Fare Voci giugno 2026

Ci ritroviamo con questo numero di “Fare Voci”, per condividere una nuova serie di proposte che mi auguro possano arricchire il vivere di ogni giorno.

A partire da una delle voci più autorevole della poesia italiana, Tiziano Broggiato. Con il suo “Il soffiatore di vetro” costruisce uno sguardo sulla sua intera produzione d’autore, momento importante per preparare anche il suo nuovo scrivere.

Nel ti racconto diamo spazio al romanzo postumo di Anna Toscano, “Brava Giulia”, di cui ce ne parla anche il marito Gianni Montieri. E incontriamo Diana Bošnjak Monai, per affrontare il tema confini/frontiera con i suoi romanzi “Che caos in via Babilonia”, “Senza lasciapassare” e “Da Sarajevo con amore”.
La narrativa è anche nello scrivere di Jean Stafford, di cui è bene recuperare il romanzo “Il puma”.

Ancora una attenzione particolare sulla poesia, con Sandro Pecchiari e il suo libro in dialetto triestino “Co se iera muli”, con Tamara Vitan e il suo scrivere attento e partecipe de “La salvezza compie passi piccoli”.
Per la rubrica ad invito Testo unico, Ramona Paraiala ci accompagna in una poesia di Hugo Mujica, tratta dalla sua raccolta “E tutto nomina”. Roberto Marino Masini ci introduce alla nuova pubblicazione di Fiorella Frandolic, “Quando se ne andò l’infanzia”. A cui aggiungere i sette testi inediti di Luisella Pacco.

Le immagini fanno parte del progetto “Le separazioni dal cielo. Cupole e soffitti in edifici di culto”, fotografie di viaggio di Franco Spanò.

Buona lettura

Giovanni Fierro

(la nostra mail è farevoci@gmail.com)



Immagini ————————–

Real Chiesa di San Lorenzo – Torino

Le separazioni dal cielo

di Franco Spanò





Voce d’autore ———————–

Nell’alfabeto scoperto delle segnalazioni

Tiziano Broggiato, “Il soffiatore di vetro”

di Giovanni Fierro


Otto raccolte di poesia, a disegnare una mappa a cui appartenere, in cui continuare a muoversi, per trovare nuove direzioni e una sempre più importante firma d’autore.
È questo quello che testimonia “Il soffiatore di vetro”, la autoantologia che Tiziano Broggiato ha dato alle stampe, per testimoniare il percorso fatto fin qui, e che si muove anche nel tempo che arriva, grazie ad una selezione di testi inediti.
Otto momenti che sono la verità del suo scrivere, evidente già dal titolo di questa raccolta, ovvero quel “Il soffiatore di vetro” che è già l’essenza del suo ‘fare poesia’, quel gesto dove ci vuole cautela e mestiere, quel qualcosa che di certo è innato ma a cui si deve abbinare anche una certa perseveranza, una determinazione che si costruisce nella durata.
A partire dalla prima raccolta “Piani alti” (1983), dove la spinta a cercare è evidente, e dove il concetto di altezza già prende forma, già si rivela come luogo/distanza da cui osservare il mondo, da cui preparare il focus di ogni parola, a cui affidare il proprio scrivere, sapendo bene che tutto è fragile e che può tendere allo spezzarsi, “E senti il vago gelo, le dissonanze/ che transitano nelle aule seppellendo/ il fuoco vitreo dell’ascesa quando percepisci/ la fuga dell’attimo, che non è presente,/ tra passato e futuro”.
Questo mettere a fuoco richiede a Tiziano Broggiato il tempo necessario, e si arriva al 1998, con “Il copiatore di foglie”, per evidenziare il come la vita continua nella poesia, e la poesia è nutrimento del vivere di ogni giorno. Si assiste così ad uno scambio perpetuo, la gemmazione poetica ha bisogno di segni più decisi, forse più astratti, per concepire ed indicare che “ci hanno spinti fuori dal riparo/ in un luogo dove le pietre diventano aguzze/ anche al più lieve cambio di vento”.
Perché poi a tutto questo si è aggiunto la necessità di trovare il corpo, i corpi, e anche i nomi, per meglio chiamare a vita il mondo, e in “Parca lux” (2001) questo è evidente, quando la condizione unica è quel “Purché in te viva il desiderio/ di rimanere con me/ dalla parte del giorno”, a cui chiedere di essere presenza, dialogo e confronto.
Tiziano Broggiato con “Il soffiatore di vetro” ci consegna un autore definito e capace di una identità unica e originale, vicina ad ogni domanda più necessaria, ad ogni ambizione di assoluto che ci rende umani e in transito, e che in un luogo come “Anticipo della notte” (2006) può trovare una certezza, seppure per nulla consolatoria, “Eppure lo so che la destinazione è fissata/ così come la misura dell’ultraterrena indulgenza:/ davvero noi viviamo/ per dire sempre addio”.
Di seguito, in tutta questa ricerca di significato, di possibilità di fuggire all’incomprensione, la radice dei testi di “Città alla fine del mondo” (2013) trova terreno fertile nella definizione di una semplice serenità, di un equilibrio possibile a cui fare affidamento, a cui si arriva però solo con una marcata decisione, “Io invece desidero lo strappo deciso, il gesto/ rapido della cometa che fa mancare/ il fiato”.
Preparazione alla pioggia” (2015) è un tessuto lavorato a mano, fine e delicato, ma da esporre al sole senza paura di smarrirne il colore, perché ha la forza di creare un presente con ogni presente possibile, passato e futuro, intreccio dove “C’è appena il tempo per convincersi che nessuna/ consolazione è abbastanza grande/ da soddisfare tutti”.
E le direzioni continuano ovviamente ad essere una motivazione che non ha paura, che continua ad essere movimento nella ricerca della propria voce, in un “Novilunio” (2018) dove “C’è una sorta di statica eclisse,/ di luce contratta sulle foglie degli alberi/ e sugli archi dell’ingresso”, un passaggio obbligatorio, che non si può ignorare.
Al momento, tutto questo ricco e vario percorso ha trovato compimento nella raccolta “Sorvoli” (2023), libro premiato e riconosciuto, capace di portare nella sua spina dorsale ogni momento editoriale precedente, nel sapere anche rilanciare al meglio l’arte di Tiziano Broggiato, che come scrittura nel tempo è una incisione che trova ulteriore preziosità nel suo farsi testimonianza di questo nostro ultimo presente: “L’uomo confuso ha imparato/ la lezione peggiore: la felicità/ è un disincanto, un pedale irritante/ in si bemolle il cui rintocco/ punteggia ogni movimento”.
“Il soffiatore di vetro” si chiude con una sezione di inediti, “Alba a Le Havre”, datati 2024-25, in cui l’autore rinnova la fiducia al suo sguardo, nel continuare la sfida più grande: che ogni parola, ogni volta che il poeta la incontra, si riveli sempre nuova.


Dal libro:

Cercami amica nella forza
del novembre felice se vuoi

nello spazio simile del telefono
e dei magazzini.

Là dove un’epidemia non nacque
per il furore incompiuto di un solo
dannato è rimasto il tuo
gesto a disertare come nell’agenda
truccata il mio punto quarto.

Ma adesso che anch’io cerco
nell’alfabeto scoperto delle segnalazioni
un nome congiunto la mia
luna piena sciogli tu la promessa
e concedimi il segno che prolunga
la memoria.

Tra i vasi
nella sola acqua giunta.

(“Il copiatore di foglie” 1998)


*

Parola mancante

Si rigenera nel silenzio,
nella metamorfosi delle sue regole,
l’appuntamento.

Perché perseguita, la parola, mancante,
irrita la capacità di circoscriverla.
Diventa un pensiero fisso, di pena
e sgomento, non riuscire a carpirla.

Lei è lì, prona nel suo nascondiglio
e si fa beffe dell’appostamento.
A volte sembra di intuirne il muso,
di poterla sorprendere attirandola
all’aperto, ma al momento buono
non se ne riconosce più il fiato.

Andrà avanti così, come di consueto,
finché non sarà lei a decidere di
mostrarsi, preziosa e compiuta, pronta
per l’innesto.

(“Città alla fine del mondo” 2013)


*

La luce sostò a lungo
davanti alla mia porta.
Io, all’interno, le davo le spalle
ma ne avvertivo distintamente
la presenza.
Mi girai quando percepii
di non essere più solo: lei stava entrando
insinuandosi dalla bassa feritoria.
Po, aggrappandosi, alla parete,
si issò lentamente in piedi.
Me la trovai così di fronte: alta,
lattiginosa. Irridente.

(“Novilunio” 2018)


*

Stelle inquiete e dalle palpebre stanche
guardano giù, alla temibile primavera
che finge di ascoltare una remota radio
dalla lingua inaccessibile.
Il fiume si aggira stizzito
tra le aride pietre dove non suonano più
le sue acque.
Sulla riva, gli stridi brevi degli uccelli
si rincorrono: l’albero morto non dà riparo.

Noi, nessuno ci aspetta.

La notte, provata, si accomiata liberandosi
dalle particelle scure lungo le bisbiglianti scale
che conducono a casa.
Torna il silenzio degli amanti primitivi
dove anche le vocali girano a vuoto.

(“Sorvoli” 2023)


*

I ricordi

Troppo lungo il tuo viaggio
perché i ricordi possano raccogliere
tutte le loro cose e seguirti fino alla fine.

Alcuni hanno vestiti leggeri
che sostituiscono a fine stagione,
oppure, se consunti, li eliminano per sempre.

Altri sono ancora indecisi sul da farsi:
eccoli là, seduti su una panchina in giardino
con le braccia incrociate e lo sguardo
perso lungo il vialetto della nuova casa.

(“Alba a Le Havre” inediti 2024-2025)


Intervista a Tiziano Broggiato:

“Il soffiatore di vetro” ha già nel titolo già la sua essenza, nell’intendere il ‘fare poesia’: ci vuole cautela e mestiere, è un qualcosa di innato ma a cui si deve abbinare anche una certa perseveranza… Ti ci ritrovi in questo?
Certamente sì, pur se è difficile definire quale sia l’obiettivo di un poeta. La poesia consiste spesso proprio negli scarti improvvisi, negli allontanamenti dal fine verso cui il discorso sembrava tendere. Eppure è evidente il lavoro che il poeta compie con le parole, con le immagini, con le metafore per raggiungere un obiettivo, per esprimere in poesia nel modo più compiuto qualcosa che l’argomentazione o la descrizione priverebbero in larga misura del senso.
Lo sguardo si sofferma sui momenti liminari, quelli in cui mondo esteriore e mondo interiore si incontrano. Sempre alla ricerca di un’intuizione nei momenti di silenzio in cui una riflessione può formarsi, preziosa e inaspettata.

Nel tuo percorso di scrittura il viaggio e l’incontro sono temi fondamentali. In che modo hanno arricchito la tua poesia?
Mi piace scrivere di luoghi, di città, di incontri. Che non ho necessariamente verificato di persona. Come ad esempio la poesia Patagonia, scritta dopo aver letto e riletto il bellissimo “Patagonia express” di Luis Sepulveda.
Quasi ogni città che visito, e in questo il poeta è un privilegiato considerando che diverse volte viene invitato a festival, letture, premi in luoghi che altrimenti non sarebbero probabilmente mai stati mete di suoi viaggi, mi consegna ricordi indelebili. Alcuni si rifanno vivi anche dopo molto tempo, con particolari che ho vissuto più intensamente e che ritornano per ispirarmi dei versi.

Il concetto di altezza è un tema importante da te esplorato. È di certo il dove da cui guardare il mondo, per avere la giusta distanza d’osservazione, ma è anche il luogo da dove il pericolo della caduta è più grande. È fra questi due ‘opposti’ che la vocazione alla poesia trova il suo compimento?
La poesia è chiamata al compito di raccontare lealmente i temi dell’amore, del tempo e del suo scorrere impietoso, delle cadute, delle speranze e delle illusioni. Di quando la vita è tenera e si prospetta come avventura, a quando entra nelle spire del destino.
In verità essere poeta è essere un eletto, uno capace di far rilevare, dall’alto del suo stato, fra terra e cielo, anche luci sopite per tenere desta la memoria. Di far rinvenire dalle sue pieghe imperscrutabili, anche la visione più cruda della realtà.

Hai pubblicato otto volumi di poesia. Quale il tratto comune tra di loro?
La vocazione, senz’altro. Quella fede o sorta di religiosità, di sacralità che accomuna per esempio un poeta a un monaco. Il pensiero di ognuno dei due è costantemente abitato da ciò che è lo scopo principe della loro vita. Perché anche quando si lavora, si viaggia, si legge, la tua fede è costantemente presente, lì, pronta a carpire situazioni, frasi, parole che possono propiziarne l’avvaloramento.
Al riguardo mi viene in suffragio Seamus Heaney il quale, nel discorso tenuto a Stoccolma nel 1995 per l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura, a un certo punto afferma: “Sono rimasto curvo per anni sulla mia scrivania come un monaco sul suo inginocchiatoio, diligente e contemplativo, riconoscendomi incapace di virtù eroiche o di forze straordinarie, ma vincolato dall’obbedienza dalla regola di attenermi a quello sforzo, a quella postura per soffiare sulle braci e ottenerne un minimo calore”. Sublime.

