…); in che modo entra nella tua poesia?
Amo le piante e le loro classificazioni. Esiste una curiosa discrepanza
tra le piante, fresche e nuove,
e un linguaggio di classificazione spesso antico e lievemente comico. Trovo che tra i due elementi si crei una tensione.
E poi c’è la parte del tuo scrivere dove protagonisti sono degli animali (Tartarughe, pesci, pappagalli, lepri, anitre…). Ecco, la loro presenza che significato ha? Quale la loro importanza?
Amo anche gli animali.
A volte per una questione di classificazione
ma soprattutto perché sono semplicemente più vivi degli oggetti inanimati.
E poiché sono ancora vivo, e mi sento vivo, avverto una certa affinità con loro.
Leggere queste tue poesie, significa anche domandarsi di cosa abbiamo davvero davanti agli occhi. Respirare le poesie de “La banda del museo” è come dire che la realtà non basta, che c’è dell’altro da far arrivare in superficie. È così?
La realtà è sufficiente
ma dobbiamo prestare
maggiore attenzione ai cambiamenti.
Importante è anche quando il tuo scrivere incontra la leggerezza. È uno strumento per sopravvivere?
Cercare di guardare alla vita
con un senso di leggerezza
è una forma mentis.
La leggerezza e l’umorismo agiscono come candeggina sulla malinconia
e altri pensieri cupi.
In che modo è presente, in queste tue poesie, il tuo scrivere haiku?
Sono soprattutto le sorprendenti svolte
che si trovano negli haiku.
L’attimo conferisce alla realtà una piega inedita
trasformandola proprio nel momento
in cui la viviamo.
Cosa aggiunge questa tua raccolta ai tuoi libri precedenti?
“La banda del museo” è una raccolta
di poesie risalenti
a venti o venticinque anni fa, pubblicate in diverse riviste.
Volevo riunirle per vedere
se vi fossero motivi o temi ricorrenti. Sono testi piuttosto eterogenei, eppure sento che in ognuno di essi c’è una parte di me.
Sono al contempo me stesso
e non me stesso.
Sono qualche manciata d’acqua attinta da un fiume che non esiste più nella stessa forma.
Non manca il battito cardiaco della città, con le sue dinamiche e presenze. Che palcoscenico è per la tua poesia?
C’è quella misteriosa qualità
del panta rei che spesso emerge
dal nulla.
La città è un fiume in costante divenire.
A volte il cambiamento è inquietantemente tangibile
altre volte appena percettibili.

Daniel Gahnertz è un giornalista freelance, fotografo, poeta e haijin svedese. Per oltre vent’anni ha lavorato nel mondo del giornalismo e della fotografia, occupandosi di reportage culturali, sociali e di attualità,
Scrive per le riviste svedesi Göteborgs-Posten e Arbetaren.
(Daniel Gahnertz “La banda del museo” traduzioni a cura di Stefania Renzetti, pp. 104, 10 euro, La Ruota edizioni 2025)
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Tempo presente —————–
Lloro Piango
Para La Primavera de Sandro Botticelli Per La Primavera di Sandro Botticelli
di Xánath Caraza

Lloro, lloro, lloro
Lloro cada vez que te veo
Lloro de alegría
Llanto que me inunda
Que brota de mi centro
Cascada de vida
Que todo lo invade
Llanto en el que me ahogo yo misma
Lloro, lloro, lloro
En el silencio de la sala lloro
Sollozos que siembran vida
Lloro, lloro, lloro
Y vuelvo a llorar
Lloro y no me pregunto nada
No me cuestiono nada
No me preocupo por los transeúntes
Sólo lloro
Arquero de vida sobre ti
Listo para lanzar una flecha
Lloro
Lloro por tu belleza
Me sobrepasa
El gemido de mi alma
Se enreda en todas partes
Como hiedra que brota de la boca
Lloro, lloro porque Mercurio de rojo me mira
Porque tu esplendor me sobrecoge
Porque estás en el centro de la pintura
Y en el silencio más cerrado de este espacio
O lo que yo pienso como silencio
Derramo más lágrimas
Lloro, lloro, lloro
Lloro cuando te veo
Cuando te veo lloro
Lloro, lloro, lloro
Sólo lloro
Mientras un céfiro con su aliento
Esparce mis lágrimas
(Florencia, Italia el 4 de junio de 2013)
Piango, piango, piango
Piango ogni volta che ti vedo
Piango di felicità
Pianto che mi inonda
Che sboccia dentro di me
Cascata di vita
Che invade tutto
Pianto in cui annego anch’io
Piango, piango, piango
Nel silenzio della sala piango
Singhiozzi che seminano vita
Piango, piango, piango
E piango di nuovo
Piango e non mi chiedo nulla
Non metto in dubbio nulla
Non mi preoccupo dei passanti
Solamente piango
Arciere di vita su di te
Pronto per scoccare la freccia
Piango
Piango per la tua bellezza
Mi sovrasta
Il gemito dell’anima
Si impiglia dappertutto
Come edera che sboccia dalla bocca
Piango, piango perché Mercurio mi guarda di traverso
Perché il tuo splendore mi abbaglia
Perché ti trovi al centro del quadro
E nel silenzio più chiuso di questo spazio
O quello che penso sia silenzio
Verso altre lacrime
Piango, piango, piango
Piango quando ti vedo
Quando ti vedo piango
Piango, piango, piango
Piango solamente,
Mentre uno zefiro con il suo soffio
Disperde le mie lacrime
(Firenze, Italia 4 giugno 2013)

