Fare Voci settembre 2026

Parte la nuova stagione di Fare Voci, con una bella selezione di autrici ed autori, a cercare come sempre di costruire una mappa del nostro quotidiano.

Ad iniziare da una voce davvero particolare e significativa, quella della poetessa polacca Małgorzata Lebda, il suo “Mer de Glace” è libro assolutamente da avere. Con lei si entra nella radice più profonda del fare poesia.

E pura poesia è anche lo scrivere di Giacomo Vit. Giuseppe Zoppelli ci introduce al suo nuovo lavoro in friulano, “Dialics / Dialoghi”. Michele Obit ci presenta la poetessa slovena Veronika Dintinjana, traducendo in italiano duee suoi testi, “Černobilska rosa, metulji iz Fukušime” e “Govori”.

C’è tanta poesia, e lo sappiamo già da un po’ di tempo, anche nei versi di Clery Celeste, il suo “Salvare il necessario” è libro con cui bisogna assolutamente confrontarsi.

Roberto Cescon ci conduce nel mondo di Cesare Pavese, e in particolare nel suo testo “I mari del Sud”, pura avventura e magia poetica. E Alberto Rizzi sorprende, con la sua raccolta di quaranta “Pseudo-Haiku”.

Anna Piccioni ci presenta due volumi, a cui dare importante attenzione: Erica Mezzoli con “Alessandrinismo Alexandrianism (aleksandrovanije) una moderna storia di rapporti di genere” e Alessandro Paronuzzi che cura il volume “Viva la Bora – un’antologia triestina”.

Le immagini sono del poeta Giancarlo Baroni, anche questa è una piacevole sorpresa…

Buona lettura.

Giovanni Fierro

(la nostra mail: farevoci@gmail.com)




Immagini ——————-

E le foglie continuo a fotografare

Dieci foto

di Giancarlo Baroni





Voce d’autore ——————

Qui i mattini sono buoni, calmi, si trascinano fino alla notte

Małgorzata Lebda, “Mer de Glace”

di Giovanni Fierro


La poetessa polacca Małgorzata Lebda con “Mer de Glace” compie un gesto poetico davvero importante, in questa raccolta che si muove e che non sta mai ferma trova lo spazio necessario per mostrarsi e raccontare, si fa soggetto e respiro. Indaga e sviluppa temi importanti, come la ripetizione e il quotidiano, la durata.
Anche solo per sottolineare che “alla fine del mondo che è in corso penso poco, ci sono questioni più importanti”.
È quando ascoltare il corpo – il proprio corpo – è anche un modo per sintonizzarsi nel più profondo vibrare del fare poesia, “Oggi è stato obbediente. Prima di correre bisogna raccontargli / la strada, ricordargli le pietre, le radici, le vene / della terra. Se la strada passa dal bosco, a volte obbedisce”.
Fino a trovare l’efficacia dello sguardo, il mettere in immagine il paesaggio che ogni giorno si frequenta, “La casa che chiude il paese emana chiaro. Una donna apparecchia, / apre appena la finestra, siede sul davanzale, accende una sigaretta, / alza lo sguardo, nota i contorni del mio corpo (certo risaltano/ sulla strada che riluce), solleva una mano, le rispondo anch’io così”.
Sì, il quotidiano in tutto “Mer de Glace” è dimora di cui prendersi cura, occasione di trasformare l’abitudine in stupore, “La notte – da fuori – posa l’occhio alla finestra di una casa, / proprio quella che provi a dire tua, sempre / nel punto in cui – da dentro – posi / il tuo. È buio, eppure è tutto”.
Il dentro e il fuori iniziano a combaciare, e in questo Małgorzata Lebda è capace di guardare in faccia il semplice ed assoluto fare poesia: “Penso anche a cosa una poesia – come certi dicono – / dovrebbe e a cosa non dovrebbe. A che muso ha / e a come apre la bocca”. Così anche la poesia si fa corpo, trova la sua forza quanto la sua fragilità, e in esso si riconosce, “Se il corpo prova gratitudine, il lavoro dei muscoli / assomiglia a una poesia riuscita”.
In queste poesie tutti i sensi sono accesi, quasi in allerta, ma mai in difficoltà. “Qualcosa ora corre nel bosco – penso. Qualcosa ora corre / nel bosco, forse segue delle orme e sta crescendo”, in questo essere disponibili all’inaspettato e all’inusuale, a ciò che all’esperienza umana non toglie, ma aggiunge, “Su, guarda: la mano che gravita / attorno a pelle, corteccia, pelliccia / e non ne ha mai abbastanza”.
La poesia di Małgorzata Lebda ha suono, ritmo, silenzio, loop, melodia e taglio. Non si arrende all’ovvietà, ma anzi la scardina, le dà una nuova e possibile interpretazione, la intreccia con ciò che è meno plausibile, più pericoloso. In questo suo non accontentarsi ci dona un libro intenso, libero da condizionamenti, luogo dove il sacro si svela nell’accadere più minuto di ogni giorno: “I lenti cicli rotatori del freddo; le ferite causate dal freddo; portare in alto il chiaro – su, più su; mettere in dubbio; spiare il fuoco; fare la raccolta differenziata; parlare a un merlo”.


dal libro:

Dare da mangiare ai cani

Qui, nella valle umida, i mattini sono buoni, alla fine del mondo che è in corso penso poco, ci sono questioni più importanti: prendere la pillola di eutirox al risveglio, mettere un quarto di doxybactin in bocca al gatto. E ancora: dare da mangiare ai cani, raccontare ai cani un sogno, portare fuori i cani.

Qui i mattini sono buoni, calmi, si trascinano fino alla notte.


*


Le stagioni dei luoghi (I)

Terra; il problema è la lingua; il problema è la temperatura; il problema è; inizio primavera; il conto alla rovescia prima dello shock; il fungo che si prende la stanza ad est; le rondini – dare loro ogni giorno nomi nuovi; il lavoro; dense ore di lavoro; il lavoro del lavoro; leggere poesie; leggere poesie; leggere poesie ad alta voce; appendere ferri di cavallo (non come si deve); la fortuna; la fortuna nonostante tutto; e quindi: sia benedetta l’argilla, sia benedetto l’ultimo freddo, sia benedetto il movimento, sia benedetto il mettersi in cammino, il suo finale – il ritorno verso casa, sia benedetto cosa resta e cosa inaspettato cambia, sia benedetto tutto quanto la bocca possa prendere.


*

Punti d’innesco

Un moto anti-perdita. L’esta che ha attimi di autunno.
Le scommesse con il proprio corpo. In lui ci sono punti in cui
si aggrumano tensioni, qui e qui per l’esattezza (collo, pettorali).

Il Chaturanga. Il cane a testa in su. Il cane a testa in giù.
Il cane arriva e appoggia la fronte al mondo, proprio qui (pancia).
La debolezza, le sue stanze sconfinate. Guarda: dalla valle
incombe l’ombra.


*

Lingue di fuoco

Resto giù col fuoco, c’è da badargli. Il fuoco di casa potrebbe
prendersi il bianco delle lenzuola, prendersi tutto. Silenzio.
Il paese dorme. È dura, in notti così, provare a ricordarsi
tutti i nomi con cui ci hanno chiamati. Ogni tenerezza
usava la lingua a modo suo.


*

Geografia

È una cosa dei sensi, a volte, il passare alle parole.
Che possono essere: castagno, cardamomo, calco,
cazzo; oppure anche nomi di fiumi: Biela, Ob’.

I nomi dei fiumi ci portano armonia da anni. Un refrain di umidità,
una lezione sul trascurato e sulla lingua, che a volte è un sussurro
che si serve del dialetto delle mappe: Mer de Glace, Carpazi,
Cluj-Napoca, valle di Bolechowice, Wrzeszcz, bosco Wolski,
via Leo – ma non cercare, in questo non c’è ordine o misura.
Questo è: tettonica, geografia di ciò che viene eroso, di ciò
che cambia stato, e che è toccato, che è qui.

Su, guarda: la mano che gravita
attorno a pelle, corteccia, pelliccia
e non ne ha mai abbastanza.



Intervista a Małgorzata Lebda:

Il titolo del libro, “Mer de Glace”, prende nome dal secondo ghiacciaio più esteso delle Alpi, purtroppo oramai in via di scioglimento. È l’indicare di come anche la nostra società si stia, oramai, asciugando, in una contrazione – di senso, di significati, di Storia, di sentimento… – che la sta preparando allo scomparire?
“Mer de Glace” è per me prima di tutto un corpo di ghiaccio reale, non soltanto una metafora. È uno dei ghiacciai che si sciolgono più rapidamente: arretra di circa 30–40 metri all’anno, perdendo in media 4–6 metri di spessore ogni anno. Il titolo è il mio tentativo di rendere testimonianza.
In una delle poesie chiedo del funerale dei ghiacciai — come si può, in fondo, fare il lutto per loro? Abbiamo riti di lutto per le persone; per i paesaggi stiamo appena cominciando a cercarli. Ma sì, riconosco quella contrazione: quando un ghiacciaio si ritira, con lui si ritira qualcosa nella nostra lingua, nella nostra attenzione, nella nostra memoria.
Scrivere è il mio modo di oppormi alla scomparsa, di annotare che qualcosa o qualcuno un tempo è vissuto. Allo stesso tempo non volevo che “Mer de Glace” fosse un manifesto da appendere a uno striscione. Volevo che ponesse domande, perché è in questo che vedo la forza sovversiva della poesia: domandare, e poi scoprire qualcosa nella scrittura e nella lettura.

Nei testi del libro è molto importante la vita di ogni giorno. Mi sembra proprio che la ripetizione del quotidiano sia quasi una cerimonia, un qualcosa di importante a cui appartenere. È così?
Sì, è proprio così. Sono cresciuta in una famiglia contadina, dove la giornata aveva una struttura quasi liturgica: gli animali da nutrire, la terra da lavorare. I riti e le cerimonie faranno sempre parte di me, anche se il mio rapporto con la fede è cambiato — oggi sono piuttosto una persona in ricerca.
E la ripetizione mette ordine nel mio mondo. Al mattino c’è la compressa da prendere, un quarto di pastiglia per il gatto, i cani da nutrire, ai cani bisogna raccontare il sogno. Attorno a queste ripetizioni si raccoglie la vita, e si rivelano abbastanza forti da tenere a distanza perfino la fine del mondo.
In sei poesie di questo libro ripeto, come il verso di una litania: leggere poesie, leggere poesie, leggere poesie ad alta voce. La ripetizione è il mio modo di appartenere — a un luogo, agli esseri di cui mi prendo cura, alla lingua.