Hai costruito un percorso d’autore davvero importante. A quale punto del tuo cammino poetico pensi di essere arrivato?
Non è facile per un poeta, ma è tutto per lui trovare una misura. Quando ci riesce, allora dentro lo spazio di una forma rodata, di un tocco che diventa uno stile, ogni cosa del mondo può essere accolta”. Ecco, credo di essere arrivato al punto descritto da Daniele Piccini in questa recensione a “Novilunio”, il 4 novembre 2018 su La lettura del Corriere della Sera. Credo, spero, di essere giunto al momento definitivo, conclusivo, almeno nello stile di quel ripensare la poesia con cui ho convissuto per così tanto tempo della mia vita.
Si, oggi penso di non essere più assillato da quel senso di rinnovamento costante che ho avvertito per così lungo tempo. Poi, chissà, magari questa quiete è solamente temporanea. Chi può dirlo, in realtà?

Comunque, libro dopo libro e poesia dopo poesia, si ha la netta sensazione di come vita e poesia siano un reciproco nutrimento, una continua metamorfosi l’una nell’altra. Sono così inscindibili?
La biografia incide inevitabilmente nella scrittura. Ma certamente anche il contrario. La poesia per me, con gli affetti famigliari, è la cosa più importante della mia vita. Ma la poesia, al di là del momento iniziale, quando un frammento, una frase ti fa capire che da lì potrà nascerne una di nuova, è soprattutto sacrificio e sofferenza. Quella che ti accompagna ogni volta che trovi il tempo per dedicarti alla sua prosecuzione, al compimento di ciò che hai iniziato. E nemmeno al termine, quando ritiene che la poesia sia ultimata riesci a essere completamente felice, con gli inestinguibili dubbi che ti assalgono quando rileggi.
Ecco, questo stato condizione anche i rapporti con gli altri perché esiste questo sesto senso ultraterreno che chiede, e spesso ottiene, la quasi totale egemonia della tua attenzione.

Nel tempo, e libro dopo libro, com’è cambiato il tuo rapporto con la scrittura?
È cambiato nel metodo, nel tempo che le dedico, nella concezione che ha assunto nella mia vita. Più trascorrono gli anni e maggiormente avverto la necessità, l’impellenza della scrittura poetica.
A volte mi ritrovo a chiedermi, assurdamente, come si fa a vivere senza scrivere, senza dedicare ogni giorno parte delle tue ore alla lettura e alla scrittura. Mi chiedo quando gli altri provano la stessa gioia che provo io quando mi accingo a immergermi in un libro atteso, oppure quando la poesia mi accompagna con un nuovo indizio, una frase carpita all’ascolto, alla scrittura.

Ogni libro è inevitabilmente parte della tua vita, ma quale è il libro a cui sei più affezionato? Più legato? E perché?
Oggi direi “Il soffiatore di vetro” perché è l’ultimo e raccoglie poesie scelte da tutte le mie otto raccolte. Come una sorta di padre che a un certo punto convoca i figli nella sua casa. In verità è stato anche un libro un po’ doloroso perché con l’editore avevamo concordato un certo numero di pagine e di conseguenza la selezione è stata severa, circostanziata.
Ma rileggendolo mi sono anche un po’ rassicurato: penso di avere effettivamente scelto le poesie e i poemetti che maggiormente hanno inciso nei titoli in cui sono apparsi.

L’autore:
Tiziano Broggiato è nato a Vicenza, dove tuttora risiede. Ha pubblicato diversi libri di poesia, tra i quali: “Parca lux” (Marsilio 2001), “Anticipo della notte” (Marietti1820 2006), “Dieci poesie” (in Almanacco dello Specchio 3, Mondadori 2007), “Città alla fine del mondo” (Jaca book 2013), “Preparazione alla pioggia” (Pequod 2015), “Novilunio” (Pordenonelegge 2018), “Sorvoli” (Pellegrini 2023).
Ha inoltre curato le antologie: “Canti dall’universo – Dodici poeti italiani degli anni ottanta” (Marcos y Marcos 1988), “Lune gemelle” (Palomar 1998), i libri di testimonianze “Le città dell’anima – I luoghi dei poeti” (Pellegrini 2017) e “I padri della parola” (Pellegrini 2022).
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali il premio Montale, il premio dell’Unione Lettori Italiani, il Sandro Penna, il Frascati e il Pascoli.

(Tiziano Broggiato “Il soffiatore di vetro” pp. 177, 16 euro, Marietti1820 2025)




Immagini ————————–

Tempio di Nataraja, Chidambaram – India

Le separazioni dal cielo

di Franco Spanò




Tempo presente ————————-

Come un ombrello quando ha smesso di piovere

Sette testi inediti

di Luisella Pacco


Boa

Ci vorrebbe il corpo.
Ci vorrebbe sempre il corpo
l’esperienza del corpo
per guadagnarsi diritto di parola sulle cose del mondo.
Sul mare, per esempio.

Mi servirebbe aver conosciuto il brivido sulla pelle dopo il tuffo;
aver provato il movimento delle braccia, la frenesia dei piedi;
aver sfidato un amico alla distanza verso l’orizzonte di boe
e in tutta la vita raggiungerne almeno
una.

Ma io non so nuotare, e tante altre cose non so.
Non ho imparato nemmeno il segreto del respiro
che è sufficiente (mi dicono) per abbandonarsi sul dorso
e prodigiosamente galleggiare.
Anche per fare il morto, occorre essere vivi.


*

Come un ombrello quando ha smesso di piovere

Qualcuno avrebbe dovuto dirmelo
di non ostinarmi nel dolore, insegnarmelo:
undicesimo comandamento.

Ma nessuno parlò. E soltanto ora imparo
da me sola
a riconoscere l’inganno

e vedo (e butto via) questa inutile malinconia,
che goffamente mi ingombrava le mani
come un ombrello quando ha smesso di piovere.


*

Papaveri

Non ho mai visto papaveri in vendita
dal fioraio, recisi.
I papaveri esistono soltanto vivi.

Esili sullo stelo, è la fragilità
che li salva
dai turpi commerci.

Mi appaiono
sul margine dell’asfalto, o sul prato fitti fitti
a centinaia, o uno solo

svettante sulla pietraia.
Somigliano, per la natura di sorpresa,
alla felicità.

Sapevo di meritarla
e che sarebbe arrivata
ma non sapevo quando.

Poi ho svoltato un sentiero
ed era là:
in mezzo al campo.


*

Come riconoscere gli alberi

Osserva se le foglie
siano larghe e lisce, lobate o palmate,
o siano aghi o squame.
Osserva se la corteccia
abbia scaglie dure e frastagliate
o sia levigata e dolce.
Osserva se i rami
si alzino dritti all’alto, acuminati, o si aprano a calice
per bere il cielo.
Osserva il frutto: tenero e polposo di mela, legnoso e duro di noce,
a baccello con l’intimo seme, oppure alato, come di carta
non ancora scritta.

Osserva, mi dici,
non puoi godere dell’ombra senza mai saperne oltre,
non puoi dire che bello correndo già via
ché nemmeno i bambini.
Come riconoscere gli alberi, mi insegni,
e che la bellezza esige sguardo,
pazienza.

Le tamerici (salmastre ed arse) finalmente mi esistono vere
fuor d’antologia,
e mi esisti tu,
poiché ti riconosco e ti attribuisco un nome,
uno solo.


Confettura

Sbucciare con te
i frutti, i nostri giorni maturi.

Togliere l’osso
ed eventuali parti amare,

giudicarne la polpa, quella buona
da salvare.

Lasciarla sobbollire, mentre io ti chiamo,
e mentre tu mi guardi, mescolare piano.

Versare nei barattoli, chiudere bene.
La stagione passa e un’altra viene.

Avere pazienza,
ché le attese non sono vane.

Nelle mattine fredde, saremo noi sul burro,
saremo noi sul pane.


*

Da pari a pari

ti ho visto chinarti, perché?, poi ho capito,

volevi rigirare con un filo d’erba
il coleottero bloccato di dorso sul sentiero
o salvare una lumaca – incauta – sulla strada,
che ruote o piedi avrebbero schiacciata,

ti ho visto raccogliere un po’ d’acqua torbida
di stagno e farla cadere a gocce, lieve onda,
a sospingere un girino che era smarrito
lontano dai compagni, sulla sponda.

ti ho visto, e guardandoti

la vita mi si è fatta più dolce e, nel miglior senso,
marginale:
la tenerezza – ora so – può spandersi
su ogni creatura a noi uguale

e non dall’alto, elargita
a farci dio
bensì chinati a terra, con i piccoli
da pari a pari.

ché abbiamo, sì, questo martirio o dono
della parola dei pensieri

– sappiano dire domani
sappiamo dire ieri

ma questo non di un gradino ci innalza
nella scala dell’universo, e siamo niente
niente più del coleottero, della lumaca
o del girino che si era perso.

anzi: la differenza fatale, la frattura
non ci rende che più nudi, scorticati,
e non ci salva l’armatura
che ci siamo dati


*

Crièl

Pochi, ‘sai pochi, squasi più nisun
sa che scolapasta se disi
crièl.

E de quei pochi
de ieri ancora meno, ché ti
no te son più.
Sparida.

Trovo de tuto in giro:
vestiti papuze bigodini
bilieti de amor dei ani ’40 drento ai casetini,

– ma a ti no
che no te vedo, nè in camera nè in pergolo nè in cusina –
trovo in frigo la pignata de minestra
in scafa la scudela dela matina,

ma ti? …ti?
Mama,
sbrisar de là, cusì, che no me rendo conto

veloce
come aqua zo pei busi del crièl…
Ma forsi per ti xe stado meio,
forsi (chisà) adiritura bel.

Crièl
Pochi, assai pochi, quasi più nessuno/ sanno che scolapasta si dice/ crièl.// E di quei pochi/ da ieri ancora meno perché tu/ non ci sei più./ Sparita.// Trovo di tutto in giro:/ vestiti, pantofole, bigodini,/ biglietti d’amore degli anni ’40 dentro i cassettini// – ma te no/ che non ti vedo, né in camera né sul balcone né in cucina –/ trovo in frigo la pentola della minestra/ nel lavello la tazza del mattino,// ma tu? …tu?/ Mamma,/ scivolare di là così, che non me ne rendo conto// veloce, come acqua giù per i fori dello scolapasta…/ Ma forse per te è stato meglio,/ forse (chissà) addirittura/ bello.


L’autrice:
Luisella Pacco è nata a Trieste dove vive e lavora.
Scrive poesia e racconti brevi. Ha vinto numerosi premi letterari e partecipa a letture pubbliche e incontri poetici. Ha collaborato a lungo con due riviste triestine, Konrad e Il Ponte Rosso, scrivendo recensioni letterarie. Per tre anni ha condotto in diretta un programma radiofonico dedicato ai libri.
Appassionata fotografa, crede nel legame vicendevolmente stimolante tra immagine e parola. Ama accompagnare con i propri versi anche esposizioni fotografiche e artistiche altrui.
Il suo blog si chiama Nascondere qualcosa (dalle parole di Italo Calvino: “Scrivere è sempre nascondere qualcosa affinché venga poi scoperto“).



Immagini ————————–

Pagoda Bai Dinh, Ninh Binh – Vietnam

Le separazioni dal cielo

di Franco Spanò





Ti racconto ———————-

Sempre i suoi occhi sulle mie parole

Anna Toscano, “Brava Giulia”

di Roberto Lamantea


Due versi di “Cartografie”, l’ultimo libro di poesie di Anna Toscano, pubblicato da Samuele nella “gialla” di Pordenonelegge nel 2024, dicono: “Tu a non scrivermi, io a leggerti./ Tu a non tornare, io ad aspettarti”. Questo incrocio di specchi torna in “Brava Giulia”, il romanzo di Anna fresco di stampa da Nottetempo, dono postumo della poeta e studiosa veneziana mancata l’8 dicembre dell’anno scorso. È un romanzo a tre voci, figlia, madre, padre: la narrazione in terza persona della figlia, la lettera della madre, il vocale del padre; il racconto di un’assoluta incomunicabilità, di mitologie contrapposte, attese deluse, fughe e smarrimenti. Scritto in tre settimane nel giugno 2024 a Nervi, ambientato a Venezia durante il Covid – l’amata Venezia di tante sue poesie – in “Brava Giulia” i sentieri dei personaggi non s’incontrano mai, sono un labirinto di labirinti.
A Giulia mancano molto le parole, le parole nella sua lingua madre, le parole così assenti nella sua casa ma così tante nelle altre case; le case in cui la gente ride, gli oggetti cadono facendo rumore, lo stendino della biancheria sta per giorni nelle stanze, il bagno è pieno di calcare e in cucina ci sono i piatti nel lavello. Quelle case in cui i letti sono sfatti ed entra la luce dalle finestre”: la casa di Giulia è un appartamento di lusso in un palazzo veneziano con le trifore che danno su una corte, la madre è titolare di un atelier tra Venezia e Parigi, il padre è medico per tradizione, come il padre e il nonno, quasi un obbligo di famiglia, oculista che pare guardare, giudicare e catalogare qualsiasi evento con i parametri della scienza. Giulia cerca invece un “altro sguardo” e lo trova nella passione per l’arte germogliata grazie a un professore che invita a “guardare, usare gli occhi, non solo vedere“, sino al rapimento quando scopre, al Prado a Madrid, il “Retrato de niña con paloma” di Simon Vouet.
La ragazza vive senza un vocabolario amoroso, un lessico affettivo: “Non aveva nemmeno un codice dell’amore, una chiave per entrare in un mondo che non conosceva affatto: non aveva mai visto i suoi genitori baciarsi, nemmeno tenersi per mano, ma forse non li aveva mai neppure visti seduti uno accanto all’altra sullo stesso divano, e quanto alla camera da letto avevano stanze separate”; s’innamora di Nica, compagna nella squadra di pallavolo, vola a Londra per studiare storia dell’arte all’Università.
È la lettera-diario-confessione della madre a segnare la drammatica svolta del romanzo, è una donna ferita, si dice costretta a vivere il ruolo imposto dal marito: “Forse, mi dico ogni tanto quando passa rabbioso e mi guarda con la testa china, forse a forza di vedere occhi, intendo dentro l’occhio, com’è dentro, ha assorbito particelle di occhi di altre persone e vede le cose in modo caleidoscopico: me, te, ogni cosa, innumerevoli riproduzioni di noi, e poi tra tutte quella che desidera come reale, la verità che gli fa comodo”, qualunque altra cosa, “tutti gli eventi che non stanno entro i suoi parametri di accettabilità di comportamento” sono un’”anomalia”; ha – scrive Anna Toscano con una frase lancinante – “sempre i suoi occhi sulle mie parole”, frase che ricorda la sete di libertà che aveva Virginia Woolf e a cui la scrittrice inglese ha dedicato pagine indimenticabili dalle lettere (l’epistolario è stato pubblicato molti anni fa da Einaudi) ai romanzi a quel grido di libertà che è “Una stanza tutta per sé”.