Xánath Caraza è una viaggiatrice, educatrice, poetessa, narratrice e traduttrice. È autrice di venti raccolte di poesie e due raccolte di racconti. Le sue opere sono state tradotte in inglese, italiano, rumeno e greco, e in parte in nahuatl, hindi, portoghese, turco e francese.
La sua raccolta di poesie Le sillabe del vento è stata pubblicata in un’edizione bilingue spagnolo-italiano nel 2017, in Italia, da Gilgamesh Edizioni. Vive principalmente in Messico.
La Primavera è un dipinto a tempera grassa su tavola di Sandro Botticelli, databile al 1482 circa. Realizzata per la villa medicea di Castello, l’opera d’arte è conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze. Si tratta del capolavoro dell’artista, nonché di una delle opere più famose del Rinascimento italiano.
Nahý Nude
di Dalibor Bednář

Ti racconto ——————
Nonostante il buio
Roberto Maestri, “Blu temporale – Trilogia di Trieste”
di Anna Piccioni

Ciò che distingue il genere fantastico dalla fantascienza è che il primo narra storie irreali, impossibili, il secondo invece racconta fatti incredibili, ma che potrebbero succedere in un futuro prossimo: pensiamo ai romanzi di Julius Verne.
Roberto Maestri, appassionato lettore e scrittore di fantascienza, in questo agile ma intenso “Blu temporale“, ci porta in un mondo irreale, ma forse solo fino ad un certo punto.
Il sottotitolo “Trilogia di Trieste” indica il luogo in cui si sviluppano le tre storie. Le Storia di questo territorio sono una fonte ispiratrice per le prime due, nella terza invece la città è immaginata nel futuro in una situazione prevedibile.
Ma andiamo con ordine, cercando di dare spunti che incuriosiscano il lettore anche se non amante del genere fantascientifico.
Il primo racconto, il più lungo dei tre, dal titolo “Temporanea mente”, storicamente è situato durante la prima Guerra Mondiale ed ha come protagonista Ireneo, un “esploratore” del passato. Attraverso il generatore sincro-temporale Ireneo si fa “sparare” tra i soldati italiani nel mezzo della Grande Guerra presso il Monte Hermada, sul Carso, dove le truppe Austriache stanno strenuamente difendendo l’ultimo baluardo a difesa di Trieste.
La documentazione storica su cui si basa Roberto Maestri gli permette di far rivivere al suo protagonista le ansie, le paure, le contraddizioni causate da quella guerra. Ireneo è uno di loro, uno dei tanti mandati al macello, in una guerra logorante nello spirito e nel corpo, vivendo in trincee in condizioni disumane, con il dover sparare per sopravvivere; perché l’altro è il nemico. L’intreccio che si snoda nel racconto affascina e fa riflettere.
Per il secondo racconto, l’autore, che sappiamo dalla biografia si è trasferito a Trieste da soli cinque anni, ha fatto una profonda ricerca per ritrovare la Trieste dell’altro secolo. Definirei questo racconto di genere “onirico”, in quanto si tratta di un sogno o meglio di una condizione spazio-temporale fantastica; è intitolato “Un tuffo fuori stagione”.
Antonio una notte d’inverno, dopo una serata “a far baldoria” ubriaco, in equilibrio precario cammina sul Molo Audace e cade in acqua. Si sente trascinare al fondo causa il pesante giubbotto, ma poi riesce a risalire in superficie e trovare le scalette vicino alle statue delle sartine, di fronte a Piazza Unità; ma le statue non ci sono, la piazza è occupata da un bel giardino e… Un sogno che molti Triestini vorrebbero realizzare.
Il terzo racconto “Occhi in giardino” ha come protagonista Diana, una ragazza addetta alla funivia che dalla Stazione Marittima trasborda i passeggeri dalle navi attraccate sulla terra ferma. Maestri immagina una Trieste sommersa a causa dell’innalzamento del livello del mare, una situazione fantascientifica, ma prevedibile. Mezza città sommersa e un pericolo costante hanno indotto i suoi abitanti a una dannata attesa innaturale che mi corrode come un tarlo, che scava nella mia anima.