Perché poi l’attenzione si sposta sulle piccole cose, le cose minute, di cui non ci accorgiamo più – forse per abitudine, forse per disattenzione. Ecco, quant’è importante lo sguardo nell’affrontare la vita di ogni giorno? E quanto lo è nello scrivere poesia?
Lo sguardo è tutto, nella vita e nella poesia — per me è un’unica pratica. Sento che i miei sensi sono stati accordati definitivamente nell’infanzia: li ha calibrati la vita in campagna, e quando ci sono tornata dopo dodici anni in città, a Cracovia, sono tornata anche all’attenzione della mia infanzia.
Il muggito delle mucche mi è più vicino del rumore di un tram che passa. L’attenzione è per me anche una questione etica. Quando si accompagna qualcuno che sta morendo, il mondo sembra buio; notare le piccole cose — il rospo sulla soglia, i caprioli che si avvicinano alla casa — è stato il mio modo di sopravvivere. Le poesie, soprattutto quelle di questo libro, nascono per me da simili atti di attenzione.

I testi di “Mer de Glace” escono dai canoni della poesia classica. A volte la scrittura ha un ritmo quasi narrativo, a volte è pura percezione, a volte sfiora la cantilena, a volte il ritmo si spezza per creare un vuoto che vuoto non è. Cosa c’è alla base del suo scrivere poesia?
Alla base della mia scrittura ci sono il corpo e i suoi ritmi. Vengo dal movimento: dal lavoro nella fattoria, dalla cura del frutteto, dell’orto e degli animali, e anche dalla corsa. In una delle poesie di questo libro annoto che il lavoro dei muscoli assomiglia a una buona poesia. È la mia esperienza.
La frase lunga, narrativa, nasce in parte dal respiro e dalla corsa, mentre la cantilena viene da ciò che da bambina assorbivo nella chiesa del paese: dalla litania, dalla ripetizione come un mantra. Lavoro e liturgia sono le mie due eredità, e attingo ad entrambe. E la rottura del ritmo, il vuoto che non è vuoto — è uno spazio lasciato di proposito al lettore.
Voglio che le lettrici e i lettori si sentano a casa nella poesia, che portino in quelle fessure la propria esperienza e ne escano con ciò di cui hanno bisogno. Mi fido del silenzio; è la parte più ospitale di una poesia.

Nel libro la presenza della Natura è fondamentale. Non solo come valore da difendere e per cui impegnarsi e schierarsi, ma anche come ulteriore respiro di esistenza. In che modo la si può far entrare nella quotidianità, nel proprio impegno sociale e civile?
Per me tutto comincia dal coabitare, non dalle dichiarazioni. Vivo in campagna; i miei vicini sono caprioli, tassi, lupi, alci, gru. Nella nostra fattoria, insieme a mio marito, ci prendiamo cura di quindici animali che sono per noi come membri della famiglia: cani, capre, oche, pecore, cavalli konik polacchi semiselvatici, gatti. Prendersi cura di esseri che si fidano senza riserve è una forma quotidiana, fisica, di impegno. A volte diventa un gesto su scala più grande: qualche anno fa ho corso 1113 chilometri lungo la Vistola, dalle sorgenti al Baltico — un mese concepito come un progetto di attivismo poetico per un fiume ancora relativamente selvaggio, minacciato dalla regimazione.
Vale la pena, credo, non distogliere lo sguardo, difendere i più deboli, compiere anche piccole scelte che nella nostra prospettiva locale cambino qualcosa, almeno un poco. La mia strada è anche pensare agli esseri diversi dagli umani come a partner — come a qualcuno, non a qualcosa.
Da adolescente lessi una poesia di Tadeusz Nowak su un cane legato alla sua cuccia — una poesia che trattava l’animale come qualcuno, non come qualcosa. Capii allora che la scrittura può essere un parlare in nome dei più deboli.
La crisi climatica non è un tempo futuro. È già qui. La natura se la caverà (quest’estate, durante la canicola, ho guardato i nostri animali affrontare il caldo estremo meglio di noi). Dunque: attenzione, cura e curiosità verso il mondo.

Altro elemento importante è il corpo. Con cui avere un dialogo e un ascolto. Mi sembra quasi che in queste poesie ci sia un riconoscergli una propria identità, con cui confrontarsi. Mi sbaglio?
Ha ragione. Il corpo è il mio primo strumento di conoscenza e cerco di restare in dialogo con lui, di ascoltarlo — anche quando protesta. Come ho già detto, vengo dal movimento: dalla corsa, dal camminare, dal lavoro nell’orto, dal lavoro con gli animali e con la terra, e anche dal nuoto nel freddo Baltico o nel fiume qui vicino.
Ognuna di queste attività dà un modo diverso di sentire se stessi e ognuna nutre la scrittura in modo diverso; perfino il dolore muscolare dopo lo sforzo può essere straordinariamente ispirante — come una prova che esisto, che vivo.
Quando entro nel mare freddo non riesco a non gridare — è forse l’unico momento della mia vita adulta in cui mi permetto di gridare come una bambina; il grido esce da dentro, da qualche parte vicino al ventre.
Nelle poesie volevo dare al corpo una voce propria, esattamente come viene detto nella domanda: un compagno da ascoltare, non uno strumento. E mi chiedo anche che cosa accadrà se un giorno il corpo si rifiuterà di obbedire. Me ne prendo cura, perché è la mia casa qui sulla terra. Credo anche nella sua intelligenza — che sempre, anche nella malattia o in un infortunio, mi permetterà di attingere alla vita.

Come la parola della poesia, anche la maratona è un’esperienza che la contraddistingue. E penso che siano due esperienze che hanno un punto in comune: la costruzione di una durata. La poesia per rimanere nel tempo, la corsa per disegnare una distanza. Cosa ne pensa di questo?
Questa intuizione mi è molto vicina. La corsa di lunga distanza e la poesia sono entrambe, per me, arte della durata — dello stare dentro qualcosa più a lungo, del rimanerci anche quando non è più comodo.
Penso meglio correndo; il ritmo della corsa è vicino al ritmo della poesia. La raccolta “Mer de Glace” è nata ancora prima della mia corsa più lunga, lungo tutta la Vistola — la scrivevo preparandomi a quel cammino. La corsa stessa si è poi rivelata una sorta di pellegrinaggio. Quando sono arrivata al mare e ho guardato il fiume mescolarsi al Baltico, ho capito che c’è una Lebda di prima di quella corsa e una Lebda del dopo; il ritmo di quelle settimane si è depositato per sempre nelle mie frasi.
Quindi sì: la poesia per durare nel tempo, la corsa per tracciare una distanza — ed entrambe per costruire una durata in cui l’attenzione, il pensiero, una poesia, un romanzo possano maturare.

Leggendo e rileggendo le poesie di “Mer de Glace” ho vissuto un senso di piacevole sacralità. Non il sacro delle cerimonie, neanche quello della fede, ma il sacro invocato da Allen Ginsberg in “Urlo”: Ogni cosa è sacra! Ognuno è sacro! Ogni luogo è sacro! Ogni giorno è nell’eternità! Ogni uomo è un angelo. Un vero e proprio invito a vivere ogni momento con totale partecipazione e profondo coinvolgimento. È una interpretazione plausibile?
Non è soltanto un’interpretazione plausibile — è molto vicina a come sento io stessa questo libro. Sono cresciuta all’interno della tradizione cattolica e, sebbene non la pratichi più, le sue forme sono rimaste con me: la litania, la benedizione, il ritmo della preghiera, i canti. Ciò che cerco adesso è un sacro laico, esattamente quello di cui parla la domanda: la santità della partecipazione. Nel mio romanzo “Łakome” — che uscirà in italiano la prossima primavera da Bompiani (Giunti), con il titolo provvisorio “Fameliche”, nella traduzione di Silvano De Fanti — c’è una scena in cui si seppelliscono le piante e una preghiera viene trasformata: l’eterna fioritura dona loro. Questa frase potrebbe stare sopra tutto ciò che scrivo.
Ogni volta che nutro i cani, ogni prima fragola di primavera, ogni primo temporale dell’anno è — in questo senso — nell’eternità.
Se le poesie di “Mer de Glace” trasmettono l’invito a vivere ogni momento con piena partecipazione, allora hanno fatto ciò che speravo: contro il buio, mostrare qualcosa di luminoso.


Małgorzata Lebda (1985) è una poetessa e scrittrice polacca, autrice di otto raccolte di poesia. Per Mer de Glace ha ricevuto nel 2022 il Premio Wisława Szymborska, il più prestigioso riconoscimento poetico polacco.
Il suo romanzo d’esordio Łakome (2023), finalista al Premio Nike, uscirà in italiano nella primavera del 2027 da Bompiani (Giunti), con il titolo provvisorio Fameliche, nella traduzione di Silvano De Fanti. I suoi libri sono stati tradotti in venti lingue.
Vive in campagna, in Polonia, con il marito e numerosi animali, e corre lunghe distanze.

(Małgorzata Lebda “Mer de Glace” pp. 104, 14 euro, Valigie Rosse 2024)

I fotoritratti di Małgorzata Lebda sono di Weronika Ławniczak.