Docente all’Università veneziana Ca’ Foscari, fotografa (è sua l’immagine in copertina) Anna Toscano ha dedicato alle voci femminili in letteratura pagine fondamentali, per questo libro la critica ha citato, oltre alla “sua” Goliarda Sapienza, Alba De Cespedes e la Natalia Ginzburg di Lessico famigliare.
Cercava di cavarmi le parole dalla bocca, afferrarle, trascinarmele via e metterle in un sacchettino per poi usarle contro di me”. “È stata l’unica persona nella mia vita”, si legge alcune pagine più avanti, “con cui io abbia dovuto lottare per seguire la mia volontà […] tuo padre”, prosegue la lettera della madre alla figlia, “non riusciva a vedere il mondo al di fuori di sé” al punto che, quando è nata la bambina, doveva essere solo lui ad accudirla.
La versione del padre, nel vocale che chiude il libro, è speculare, ma è uno specchio nero, a cominciare dalla notizia, secca, tremenda: “Tua madre non c’è più. […] Giulia mia, si è buttata di sotto”. Poi la rivelazione, non meno raggelante: “Lei assolutamente non ti voleva”. È stato lui a seguirla sin dalla nascita: lei “non era in grado di fare nulla” perché “tua madre era pazza […] Se non fosse stata pazza non si sarebbe buttata”.
Quella che poteva apparire un’ossessiva sorveglianza era la volontà di proteggerla: “Ho dovuto rieducarla in ogni cosa e proprio allora si è ammalata. Educarla, curarla, prevenire il peggio, anche controllarla, sì, perché andava controllata. E lei ha fatto questo. Ma non devo arrabbiarmi con lei, e nemmeno tu, non dobbiamo arrabbiarci con lei, è stata la sua malattia. Ho dedicato tutta la mia vita a tua madre, Giulia mia. Non so come sia riuscito a portare avanti il mio lavoro”; “Ma devo anche ricordare, e anche tu amore mio devi ricordare da ora in poi, che non stava bene e che la sua psiche deragliava”.
Un lessico famigliare di pensieri nascosti, di rabbia non espressa, specchi neri e muri. Tre versioni, le tre sezioni del libro, l’uno accanto all’altra come in altrettanti vetrini, ma parlare di poetica dell’incomunicabilità, alla Michelangelo Antonioni, sarebbe riduttivo, in queste pagine in realtà non c’è odio: una sfumatura di crudeltà sì, quando la madre rivela che il principale divertimento del marito è sparare ai piccioni, con armi vere, dalle finestre di casa, metafora di una rabbia da braci sotto la cenere.
È un libro bellissimo “Brava Giulia”: la penna di Anna Toscano è un bisturi ma la sua prosa rivela in controluce una pietà arresa, un amaro controcanto. Anche in queste pagine Anna è poeta: la precisione della scrittura apre voragini, dietro c’è la nostalgia che traluce dai versi di “Cartografie” e degli altri libri, la capacità che la poeta veneziana aveva di ascoltare i fiori che sbocciano dagli addii.


Intervista a Gianni Montieri:

Ci racconti come è nato il libro e come si è delineato il progetto editoriale?
Anna per due o tre anni mi ha accennato a questa storia, che aveva a che fare con una ragazza di nome Giulia e il suo rapporto con le opere d’arte, ma nulla di più.
Anna lavorava sempre così, un’idea le girava in testa per anni, la ossessionava, scrivere era il modo di liberarsene. Fatto sta che nell’estate del 2024, eravamo a Nervi, un giorno torno dal mare e Anna mi dice: Ho finito. Hai finito cosa, le rispondo. Il romanzo, Brava Giulia, aggiunge lei come se niente fosse. Lo abbiamo stampato in una cartoleria e quella sera l’ho letto.
Ho subito pensato due cose, che fosse bellissimo e che Anna senza dire mai niente aveva scritto un
romanzo anche sperimentale, per le tre voci che esercitano un diverso punto di vista sulla storia e che usano tre modi diversi, molto diversi, per esporlo.
Qualche mese dopo Anna si è ammalata e il romanzo è rimasto un poco là, fino all’estate del 2025 quando le agenti di Anna hanno cominciato a farlo girare. A novembre, Nottetempo ha fatto sapere che intendeva pubblicare il romanzo. Anna lo ha saputo in ospedale e mi ha detto: Ai calci di rigore (non perdendo mai il suo spirito). E poi ha aggiunto: Sono contenta.
Sono partito da lì, il romanzo che leggete è esattamente quello che ha scritto Anna.

Anna Toscano e Venezia: la città è sempre presente nella sua scrittura, anche nei versi, e risalta negli interni ed esterni descritti in questo romanzo. In Cartografie mi ha colpito l’affiorare tra campi e calli di figure che non ci sono più. Vi accomuna anche la passione per la fotografia: nelle tue immagini che pubblichi sui social colpiscono lo spazio vuoto e il suo silenzio, lo sento come uno sguardo comune fra te e lei: è così?
Anna diceva che Venezia era il suo barometro dell’anima, nel tempo – grazie a lei – è diventata anche il mio. Anna è stata una bravissima fotografa, io sono solo appassionato, più che altro fare una foto per me è come prendere un appunto.
Le foto di cui parli, scattate in questi mesi, di certo sono uno dei molti modi per continuare a parlare con Anna. Io non sono religioso, ma so che Anna è da qualche parte, e allora un giorno le mando una foto, un giorno le dico una cosa, il giorno dopo un’altra, sempre in maniera leggera, e così via.

Anna ha lasciato inediti di poesia?
Sì, qualcosa c’è, ma non è il momento di parlarne.

Qual è il dono più bello che ci ha lasciato Anna?
Come è stata, come è stata sempre, dando a chiunque l’abbia conosciuta la possibilità di pensarla mentre rideva, o faceva ridere; e di ricordarla come una donna aperta, accogliente, generosa. Non lo dico io, lo dicono tutte e tutti.


L’autrice:
Anna Toscano (1970-2025) è stata poeta, fotografa e docente. Ha dedicato ampia parte del suo lavoro allo studio di autrici donne, attività da cui sono nati articoli, libri, incontri, spettacoli, corsi, conferenze, curatele, come le raccolte “Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne” vol. I e vol. II (La Vita Felice 2019 e 2022) e le biografie “Il calendario non mi segue. Goliarda Sapienza” e “Con amore e con amicizia. Lisetta Carmi”, entrambe pubblicate da Electa nel 2023.
Ha collaborato con varie testate e riviste, tra cui minima&moralia, doppiozero, Leggendaria, Nazione Indiana, Rivista Studio, Artribune, Domani, Il Sole 24 Ore.
La sua settima e ultima raccolta di poesie è “Cartografie” (Samuele Editore 2024).

(Anna Toscano “Brava Giulia” pp. 144, 17 euro, nottetempo 2026)




Immagini ————————–

Moschea Jamkaran, Qom – Iran

Le separazioni dal cielo

di Franco Spanò







Testo unico ———————–

Né il ruscello beve la sua acqua

di Hugo Mujica


Hugo Mujica, per conoscere te e il mondo

di Ramona Paraiala

Né il ruscello beve la sua acqua né il mandorlo morde il suo frutto

Linguaggio semplice, poche parole concentrate ma scelte con quella misura che solo un monaco può avere; esse compongono una profondità tale da consentirci di dialogare con noi stessi in intimità.
La poesia è stata scritta come se il ruscello fosse trasportato davanti ai nostri occhi: ogni immagine ci riporta al mondo naturale, ma anche a quello metafisico.
Tenerezza e istigazione al fare del bene, ad amare, consumare, creare e morire con umanità: ecco cosa mi trasmettono questi pochi versi di Hugo Mujica.

Il silenzio si dà in ascolto

Quanta pace e armonia in tutto questo verso! Mi silenzio, metto da parte tutti i miei pregiudizi e tutti i miei saperi per conoscere te e il mondo.
Cosa accade alla poesia scritta nel brusio della vita? Trova un suo spazio nel mondo, viene ascoltata in silenzio dai lettori? Come dobbiamo riflettere per capire meglio il silenzio del poeta? Attraverso la poesia oppure anche attraverso come viene percepito come essere umano?
Il primo dei comandamenti dice così: “Ama il prossimo tuo come te stesso”; può diventare “Ama tutta la poesia come se fosse tua”? L’ascolto, che diventa un atto di responsabilità e di amore, lo ritroviamo anche nelle riflessioni di Emmanuel Lévinas (Il silenzio come etica).
Poi c’è Martin Heidegger, che diceva: “Il poeta pratica il saper tacere che si dona all’ascolto dell’Essere, lasciando che siano le cose stesse a nominarsi”.
Il poeta, in quanto essere umano, deve silenziarsi per udire e percepire il mondo. Questa poesia di Mujica, che si può trovare nella raccolta “E tutto nomina” (Interno Poesia), a cura di Zingonia Zingone e con la prefazione di Francesca Serragnoli, termina con un verso che vi lascio leggere in silenzio, perché possiate riflettere ancora di più:

il silenzio si dà in ascolto / e in ciò che sentiamo tace”.



Gli autori:

Hugo Mujica è nato a Buenos Aires nel 1942. Ha studiato Belle Arti, Filosofia, Antropologia Filosofica e Teologia. Questa varietà di studi è presente nella sua opera che comprende tanto la filosofia, come l’antropologia, o la mistica e la narrativa e soprattutto la poesia.
La sua opera poetica, iniziata nel 1983, è stata pubblicata in Argentina, Spagna, Italia, Francia, Messico, Stati Uniti, Portugal, Cile, Rumania, Slovenia, Grecia, Bolivia, Costa Rica, Colombia, Uruguay, Venezuela, Guatemala, El Salvador, Israel, U.K., Svezia e Bulgaria.
Nel 2005 la casa editrice Vaso Roto ha raccolto in 3 volumi quasi tutti il suo lavoro, poesia e saggistica: “Del crear y lo creado”. Nel 2014 è uscito il suo ultimo libro di poesia “Cuando todo calla” (XIII Premio Casa de América de Poesía Americana).
La sua vita e i suoi viaggi sono stati il materiale della sua opera. Durante gli anni ’60 ha vissuto al Greenwich Village di New York come artista plastico e per sette anni ha condiviso il silenzio della vita monastica dell’Ordine Trappista dove iniziò a scrivere.

Ramona Paraiala, nata a Iasi in Romania nel 1980, vive a Torino dal 2007. Laureata in assistenza sociale presso l’Università “Alexandru Ioan Cuza” di Iasi, specializzata nel coordinamento pedagogico 0-6 anni presso l’Università Roma Tre.
Nel 2021 pubblica il racconto breve “Sole” e la prima silloge poetica “Tra le tue braccia”. Nel 2023 pubblica la seconda raccolta di poesie “Torno radice”. Suoi testi sono pubblicati in diverse antologie online e cartacee.
Fin dal 2019 sue poesie sono tradotte e pubblicate nelle riviste romene Zona literară, Urmuz, Meridianul Cultural Românesc e Neuma. Dal 2024 è parte del direttivo dell’associazione culturale Periferia Letteraria ed è Direttrice artistica del Torino Poesia Festival – Fiumi di Poesia promosso e organizzato da Periferia Letteraria APS in collaborazione con la Casa della Poesia Torino.
Nel 2026 pubblica la silloge “Stanza senza pareti”.