Dal libro:
da “Temporanea mente”:
I viaggi nel tempo avrebbero permesso ai ricercatori di registrare in loco gli episodi ce avevano determinato il corso degli eventi del periodo studiato. Una rivoluzione metodologica che avrebbe ridotto gli errori interpretativi, in nome di un’oggettività che avrebbe avvicinato la disciplina umanistica al rango di scienza esatta […] Ireneo si trovò a far fronte a una situazione imprevista, coinvolto in tutto e per tutto in una guerra che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto soltanto osservare da vicino.
da “Un tuffo fuori stagione”:
Scese di corsa la scalinata che portava in Piazza Goldoni e si trovò in un attimo nel traffico cittadino, con i tram che sferragliavano attraverso la galleria sottostante la Scala dei Giganti. I tram? E da quando? Antonio sapeva che una volta a Trieste i tram c’erano stati, ma sapeva anche che erano stati sostituiti da tempo da autobus di linea più veloci e pratici, anche se più inquinanti. Ma come è possibile?…
da “Occhi in giardino”:
La cosa che mi mette più ansia è l’attesa. Non tanto i rumori che sento oltre la porta, ma questa dannata ansia innaturale che mi corrode come un tarlo che scava nella mia anima.
Nonostante il buio riesco a percepire i loro movimenti dietro quella porta. Mi sembrano tutti quanti molto affaccendati, impazienti di entrare e agguantarmi. Ma non renderò loro la vita facile. A costo di spendere tutte le mie energie, dovranno sudare per avermi. Sono una tipa tosta, io. Gli farò vedere di che pasta sono fatta.

Intervista a Roberto Maestri:
Quando nasce la tua passione per la fantascienza?
La mia passione per la fantascienza o meglio, per la letteratura fantastica nasce in tenera età. Uno dei primi romanzi che ho letto e riletto durante la mia infanzia è stato “Un americano alla corte di Re Artù” (A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court) di Mark Twain, un romanzo fantastico del 1889, dove il protagonista, contemporaneo dell’autore, si ritrova catapultato nel medioevo dei cavalieri e delle dame, uno dei primi esempi di narrazione che ha a che fare con i viaggi nel tempo.
In seguito mi sono avvicinato progressivamente a questo tipo di letteratura e, pur rimanendo un lettore onnivoro, di tanto in tanto ho sentito il bisogno di affrontare letture che mi trasportassero in un universo differente da quello conosciuto, indagando quello che, riprendendo il titolo una serie di telefilm che mi affascinavano da bambino, si trovava “Ai confini della realtà”.
I tuoi racconti, soprattutto quelli più brevi narrano una situazione che potrebbe essere reale…
Penso che la fantascienza possa rappresentare un’occasione per descrivere il presente o quantomeno mettere in guardia sulla direzione che una società come la nostra sta intraprendendo.
Gli scenari futuribili o alieni possono essere presi a pretesto per descrivere o denunciare una realtà che si mostra inquietante. In “Blu temporale”, nel primo racconto ho voluto innanzitutto denunciare gli effetti di una guerra sui destini di persone umili che non sapevano neppure il motivo per cui si doveva andare a combattere e morire.
Nel secondo il tema della salute mentale diventa centrale in una città come Trieste che ha visto nascere una rivoluzione terapeutica, quella di Basaglia, che qualcuno oggi vorrebbe dimenticare o sminuire.
Nell’ultimo racconto ho voluto descrivere uno scenario in cui i cambiamenti climatici influiscono sulla quotidianità e sulla vita delle persone, costrette a vivere in un mondo trasformato dalle conseguenze di questi cambiamenti.
Considerato che sei anche poeta, come si concilia la Poesia con la fantascienza?
Sono due mondi all’apparenza molto differenti, ma se ci pensiamo, entrambi utilizzano la similitudine e la metafora come chiavi per descrivere il presente. Certo, il linguaggio e lo stile divergono nel modo più assoluto, ma credo che entrambi possano convivere nell’apparato creativo di un autore. Del resto, senza voler fare dei paragoni irriverenti, lo stesso Ariosto, nell’”Orlando furioso” mette in versi un viaggio sulla Luna.
Hai una preferenza tra i due generi?
È un po’ come quando si chiede a un bambino se vuole più bene alla mamma o al papà. Sono due modi differenti di espressione, ci sono temi e idee che per essere sviluppati necessitano di una certa forma come può essere quella della poesia, altri invece trovano il proprio sbocco naturale nella prosa, non necessariamente di genere fantastico.
La poesia è frutto di un’idea immediata dovuta all’ispirazione di un momento, un’emozione che può cogliere in qualunque istante della giornata, salvo poi essere ripresa e affinata nel lavoro successivo di sistemazione e rifinitura; la prosa invece, di qualunque genere essa sia, richiede una certa programmazione che si sviluppa da un’idea di base, ma che poi prende corpo attraverso un processo creativo più articolato.
Fanno entrambi parte del mio essere autore, come lo è del resto la fotografia, altro mezzo espressivo per me importante.
Se esistesse la macchina del tempo preferiresti andare nel passato o nel futuro? E perché?
Posto che trovo il futuro davanti a noi sempre più inquietante, credo che utilizzerei la macchina del tempo per andare nel passato, anche se sceglierei un periodo non troppo distante dal nostro presente: mi limiterei raggiungere i miei antenati più prossimi, gli otto bisnonni che non ho mai conosciuto, per chiedere loro molte cose delle loro vite e delle scelte che hanno determinato, coscientemente o meno, quella che poi è diventata la mia vita.