Immagini ——————-

E le foglie continuo a fotografare

Dieci foto

di Giancarlo Baroni





Tempo presente ——————-

A zìrin i mes pinsèirs tal mulinèl   Girano i miei pensieri nel mulinello

Giacomo Vit, “Dialics”

di Giuseppe Zoppelli


I “Dialics/Dialoghi” di Giacomo Vit, pubblicati nel 2026 per l’editore Convivio, sono un’opera composita, ma che finisce per ricomporre un mosaico della società friulana odierna, sfigurata, sfregiata e scurtissada, e non solo, poiché a prevalere è l’orrore per il mondo contemporaneo. Un posto prioritario hanno la natura e il paesaggio, così come sul piano formale sempre più si accampa la dimensione corale, la presenza del coro che interloquisce con i vari personaggi, a volte sotto forma di opinione pubblica, a cominciare dagli stralci di un giornale.
Emblematica la sezione d’apertura “Ciantada par Bulo-Bulo (par vòus, còrus e machinis da darà)“: Bulo-Bullo è la vittima sacrificale per eccellenza, il vinto verghiano del progresso che travolge le singole vite lasciandole ai margini, vittima due volte perché il destino gli riserverà una fine beffarda. La sua tragica vicenda è costruita da un intreccio di voci: il coro dei bambini, Bulo-Bullo stesso, spaesato, disorientato; il coro di uomini, il coro femminile e la vox populi dell’ultima poesia.
La seconda sezione, “Ciants di na’ tiara scurtissada”, affronta le conseguenze della Grande Guerra sulla natura. Tra gli elementi naturali che prendono la parola vi è anche il fiume Isonzo, già cantato ne I fiumi dal soldato Ungaretti nel Porto sepolto. Nella poesia di Vit il punto di vista è quello del fiume: l’Isonzo antropomorfizzato vede giovani soldati infilzati dalle baionette contorcersi sul fondo e colorarsi le alghe fluenti di rosso sangue. E hanno voce anche il bosco, che vede spezzati i suoi rami dalle cannonate; il cielo, tutto sbrecs, sfèsis, bus (strappi, fessure, buchi); la terra, che disseminata di mine antiuomo, vede riempire le sue zolle di bras, giambìs, vìtis (braccia, gambe, vite); i crateri, formatisi sui campi dei contadini che, a loro volta, denunciano il passaggio sul frumento dei lanciafiamme; e infine la collina di marmo di Redipuglia con le sue innumerevoli tombe, che si duole di quelle senza nome.
Nei versi del poeta il rapporto uomo/natura viene rovesciato: la natura – ferita, sfregiata e deturpata dall’uomo – guarda all’essere umano come ad una sua piccola parte, benché insidiosa e letale. La terza parte della silloge rilegge la tradizione popolare della villotta alla luce del presente, da qui il titolo di “Cuntraponts” (“Contrappunti”), a testimoniare l’imprescindibile legame con la cultura del passato ma anche la sua assunzione critica. Anche la quarta sezione, dedicata al vino, riprende la forma del contrapont, a partire da una villotta e dai versi sul tema di Pasolini e di Giacomini, che funzionano come voci dialoganti. La quinta sezione ha ancora sullo sfondo il Friuli che, da avamposto sul fronte orientale a difesa dei bastioni d’Occidente dal pericolo sovietico, si è trovato – dopo la caduta del Muro e la dissoluzione dell’URSS – ad abbandonare, in pochi anni, oltre quattrocento caserme.
Ciò diventa l’ulteriore occasione per una riflessione sull’uomo, sui destini dell’umanità e sulla storia. Ma, all’interno del macrotesto c’è un nuovo capitolo, quello di “Hänsel e Gretel in Friul“: la fiaba, sempre attuale quando l’orrore si manifesta, diventa metafora delle brutture odierne, così i due protagonisti si trasformano in due piccoli immigrati clandestini in fuga, braccati sia dalla mafia dedita alla tratta dei nuovi schiavi sia dalla polizia di confine. Gretel è tutte le Gretel del mondo, come dicono i versi del poeta, tutte le bambine e tutte le donne, di ieri e di oggi, discriminate e perseguitate. In mezzo a tanta disumanità testimoni sono gli alberi, disponibili all’ascolto, sono essi a rendere testimonianza e giustizia ai due bambini e a tutti i bambini indifesi travolti dalla storia, dall’alto dei loro anni che sorpassano di gran lunga le brevi e insensate vite umane.


Dal libro:

Coru di frus

Bulo-bulo, se fatu in ostaria, sintàt
ta un taulìn scarabiciàt di vin, cun ches
scartèlis in man, intant che inta la to tiara
a stan zuiant una partida sporcia par
partati via l’as da lis tos cunvinsions?
Bulo, no sotu pi bulo? Se vinu di pensà
di te, ch’a ti àn mitùt ‘na polvarina tal got
par no fati smirà dret intai vui chei omis
fers ta la crosara ch’a mena al to Mont?


Coro di bambini
Bulo-bullo, cosa fai in osteria, seduto / a un tavolino scarabocchiato di vino, con quelle / carte (da gioco) di poco valore in mano, mentre sulla tua terra/ stanno giocando una sporca partita per / sottrarti l’asso dei tuoi ideali? / Bulo, non sei più bullo? Cosa dobbiamo pensare / di te, che ti han messo una droga nel bicchiere, / per impedirti di fissare dritto negli occhi quegli uomini / fermi al crocevia che conduce al tuo Mondo?


*

Vòus di Bulo-Bulo

A zìrin i mes pinsèirs tal mulinèl
di cìchis e vin, e iò uchì i volarès infondàmi…
Tal pavimint a s’ingròpin lis bisàtis
s’ciampàdis dai brus siùns…
Il vint ulà di fòur al à un colòur ciùmp
e Bulo nol sa pì se ch’a vòu disi zì avant,
zì indavòur…
A èa ‘na vuera? Cuma chè dal cuìndis-disavòt
cul gas? O èa cuma chè ultima, cui reticolàs
ch’a pòchin ta la cheba da la mins la volontàt?
Bon, alora iò soi pront, cui mes ciars armàs,
cui mes sclops, cu la me divisa, elmèt, bòmbis
a man…Provàit a smiràmi intòr, e i viodarèis
‘na flama ch’a vi imbrassa e no vi mola pì…


Voce di Bulo-Bullo
Girano i miei pensieri nel mulinello / di mozziconi e vino, e io qui vorrei sprofondarmi …/ Sul pavimento si annodano le anguille fuggite dagli incubi … / Il vento là fuori ha un colore storto / e Bulo non sa più cosa significhi andare avanti, / andare indietro… È guerra? Come quella del quindici-diciotto / col gas? O è come l’ultima, con i reticolati / che spingono nella gabbia della mente la volontà? / Bene, allora io son pronto, coi miei carri armati, / coi miei fucili, con la mia divisa, elmetto, bombe / a mano … Provate a puntarmi addosso, e vedrete / una fiamma che vi abbraccia e non vi lascia più …


*

VOUS DAL BOSC MARTORIÀT

“Al à vorèlis il bosc”, a ghi pandeva un veciu
al so nevodùt, ‘na dì che l’aria a era penza,
e a si sintiva di lontan il ciacarà dai canons…
Ma dopu un puc, eco il zì e vignì di furmiis
grandononis cul ciapièl di fiar, eco il soncià
dai mes arbui ciamò verts, eco l’essi bandonàs
intal Purgatoriu da la tiara, intant che il soreli
a si cuiarzeva i vui cun deis plomps…


VOCE DEL BOSCO MARTORIATO
“Ha orecchie il bosco”, gli confessava un vecchio / al nipotino, un giorno in cui l’aria era densa, / e si udiva di lontano il chiacchierare dei cannoni … / Ma dopo un po’ ecco l’andirivieni di formiche / enormi col cappello di ferro, ecco lo spezzare / dei miei alberi ancora verdi, ecco l’abbandono / nel Purgatorio della terra, mentre il sole / si copriva gli occhi con dita fradice …


*

Se crodès che vo mi amassìs
dut il mont bandonarès;
dut il sanc de lis mês venis
jo par vo lu spandarès.

(Vilota popolar)

Il prin pùin a mi lu à tiràt
ta la bocia dal stomit,
e i ài tacàt a viodi sbrindinassi
lis peraulis che ‘na dì
a mi pareva di vei sintùt
disgatiassi dai sos lavris…
Il secont pùin a mi lu à plantàt
ta la schena, e iò, vinciàr
pleàt, i ài sintùt il sanc balà,
e drenti lis venis
a si dislagàvin ancia lis àgrimis
ch’i vevi scundùt tal font di me…
Il ters pùin, l’ultin, cuma ‘na saeta
al è plombàt tal ciaf, e cussì
al à sbiciàt dutis lis nòs
ch’i vevi passàt a insumiàmi
il vel da la nuvissa.


Se credessi al vostro amore / tutto il mondo abbandonerei;/ tutto il sangue delle mie vene / io per voi scialacquerei. / (Villotta popolare)

Il primo pugno me lo sferrò / alla bocca dello stomaco, / e cominciai a vedere sfilacciarsi / le parole che un giorno / mi sembrava di aver udito / disbrogliarsi dalle sue labbra … / Il secondo pugno me lo piantò / sulla schiena, e io, salice / piegato, sentii il sangue ballare, / e dentro le vene / si scioglievano anche le lacrime / che avevo nascosto nel fondo di me stessa … / Il terzo pugno, l’ultimo, come una saetta /mi precipitò sulla testa, e così / rovesciò tutte le notti / che avevo passato a sognare / il velo della sposa.


*

HÄNSEL E GRETEL IN FRIUL

VÒUS DA LA SÒUR

Chi ch’al à viodùt
cori cuma un levri tal bosc
me fradi?
Ciavièi ris, la piel
colòur da la not pì fonda,
il sen da la scuria intai bras,
s’ciampàt al las
dai mafiòus e dal sglinghignès
dai pulisiòs?

VOCE DELLA SORELLA
Chi ha visto / correre come una lepre nel bosco / mio fratello? / Capelli ricci, la pelle / colore della notte più profonda, / il segno della frusta sulle braccia, / sfuggito al laccio / dei mafiosi e dal tintinnio / dei poliziotti?


Giacomo Vit, già maestro elementare di Bagnarola, in provincia di Pordenone, è autore di opere in friulano di narrativa e di poesia, fra cui si ricordano Chi ch’i sin…, Campanotto 1990 (Premio Città di San Vito al Tagliamento), La cianiela, Marsilio 2001 (Premio Thiene-Tonini), Sanmartin, Lietocolle 2008 (Premio Percoto); Trin freit, Barca di Babele 2014 (Premio Pascoli); Vous dal grumal di aria, Puntoacapo 2018 (Premio Biagio Marin e Premio Ravenna-Mazzavillani); A tàchin a trimà lis as, Puntoacapo 2021 (Premio lago Gerundo).
Ha fondato nel 1993 il gruppo di poesia Majakovskij, col quale ha dato alle stampe quattro volumi. Con Giuseppe Zoppelli ha curato le antologie della poesia in friulano Fiorita periferia, Campanotto 2002 e Tiara di cunfìn, Biblioteca civica di Pordenone 2011. Ha pubblicato numerosi libri per l’infanzia e anche alcuni testi teatrali.


Giuseppe Zoppelli (San Vito al Tagliamento (Pn), 1958), dopo aver trascorso parte dell’infanzia e la prima giovinezza ad Aosta, si è trasferito a Torino dove ha conseguito la laurea in Lettere, dove ha insegnato e tuttora vive. La sua attività letteraria segue tre direzioni: la storia e la critica della letteratura dialettale e della poesia contemporanea, la riflessione metacritica, la produzione lirica.
Ultime rispettive pubblicazioni: Lettere valdostane. La letteratura francoprovenzale in Valle d’Aosta (2009), Oru puor. L’ultima poesia in friulano (2014) e Voci in dialetto (2020); Etica della parola poetica (2009), Utopia della poesia. Le parole sepolte (2015), Una stretta di mano. Lirica e nuova soggettività (2018) e Il cardellino accecato. La poesia reclusa nei luoghi dell’orrore e della costrizione (2022); le raccolte di poesia Frammenti di un mondo probabile (1992), Stella di giorno (2003), Cronica (2007), In vivavoce (2013) e Km. zero (2023).