Immagini ————————–

Le separazioni dal cielo

Installazione, Galleria Prologo – Gorizia

di Franco Spanò






Voce d’autore ——————

Guarisime te me disevi

Sandro Pecchiari, “Co se iera muli Quando eravamo giovani”

di Giovanni Fierro


L’infanzia, la giovane età, sono un luogo a cui si appartiene per sempre. È un presente che non si toglie dal proprio stare al mondo. E, anzi, lo condiziona, lo innerva continuamente con ciò che siamo stati, la prima verità che ha messo radice e identità.
E a questo periodo della vita Sandro Pecchiari ha dedicato la sua nuova raccolta poetica, “Co se iera muli (Quando eravamo giovani)”. E lo fa affidandosi al dialetto, in questo caso triestino, strumento di narrazione che è testimonianza di appartenenza, di adesione assoluta a tutto ciò che, pagina dopo pagina, trova l’attenzione del lettore.
Impreziosito da una selezione di foto di Manuele Elia Marano, “Co se iera muli” è tutto un accadere che continua a trovare il corpo dell’esistenza, “Te go sgrafà ‘na strica sul sbrego imaginario/ forsi che te sarìa bastà cussì/ te se ga ributà in batalja come novo” (“Ho tracciato una linea sulla tua ferita immaginaria/ chiedendomi se bastasse/ sei tornato alla battaglia risanato”), riportando i tratti di un tempo che già sapeva essere assoluto, senza alcuna paura, “el tenpo stuzicava ortighe de ‘na lingua/ nova su la pele/ dismisiava le parole/ a stramusoni sparlazava e le sponzeva” (“giornate silenziose di bacche e di gemme:/ il mondo non era altro che cibo// il tempo suscitava una lingua d’ortica/ nuova sulla pelle/ sparpagliava le parole/ a mani aperte irriverenti pungenti”), per così trovare gesti e incisioni destinati a rimanere.
Leggere questi nuovi testi di Sandro Pecchiari è rinnovare la confidenza con la sua poesia, che ulteriormente sceglie la trasparenza per mostrarsi in filigrana, nel mettersi a nudo per meglio essere testimone, per dire “no go podesto/ scovar el blu nel’aria fina d’i zorni ‘ndai/ e gnanche ti –/ qualchidùn disi crepà, qualchidùn partido” (“non ho più potuto/ scovare il blu nell’aria sottile dei giorni passati/ né te –/ alcuni dicono morto, altri partito”). Perché tutta la forza della scoperta e tutta la sorpresa della novità, in “Co se iera muli” sono la sorgente a cui fare sempre riferimento, l’origine del respiro a cui affidare la propria emozione: “te spetavo tra navi de guera ‘mericane/ modelini de aluminio de rioplani/ in zoso da le scale spacando col rumor/ dei pìe quel che no te gavevo dito/ un ciao almeno// iera de carton la valisa de l’infanzia/ ghe go sconto drento ‘sto desmentigarse/ de ti, de mi/ fin a desmentigarme tuto” (“ti aspettavo tra navi da guerra americane/ modellini in alluminio di aeroplani/ saltavo dalle scale spaccando col rumore/ quello che non t’avevo detto/ un ciao almeno// la valigia dell’infanzia era cartone/ vi ho riposto dentro questo dimenticarsi/ di te di me/ fino a dimenticarmi tutto”).
Sono un guardarsi allo specchio, queste poesie contenute in “Co se iera muli”, sono un aggiornamento del tempo che è stato, sono una possibilità in più per il Sandro Pecchiari uomo e poeta di oggi: “Ogni tanto te rivi a guantar/ el mio fià drento de ‘sti zorni/ ‘ste tue strade segrete/ drento de mi, casa mia, le man,/ i mii ricordi e sogni/ me manca ‘sto tuo starme ‘ntorno/ el tu’ soriso ormai lontan” (“Giungi a volte a riafferrare/ il mio respiro dentro i giorni/ le tue vie segrete/ dentro di me, la mia casa, le mani,/ nei miei ricordi e sogni/ mi manca questa presenza antica/ i sorrisi ormai irraggiungibili”).

Dal libro:

1.

el fiume int’el vento iera un stante
una ramada un confin
pe’i muli de fora co se se patufava
ogni tanto se traversava l’aqua
per scanbiarse vis’cie e pessi
inprestandose un mondo
ladrandose le armi e le parole
infilandose indoso l’amicizia
come el còbian de’l morer
sui lavri, de scondòn

il fiume al vento era una ringhiera/ un graticcio un confine/ per i ragazzi forestieri nelle lotte –// a volte varcavamo i guadi a barattare/ lunghe canne o pesci/ il nostro mondo in prestito/ rubandoci le armi o le parole// celando l’amicizia/ indossandola come il bianco delle more/ sulle labbra, senza sfoggiarla


*

7.

– i nostri dialeti tanto diferenti –
spolpo da tute ‘ste parole
come inprigionai de guera che se scanbia sariese
nei coprifogo de la vita

mia nona se sustava
col mio svelto impararme ‘sto dialetto –
scociada
la facia de una che ga de forbiri arzenti
e no ga bale

– i nostri dialetti tanto differenti –/ ubriaco dall’offerta di parole/ come prigionieri di guerra a scambiarci ciliegie/ nei coprifuochi della vita// mia nonna si irritava/ al mio veloce apprendere il dialetto/ seccata/ la faccia di una che deve lucidare l’argento/ contro voglia


*

15.

guarisime te me disevi
ma mi no son guarìde ti
‘ndo te son ‘desso
zinquanta ani dopo?
podessi riconoserte
ravanando solo in tei ricordi
no su ‘ste strade incatramade
‘sti canpi de formento
Che ‘desso xe parchegi

guariscimi dicevi/ non sono riuscito a guarire da te/ dove sei ora/ cinquant’anni dopo?/ potrei riconoscerti/ rovistando solo nei ricordi/ non su queste strade asfaltate/ questi campi di grano/ ormai un parcheggio



Intervista a Sandro Pecchiari:

“Co se iera muli” ha avuto un percorso tutto particolare, ce lo vuoi raccontare?
Questo libro era nato per una presentazione a Washington, ospite dell’università di Buffalo, per parlare delle variazioni di significato nei prestiti linguistici dall’italiano all’inglese: NeMLA Italian Studies, Writing in a different language, Transnational Italian poetry, vol. XL, 2018, sotto il titolo “Kidhood” preferito al più comune “Childhood”.
I versi in inglese giocavano sugli scansi di significato del lessico, dovuto alle aree culturali diverse tra la lingua di partenza e la lingua della traduzione: un esempio per tutti l’uso di kid-capretto-bimbo-tosatello in veneto, termine citato anche da Pasolini e ben presente nel veneto della mia infanzia: i capretti si tosavano, così come capitava ai bambini e fanciulli nelle campagne di quegli anni quando per voto venivano vestiti da frati e venivano tosati con la chierica. Fortunatamente la tonsura è stata poi abolita all’inizio degli anni settanta.
Tempo dopo, con una mia amica e poeta, Monica Guerra di Faenza, abbiamo iniziato a tradurlo in italiano, ma la traduzione perdeva tutti i rimandi che i testi in inglese possedevano. Così abbiamo lasciato perdere e ce ne siamo dimenticati, presi ognuno dalle infinite cose da fare.
Ma il libro “sobbolliva” finché, qualche tempo dopo, l’ho ripreso in mano per rinfrescare le traduzioni in italiano ed invece ne è scaturita immediata e spontanea una versione del tutto nuova in triestino. É stata una sorpresa anche per me.
L’ho mandato, poco convinto per la distanza con la Puglia, sotto l’insistenza di mio marito, al concorso Pietro Giannone a Ischitella nel Gargano dove mi è stato assegnato il terzo premio. Il battesimo del fuoco, dopo l’inglese e l’italiano, è stato leggere in triestino in giro per le vie di Ischitella dove si parla pugliese. Decisamente divertente e surreale. Inoltre la stessa silloge, “Co se iera muli, Quando eravamo ragazzi”, è risultata tra le opere inedite vincitrici del Premio “Editoriale ArcipelagoItaca” 2024.

Il libro è tutto scritto in dialetto triestino. Cosa ha significato per te l’affidarti al dialetto? Cosa dà il dialetto, che la lingua italiana non può dare a queste poesie?
Il triestino, un dialetto veneto coloniale parlato dai lavoratori emigrati durante la ristrutturazione della città che pian piano soppianta l’originale tergestino (ne è maestro il nostro artista Ivan Crico), è costituito da un lessico che proviene da dovunque. Le influenze dello sloveno, del croato, del tedesco, del greco, ovviamente del veneziano, dei francesismi regalatici da Napoleone, lo rendono ricettivo ad ogni influenza e capace di arricchirsi e di modificarsi continuamente: armeròn, dal veneziano, un bic dal tedesco, passato poi all’inglese nell’occupazione alleata, cadrega dal latino mediato dal greco, dar el chez dal tedesco zum Teufel e dallo sloveno kec, ma forse anche gehtz, rompete le righe, il bellissimo cisto dallo sloveno con una variazione clamorosa di significato, cluca dallo sloveno kljuka. E la lettura del triestino estremamente variegato di Joyce nelle lettere che mandava a Svevo. Eccetera.
Quindi perché non ricrearmi un mio idioletto che oltre agli imprestiti del nostro dialetto, non comprendesse anche tutti gli apporti veneti, istroveneti e sloveni nella mia famiglia?
Il mio triestino personale è un prodotto spontaneo scaturito dalle diverse persone: l’apporto del padovano e del veneziano da parte di madre, i ricordi dell’istro-veneto da parte di padre, lo sloveno di Ljubljana e Maribor di alcuni parenti della famiglia paterna. Ma anche le poesie (Srečko Kosovel in primis), e le canzoni slovene (Vlado Kreslin ma anche la Radio Capodistria degli anni ’50) mi hanno accompagnato negli anni.
Per non saper affrontare questa situazione, che consideravo caotica e abborracciata, avevo scelto l’italiano per i miei libri. Ma scrivere in triestino è stata una liberazione e un sollievo perché così sono riuscito ad armonizzare tutti i diversi apporti nel mio lessico.
E ci ho messo una vita per capire che questo fondersi di fonti diverse non era una diminuzione ma un arricchimento.

Scrivere “Co se iera muli” ha voluto dire tornare all’infanzia, agli anni giovani. Che effetto ti ha fatto, in questo spazio di scrittura?
Non era un mondo facile quello della Trieste degli anni cinquanta, ma nello scontro/incontro stava la soluzione. Così il fiume metaforico (Timavo, ma anche il Patoc sopra Roiano con le lavandere, e anche le reminiscenze della mia infanzia veneta, quindi il Piave e il Monticano) era quello che vivevo con gli amici con cui si giocava e baruffava, già creando un proprio linguaggio di gruppo.
Il “fiume” era il luogo di scontro e di incontro del “nostro mondo preso in prestito”, “imprestandose un mondo”, dove persino le parole del mondo sono prese in prestito. A me capitava di parlare triestino nelle campagne del coneglianese, quindi dovevo modificare il lessico per farmi capire e
parlavo veneto a Trieste, quindi dovevo compiere il passaggio inverso. Quando giocavo con i miei amici che parlavano sloveno, lì la sfida a capirsi usava la prossemica, la mimica facciale e il body language, e solo dopo ne poteva sorgere una “lingua spontanea di gruppo”.
La mia infanzia era un continuo rilessicare la propria realtà che non aveva riscontro con quella dei cosiddetti “grandi” che sotto sotto non capivamo e che non ci capivano. Si viveva e si conviveva in questo stare sospesi tra il prima e il dopo degli adulti.
Ma sotto sotto è, senza che ce ne rendiamo troppo conto, il limìo che adottiamo tutti ogni singolo giorno, dando e prendendo le espressioni degli altri.

E riguardo proprio a quel tempo, in cui si vive un continuo senso di scoperta, in che modo è rimasto, o in che cosa si è trasformato?
La casa era la zona dove depositare i dati ottenuti dall’esterno, non c’erano televisioni o radio che ci potessero distrarre. Ma con il passare degli anni, soprattutto dagli anni sessanta in poi, molto è stato abrogato e quella vita ristretta veniva considerata come qualcosa da dimenticare. Posso anche comprendere la mobilia invecchiata e consunta, ma gettare pure il vecchio modo di vivere e di intessere relazioni è stato imperdonabile. Però, a forza di dimenticare, le cose scordate riacquistano forza e diventano nuova ricerca della via.
Il riconoscimento del passare del tempo va accettato, contemplato e mantenuto con cura. Le case sono la casa, la casa è casa anche nelle mutazioni, risultato di un gioco di passi troppo lunghi o troppo corti, basta che si abbia il coraggio di farli.
E le voci dei discorsi passati riaffiorano come sassi sul greto o fondo dell’acqua, come elementi e lemmi indissolubili, quasi decontestualizzati e tuttavia altamente allusivi. Parole colme di antiche inquietudini, di affetti mai dimenticati, di relazioni interrotte, di amicizie svanite e tuttavia presenti nella memoria delle cose e delle lingue.
La scelta del dialetto incide un punto preciso, scava un solco: l’affondo nella memoria dell’infanzia e dell’adolescenza, ma anche la memoria domestica variamente riallusa, si fondono con la memoria etnolinguistica: ritrovare i suoni è come risentire lo scomparso tintinnio dei campanelli nelle vecchie stazioni quando veniva annunciato un treno in arrivo.
Ma il tempo riduce o affina il tutto in una atmosfera sospesa, spesso annunziata da momenti o motivi di silenzio. Perché non tutto è detto, molto è volutamente solo alluso.

Nel libro ci sono anche alcune foto di Manuele Elia Marano. Come sono entrate nel progetto?
Ho conosciuto le splendide foto di Manuele grazie al libro di un poeta di Venezia, Francesco Sassetto. Mi ha colpito la sua capacità di saper interagire in modo intenso e significativo con i versi. Così un po’ arditamente l’ho contattato, gli ho mandato la raccolta in fieri e ne è scaturita una ricerca interessantissima. Manuele mi proponeva un’ampia rosa di immagini dalla quale scegliere quelle che erano più in sintonia. É stato un lavoro intenso quanto scrivere.