Roberto Maestri vive e lavora a Trieste. È autore, curatore editoriale e animatore culturale, fondatore del blog L’anello di Clarisse e curatore della collana Violet Gibson per White Cocal Press.
Da anni si occupa di letterature dell’immaginario, con particolare attenzione alle narrazioni liminari e ai paesaggi del Nord-Est.
Gestisce un blog di recensioni letterarie e la relativa pagina Facebook a esso collegata L’anello di Clarisse.
https://lanellodiclarisse.blogspot.com/
(Roberto Maestri “Blu temporale – Trilogia di Trieste” Le lettere Scarlatte edizioni
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Ritratti e paesaggi
di Dalibor Bednář
Dalibor Bednář — ammiratore delle belle donne, del buon vino e del caffè italiano — è nato nel 1960 a Opava. Ha tuttavia trascorso l’intera vita nella vicina Ostrava, città della Repubblica Ceca nord-orientale situata a ridosso dei confini con Polonia e Slovacchia. All’età di quindici anni, in seguito all’improvvisa scomparsa del padre — appassionato fotografo e cineasta amatoriale — ha ereditato una notevole attrezzatura fotografica. Sebbene inizialmente incerto sul suo utilizzo, ha iniziato a sperimentare con tale strumentazione verso i diciotto anni. Da allora, è stato un appassionato fotografo amatoriale e, in seguito, un animatore della comunità fotografica della regione di Ostrava. Ancora oggi scatta utilizzando la tradizionale pellicola analogica — prevalentemente in bianco e nero — e sviluppa manualmente le immagini in camera oscura. Ha pubblicato due libri e una serie di calendari, oltre ad aver tenuto oltre cento mostre personali nella Repubblica Ceca, in Polonia, in Austria e in Italia. Le fotografie di Bednář sono conservate in numerose collezioni private e presso la Galleria di Belle Arti di Ostrava.
La sua opera spazia tra la fotografia documentaria tradizionale, il ritratto e il paesaggio. Nell’intero corpus di lavori qui presentato, le composizioni dell’artista colpiscono per la loro raffinata sensibilità estetica. Il trattamento della luce e la scelta di oggetti trovati affondano le radici principalmente nella tradizione fotografica. Alcune immagini possono essere ricondotte al minimalismo, nel tentativo di trarre il massimo valore possibile dai soggetti più semplici. L’artista porta sempre con sé il proprio motivo centrale, che funge evidentemente da filo conduttore tra tutte le sue serie fotografiche, siano esse nate nelle foreste di Ostrava, sulla costa o dall’osservazione dei riflessi di luce sulle pareti del suo appartamento.
Di contro, nella rappresentazione del corpo femminile, Dalibor Bednář pone l’accento soprattutto sul fascino estetico dell’immagine; sembra ricercare un ideale di bellezza attraverso il proprio lavoro, dando vita a ritratti femminili delicati e lirici, che si avvalgono solo di minimi accenni visivi, sottotesti o simboli. Ogni scatto rivela il tentativo dell’artista di creare un’immagine armoniosa, priva di dettagli che possano distogliere l’attenzione; i corpi dei modelli si intrecciano talvolta con gli oggetti di scena o si integrano organicamente nell’ambientazione, e vengono spesso ritratti in primo piano per esaltare la bellezza delle singole linee.
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rivista Fare Voci
curata da Giovanni Fierro
collaboratori:
Roberto Lamantea, Anna Piccioni, Antonello Bifulco, Luigi Auriemma
Andrea Olivieri, Laura Mautone, Livio Caruso