Immagini ——————-

E le foglie continuo a fotografare

Dieci foto

di Giancarlo Baroni






Tempo presente —————

“Černobilska rosa, metulji iz Fukušime”, “Govori”

Due testi inediti in italiano

di Veronika Dintinjana


Černobilska rosa, metulji iz Fukušime

Kaj je nekaj milisievertov
proti prvim sončnim dnevom poletje?

Vode cunamija so odkopale semena redkih rastlin,
mislili so, da so že izumrle.

Vsi nosimo v kosteh Nagasaki,
Hirošimo, Marshallove otoke, Mururoo, druge atole.

Naše neprestane noči svetijo v odlagališčih za posebne odpadke.

Sveža majska trava, radioaktivna,
vse, česar ne vemo, česar nam ne povedo –

prihodnost mutiranih celic,
hodniki bolnišnic, hitro ali počasno umiranje, staranje,

tudi brez bolezni,
prihodnost in preteklost zastavljeni

za cilje, ki se nam nočejo razkriti;
upamo samo, da so bili izbrani dobro.

Razpadajoči elementi spominov
nam vračajo otroštvo, spremenjeno,

toliko napačnih prepisov, tudi dvojine vijačnice
slik in besed se počasi osipajo, ni encimov, ki bi popravljali napake.

Ni bil večer po Černobilu, ko sem zavita v odejo,
vročična, na črno-belem televizorju gledala film Starec in morje,

ne spomnim se monologa, samo sivine morja,
vztrajanja, tistega občutka,

da ni mogoče izstopiti, odpotovati
pogumno, kamor človeška noga še ni stopila.

Da smo se zataknili tukaj.
Črnina rentgenskih slik nas spominja na prostranstva onstran,

sevanje se sešteva,
proti neskončnosti, ki si je ne znamo predstavljati.

Še se oziramo navzgor,
od tam prihajajo dež, metulji, vidna in nevidna valovanja –

igramo se na travi, pokriti z roso,
nekje drugje, dvajset let pozneje, vzletajo metulji.

Razbremenilni šivi avionskih sledi
varujejo nebo pred težo vesolja.

Kite marjetic se razpletajo
na vratu poletja

vsakič znova.


Rugiada di Černobyl’, farfalle da Fukushima

Cosa sono pochi millisievert
rispetto ai primi giorni assolati dell’estate?

Le acque dello tsunami hanno dissotterrato semi di piante rare,
pensavano fossero già estinte.

Tutti portiamo nelle ossa Nagasaki,
Hiroshima, le isole Marshall, Mururoo, altri atolli.

Le nostre notti insonni brillano nelle discariche per rifiuti speciali.

La fresca erba di maggio, radioattiva,
tutte le cose che non sappiamo, che non ci dicono –

il futuro di cellule mutevoli,
i corridoi degli ospedali, il lento o veloce morire, l’invecchiare

anche senza malattie,
il futuro e il passato prefissati

come obiettivi che si rifiutano di rivelarsi;
speriamo solo siano stati scelti bene.

Elementi fatiscenti dei ricordi
ci restituiscono l’infanzia, non più quella,

quante trascrizioni sbagliate, anche le doppie spirali
di immagini e parole lentamente si riducono, non ci sono enzimi a correggere gli errori.

Non era la sera dopo Černobyl’, quando avvolta nella coperta,
febbricitante, in un televisore in bianco e nero guardavo il film Il vecchio e il mare,

non ricordo il monologo, solo il grigiore del mare,
l’ostinazione, quella sensazione

che non si possa uscire, prendere fiduciosi
il largo, per dove l’uomo non ha ancora messo piede.

Che ci siamo arenati qui.
Il nero delle schermografie ci ricorda gli spazi che stanno oltre,

la radiazione si accumula
tendendo a un infinito che non sappiamo immaginare.

Ancora volgiamo lo sguardo all’insù,
da là arrivano la pioggia, le farfalle, flussi visibili e invisibili –

giochiamo sull’erba ricoperta di rugiada,
in un altro luogo, vent’anni più tardi, volano le farfalle.

Suture di scarico di scie aeree
proteggono il cielo dal peso dell’universo.

Sempre di nuovo
le trecce di margherite si sciolgono

alle porte dell’estate.


Govori

skozi dolge hodnike bolnišnic, stopnišča fakultet, police knjižnic, trezorje bank, vitrine lekarn, skozi dim mestne toplarne, skozi gnečo kavarnic ob reki, skozi sterilni klavnic v predmestju, skozi ščebetanje lastovk v blokovskem naselju, skozi decibele dovoljene tišine, skozi prometne zamaške, nesreče, skozi zvito pločevino, skozi šunder, skozi smog, skozi zimo do poletja

skozi dotike, naključna srečanja, nepričakovane zasuke, spogledovanja, ki se trudijo ostati nedolžna, skozi občutek tesnobe v želodcu, skozi omotico in drobno piskanje v ušesih, skozi prevelika pričakovanja, prihodnost, ki je nikoli ne dočakamo, skoz koledarje in adresarje, morja telefonskih številk in elektronskih naslovov, skozi pripise, prečrtana imena, štampiljke na dokumentih, ki potrjejujo naš obstoj, štampiljke na rokah otrok pred diskoteko, skozi vrste praznega art kina, skozi vrste v supermarketu, vrste pred bankomati in vrste pogrebcev na Žalah, skozi vrata nebeškega kraljestva ali samo skozi vrata wellness centra, skozi oči kamere, skozi valove pozitivne energije, skozi vraže in skozi številke, skozi akrobacije računovodij pred inventuro, skozi davčno napoved in rojstne dneve

skozi vse napovedi smrti, nešteto ploskev življenja, še naprej, skozi vse prehojene poti, spomine, večkrat prebrane pravljice in romane, skozi zgolj prve vrstice popevk in pripeve, skozi pozdrav ob koncu dneva, ob koncu noči, skozi neprestano minevanje ur, letnih časov, skozi približevanje neizogibnega, nikoli končano iskanje prave poti, skozi neprižgane semaforje, napačne odločitve, napačne poteze, izgubljene partije, zarečene besede, skozi miljone planetov skritih za svetlobo mesta, za svetlobo dneva, za oblaki, za dežjem, za snegom, skozi vse, česar pogled ne preseže, prsti ne preštejejo, računalniki ne izračunajo, skozi iskanje nekoga, ki bo slišal, skozi poslušanje drugih, sebe, vsega skupaj, skozi zrak in ionosfero, skozi znamenja in naključna sporočila, slike svetnikov in sončnic, skozi trge, cerkve, postelje, kuhinje, lesne risbe na vratih omar, skozi zvoke priročnega pekača za kruh, momljanje molilnih mlinčkov, skozi neprestano pričakovanje bližine, hrumenje množice na podzemski in odrešilno zvonjenje mobilnih telefonov

skozi usta raztelešenih dreves
govori pesem:
z vami sem do konca sveta


Parla

attraverso i lunghi corridoi degli ospedali, le scalinate delle facoltà, i ripiani delle biblioteche, le cassaforti delle banche, le vetrine delle farmacie, attraverso il fumo della centrale termica cittadina, attraverso la calca in un caffè lungo il fiume, attraverso lo sterile fetore in un macello di periferia, attraverso il cinguettio delle rondini in un agglomerato di palazzine, attraverso i decibel del silenzio consentito, attraverso gli intasamenti del traffico, le disgrazie, attraverso le lamiere contorte, attraverso il casino, attraverso lo smog, attraverso l’inverno fino all’estate

attraverso il toccare, attraverso gli incontri, le giravolte inaspettate, gli adocchiamenti che si sforzano di rimanere innocenti, attraverso la sensazione di angoscia nello stomaco, attraverso un capogiro e un leggero fischio nelle orecchie, attraverso le aspettative troppo grandi, un futuro che non raggiungiamo mai, attraverso i calendari e gli indirizzari, un mare di numeri di telefono e di indirizzi elettronici, attraverso i poscritti, i nomi cancellati, i timbri sui documenti che attestano la nostra esistenza, i timbri sulle mani dei figli davanti alla discoteca, attraverso le code a un cinema d’essai vuoto, attraverso le code al supermercato, le code davanti a un bancomat e le code nei cortei funebri a Žale, attraverso le porte del regno celeste o solo attraverso le porte del centro wellness, attraverso l’occhio della cinepresa, attraverso le onde di energia positiva, attraverso i pregiudizi e attraverso i numeri, attraverso le acrobazie dei contabili davanti a un inventario, attraverso la dichiarazione dei redditi e i compleanni

attraverso tutti gli annunci di morte, le innumerevoli sfaccettature della vita, e ancora, attraverso tutte le strade percorse, i ricordi, le favole e i romanzi più volte letti, attraverso solo le prime righe di canzoni e ritornelli, attraverso un saluto alla fine della giornata, alla fine della notte, attraverso l’incessante scorrere delle ore, delle stagioni, attraverso l’avvicinarsi dell’inevitabile, mai conclusa ricerca della giusta via, attraverso i semafori spenti, le decisioni sbagliate, le mosse sbagliate, le partite perdute, le parole stregate, attraverso milioni di pianeti nascosti dietro la luce di una città, dietro la luce del giorno, dietro le nuvole, dietro la pioggia, dietro la neve, attraverso tutto ciò che l’occhio non vede, le dita non contano, i computer non calcolano, attraverso la ricerca di qualcuno che ascolterà, attraverso l’ascolto degli altri, di sé, di tutto assieme, attraverso l’aria e la ionosfera, attraverso i segnali e i messaggi casuali, le immagini dei santi e dei girasoli, attraverso piazze, chiese, letti, cucine, i disegni su legno sulle porte degli armadi, attraverso i rumori della maneggevole teglia per il pane, il mormorio delle ruote della preghiera, attraverso la continua attesa di una vicinanza, il frastuono della folla in un sotterraneo e il salvifico suonare dei cellulari

attraverso le bocche di alberi dissezionati
la poesia dice:
sono con voi fino alla fine del mondo



(Traduzione dallo sloveno di Michele Obit)



Veronika Dintinjana, il suo fare poesia

di Michele Obit

Le poesie di Veronika Dintinjana che pubblichiamo appartengono alla raccolta V suhem doku, nella quale ha un ruolo importante la geografia del Mediterraneo, che si espande verso nord e attraverso l’oceano. L’acqua è l’elemento predominante, la navigazione è il mezzo di trasporto fondamentale.
La ricerca dell’identità, il ritorno alle origini, le storie degli antenati, il legame tra nascita e morte, la corrispondenza con altre arti (soprattutto visive) sono i temi centrali di una raccolta che è un piccolo gioiello, raro come è rara la produzione della poetessa, e per questo ancora più preziosa.