Alcuni testi hanno degli inserti di Ivo Robić e Zdenka Vučković, Srečko Kosovel e Vlado Kreslin. Cosa hanno significato per te?
Io nel libro scrivo: “i nostri dialeti tanto diferenti-/ spolpo da tute ‘ste parole/ come inprigionai de guera che se scanbia sariese/ nei coprifogo de la vita”, (“i nostri dialetti tanto differenti -/ ubriaco dall’offerta di parole/ come prigionieri di guerra a scambiarci ciliegie/ nei coprifuochi della vita”).
É questa la sensazione che mi porto addosso, dalle serate ascoltando Kreslin a Dolina, Trieste alle letture quiete di Kosovel in cui annaspo nel mio sloveno purtroppo debole, ma che mi suscita brividi di ricordi familiari e che mi accende la smania di tradurre la sua imprendibilità.
É un “basso continuo” che permea la mia vita e si riverbera sempre nel mio parlare e pensare. Come direbbe Srečko, “Vse te besede bi morale biti dehteče ko borova morja”, “Tutte queste parole dovrebbero essere come un fragrante mare di pini”.

A libro concluso, cosa ti è rimasto di questo viaggio poetico?
Più che rimanere, di questo viaggio mi rimarrà un arricchimento insperato e inaspettato.
Ho recuperato un procedimento di flashback memoriali, attraverso schegge di memoria, narrativi e lirici assieme, ho recuperato tutte le “dopostorie” quando, per un attimo, tutto sembra immobile e silente, quasi attonito, tra un prima e un dopo, tra un disastro e un futuro tutto da inventare.
Si trattava di usare tutto il bagaglio accumulato, guardandolo bene in faccia: parole colme di antiche inquietudini, di affetti mai dimenticati, di relazioni interrotte, di amicizie svanite e tuttavia presenti nella memoria delle cose e delle lingue.
Ho compreso quali e quanti sono stati i viaggi mancati e rimossi con decisione. Ricordo quando abitavamo nei primi anni cinquanta nella casa dei ferrovieri di via Solitro, quasi a Roiano e ogni mattina andavo a suonare ai campanelli dei miei amici per giocare tutti assieme in cortile. Ma una infausta mattina nessuno aveva risposto perché le famiglie erano tutte partite per l’Australia. Messi alle strette i miei genitori avevano ammesso a denti stretti che avrebbero voluto partire anche loro, ma solo per delle necessità di assistenza a dei familiari, avevano deciso di non emigrare.
Da quel momento il poi la mia vita sarebbe stata differente e avrebbe fatti i conti con le sparizioni.
Come dice nella bella prefazione Manuel Cohen: “La vita è un’avventura che guada i fiumi”. Anche se a volte i fiumi non si possono guadare, ne rimane la necessità, inestinguibile.

(Le due foto in bianco e nero sono di Manuele Elia Mariano, e sono tratte dal libro)


L’autore:
Sandro Pecchiari vive a Firenze anche se sarà probabilmente sempre un irriducibile triestino. Laureato in Lingue e Letterature Straniere in poesia inglese contemporanea, con una tesi sul primo Ted Hughes, ha pubblicato: “Verdi Anni” (2012), “Le Svelte Radici” (2013), “L’Imperfezione del Diluvio – An Unrehearsed Flood” (2015), il lavoro antologico “Scripta Non Manent” (2018), pubblicati tutti con la casa editrice Samuele editore; in seguito “Desunt Nonnulla” (Arcipelago Itaca, 2020), “Alle spalle delle cose” (VAN, 2022), “Atropo Lachesi Cloto” (puntoacapo edizioni, 2024).
É in preparazione il più recente “La diga”, primo premio nel concorso Trame di Borghi, con Terra d’Ulivi edizioni, 2026.
Collabora con la rivista “Graphie” di Cesena, scrive anche per “Il Ponterosso” di Trieste e per “Fare Voci” di Gorizia.

(Sandro Pecchiari “Co se iera muli (Quando eravamo ragazzi)”, pp. 60, 14 euro, Arcipelago Itaca, 2025)





Immagini ————————–

Mausoleo Shodi Mulk Oko, Samarcanda – Uzbechistan

Le separazioni dal cielo

di Franco Spanò








Voce d’autore ——————-

Abitiamo tutti lo stesso temporale

Tamara Vitan, “La salvezza compie passi piccoli”

di Giovanni Fierro


Addentrarsi nel fare poesia di Tamara Vitan significa entrare nel respiro del silenzio, scoprire il suo stare in attesa, frequentare il suo essere soglia che va incontro a ciò che ancora non si conosce, ma che si può sentire, si può percepire.
E la sua raccolta poetica “La salvezza compie passi piccoli” è questa mappa di possibilità, dove potersi orientare con la certezza che la propria dimensione umana è la bussola più sicura, più affidabile.
Ad iniziare dalla prima parte del libro, a titolo “Lettere a un’amica”, gesto di vicinanza ad una persona che sta concludendo, prematuramente, il suo stare al mondo.
La vicinanza al dolore, la prossimità alla morte, sono i luoghi che in questo contesto Tamara Vitan esplora, con uno scrivere che ha la capacità di assorbire il significato per donarlo alle parole scelte, messe sulla pagina.
Vorrei che la pace ti avvolgesse, come ho letto in tanti libri”, “Ti vorrei far fare un corso accelerato di fede. Lo dovrei fare anche io in realtà. Magari lo possiamo fare insieme”. È questo desiderio di condivisione e di intensa misericordia a costruire il dialogo.
Eppure “dicono i saggi che ogni cosa porta a un bene, anche se a noi sembra impossibile. Io proverei a fidarmi, tu cosa dici?”, ben sapendo che forse è troppo tardi per avere una risposta. Perché di fronte si ha un qualcosa che sta già preparando la forma di una assenza. Anche quando “Provo a farmi coraggio da sola mentre provo a farti coraggio”.
“Lettere a un’amica” è un domandare e un perpetuo domandarsi, “Amica mia, mi guardo allo specchio e ti penso. Immagino me a perdere i capelli come te. Come mi vedrei? Cos’è davvero la bellezza? Come si cambia sguardo e pensiero a seconda delle situazioni. Ridefiniamo allora tutti concetti! Fa male? Fa male la pelle? Fanno male le ossa? Cos’è ancora che ti trattiene?”. Tante le risposte che si vorrebbero avere, tante le risposte che non possono arrivare. Perché bisogna accettare la verità che tutto contiene, anche se crudele. “Qui non ci sono concetti, sei solo tu che te ne vai. Chissà quanto sei stata felice?”.
Nei testi di “Lettera ad una amica” lo scrivere di Tamara Vitan si fa delicato, usa il rispetto e la gentilezza, rimane a guardare un’anima nello stesso modo in cui può osservare la propria poesia: “Guarda le tue mani che adesso hanno forma indefinita di luce”.
Con la seconda parte del libro, “La salvezza compie passi piccoli”, che dà il titolo al suo lavoro, l’autrice trova una dimensione espressiva che marca ulteriormente la sua firma poetica.
Il mio volo è caduto, si è franto/ al sorgere del bene”, trova lo spazio del dire e lì vi si pone, in continua definizione del proprio stare nel mondo e con le parole, in modo chiaro e disponibile: “Ho fiducia./ La parola incide sui cuori/ preme sui punti che evitano lo sguardo”.
Anche in questa parte la dimensione riflessiva trova la giusta misura per esprimersi, in un continuo desiderio-bisogno di assoluto, “Captare la vita agli albori/ attraverso le impronte”, “Adesso so che non tornerò tra i mortali/ che rimarrò a cercare ancora stelle”.
La sua poesia è così l’accadere più prossimo ad una dimensione spirituale che aiuta a riconoscere l’Io, dandogli forma e gesto, sicura che “arriverà la parola che confessa”, che può avvicinare in modo più compiuto la salvezza.
E in questi passi piccoli a cui affidare la propria fiducia, Tamara Vitan si svela e si racconta con trasparenza: “Vorrei riposare all’ombra del tiglio/ tornare una foglia, un canto, un cielo/ tornare da me che sbiadita mi vedo/ e l’anima mia non sa cosa è bene,/ non riesce a fare un soccorso perenne”.
Il qui ed ora di questa sezione è anche capace di costruire un’appartenenza tanto al vicino, “Chissà se quello che sono mi appartiene/ e i campi di grano li ho visti davvero,/ oppure era solo il sole/ che mi tramontava egli occhi”, che al lontano, “Anche le galassie hanno un polso,/ battono al ritmo del cuore,/ vicino allo sfiorare del vuoto”. Affermando così la propria appartenenza ad un presente che si fa universale.
I testi dell’intero “La salvezza compie passi piccoli” sono questo continuo alternarsi di meraviglia quotidiana e di inevitabilità del proprio destino. Due fuochi che alimentano la tensione di cui si nutre la poesia di Tamara Vitan. “Abitiamo tutti lo stesso temporale”.


Dal libro:

Amica mia, mi guardo allo specchio e ti penso. Immagino me a perdere i capelli come te. Come mi vedrei? Cos’è davvero la bellezza? Come si cambia sguardo e pensiero a seconda delle situazioni. Ridefiniamo allora tutti concetti! Fa male? Fa male la pelle? Fanno male le ossa? Cos’è ancora che ti trattiene? Certo, vedi, non possiamo decidere né di andare né di restare. So solo che io sono talmente inutile al mondo che vorrei trovare la mia utilità standoti vicino, così, semplicemente.


*

Mi sento impotente quanto te, ma è proprio questo che ci accomuna tutti, no? Avere lo stesso destino e sentirsi impotenti di fronte al miracolo della vita e al mistero della morte. Non è cambiato niente. È tutto come è sempre stato e come sempre sarà. Ti vedo in me.


*

Adesso sono qui sul divano con la finestra aperta e una campana suona a morto. “A morto”, che espressione crudele. Si potrebbe dire “suona a Claudia”, oppure “a letizia”, o “a Fabio”, “Matteo”. Magari così uno si sentirebbe più rassicurato, se una campana suonasse con il suo nome e tutti saprebbero che ha lasciato questa casa per trasferirsi.


*

Si scende piano.

Troppo tardi ho compreso
la lentezza del diventare piuma.
Il mio volo è caduto, si è franto
al sorgere del bene.
Smarrita attendo un cenno divino
che guidi lui il mio fluire
che mi faccia capire qual è l’alto
e perché il cielo sembrava la terra.


*

Queste tempie sapranno partorire universi’

Sarà l’ombra di una stella
a proteggere i miei occhi.


*

L’ora è già qui
delle cose che tacciono.
L’ora che salva dalle inquietudini.

È tempo di deporre i fardelli
ai piedi della croce.

La salvezza compie passi piccoli.


*

Le parole non hanno corpo.

C’è un segreto taciuto
dentro a ciò che non puoi toccare.


Intervista a Tamara Vitan:

La prima parte del libro è dedicata alla perdita di una persona, che tu hai incontrato una volta sola. Eppure, il sentimento che si respira è quello di una stretta amicizia, da te sentita in modo particolare. Ecco, come si utilizza la poesia per raccontare un distacco, un vuoto che si sta costruendo da sé?
Per quanto mi riguarda il vuoto resta incolmabile. La poesia è l’unico strumento che ho trovato, o che mi ha trovato, che riesce in qualche modo a riempirmi e se non mi riempie mi aiuta a dargli un senso. Diceva Blaise Pascal che tutti abbiamo dentro un vuoto a forma di Dio. La mia ricerca personale si può definire così. Cerco ad ogni istante una sensazione sconosciuta, una parola che colmi, qualcosa che riempia, qualcosa che stupisca. Tutto ovviamente nasce soltanto dall’ascolto e anche dalla volontà di togliere tutto quello che apparentemente risulta riempitivo, ma che è e resta soltanto una sensazione temporanea, perché nel momento immediatamente successivo la sensazione di “mancanza” invade lo stesso.
La persona della quale parlo nelle lettere può essere una persona qualunque, può essere ognuno di noi e tutti noi. È la sofferenza, l’impotenza che ci accomuna di fronte ad un verdetto, quando il nostro sentirci immortali viene meno come una promessa non mantenuta. Ed è lì, proprio in quel frangente che inizia il sentire di una connessione ad un livello più profondo, che unisce tutti. Dovremmo essere allo stesso modo così empatici in ogni momento di vita, da capire che “viviamo e moriamo insieme a tutto il mondo, tutti insieme!“ (pagina 35).
Se soltanto riuscissimo a sentirlo davvero riusciremmo poi a comprendere che siamo tutti legati e collegati e ogni cosa avrebbe davvero un senso se ci sentissimo parte di un insieme. Diceva Bobin che “la morte è il nostro bene comune”. Cercare ogni giorno di camminare su questo confine tra vita e morte, tenendoci per mano potrebbe essere l’unica risoluzione a tutti i conflitti che affliggono la nostra società.

Tutto “La salvezza compie passi piccoli” è un continuo alternarsi di meraviglia quotidiana e di inevitabilità del proprio destino.
Come se fossero i due fuochi che alimentano la tensione del libro tutto. Può essere (anche) così?
La vita è meravigliosa e noi abbiamo il dovere di essere felici. Siamo però troppo spesso avvolti da tutto quello che le notizie, le immagini, le parole inquinate ci spiattellano davanti agli occhi.
Da tutto questo la mente trae e trasforma i pensieri rendendoli impauriti e deboli e schiavi di un mondo al quale non sentiamo di appartenere, dal quale ci vorremmo dissociare ma non abbiamo la forza per sottrarci da ciò che la società ci sta insegnando e quasi imponendo di diventare.
Dovremmo liberarci in qualche modo per comprendere che la bellezza c’è, il bene esiste, sono soltanto i nostri occhi che non sono pronti o disponibili per vedere. Imparare ad avere un nuovo sguardo, lasciare il cuore aperto e accogliere “l’altro” che non è diverso da noi, rompere i ragionamenti mentali e capire che tutto si sente soltanto al livello del cuore.
Sono due fuochi sì! E qui mi viene sempre in mente Pascal che diceva che l’uomo è una totale contraddizione, diviso, combattuto tra due infiniti: l’infinito grande – del cosmo, delle galassie, dell’universo e l’infinitamente piccolo – il nulla.
Lui si chiede, come mi chiedo anche io: cosa sia l’uomo nella natura, ovvero “un nulla in confronto all’infinito, un tutto in confronto al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto?” ( …) “Il termine delle cose è il loro principio sono per lui invincibilmente nascosti in un segreto impenetrabile, egualmente incapace di scorgere il nulla da cui è tratto e l’infinito in cui è inghiottito”.
Dobbiamo dilatare le nostre concezioni- perché il pensiero è una cosa finita- e andare anche oltre l’immaginabile, laddove il nostro pensiero si disgrega e qualcosa può finalmente trascendere la realtà tangibile e captare altro. Io vedo in questa evoluzione dello sguardo l’evoluzione del mondo. Direi che dobbiamo camminare sempre in questo percorso (Lo sviluppo armonico dell’uomo lo chiamava Gurdjieff) e tendere all’infinito, passo dopo passo (“a passi piccoli”- dico io) salire quella scala e restare su questa strada per continuare a migliorarci, fino a diventare la miglior versione di noi stessi, con sguardo meravigliato e cuore aperto.

Pagina dopo pagina, penso che tu sia l’interlocutore principale del tuo scrivere, nel tuo stare negli accadimenti di cui parli, nelle parole che scegli. Cosa significa questo tuo dialogo con te stessa?
È così, un continuo dialogo con me stessa dove in realtà mi cerco. A volte nella scrittura arrivano sensazioni messe in parole che sono più grandi di me. La scrittura, la poesia mi indica una via, mi dice cose che non so ma che intuisco. Quando l’intuito porta quell’apertura “delle porte della percezione” – come le chiamava Huxley – mi svela qualcosa che in fondo non so se comprendo però sento come vero.
Diceva Andrej Tarkovskij, in “Scolpire il tempo”: “L’ artista cercando l’assoluto compie un atto spirituale che lo avvicina al Creatore in quanto anch’egli crea qualcosa…. Un capolavoro può essere manifestazione di un’anima che ti sfiora mentre sale verso il cielo, frusciandoti accanto e lasciando dietro di sé un soffio di vento che puoi percepire”.
Mi piace pensare che dentro a queste pagine qualcosa del genere sia accaduto.

Ecco, le parole. In “La salvezza compie passi piccoli” c’è un testo che dice: “Le parole non hanno corpo.// C’è un segreto taciuto/ dentro ciò che non puoi toccare“. Ce lo puoi commentare? Penso sia anche il tuo pensiero sul fare poesia…
Ho una vera ossessione per le parole, per la parola precisa che sa definire esattamente lo stato d’animo percepito in quel momento.
Però si, il paradosso è che la parola non ha corpo, ma nasce dentro al corpo. Ha una forma indefinita. Deve imparare a definirsi. Quando la esprimiamo o la scriviamo stiamo dando forma a qualcosa che si è plasmato all’interno e noi cerchiamo di ricomporre la sensazione dandole forma nella parola.
Siamo noi o qualcosa dentro di noi che dà vita alle parole e ogni parola aggiunta al mondo e ogni verso aggiunto è una responsabilità! Dovremmo sentire la responsabilità di quello che da noi si genera. Dovremmo essere in grado di generare parole che salvano, parole che sanno dare speranza, essendo noi i primi testimoni di quello che le parole hanno saputo fare attraverso di noi.
Dicevo a pagina 42: “Generiamo pensieri che fioriscono dall’altra parte del pianeta”. Siamo tutti esseri individuali ma facenti parte di un unico organismo. Dovremmo allora allenarci quotidianamente, praticare una lotta interiore per dare alla luce soltanto parole degne di migliorare noi stessi e conseguentemente il mondo intero.

Anche lo sguardo ha un ruolo importante nella tua poesia. I tre testi delle pagine 93, 94 e 95 lo mettono in evidenza (“Chi sa se quello che sono mi appartiene/ e i campi di grano li ho visti davvero“, “Un bagliore, un albore ha colmato lo sguardo“, “Ma i fiori sul davanzale/ valgono la luce di uno sguardo“). Quale, allora, il significato e il valore dello sguardo, nel tuo fare poesia?
Lo sguardo è tutto. Ha a che fare con il nostro atteggiamento di stare al mondo.
Mi viene in mente “La profezia di Celestino”, non tanto per il film in sé, ma per quello che si propone volendo rendere allo sguardo la profondità della bellezza. Ci sono delle immagini che fanno apparire (perché noi abbiamo necessità di vedere) ciò che lo sguardo non è in grado di cogliere: come tutto sia mosso da energie, come tutto in realtà ci “parla” o ci parlerebbe se soltanto noi avessimo occhi per vedere. Tutto ciò che è vivo trasmette e riceve sempre, costantemente.
Certo che in teoria lo sappiamo ma non ci applichiamo perché altre cose si palesano davanti agli occhi e tutto questo passa in secondo piano. Chiaro che ci vuole una volontà e un grande impegno ma la vita in fondo cos’è se non provare ad accorgersene di ciò che la mente ha definito come impossibile da percepire e magari provare, perché no, a intravedere l’invisibile? Riuscire a percepire qualcos’altro, restare in ascolto è l’unico modo che conosco che mi da la forza per andare avanti, per stare nel mondo, trovare lo stupore: “avere lo stupore essenziale/ che avrebbe un bambino se, nel nascere,/ si accorgesse che è nato davvero”, (cito qui il mio amato Pessoa).
Dovremmo imparare ad avere uno sguardo nuovo per poter vedere con il cuore che intorno a noi “tutto canta e grida di gioia” (Salmo 65).

Ungaretti diceva che la poesia o è una confessione, o non è poesia. Analogamente, leggendo i testi de “La salvezza compie passi piccoli”, mi viene da dire che la poesia o è una preghiera, o non è poesia. Proprio perché leggendo ogni testo, ho questa impressione, che siano delle preghiere, rivolte alla vita stessa, alle persone vicine, a te stessa… Mi sbaglio?
Non ti sbagli, no. Io credo che la poesia sia una forma di preghiera, una necessità di indagare un mistero che nasce in chi è probabilmente più predisposto ad accogliere qualcosa di più alto ma anche di più profondo, in chi non sa spiegarsi e non sa rassegnarsi alla sofferenza se non guardando attraverso un’altra prospettiva, in chi ha bisogno di un altro sguardo per dire che non è tutto qui, che in fondo tutto ha un senso ma siamo noi che restiamo concentrati sul punto del problema e non siamo in grado di cogliere il grande disegno, del quale ovviamente non ne sappiamo niente.
Chi scrive secondo me ha il dovere, attraverso la sua percezione, di dire che c’è qualcosa di altro e di Alto che sa esattamente il perché delle cose e indicare così a chi legge la bellezza dentro la quale abbiamo la fortuna di vivere, di respirare.
Quello che io scrivo è spesso pieno di domande e di dubbi perché il dubbio fa parte di noi, è umano. Ma attraverso i “magari” e i “forse” ho provato in questo libro a dire che forse, magari, la Verità è un’altra e noi non abbiamo la capacità di comprenderla ma sicuramente la dobbiamo perseguire come scopo unico della vita.

A lettura finita, ho avuto la netta percezione che il contenitore di tutte queste poesie possa essere il silenzio. È questo il luogo a cui appartengono? In cui respirano?
Diceva Etty Hillesum, che mi piace citare, a proposito di parole e silenzio: “In me c’è un silenzio sempre più profondo. Bisogna sempre più risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie”.
Il silenzio per me è un luogo, un luogo dove ci si “ripulisce” in un certo senso. Sento che lì le parole sono ancora perfette, rotonde. Un tempo fermo dove la mente, i pensieri non si articolano, si distendono.
Se siamo accorti riusciamo a cogliere delle parole preziose che alleggiano per aria, ci attraversano per poi venire alla luce, nascere. Si svelano all’improvviso. Se siamo in grado riusciamo a captarle, a dispiegarle e una volta affiorate le scriviamo sulla carta dando loro quella forma umana di comprensione della quale abbiamo bisogno.
Quando siamo in silenzio e restiamo in ascolto di noi stessi ci parla qualcosa che probabilmente ha molto a che vedere con la nostra profondità, forse con una consapevolezza non pensata nel rumore dei giorni, direi anche con una coscienza che parla la lingua dell’Universo.
Credo che chiunque si approcci alla scrittura senta la necessità di fare silenzio nella mente. Secondo me si può creare soltanto in una modalità di inerzia, di quiete, di “svuotamento”.
Mi viene in mente sempre Tarkovskij, a proposito dell’atto che fa l’artista nella creazione: “Mi sembra che l’essere umano sia stato creato per vivere. Vivere nel cammino verso la verità. Ecco perché l’uomo crea. In una certa misura l’uomo crea nel cammino verso la verità. Questo è il suo modo di esistere, e l’interrogativo sulla creazione: “Per chi gli uomini creano? Perché essi creano?”, è senza risposta.
Nell’arte, come nella religione, l’intuizione è equivalente alla convinzione, alla fede.
Si tratta di una specie di illuminazione improvvisa, come se un velo cadesse dagli occhi! Ma non riguardo ai particolari, bensì all’insieme, all’infinito, a ciò che la coscienza non può afferrare
In poche parole il significato dell’arte è la ricerca di Dio nell’uomo. La ricerca del cammino per l’uomo
”.


L’autrice:
Tamara Vitan è nata a Bucarest nel 1981 e vive a Castelfiorentino (FI).
Pur cambiando paese e lingua intorno ai vent’anni, la poesia le rimane accanto e dopo alcune pubblicazioni di poesie singole in occasioni diverse, a maggio 2022 pubblica la raccolta “Accade la luce” nella collana Fuori Stagione, edito da Firenze Libri.
Frequenta la Scuola di Poesia fondata da Massimiliano Bardotti, mentore e guida per la ricerca spirituale e poetica.

(Tamara Vitan “La salvezza compie passi piccoli” pp. 97, 15 euro, peQuod 2025)






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Chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi – Roma

Le separazioni dal cielo

di Franco Spanò





Ti racconto —————-

Qui, in ogni estate

Jean Stafford, “Il puma”

di Andrea Olivieri


Ralph e Molly sono due fratelli terribili. Vivono a Los Angeles e appartengono a una famiglia borghese, di cui fanno parte anche una madre particolarmente frivola, due sussiegose sorelle, il ricordo di un padre scomparso da tempo, uno zio (Claude) che alleva cavalli nell’Ovest e un nonno che sarà presente nel racconto più da morto che da vivo.
Adolescenti malaticci e simbiotici (Molly nelle sue fantasie vorrebbe sposare Ralph), Ralph e Molly soffrono di epistassi frequenti, lascito della scarlattina, portano gli occhiali per lo stesso motivo e gli è vietato toccare qualsiasi cosa capace di causare tagli per via dell’ossessione materna per il tetano. Sarcastici verso quasi ogni forma di vita che non sia la loro, sono divertenti come un funerale. Cresciuti in un ambiente familiare asfittico e borghese, i due fratelli sognano di allontanarsene: Ralph cerca un modello di riferimento esistenziale fuori dal rapporto simbiotico con la sorella e anela a una vita adulta fatta di virilità e forza morale; Molly si estenua nel tentativo di protrarre il legame esclusivo con il fratello e intanto studia da cinica, sviluppa comportamenti autolesionistici, si atteggia a poetessa e cova sogni di gloria letteraria.
L’occasione di evadere dalla routine quotidiana è data da un lungo soggiorno presso la fattoria dello zio Claude: nelle possibilità mai sperimentate della vita ancora avventurosa, se non proprio selvaggia, del West, Ralph e Molly conosceranno la separazione e andranno incontro al loro destino, mentre la misteriosa comparsa sulle montagne di un esemplare di puma femmina, animale archetipico e simbolico, scatena la fascinazione generale, calamitando sull’intera vicenda un alone minaccioso di sospensione magica, preludio alla tragedia finale.
Il puma”, della scrittrice americana Jean Stafford, uscito per la prima volta nel 1947, è un romanzo di formazione, anzi un romanzo di formazione americano: quello in cui il processo di crescita e trasformazione personale è ritmato dal fluire della vita dei protagonisti dalle convenzioni ottuse della vita urbana alla libera autenticità della natura.
Non si tratta però delle atmosfere beat e scapestrate di un “On The Road” di Jack Kerouac, quanto piuttosto, per certi toni ambigui e per la capacità di lasciar trasparire il disagio dei protagonisti, di un “Giovane Holden” che scopre se stesso nella vita del ranch, con sullo sfondo lo strepitoso paesaggio montano del Colorado.