Veronika Dintinjana (1977), poetessa e traduttrice, vive a Lubiana. Nel 2002 è stata scelta come migliore autrice del Festival della giovane letteratura Urška, nel 2008 è diventata cavaliere del Torneo poetico e ha vinto il 6. Slam di poesia a Lubiana. Ha pubblicato due raccolte poetiche: Rumeno gori grm forzicij (Giallo brucia il cespuglio di forsythia, 2008), che ha vinto il premio come miglior libro d’esordio alla 24. Fiera del libro di Lubiana, e V suhem doku (Nel bacino di carenaggio asciutto, 2016) con cui l’hanno seguente ha vinto la Jenkova nagrada per la migliore raccolta poetica pubblicata negli ultimi due anni. È co-organizzatrice delle serate poetiche e del festival Mlade rime.
Ha tradotto in sloveno le raccolte poetiche di autori come Louise Glück, Denise Levertov e Ciaran O’Driscoll.

Michele Obit (1966) ha pubblicato le raccolte poetiche Notte delle radici (1988, premio Lions club Milano), Per certi versi / Po drugi strani (1995), Epifania del profondo / Epiphanie Der Tiefe (Austria, 2001), Leta na oknu (2001), Mardeisargassi (2004), Quiebra-Canto (Colombia, 2004), Le parole nascono già sporche (2010), Marginalia (Slovenia, 2010) La balena e le foglie (2019, Premio Internazionale Rainer Maria Rilke), l’antologia Ricordarsi del privilegio (2025, Campanotto) e la plaquette Un uomo è anche un aratro del 2015.
Ha tradotto in italiano e fatto pubblicare i principali poeti e scrittori sloveni, tra questi Srečko Kosovel, Boris Pahor, Miha Mazzini, Aleš Šteger, Bronja Žakelj, Primož Čučnik e Miljana Cunta.
È direttore responsabile del settimanale bilingue della minoranza slovena in Italia Novi Matajur. Ha curato la rassegna Voci dalla Sala d’Aspetto al festival Stazione di Topolò – Postaja Topolove, e il relativo progetto di residenza per scrittori e poeti Koderjana.
Attualmente cura la rassegna di incontri con l’autore Drugi glasovi Altre voci, a San Pietro al Natisone (Ud).





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E le foglie continuo a fotografare

Dieci foto

di Giancarlo Baroni







Testo unico ———————–

Tornare è impossibile

Cesare pavese, “I mari del Sud”

di Roberto Cescon


Lo scorso novembre per la prima volta sono stato nelle Langhe a vedere i luoghi di Pavese: la casa, la Fondazione, la pagina dei Dialoghi con Leucò con le sue ultime parole, la tomba, il Belbo, e Canelli, le colline, le vigne, gialle e rosse. Pavese è stato per me una lettura antica. A me ragazzo sembrava che solo lui mi capisse; nessun altro al mondo, men che meno la mia famiglia. Mi pareva addirittura che le sue Langhe fossero come la mia campagna friulana, o almeno ciò che rimaneva del mondo contadino, il paese, una famiglia “contenta”, la colpa passata ai figli, l’amore come “scambio”. Per questo in qualche modo Pavese ha a che fare con l’origine della mia poesia: l’“inappartenere”, il non sentirmi qui pur volendolo e, al contempo, cercare un altrove, o stare nei libri per parlare con qualcuno. E ancora, sentire la distanza dalle cose nel luogo della parola.
I Mari del Sud. Due cugini, nati nello stesso paese: uno dei due da vent’anni in giro per il mondo. Per chi lo ascolta, lui è quasi un personaggio leggendario: un gigante vestito di bianco che porta con sé il fascino dell’altrove, è arrivato fino in Tasmania, ha visto il Cetaceo, e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole, / ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue / e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia. Tuttavia, mentre camminano sul fianco di una collina, l’altro cugino – che vive a Torino, anche lui sradicato – coglie il suo sguardo raccolto che ho visto, bambino, / usare ai contadini un poco stanchi. Malgrado abbia visto tutto il mondo, le Langhe non si perdono, ma quando si torna, si trova tutto nuovo.
Le Langhe di Pavese – le colline, le vigne, i paesi, le strade – sono luoghi della memoria, e quindi del mito, in cui sembra depositarsi qualcosa di originario, che sfugge. Quando si torna al paese dell’infanzia ormai non è più quello che custodivamo dentro di noi. Tornare è impossibile. Sentiamo il bisogno delle nostre radici proprio quando non possiamo più abitarle pienamente. Ne La luna e i falò, Anguilla dirà: Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
E poi il ritmo della poesia: quello straordinario verso lungo narrativo, mosso, così distante dalla densità ermetica dominante in quegli anni. È un verso quasi capace di camminare come i due cugini sulla collina: va avanti mentre guarda indietro. La parola respira, racconta, attraversa uno spazio, portando così il mito dentro la vita quotidiana. Se ci pensiamo, Pavese è un unicum: Lavorare stanca esce nel 1936, Sentimento del tempo nel 1933, Oboe sommerso nel 1932. Da Whitman egli eredita l’ampiezza del verso e il desiderio di una poesia capace di contenere il mondo; da Edgar Lee Masters, attraverso Spoon River, la possibilità di trasformare una voce individuale in una storia esemplare. Mi si perdoni la lunghezza della citazione da Il mestiere di poeta, ma ne vale la pena:

Mi ero altresì creato un verso. Il che, giuro, non ho fatto apposta. A quel tempo, sapevo soltanto che il verso libero non mi andava a genio, per la disordinata e capricciosa abbondanza ch’esso usa pretendere dalla fantasia. Sul verso libero whitmaniano, che molto invece ammiravo e temevo, ho detto altrove la mia e comunque già confusamente presentivo quanto di oratorio si richieda a un’ispirazione per dargli vita. Mi mancava insieme il fiato e il temperamento per servirmene. Nei metri tradizionali non avevo fiducia, per quel tanto di trito e di gratuitamente (così mi pareva) cincischiato ch’essi portano con sé; e del resto troppo li avevo usati parodisticamente per pigliarli ancora sul serio e cavarne un effetto di rima che non mi riuscisse comico.
Sapevo naturalmente che non esistono metri tradizionali in senso assoluto, ma ogni poeta rifà in essi il ritmo interiore della sua fantasia. E mi scopersi un giorno a mugolare certa tiritera di parole (che fu poi un distico de
I mari del Sud) secondo una cadenza enfatica che fin da bambino, nelle mie letture di romanzi, usavo segnare, rimormorando le frasi che più mi ossessionavano. Così, senza saperlo, avevo trovato il mio verso, che naturalmente per tutto I mari del Sud e per parecchie altre poesie fu solo istintivo (restano tracce di questa incoscienza in qualche verso dei primi, che non esce dall’endecasillabo tradizionale). Ritmavo le mie poesie mugolando. Via via scopersi le leggi intrinseche di questa metrica e scomparvero gli endecasillabi e il mio verso si rivelò di tre tipi costanti, che in certo modo potei presupporre alla composizione, ma sempre ebbi cura di non lasciar tiranneggiare, pronto ad accettare, quando mi paresse il caso, altri accenti e altra sillabazione. Ma non mi allontanai più sostanzialmente dal mio schema e questo considero il ritmo del mio fantasticare.

Insomma quei mari del Sud sono ciò che immaginiamo esista oltre il bordo della nostra vita: un altrove nel quale finalmente potremo diventare noi stessi. Ma Pavese sa che, una volta raggiunto, ogni altrove diventa un luogo come gli altri. I mari del Sud sono il rovescio delle Langhe. Il cugino giramondo è tra i fortunati che han visto l’aurora / sulle isole più belle della terra, / al ricordo sorride e risponde che il sole / si levava che il giorno era vecchio per loro. Un luogo non è mai soltanto dove siamo stati; è anche ciò che abbiamo perduto quando ce ne siamo andati. In ogni luogo lontano c’è il desiderio del ritorno; in ogni ritorno c’è il desiderio di un altro luogo. Si torna per capire dove si appartiene e si scopre di non appartenere più a nessun luogo. La terra conserva le tracce, ma non restituisce il tempo. È diventata poesia.


Roberto Cescon (Pordenone, 1978) dopo la maturità scientifica al Liceo Scientifico Vendramini, si laurea in lettere a Venezia nel 2002, specializzandosi per l’insegnamento nella scuola secondaria nel 2004.
Ha pubblicato Vicinolontano (Campanotto 2000), Il polittico della memoria. Aspetti macrotestuali sulla poesia di Franco Buffoni (Pieraldo 2005), Disabile chi? La vulnerabilità del corpo che tace (Mimesis 2020), Di tutti e di nessuno. Una poetica della specie? (Industria&Letteratura 2022) e le raccolte poetiche La gravità della soglia (Samuele 2010), La direzione delle cose (Ladolfi 2014), Distacco del vitreo (Amos Edizioni 2018) e Natura (Stampa2009 2023).
Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge.