Dal libro:

Ralph aveva dieci anni e Molly ne aveva otto quando si ammalarono di scarlattina. La malattia aveva lasciato a entrambi una specie di disfunzione ghiandolare che, pur non essendo maligna, provocava in loro uno stato di intossicazione quasi perenne, dando spesso origine a epistassi così copiose che dovevano mandarli a casa da scuola. In genere succedeva a tutti e due contemporaneamente. Ralph si precipitava nel corridoio sanguinando a profusione dal naso e trovava Molly che usciva proprio in quel momento dalla terza, con un fazzoletto appallottolato e fradicio premuto sulla faccia. La madre non sopportava la vista del sangue e la sua angoscia, nel vederli arrivare l’uno dopo l’altra sul vialetto d’accesso, non si attenuò mai, nemmeno quando quei ritorni a casa nel bel mezzo della giornata diventarono una consuetudine”.


L’autrice:
Jean Stafford (Covina 1915 – White Plains 1979) è cresciuta in Colorado, dopo la laurea alla Università del Colorado – Boulder nel 1936, continua i propri studi all’Università Ruperto Carola di Heidelberg.
Tornata negli Stati Uniti, esordisce nella narrativa nel 1944 con il romanzo “Boston Adventure”, divenuto subito un best seller, al quale seguiranno altri due romanzi: “Il puma” nel 1947 e “The Catherine Wheel” nel 1952.
La sua definitiva consacrazione avviene tuttavia con i racconti, pubblicati fin dagli anni quaranta sulle pagine del New Yorker e raccolti in maniera definitiva nel 1969 nel volume “The Collected Stories of Jean Stafford”, vincitore del Premio Pulitzer l’anno seguente.

(Jean Stafford “Il puma” pp. 221, 19 euro, Adelphi 2023)





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Mausoleo Gur-e-Amir, Samarcanda – Uzbechistan

Le separazioni dal cielo

di Franco Spanò







Ti racconto ———————

Luoghi di confine

Diana Bošnjak Monai, un incontro

di Anna Piccioni


Questa volta invece di parlare di un libro voglio parlare di una persona, Diana Bošnjak Monai, che considero speciale e nelle prossime righe spiegherò il perché.
Ho conosciuto Diana a un incontro organizzato alla libreria Feltrinelli di Trieste, dal titolo “Luoghi di confine”. Assieme a Diana c’erano Anja Medved, regista e sceneggiatrice, e Marijana Šutić, professoressa di lingua e letteratura italiana e croata all’Università di Trieste.
L’intento dell’incontro era quello di indagare e riflettere sulla storia e le influenze, le contaminazioni e le tradizioni dei territori di confine nella loro relazione con Trieste.
I ragionamenti, le parole delle relatrici hanno ribadito soprattutto la necessità del superamento dei confini, ma hanno anche messo in rilevo che una città come Trieste deve proprio la sua peculiarità nell’essere città di confine. Nelle loro parole mi sono riconosciuta, per questo motivo ho voluto approfondire la conoscenza con Diana.
Una donna nata a Sarajevo, costretta ad abbandonare la sua città quando è cominciato l’assedio; costretta a vivere da profuga in Slovenia, con il dissolvimento della Jugoslavia; si è diplomata al Liceo Scientifico di Sarajevo prima della guerra, poi si è laureata a Zagabria in architettura. E nel 2000 si è trasferita a Trieste. Tutte le umiliazioni e le tragedie vissute hanno prodotto in Diana un atteggiamento di “riscossa”, ricavandone una ricchezza culturale e intellettuale.
Ho presentato Diana in un incontro al Centro Italiano Femminile di Trieste, attraverso tre suoi libri: “Che caos in via Babilonia” (edizioni Infinito 2025), “Senza lasciapassare” (edizioni Infinito 2024) e “Da Sarajevo con amore” (prima edizione nel 2017, riedizione nel 2000 e poi edizioni Besa Muci nel 2023). Il primo è un romanzo distopico, grottesco, con tutti gli ingredienti tipicamente balcanici, ma che si può benissimo estendere alla realtà di oggi: corruzione, abusivismo, anarchia, poche anime belle ma sulle quali si può sperare.
Il secondo libro è una raccolta di racconti, di esperienze vissute trent’anni lungo quel confine che diventa orientale o occidentale, dipende da dove lo si guarda: punto di arrivo, punto di partenza; linee tracciate dalla prepotenza che dividono persone, storie.
Il terzo è il diario del nonno di Diana, Puniša Kalezić, rimasto a Sarajevo assediata; in cui racconta le difficoltà per procurarsi il cibo, l’acqua, tutte quelle mancanze che rendono la vita sospesa, tra gli attacchi degli aerei e dei cecchini. Tra le pagine del diario Diana si inserisce con ricordi, riflessioni.
Ho scelto queste tre pubblicazioni per dimostrare quanto l’autrice sia eclettica nella scrittura, come nella sua produzione pittorica, e inoltre voglio sottolineare la pluralità di lingue che conosce, scegliendo di esprimersi in italiano, che considera una lingua franca.
Riflettendo insieme a lei sulle sue esperienze, si scopre una determinazione a superare i confini fisici e mentali, e un invito a guardare avanti verso una possibile convivenza e condivisione. In una città come Trieste dove per secoli si sono intrecciate lingue e culture, e dove purtroppo ancora non si sono superati quei limiti e quei confini mentali, quelle rivendicazioni che non hanno alcuna ragione di esistere. E questo solo perché la miopia di molti non permette di vedere oltre, per cogliere l’opportunità di recuperare quei valori che oggi vanno salvaguardati, perché determinano la sua ricchezza e unicità, e soprattutto sono messaggio di una possibile concordia con il resto del mondo.



Dai libri:

Sono stata fortunata nella disgrazia. Sono riuscita ad abbandonare la mia città d nascita, Sarajevo, in tempo, prima che diventasse il luogo martire per antonomasia.
Abbandonandola sono stata costretta a lasciarmi dietro le spalle la famiglia, gli amici, la casa, le piccole cose che fanno parte della quotidianità di una persona. Abbandonandola ho lasciato anche una parte della mia vita, della mia storia personale. Ho dovuto reinventarmi. Ricostruire, recuperare, ricominciare. Ritrovare l’identità perduta, per quanto questo sia possibile.


All’inizio era stato un cinese, un certo Xi Zu, a costruire una specie di lavanderia, che presto venne affiancata da una casetta, nella quale il figlio del Celeste Impero portò a vivere la sua numerosa famiglia, arrivata direttamente dalla Cina. Era gente silenziosa, molto tranquilla, laboriosa…ottimi vicini di casa, insomma, così nessuno si lamentò della loro presenza.
Non passò molto tempo che ecco stabilirsi lì anche una coppia ucraina, Igor e Irina- che spesso tra di noi chiamavamo 21 – con un paio di biondi marmocchi, seguirono poi due russi, Boris e sua moglie Irina – pure lei, così la chiamavamo Irina seconda; quindi alcuni bielorussi, i nordafricani, persino una famiglia di siriani scappati dalle burrascose acque mediorientali, sbarcati con una scialuppa sull’isola di Lesbo, per attraversare le vie impervie della “balcania” aiutati dalla malavita albanese. Anche altri, tra cui ovviamente albanesi, serbi, ma soprattutto ancora russi e ucraini, che diventarono presto la maggioranza assoluta. Il dilemma che si poneva in quel momento era il seguente: mantenere quel quartiere ormai cresciuto e sovrappopolato, ma abusivo
[…] oppure buttare giù tutto…

Chissà forse ho cominciato a scrivere proprio per raccontare questa storia. O forse non avevo una voce tanto forte per gridarla, per scriverla ho dovuto imparare una lingua, attraversare un mare, e continuare a vivere. […] Quando nel 1999 Puniša, mio nonno, mi regalò il suo diario, per me fu come accettare una patata bollente con le mani nude […] Presi il diario, un plico di un migliaio di pagine sfuse, scritte con la vecchia macchina da scrivere, e lo portai a casa. Non lo lessi subito. Non avevo coraggio: Dentro di me si era appena rimarginata la voragine dolorosa, il vuoto profondo che gli anni Novanta mi hanno lasciato in eredità. Avevo troppa paura per aprirle e rivivere tutto daccapo. Aspettai. Dopo poco tempo iniziai a leggerlo e fiumi di immagini e fatti iniziarono a tornare indietro, come un boomerang. Non ero pronta ad affrontare il passato […] C’erano molti testimoni ancora vivi, c’erano i feriti, feriti dentro, mutilati, quelli che avevano partecipato e che avevano combattuto. Quelli che volevano che le cose si raccontassero e quelli che lo impedivano […] Il livello di coinvolgimento personale spesso mi ha portato a crisi nervose e pianti disperati. Ma so che è stato necessario farlo. Per me. Per mio nonno. Per la mia famiglia, per mamma, per Vesna, per la nonna. Per mio figlio. Per chiunque avrà voglia di leggerlo. Per l’uomo, per l’umanità.

(Il libro è la biografia di Puniša Kalezić, scomparso nel 2004, è nato in Montenegro. Importante slavista, scrittore, giurista e veterano del giornalismo a Sarajevo, durante la seconda guerra mondiale viene catturato e portato in un campo di concentramento vicino a Norimberga. Trasferito in Italia, da qui fuggirà raggiungendo il territorio libero del nord della Bosnia, dove organizza il primo liceo partigiano e porta avanti la sua lotta contro l’analfabetismo culturale)


Intervista a Diana Bošnjak Monai:

Perché hai scelto di scrivere in italiano, pur non essendo la tua lingua d’origine?
Quando sono arrivata in Italia, parlavo un italiano abbastanza approssimativo, visto che non ho studiato questa lingua, a parte un corso per principianti all’ultimo anno del liceo. Precedentemente, però avevo studiato il francese a scuola.
Strada facendo sono riuscita a capire e a farmi capire. Per una questione personale e culturale, non volevo sentirmi analfabeta nella nuova patria, ho iniziato a scrivere in italiano, per imparare le regole che avrei dovuto studiare a scuola. Ero avvantaggiata dalla conoscenza della grammatica di un’altra lingua latina, ma sicuramente la mia tenera età di trent’anni non aiutava.
Fra alti e bassi, molti più bassi che alti, sono riuscita in qualche modo ad esprimermi scrivendo in italiano. Questo era il mio primo approccio con la lingua scritta.
Siccome, da sempre, da quando ho imparato le prime lettere, scrivo poesie, prosa, diari, ho pensato di ricostruire alcuni miei ricordi scrivendo in italiano. Quando, poi ho deciso di pubblicare, molto più tardi, alcune cose che avevo scritto, mi sono trovata in bilico; scrivere nella lingua materna, oppure in quella adottata del paese in cui ormai risiedevo?
Mi sono chiesta: quale è la mia lingua materna? Il paese in cui sono nata e cresciuta non esisteva più. La lingua che ho imparato da piccola, il serbo-croato, o croato-serbo, cioè una delle tre lingue ufficiali del paese che non c’è, non esisteva più.
Per pubblicare, avrei dovuto per forza optare e scegliere una delle quattro lingue (serbo, croato, bosniaco, montenegrino) che sono state ufficializzate dopo la dipartita del paese che fu. Era come chiedersi; vuoi più bene a mamma o a papà?
E cosa feci? Scelsi l’italiano. La lingua franca. La lingua terza. La lingua dell’arte. La lingua che avrei sempre voluto sapere. Fu liberatorio. Riuscivo a sintetizzare meglio, essere più schietta.
Avere un distacco linguistico dà una maggior libertà di scrivere anche delle cose dolorose e difficili.

La lingua è espressione della propria cultura; come si conciliano in te le altre culture che esprimi nelle varie lingue con cui parli?
Pur scrivendo in italiano, ma non solo, spesso e volentieri uso delle frasi in diverse lingue e alfabeti. Invento le nuove parole combinando varie lingue. Sono una cultrice dei dialetti. Li adoro.
Mi piace giocare con la mia multiculturalità e multi-etnicità. Però, sono profondamente balcanica. I primi input che ho ricevuto, risalgono al periodo trascorso a Sarajevo. Il mio carattere si è formato vivendo, traslocando, viaggiando. Ho vissuto molte vite.
Sono curiosa, ma quello che mi dà la linfa vitale, l’ispirazione, sono le mie radici. Spesso parlo delle esperienze vissute, che convivono in me insieme alle varie lingue che mi abitano.

Nella tua biografia sei definita artista poliedrica: cosa vuol dire?
Più che un’artista poliedrica mi definirei curiosa e sperimentatrice. Da una minimalista formata nella rigidità accademica sono diventata un’accumulatrice seriale. Più mi sforzavo di raddrizzare la linea, più questa si incurvava. Sono profondamente barocca.
Ad esempio, il soggiorno della mia casa attuale è arredato con un divano giallo artigianale classico-moderno, una chaise-longue di Le Corbusier, due tavolini Kartell in plastica sui quali ho appoggiato un piano in vetro in forma di ala di farfalla, una poltroncina anni cinquanta in finto stile recuperata dalla casa di mia suocera, dipinta in bianco rivestita in pelle bianca, un kilim afgano, due lampade Tolomeio, un lampadario in metallo verde, due librerie di Ikea, una libreria incassata dei primi del ventesimo secolo in stile liberty e una che ho costruito io con i piani in vetro e cornice rosso pomodoro. Tutti i muri tappezzati dai numerosi quadri e oggettistica varia.
Uno penserebbe che si tratti di un mix allucinante. Per i puristi del mestiere sembrerebbe un’offesa. Eppure tutto insieme sembra molto naturale e divertente. Mi piace sperimentare. Cambio speso generi, stili. Ho restaurato molti mobili con le mie mani. Spesso li ho rovinati. Ho fatto delle torte favolose, ma non ho mai annotato una singola ricetta. Ho fatto poche brutte copie. Recupero il recuperabile.
Ultimamente si era rotta la lavatrice. Volevo recuperare il cestello, perché mi ricordavo di aver fatto una bellissima lampada con uno che era rimasto in una casa che avevo posseduto e che avevo venduto anni fa. E poi non c’erano gli attrezzi per smontare la lavatrice. Mi è dispiaciuto moltissimo.