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E le foglie continuo a fotografare

Dieci foto

di Giancarlo Baroni






Voce d’autore ——————–

Nel perimetro sicuro e perfettissimo del niente

Clery Celeste, “Salvare il necessario”

di Giovanni Fierro


La forza della scrittura sta anche nella sua capacità di anticipare i tempi, di raccontare un qualcosa che ha ancora da definirsi, ancora deve accadere.
E questo è chiaro e lampante in “Salvare il necessario”, la seconda raccolta poetica di Clery Celeste.
Perché tutta la sua prima parte anticipa atmosfere che poi ognuno di noi ha ben conosciuto durante il logorante periodo del Covid.
Guardo a lungo i mobile / forme comode di contenimento, / ho dei momenti di vuoto / che nemmeno il vuoto riesce a riempire”, “era stato così libero l’inizio / poi è arrivata la paura”, “era un buio di cantine dentro gli occhi / odore di muffa anche sulla lingua / una linea verticale di febbre dentro alla trachea”. Sono coordinate che definiscono bene un momento di smarrimento, di difficoltà, di distanza umana che si fa sofferenza, ed ossigeno che manca al respirare. E, di più, “che forse diventare invisibile / rimane la cosa più facile”, “ho dormito molto / per far passare le ore, ho provato / tutti gli spazi liberi del letto”, “non fate cadere niente stasera / lasciate intatti i vetri / ché le schegge hanno già preso / tutte le direzioni della carne”. Sono potenti i testi contenuti in questo primo movimento (nel libro ce ne sono quattro, con un controcanto finale) che apre “Salvare il necessario”.
Poi, nelle pagine che seguono, la carnalità e il corpo sono il luogo che si contrappone al vuoto degli spazi chiusi della prima parte. È il sè da cui ripartire, il dire che “sono convinta che nel mio sangue ci sia la luce / ecco perché tutti mi vogliono toccare”, l’ammettere che “hai ragione quando dici che passo / il fuoco nelle mani, che rischio / di bruciare quel che trovo”. Clery Celeste disegna quindi una possibilità e il suo compimento, racconta la febbre necessaria per la rinascita, “oggi l’aria contiene il pericolo / di una libertà elettrica” che si fa innesco ed accensione, combustione necessaria per ritrovare l’intensità dello stare al mondo.
Da questo secondo movimento, di rinascita e di ridefinizione, si entra nel terzo, dove le dinamiche del io e te si svelano nel loro farsi tensione primordiale, morso animale e confronto-scontro continuo. Proprio lì, dove “se mi fai troppo tua mi scompongo / a che serve vedermi nuda / se mi hai vista già spezzata”, e “ora ci vuole l’aria e la cura lieve della terra / morbida e lucida dopo la pioggia”. Sono parole scritte a cuore aperto, lontane da ogni protezione, necessarie quanto pericolose, “perché l’amore fa troppo male / ci rende deboli / portatori di semi”. Sempre però capaci di riconoscere di come “lo scarico del piacere / è qualcosa che va veloce / lungo l’abisso delle gambe”. Carnalità come coniugazione dello spazio vivibile.
Dopo tutta questa alta temperatura, la poesia di “Salvare il necessario” si fa più introspettiva, porta con sé l’esperienza dell’accaduto, trova pensiero e giudizio. Modella in qualche modo una forma di risultato, di riflessione da cui ripartire. “Ho cercato le parole / ed erano tutte spezzate/ sul diaframma”, “Sta nel seme del sangue / la memoria dell’affetto”, “I semi possono restare / anche anni senza schiudersi, duri e dispersi al suolo. / Come noi che abbiamo imparato a riconoscere/ i grani di dolore che fa l’attesa”. Sono l’aiuto tanto atteso, mi viene da dire, il nuovo autoritratto a cui credere, in cui riporre la propria fiducia.
Il controcanto che chiude il libro è il silenzio che si increspa in tutto ciò che sempre è riconosciuto: “Lui non crede ci sia nulla dopo la morte / e questo lo rassicura. / Nessun conto da pagare di nuovo / il saldo sta tutto lì, nella malattia / nei reni gonfi di suo padre”.


dal libro:

Abbiamo rinunciato alle foglie
marce dei fiori caduti in terra
per un’erba sintetica nel perimetro
sicuro e perfettissimo del niente,
del vento indotto, del verde
sradicato alla sua origine.


*

Ho dei buchi in testa da anni
ogni giorno scavo con le unghie
recuperare poco meno di un millimetro di carne.
Non so perché lo faccio
che sia per far passare la luce
arrivare al centro di me
estrarre tutto il buio.


*

Hai ragione quando dici che passo
il fuoco nelle mani, che rischio
di bruciare quel che trovo
ma cosa posso farci
se io prendo fuoco intera
se almeno nel dolore riesco a essere
una qualche forma di luce.


*

In queste lune secche di
novembre
lo scarico del piacere
è qualcosa che va veloce
lungo l’abisso delle gambe
due fari piantati come
guardiani
le parti più intime
lasciate a morire.


*

Ho nei bulbi piantato un pianto
niente che alla fine esca e tutto
si ingoia. Le formiche
le vedo arrivare
tutte in fila
un giorno prima della fine
sentono gli odori della fame.





Intervista a Clery Celeste:

La prima parte del libro, il suo “primo movimento”, in qualche modo ha anticipato quello che poi sarebbe stato conosciuto, ahimè, come il periodo della pandemia… Cosa è successo nello scrivere le poesie con-tenute in questa sezione di apertura?
L’atto dello scrivere per me ha sempre a che vedere con qualcosa di sacro, che spesso nel mio caso si interseca con il profetico. Mentre scrivevo quei testi avevo letteralmente delle visioni di porte chiuse, persone dentro case con finestre sprangate. Lo scrivere quei testi era quasi disturbante, mi chiedevo da dove venissero quelle immagini. Ma poiché è una cosa che mi capita spesso, la scrittura che anticipa gli eventi, ho lasciato solo che passasse il tempo.

Sono convinta che nel mio sangue ci sia la luce” è uno dei passaggi più intensi della seconda parte. È questo accorgersi di se stessi che, in qualche modo, ci permette di trovare più forza nel nostro stare al mondo?
Sì. Penso che se non ci si “vede”, nella nostra interezza ovvero nelle luci e nelle ombre che portiamo, difficilmente le persone attorno a noi ci vedranno veramente. Spesso siamo nel flusso delle cose, nella velocità dei ritmi macchinosi di una società sempre più disumana, ma è nel ritmo naturale che si trova il tempo di guardarsi, di ascoltarsi, di vedere che nel proprio sangue c’è una luce.

Che poi, nell’uscire dalla dimensione Covid, il corpo è stato il luogo di ogni rinascita, mi viene da dire. E la carnalità una delle possibili sue coniugazioni. Cosa ne pensi di questo?
Penso che per quanto in quel periodo le istituzioni abbiano tentato di distruggere il contatto, ciò che ci rende umani (e in molti casi ci sono riusciti), nonostante ciò la natura dell’uomo rivuole la carne, il corpo vuole il corpo. L’amore vuole amare anche attraverso il corpo.

In aggiunta, secondo te che cosa la dura e difficile esperienza del Covid ci ha lasciato in eredità?
Non so darti una risposta “collettiva”, posso darti la mia personale. Dal mio punto di vista, anche come artista, la pressione sociale imposta, le regole, le restrizioni hanno semplicemente agito come elementi di pressione sulle persone, se le sottoponi a questi elementi vedi la loro vera natura. Ho visto falsi amici svelarsi, relazioni non autentiche implodere etc etc… Ciò che non aveva un asse portante solido è crollato. Le maschere si sono scollate dai volti.

Pagina dopo pagina, si arriva poi in uno spazio dove parole come semi, genitori, infanzia costruiscono una appartenenza forte e molto articolata. Anche questo fa parte del necessario del titolo? E se sì, in che modo?
In questo caso potrei risponderti con una runa, Inguz, che nel suo significato descrive esattamente ciò che vuole significare per me quel necessario che hai individuato. Quelle parole che riguardano la nostra origine, i genitori, ciò da cui proveniamo sono in realtà ciò che è necessario salvare, la nostra origine ci ha por-tato fino a qui, è grazie al nostro passato che possiamo ora salvare i semi da piantare per il futuro. Inguz parla di questo, che in norreno antico significa “figlio di…

Il tuo libro precedente, e anche d’esordio, è “La traccia delle vene” del 2014. Quindi un po’ di tempo fa… In che modo è cambiato il tuo fare poesia? E quali, invece, i tratti comuni tra quel libro e “Salvare il necessario”?
Un lavoro che ho fatto è stato quello di affinare o meglio affilare la lingua, come un coltello. Penso che i miei testi ora siano più duri, meno inclini alla pietà, più crudi. Per questa direzione devo ringraziare quello che per me è stato un maestro e un amico, Stefano Simoncelli, che mi manca moltissimo.
Lui mi ha insegnato a non indorare la pillola, a cercare il nucleo centrale, anche quando brucia. Il tratto comune è sicuramente l’attenzione al corpo, al linguaggio anatomico, alla matericità.

Tu sei runologa ed esperta di tradizione sacra norrena. In che modo questo si mette in dialogo con il tuo scrivere poesia?
La poesia per me è sempre stato un linguaggio profetico, in antichità le profezie venivano espresse in forma poetica perché è la forma giusta per trasmettere il linguaggio oscuro del simbolo.
La pratica divinatoria, che è uno degli utilizzi che si fa delle Rune, è un rito anche poetico dove si cerca una verità e una risposta attraverso il simbolo espresso nei segni grafici di questo antico alfabeto. La divinazione è anche spesso un pre – vedere, nel senso che puoi tradurre in simbolo una facoltà con cui ci si nasce, come la poesia per me ha pre-visto ciò che doveva ancora accadere. Quindi si, sono strettamente connesse.



Clery Celeste (Forlì, 1991) è laureata con lode in tecniche di radiologia medica e lavora presso l’unità operative di Medicina Nucleare. È diplomata in counseling transpersonale integrato.
È runologa ed esperta di tradizione sacra norrena.
La sua prima raccolta poetica La traccia delle vene (LietoColle editore-Pordenonelegge 2014) è stata vincitrice del premio Elena Violani Landi, premio giovani Maconi, premio speciale Carducci, premio Solstizio, finalista premio Cetonaverde.

(Clery Celeste “Salvare il necessario” pp. 87, 12 euro, Pietre Vive editore 2023)

https://www.cleryceleste.it/





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E le foglie continuo a fotografare

Dieci fotografie

di Giancarlo Baroni






Testo unico ——————-

I mari del Sud

da “Lavorare stanca”

di Cesare Pavese


(a Monti)

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtú.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
— un grand’uomo tra idioti o un povero folle —
per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. «Tu che abiti a Torino…»
mi ha detto «… ma hai ragione. La vita va vissuta
lontano dal paese, si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant’anni,
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono».
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent’anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare ai contadini un poco stanchi.

Vent’anni è stato in giro per il mondo.
Se n’andò ch’io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
ma gli uomini, piú gravi, lo scordarono.
Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo verdastro di navi in un porto
e augurî di buona vendemmia. Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un’isola detta Tasmania
circondata da un mare piú azzurro, feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell’Australia. E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo.
Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero
che, se non era morto, morirebbe.
Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
piú elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccío.


Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: «Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono cosí».
Mio cugino ha una faccia recisa. Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grossa alla curva una targa— réclame.
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.

S’era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.
Ma uscí ancora da solo. Vestito di bianco,
con le mani alla schiena e il volto abbronzato,
al mattino batteva le fiere e con aria sorniona
contrattava i cavalli. Spiegò poi a me,
quando fallí il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori.
«Ma la bestia» diceva «piú grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza».

Camminiamo da piú di mezz’ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d’un tratto e si volge: «Quest’anno
scrivo sul manifesto: — Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo
— e che la dicano
quei di Canelli». Poi riprende l’erta.
Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.
Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell’altro
e pensa ai suoi motori.

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il Cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.
Ma quando gli dico
ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora
sulle isole piú belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.


Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 1908 – Torino, 1950), è stato poeta, scrittore, saggista, traduttore e critico letterario.
A ventidue anni si laurea con una tesi su Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista La cultura, mentre si intensifica la sua attività di traduttore. Nel 1933 Pavese partecipa alla nascita della casa editrice Einaudi.
Finita la guerra, Pavese si iscrive al partito comunista, il suo impegno è prevalentemente letterario: scrive articoli di ispirazione etico-civile, riprende il lavoro per la Einaudi, elabora quella teologia del mito che prenderà corpo nei Dialoghi con Leucò.
A Roma, conosce l’attrice Constance Bowling, che rinnoverà in lui prima il sentimento dell’amore, poi il dolore dell’abbandono. Pavese scrive Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, si toglie la vita in una camera dell’albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici.
Solo un’annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.









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Dieci foto

di Giancarlo Baroni






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Manifestare indipendenza e coraggio

Erica Mezzoli, “Alessandrinismo Alexandrianism (aleksandrovanije) una moderna storia di rapporti di genere

di Anna Piccioni


Anche noi Sloveni siamo una pietra importante nella struttura dello Stato austriaco. Ma dobbiamo ammettere che anche nelle nostre famiglie sono presenti molti tumori, causa della rovina dell’Austria. Ne accennerò solo uno. È stato scritto e detto, ma la nostra negligenza di fronte al male è imperdonabile: la negligenza di noi Sloveni del Litorale. Questa meschinità, se non verrà presto curata, avrà ripercussioni sulla fede, sulla moralità e sul sentimento nazionale della nostra gente del Litorale: noi, che finora siamo rimasti in silenzio, un giorno dovremo rispondere. Mi riferisco al ben noto fenomeno dell’alessandrinismo [aleksandrovanije] che riguarda le nostre ragazze e giovani moglie sposate da appena un anno. Possiamo essere indifferenti a questo male mortale? No. Perché la pratica dell’alessandrinismo è nociva per le mogli, per i mariti, per i figli, per la comunità, per lo Stato, per la Chiesa e perfino per la proprietà”. Così scriveva nel marzo 1890 sul giornale Soča di Gorizia il sacerdote Ignacij Kralj misogino misoneista, scagliandosi con veemenza contro le donne accusate di mettere in pericolo la solidità della famiglia, fondata sulla dipendenza incondizionata della moglie nei confronti del marito, e di conseguenza di sovvertire l’ordine dello Stato.
Nel momento in cui avvenne l’emancipazione dei servi della gleba e la seguente frammentazione della proprietà fondiaria si assiste ad una trasformazione dei rapporti sociali nei territori sloveni.
I proprietari terrieri dovevano in qualche modo essere risarciti, i contadini dovevano provvedere all’acquisto dei sementi e degli arnesi di lavoro, e spesso cadevano vittime di usurai senza scrupoli. Avere la terra non fu una garanzia, quindi le donne delle famiglie contadine si presero l’onere di aiutare a saldare i debiti per non perdere la terra. Intrapresero un viaggio nell’ignoto attraversando il mare e sbarcando in città come Alessandria d’Egitto e Il Cairo dove si parlava un’altra lingua, gli usi e costumi erano diversi, e si trovarono in ambienti religiosi sconosciuti; ma seppero adeguarsi conquistando stima e fiducia nelle ricche famiglie in cui lavorarono per la loro pulizia, onestà e riservatezza.
Senza rendersi conto sono state protagoniste della modernizzazione che coinvolse l’Europa e il Mediterraneo
Questo saggio di Erica Mezzoli apre una pagina di storia dimenticata che ha coinvolto migliaia di donne tra gli anni sessanta dell’800 (all’apertura del canale di Suez 1869) e il 1950 (nazionalizzazione attuata da Nasser) provenienti dalla zona del Collio e dalle Valli di Vipacco.
Sulle Aleksandrinke scrisse nel 1975 Dorica Makuc, in sloveno, una ricerca concentrata sulla loro vita: donne capaci di manifestare indipendenza e coraggio per sostenere economicamente le loro famiglie, ripagato con l’ostracismo e la condanna morale.
Per le autorità civili ed ecclesiastiche l’alessandrinismo fu considerato una minaccia economica, in quanto sottrazione di braccia al lavoro dei campi; giuridica poiché si scontrava col diritto di famiglia austriaco (uomo capofamiglia e donna dedita alla cura) e morale in quanto i corpi delle donne sfuggono alla sorveglianza.
Questo saggio si interroga sull’alessandrinismo non solo come fenomeno migratorio, ma anche come questione sistemica che coinvolge pratiche economiche, immaginari morali, assetti giuridici rapporti di potere nel nucleo famigliare e dinamiche simboliche.


Intervista ad Erica Mezzoli:

Prima di tutto perché questo saggio è in italiano e in inglese?
Questo saggio nasce nel quadro delle attività legate a Nova Gorica-Gorizia Capitale Europea della Cultura 2025. Fin dall’inizio, a me e all’editore (Vita Activa di Trieste) ci è sembrato importante che il volume avesse un respiro realmente europeo, coerente con lo spirito transfrontaliero e internazionale del progetto. Per questo abbiamo scelto di pubblicarlo sia in italiano sia in inglese. Del resto, l’alessandrinismo è una vicenda profondamente locale, radicata nel Goriziano, ma al tempo stesso pienamente inserita in processi globali di mobilità, lavoro e modernità.

Non ci sono altre pubblicazioni o ricerche prima di quelle fatte da Dorica Makuc?
Dorica Makuc è stata la prima studiosa ad affrontare in modo sistematico la questione delle aleksandrinke, con un approccio al tempo stesso storiograficamente rigoroso e giornalisticamente accurato. La sua monografia del 1993 rappresenta ancora oggi un punto di svolta negli studi sul tema, perché ha dato struttura, profondità documentaria e centralità storica a un fenomeno che fino ad allora era stato trattato in maniera più frammentaria e memorialistica.
È soprattutto grazie al suo lavoro se, negli ultimi decenni, si è sviluppata una stagione di studi più ampia sulle aleksandrinke.

Quali difficoltà ha incontrato per sviluppare la sua ricerca?
Come spesso accade nella ricerca storica, ci sono state difficoltà che fanno parte del mestiere e che trovo meglio lasciare sullo sfondo. Preferisco dire che ogni ostacolo ha reso ancora più chiaro quanto fosse importante raccontare questa storia con rigore e complessità.

Nel saggio sono riportate le parole di “fuoco” del giovane sacerdote Krali, misogino misoneista, ma non c’è alcuna testimonianza diretta delle stesse aleksandrinke: perché?
È una domanda importante. Naturalmente sarebbe stato straordinario poter disporre di più testimonianze dirette delle aleksandrinke. Tuttavia, proprio l’assenza o la frammentarietà della loro voce è parte della storia che ho cercato di restituire.
Nel volume ho scelto di dare ampio spazio alle parole di Ignacij Kralj perché, forse meglio di qualsiasi testimonianza individuale, esse mostrano quanto l’alessandrinismo fosse percepito come un fenomeno profondamente “pericoloso”: per le donne in sé, ma soprattutto per le conseguenze che il loro lavoro migrante poteva produrre nei rapporti di genere, negli equilibri familiari e nell’ordine sociale delle comunità di origine.
Le invettive di Kralj, proprio per il loro tono acceso, ci permettono di osservare in controluce le ansie di una società di fronte a donne che guadagnavano, si spostavano, prendevano decisioni e ridefinivano – anche involontariamente – le gerarchie tradizionali.

Lavorare in Egitto era una forma di “emancipazione” per le donne provenienti da zone rurali povere, quanto riuscirono a trasmettere una volta tornate? Oppure furono da subito messe a tacere e costrette a tornare all’ordine prestabilito dal marito e dalla Chiesa?
È una questione molto delicata, perché rischiamo di proiettare categorie contemporanee sul passato. Parlare di “emancipazione” può essere fuorviante: nella maggior parte dei casi, le aleksandrinke partivano per necessità economica, non per una scelta di autonomia personale. La migrazione era innanzitutto una strategia di sopravvivenza familiare.
Detto questo, le conseguenze della loro esperienza furono spesso profonde. Anche senza un’intenzione esplicitamente emancipatrice, queste donne guadagnavano un salario, si muovevano in contesti cosmopoliti, prendevano decisioni e contribuivano in modo determinante al sostentamento delle famiglie. Tutto ciò poteva alterare gli equilibri tradizionali dei rapporti di genere. Al ritorno, però, molte di loro si trovarono a fare i conti con una realtà che mal accettava l’autonomia femminile.
Le testimonianze e il clima sociale dell’epoca suggeriscono che non di rado venissero reinserite entro un ordine morale e familiare molto rigido, segnato dal giudizio della comunità, del marito e delle istituzioni religiose. In questo senso, l’alessandrinismo fu un’esperienza ambivalente: capace di aprire spazi di possibilità, ma non necessariamente di trasformarli in un cambiamento stabile o riconosciuto.


Erica Mezzoli ha conseguito il dottorato in Storia dell’Europa Orientale presso l’Università degli Studi di Trieste. I suoi intressi di ricerca includono la storia economica, sociale, del lavoro e di genere sia in Età moderna che contemporanea.
A seguito della MSCA IF Fllowship presso l’Università di Lubiana con il progetto WeCanIt, sta sviluppando il progetto presso il Dipartimento SPFS dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

(Erica Mezzoli “Alessandrinismo Alexandrianism (aleksandrovanije) una moderna storia di rapporti di genere” pp. 260, 15 euro, edizioni Vita Activa 2025)








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Segreto è miocuore

Alberto Rizzi, “Pseudo-Haiku”

di Giovanni Fierro


Si fanno trovare pronti gli “Pseudo-haiku” di Alberto Rizzi. E lo fanno in modo piacevole e convincente. Poesie che non hanno in sé la forma classica dell’haiku (tre versi per un totale di diciassette sillabe, secondo lo schema 5-7-5-) ma che sanno catturare un attimo sospeso, che si fa stupore o spontanea riflessione, “C’è questo muschio che rimane verde, / assenti sono i fiori.// Un meditarsi le stagioni dentro.”, “Nuvolaglia scartavetra il cielo, / bluastro di lividità: // non per caso una ferita dentro.”.
E la scrittura di Rizzi trova la sua dimensione mettendo sulla pagina suono e movimento, costruendo immagini che contengono sempre una profondità di paesaggio che è tanto esteriore quanto interiore, luogo che si fa intimo e allo stesso tempo orizzonte, “Un segno retto e inesorabile / stella cadente traccia: // pensiero che trapassa nel reale.”. Riuscendo anche nel farli incontrare, trovando quel momento in cui tutto è possibile, la verità rivelata dentro alla verità delle parole.
La natura è presente, come interlocutore affidabile e silenzio a cui si può affidare se stessi: “Scabrata la corteccia dell’albero, / zolle smosse è la terra: // conti i frattali alla tua coscienza.”.
“Pseudo-Haiku” porta il lettore in uno spazio dove il tempo si mostra nelle sue possibili coniugazioni, “Nel vento turbinano dai pioppi / fiocchi di fintaneve: // confusione mi sarà epitaffio.”, in una accensione continua di senso che sorprende, che disegna nuove possibilità di innesco sensoriale, “Uomini scavano nella distanza; / grigi foschia li elide // a sguardi. Segreto è miocuore.”, mantenendo sempre una lucidità che sa farsi luminosa, “Un abbaiare rigido di rabbia / rimbalza tra le case; // da tergo mi colpisce la sorpresa.”.
Pubblicato in cento copie numerate, “Pseudo-Haiku” è la nuova riuscita prova d’autore di Alberto Rizzi.