Quanto del tuo vissuto ha determinato la persona che sei?
Il mio vissuto mi ha formato, è essenziale. Nel bene e nel male. Ho avuto la fortuna di conoscere e convivere con delle persone speciali che mi hanno dato tanto. Ho imparato molto da loro. E sto imparando tutt’ora.

Quali delle tue espressività, tra scrittura e pittura, è prevalente?
Credo nessuna. Decido cosa essere giorno per giorno. Mi sveglio e mi sento pittrice. Un giorno sono più mamma-chioccia, un giorno cuoca, un giorno non faccio niente. Un giorno modello le collane, disegno delle illustrazioni. Mi piace il lavoro manuale e artigianato. Poi disegno o scrivo. Traduco. Leggo. Osservo. Ascolto. Creo.
Prima o poi vorrei fare un corso di ceramica. Sono fortunata di poter scegliere perché respiro ancora. L’unica costante della mia vita resta il mal di schiena. E che vita sarebbe se fossi sempre uguale?




Immagini ————————–

Sala della Preghiera per il Buon Raccolto, Pechino – Cina

Le separazioni dal cielo

di Franco Spanò






Voce d’autore ——————-

Deve passare un autunno

Fiorella Frandolic, “Quando se ne andò l’infanzia”

di Roberto Marino Masini


Fiorella Frandolic, goriziana di nascita, ha pubblicato nel 2019 “Dalla mia finestra” una plaquette edita da Qudulibri, con i quali nel 2022 ha prodotto il proprio primo libro “Fermo immagine”.
Quando se ne andò l’infanzia”, editore Le Lettere Scarlatte 2026, è la sua ultima fatica, divisa in quattro sezioni scelte dalla stessa poetessa e precedute da altrettante citazioni che introducono i testi.
Si tratta di una silloge poetica che continua in sintonia con le precedenti pubblicazioni dove, i principali temi sono quelli familiari legati ai ricordi dell’infanzia, la natura (con il mare protagonista), una sorta di amaro disincanto nei confronti di alcuni rapporti umani e continue riflessioni su sé stessa. La dimensione del silenzio necessaria nel suo scrivere sovrasta la parola, ma allo stesso tempo di essa sente fortemente il bisogno. Non una contraddizione, bensì un alternarsi di momenti che tutti in qualche modo viviamo.
La quiete dopo la tempesta dunque in una sorta di immagini fronte retro che si alternano nelle pagine del libro, dove lo stare bene è il rifugio segreto della propria casa e degli affetti, mentre altrove è indispensabile la cautela. Malgrado ciò, anche nelle liriche più amare, risorge la luce della speranza, la via di fuga, il sentire che volendo ogni difficoltà può essere superata.
La raccolta si conclude con una poesia che rende evidente qual è la visione del mondo di Fiorella Frandolic:

E strappo l’erba del giardino,
i fiori che mi hanno dato tanta gioia
ormai sono steli seccati,
presto marci pure nelle radici.
Non ricresceranno nuove piante.
La terra va smossa
arieggiata,
un altro sole deve brillare
su altri germogli
che portino nuova vita.
Deve passare un autunno
con i suoi alberi nudi,
frustati dal vento precoce
e un inverno che fa morire
ogni filo superfluo.
E anch’io percorrerò
nuovi sentieri,
con il cuore sgombro
da memorie inutili,
da occhi indifferenti,
da ferite che sempre
rischiano di riaprirsi
e turbare lo sguardo
rivolto a nuova stagione.


Intervista a Fiorella Frandolic:

Per prima cosa puoi parlaci del titolo della tua nuova raccolta poetica, “Quando se ne andò l’infanzia”?
Questa frase è il verso di una poesia inclusa nella raccolta, nel suo significato più comune, quando cioè si passa dall’ infanzia all’ adolescenza. In realtà ci portiamo sempre dietro a mio parere qualche aspetto, qualche avvenimento di quando eravamo piccoli.
Nel corso della vita poi ci sono degli accadimenti che sono ulteriori passaggi che ci allontanano sempre più dal nostro passato. Posso dire per esperienza personale che uno di questi è la morte dei genitori, quando ci rendiamo conto di non avere più nessuno dietro, siamo in prima linea.
Nel mio caso prima la morte di mio padre e poi quella di mia madre sono stati i momenti in cui ho cominciato a scrivere per dar vita ad una raccolta

Questa tua raccolta è divisa in quattro sezioni, una scelta editoriale oppure un racconto temporale nello stilare le poesie…
La mia scelta nel porre queste citazioni a dividere il libro è prima di tutto l’ammirazione per questi poeti e scrittori, e il piacere di accostarli alle mie parole (senza ovviamente alcun paragone).
C’è comunque un legame tra la citazione e gli scritti all’ interno della raccolta. Per esempio la prima parte, che si apre con una frase di Banana Yoshimoto, parla spesso della bellezza di vivere in una città bagnata dal mare e dell’influenza quasi magica che questa situazione ha sull’esistenza delle persone.
L’ ultima citazione, di Emily Dickinson, è più generale e sottolinea il valore della parola (…la parola che splende… una bellissima sensazione per chiunque scriva).

Leggendo le tue poesie mi sembra come che tu stia davanti ad una finestra aperta nel rifugio sicuro di casa tua, dalla quale indagare su te stessa e sul mondo che vedi al di fuori. Cosa ne pensi?
Sì è senz’ altro vero e questa visione entra spesso nei miei scritti. La mia prima pubblicazione (una plaquette di dieci poesie) si intitola “Dalla mia finestra”.
La metafora ha sempre lo stesso significato: esistono la curiosità e il desiderio di conoscere la realtà al di fuori, le persone, la natura… ma c’è pure un certo timore di non essere in grado di calarsi nella vita vera, e osservare quindi tutto ciò che mi chiama, ma da un lungo sicuro.
Certamente a volte si deve scavalcare questo confine e rischiare anche il rapporto diretto che può arricchire il nostro essere, ma anche causare momenti di sofferenza.

Nel tuo scrivere racconti di momenti di quiete alternati ad altrettanti momenti d’amarezza, un percorso seguito già in “Fermo immagine” ma in modo più maturo credo… Come se fosse una specie di “fronte retro della tua vita”?
Questa espressione “fronte retro” rappresenta bene il mio approcciarmi alla vita. Sono capace di grandi entusiasmi ma anche molto facilmente di cadute per fatti che da altri magari non vengono nemmeno presi in considerazione o comunque non in maniera così pesante.
La ricerca dell’equilibrio è una costante nei miei giorni, ma di solito ha durata breve. Ormai ho imparato che devo convivere con questi due miei lati opposti, cercando di affrontare le cose riflettendo prima di reagire.

“La parola è preferibile al silenzio” scrivi in una poesia. Ci vuoi spiegare questo concetto?
Il silenzio può avere un suo valore in certe circostanze, per discrezione o per evitare di esprimere qualcosa di inopportuno. In linea di massima però è una forma di non comunicazione che rappresenta quantomeno indifferenza, o meglio è esso stesso una risposta, che mette l’altra persona in uno stato di inferiorità perché di fronte al “nulla” è impossibile creare o riavviare un rapporto.
Il significato del silenzio è comunque piuttosto complesso perché è difficile comprendere le motivazioni che portano un’altra persona a questo comportamento.
Per questo parlare, chiarire, è sempre preferibile anche se può essere doloroso, ma aiuta a prendere atto delle situazioni e dei pensieri di ognuno, quindi a ritrovare la pace, per quanto possibile

Nei tuoi testi racconti dell’infanzia alternati a momenti del recente passato, con un “sottofondo amaro” spesso presente, In ogni caso anche nei periodi più difficili che hai affrontato concludi gli scritti quasi sempre con una luce che si apre, la speranza di riuscire a migliorare i momenti negativi… un esempio lo troviamo nella poesia che conclude la silloge…
Credo che la speranza faccia parte della natura umana, salvo situazioni tragiche in cui non si riesce a vedere un domani.
Anche nelle giornate, nei periodi in cui ci si lascia andare, sentendosi inadeguati a quello che la vita pretende da noi o ancor più rifiutati negli affetti, si sente ad un certo punto la necessità di rialzarsi, di andare avanti nonostante persistano situazioni che causano sofferenza.
Ad un tratto portiamo i pensieri verso gli aspetti positivi che comunque fanno parte dell’esistenza. E guardando avanti cominciamo a vedere una luce.
Nella mia vita in questi ultimi anni la poesia ha assunto un’importanza non indifferente.
Associo la ripresa del cammino dopo momenti difficili allo scrivere, a mettere nero su bianco ciò che è accaduto, come l’ho superato o meno, naturalmente in forma poetica secondo le mie capacità, perché questo è il modo che mi viene più naturale per esprimermi.
Il passo successivo di riordinare gli scritti, di dare loro un seguito con la finalità di produrre una raccolta viene di solito in un momento successivo, quando le situazioni più complesse sono passate e nasce il desiderio di condividere con altre persone la propria storia.

L’autrice:
Fiorella Frandolic è nata e cresciuta a Gorizia, ora vive a Gradisca d’Isonzo.
Si è laureata in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste. Ha partecipato a diverse letture pubbliche, in rassegne come Percorsi Di-Versi, Cormons libri, Palabra en el Mundo, iGIORNIvicini, GoriziaACapo.
Ha costituito assieme a due poeti (gruppo Arcipelago) e tre musicisti (Yellow Garage), il reading poetico musicale “Le parole galleggiano sul mare”.
Nel 2019 ha pubblicato la plaquette “Dalla mia finestra” e nel 2022 ha pubblicato la raccolta poetica “Fermo immagine”, entrambe pubblicate da Qudulibri.

(Fiorella Frandolic “Quando se ne andò l’infanzia” pp. 74, 12 eeuro, le Lettere Scarlatte edizioni 2026)





Immagini ————————–

Serpenti Rotanti, Xi’an – Cina

Le separazioni dal cielo

di Franco Spanò


(L’installazione Le separazioni dal cielo è visitabile alla Galleria Prologo, in via Ascoli a Gorizia)

Le separazioni dal cielo

Cupole e soffitti in edifici di culto

fotografie di viaggio di Franco Spanò

Evento ideato in occasione della XXII edizione di èStoria 2026 dedicata alle Religioni.

Le diverse tradizioni religiose, pur rivolgendosi spesso a un medesimo principio divino o a un’idea universale di soprannaturalità, concepiscono in modo profondamente differente lo spazio che sovrasta i loro edifici. Il soffitto, che sia cupola, volta o tetto ligneo, non è mai un elemento neutro: è una soglia, una separazione fisica che viene annullata, in essa si manifesta il modo in cui ogni cultura immagina il rapporto tra l’umano e il divino.
Queste superfici sospese non separano soltanto il dentro dal fuori, ma creano un confine simbolico tra la terra e il cielo. Sono strutture che proteggono e insieme invitano a guardare oltre. Nella loro apparente chiusura custodiscono un’apertura: raccontano una tensione costante verso l’alto, un desiderio di superamento della condizione terrena. Così, ciò che sembra delimitare lo spazio finisce per dilatarlo, proiettandolo verso una dimensione diversa.
Le cupole, con la loro geometria avvolgente, possono suggerire l’immagine del cosmo, un cielo ordinato e comprensibile. Le volte affrescate si trasformano in narrazioni visive, dove figure, simboli e colori guidano lo sguardo e la mente. I soffitti lignei evocano invece una dimensione più abitativa e intima, ma non meno carica di significato spirituale. Ogni soluzione formale diventa linguaggio: linee che ascendono, forme che si espandono, figure che narrano e ci sorprendono.
In questo senso, i soffitti parlano a chi sta in basso. Non sono semplicemente osservati, ma possono essere vissuti come luogo di connessione. L’occhio li percorre, li interpreta, li attraversa idealmente. Il corpo rimane ancorato al suolo, ma lo sguardo si eleva, e con esso il pensiero. Si crea così uno spazio che può generare molteplici livelli di connessione, in cui la dimensione fisica dell’individuo dialoga sia con quella interiore che con quella superiore. L’architettura costruisce un ponte invisibile, un raccordo tra ciò che è visibile e ciò che è immaginato, tra il limitato e l’infinito.
In questa tensione tra chiusura e apertura, tra materia e trascendenza, si realizza il senso più profondo di queste “separazioni dal cielo”: non muri che dividono, ma soglie che invitano a oltrepassare, con lo sguardo e con lo spirito, i confini dell’esperienza terrena.

L’artista:
Franco Spanò nasce nel 1966 a Gorizia dove vive e lavora.
Fotografo autodidatta, dal 1993 ha partecipato a diverse esposizioni personali e collettive. Utilizza la tecnica dell’esposizione multipla, in genere da due a quattro scatti sovrapposti eseguiti con apparecchio reflex tradizionale.
Dal 2005 organizza e dirige le attività dell’associazione culturale per la promozione delle arti contemporanee “Prologo” di Gorizia.

www.prologoart.it

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Roberto Lamantea, Anna Piccioni, Antonello Bifulco, Luigi Auriemma
Andrea Olivieri, Laura Mautone, Livio Caruso