Dal libro:

Turbinio di paglie in stravento d’aria
a guidarci alti gli occhi.

Anche nel caos trovi perfezione.


*

Dolce carezzare giovani alberi,
urgono le api ai fiori:

continuo è l’intreccio delle anime.


*

Ho rivisto, ferma tra le ramaglie,
la tartaruga verde;

immoti del pari questi pensieri.


*

Alte volano le rondini nella
previsione di pioggia;

fosse per sempre così chiaro il segno.


*

Intervallo, ricordando le luci
dalle segrete stanze;

verde il colore con il quale vivrò.


Alberto Rizzi è nato ad Arco di Trento nel 1956, ma risiede da sempre in provincia di Rovigo.
È attivo in vari ambiti artistici. Nei primi anni novanta partecipa alla corrente dell’Arte Postale e da allora si dedica professionalmente alla poesia.
ha dato un contributo fondamentale al progetto “Luther Blisset”, per il quale è uno degli autori.
Ha pubblicato in proprio una ventina di raccolte, mentre cinque sono uscite con editori indipendenti.
Per un’ampia selezione di testi dalle sue raccolte: https://seautosprod.wixsite.com/seautos

(Alberto Rizzi “Pseudo-Haiku” pp. 43, La linea dell’Equatore 2026)






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Dieci foto

di Giancarlo Baroni





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El vento novo, el vento

“Viva la Bora – un’antologia triestina”

di Anna Piccioni


Quando si parla di Trieste non si può non parlare della Bora, quel vento che soffia da nord-nord est con raffiche che a volte possono raggiungere i 120 chilometri all’ora; il vento proviene dall’altopiano del Carso, che incornicia Trieste. La differenza di pressione tra la regione montuosa e il mare Adriatico fa sì che l’aria scenda bruscamente verso la costa, accelerando man mano che scivola lungo i pendii del Carso.
Raffiche o refoli che si insinuano tra i capelli e sotto i pesanti cappotti, che rivoltano ombrelli quando la bora scura sferza con scudisciate ghiacciate le guance dei passanti che curvi affrontano la sua forza. Un vento freddo che parte da lontano, dall’Europa orientale attraversa le Alpi Dinariche e precipita nell’Adriatico trascinando fino a Trieste lo spirito di quelle terre. Forse al vento di Bora si può imputare quella caratteristica che rende unica Trieste: accozzaglia di contraddizioni e di storie contese.
Addirittura esiste un museo della Bora: l’associazione Museo della Bora aveva allestito in via Belpoggio Il Magazzino dei Venti, curato da Rino Lombardi (ora chiamato Borarium) ed è situato all’interno dell’immobile Zinzendorf, uno spazio multifunzionale a Opicina.
Per gli stranieri l’incontro con la bora non sempre è positivo, un refolo di bora inaspettato può anche buttarti a terra se non hai vicino un palo per aggrapparti. La maggior parte dei Triestini ama la bora tranne quando è bora scura: pioggia e bora non è un binomio felice. La bora pulisce, fa brillare ogni contorno della costa portandosi via le nuvole minacciose.
Bisognerebbe consegnare ai forestieri un manuale su come muoversi in città in caso di Bora: segnare le strade dove le raffiche sono più forti, ovviamente tutte le strade che guardano verso il mare; bisogna stare dietro l’angolo riparato aspettare che passi la “refolada” e poi attraversare.
Al di là di ogni considerazione positiva o negativa resta il fatto che la Bora è stata, ed è, elemento naturale che ha ispirato molti poeti che hanno abitato e abitano questo territorio.
In “Viva la Bora – un’antologia triestinaAlessandro Paronuzzi ha raccolto le poesie di 90 poeti e poete, conosciuti e meno conosciuti, che sono stati “ammaliati” da questo vento dispettoso e anarchico. Poesie in italiano, in dialetto, in sloveno, si uniscono in un unico canto a celebrare la Bora.
Questa antologia raccoglie le molte voci che, nel tempo, hanno provato a raccontare questo vento, così presente e riconoscibile… Un vento che può essere aspro e vitale, quotidiano o straordinario, e che continua a trovare nelle parole modi sempre nuovi per essere raccontato.
Nell’antologia i versi sono accompagnati da dieci disegni di Francesco Azzini.


Dal libro:

Carolus L. Cergoly

Mi no so roba più bela
Che nudar in mar averto
Bordizar po’ con la vela
Sotto costa a Miramar

Mi no so roba più bela
Quando el mar xe tutto rizzi
A sognar ‘na parentela
Col delfin lustro de sol

Mi no so roba più bela
Quando refola la bora
Al caffè parla con ela
E no dir e dir non dir

Mi no so roba più granda
Del sentir d’esser qua nato
E gustar l’odor che manda
Sta maturla mia città


*

Ketty Daneo

Ora il giorno s’intrufola

Autunno.
La bora ha divelto anche il cielo.
Ora il giorno s’intrufola
fra i capelli delle siepi,
larghi cerchi d’acqua piovana
inventano laghi di smeraldo
in mezzo alle boscaglie secolari.
Filastrocche arroganti
rabberciano i ricami del cuore.
Ma poi piano piano si ritorna
a riattaccare i consueti aneli
della vita, con la mente che cozza
contro rocce indifferenti del dolore.
Queste lacrime che bucano
gli occhi mostrano solo al Cristo
l’altro volto dl patimento.


*

Virgilio Giotti

Vento

El vento novo, el vento
de marzo, el scassa el scassa,
soto el ziel color zènere,
i rami drio d’i muri.

El vento ancora fredo,
za tèpido de marzo,
el scantina el scantina,
el crùzzia porte e scuri.

El vento, el vento strambo
de marzo, el ne scarufa
su le tèmpie, el ne svèntola
in fronte i cavi grisi.

El ne parla in orècia:
robe che no’ volemo
più saver, più sintir
el ne conta, el ne disi.


Intervista a Alessandro Paronuzzi:

Come mai una antologia poetica dedicata alla Bora?
L’idea dell’antologia è nata esattamente il 14 febbraio 2025, giorno in cui assieme ad un gruppo di amici sono andato a visitare Il museo dei Venti in via Belpoggio, con la partecipe guida di Rino Lombardi: un’esperienza davvero unica, giusto tributo a quella che può essere considerata l’emblema della nostra città.
Ma è mai possibile – mi sono chiesto dopo la visita – che ancora non sia stata pensata e pubblicata un’antologia che raccolga le poesie dedicate alla Regina dei Venti? Ho fatto una breve ricerca e così in effetti era. Ho pensato di colmare una lacuna.

Quanto è costato in termini di tempo la ricerca di poesie sulla Bora?
Sei mesi di ricerca e sei mesi di definizione del progetto: un anno. Molte delle poesie – la metà circa – erano già presenti nella biblioteca di casa. Poi ho assiduamente bazzicato le biblioteche comunali, le rigatterie di Cittavecchia, Zuckerman in via Rismondo e Dedalus in via Torrebianca. In breve, ho potuto raddoppiare il ‘capitale’ di partenza giungendo a 90 autori.

(Disegno di Francesco Azzini tratto dal libro)

Come è stata accolta questa idea da chi ha collaborato alla ricerca?
C’è stata da tutti la massima disponibilità, ed entusiasmo. Mi piace sottolineare l’importante contributo ricevuto dalla comunità slovena, che è presente nell’antologia in maniera rilevante, con i versi sia nella lingua originale che in italiano.
Inoltre, la ciliegina sula torta – se così posso dire – è costituita dai disegni dell’amico Francesco Azzini.

Non credo che la ricerca si sia esaurita con questi 90 autori, ci sarà un’altra antologia?
La mia personale collezione prosegue. Se mi imbatto in una per me nuova poesia sulla Bora, la catturo come fosse una preziosa farfalla: manca poco – pochissimo – per arrivare a quota 100 autori.
Se l’antologia sarà bene accolta dai lettori e l’editore Le lettere Scarlatte decidesse per una nuova edizione, ci sarà un doveroso arricchimento. Perché la Bora non smette mai di soffiare!

(autori vari “Viva la Bora – un’antologia triestina”, a cura di Alessandro Paronuzzi, pp. 162, 15 euro, Le Lettere Scarlatte 2026)





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E le foglie continuo a fotografare

Dieci foto

di Giancarlo Baroni



E le foglie continuo a fotografare

di Giancarlo Baroni


Le foglie mi affascinano, non soltanto quando verdi e rigogliose si aggrappano ai rami, ma anche
quando planano a terra con un fruscio.
Nel 2021 ho pubblicato un piccolo libro intitolato “Foglie senza rami” (Grafiche Step editrice). Era composto da 21 foto scattate nei mesi autunnali del 2020 dolorosamente aggrediti dal covid. Passeggiando attorno a casa venivo attratto da particolari che in precedenza consideravo quasi marginali e che ora catturavano la mia attenzione; le foglie appoggiate sui marciapiedi e sui prati mi restituivano parzialmente quella bellezza che sembrava scomparsa.
Da allora non ho smesso di fotografare le foglie, principalmente quelle “senza rami”, mettendone in rilievo colori e forme, cercando accostamenti inusuali. Le immagini presenti qui fanno parte del mio piccolo archivio personale.



Giancarlo Baroni è nato nel 1953 a Parma dove vive. Ha pubblicato diversi volumi di poesia, narrativa, saggistica e fotografia. Due quelli stampati nel 2025: “Il mio piccolo bestiario in versi” (puntoacapo editrice, note critiche di Mino Petazzini e Alfredo Rienzi) e “Brevi Brevissime” (Bertoni Editore, prefazione di Luca Ariano).




rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Roberto Lamantea, Anna Piccioni, Antonello Bifulco, Luigi Auriemma
Andrea Olivieri, Laura Mautone, Livio Caruso