“Fare Voci” inizia l’anno nuovo con un numero corposo e vario, in continuo movimento nella geografia espressiva del contemporaneo.
Ad aprire gennaio 2026 c’è Rossella Renzi, che ritorno con i nuovi testi del suo “Mani”, assieme alle illustrazioni di Daniela Romagnoli. Un’altra voce femminile importante nel panorama italiano è quella di Francesca Del Moro; per lei due volumi: le poesie de “La metà oscura” e i canti de “La statura della palma”, con i dipinti di Jara Marzulli.
“Baltico” di Alessandro Agostinelli è il frutto di una residenza in Lettonia, poema che è una riflessione sulla guerra e sulla nostra società attuale.
La poesia vive anche nello scrivere di Alberto Fraccacreta, con i blues contenuti nel suo nuovo “Jesus Give Me Water”. Ed è importante ospitare il poeta americano Mark Lipman, con il suo testo inedito in italiano “Only human Solamente umano”.
La narrativa è presente nel nuovo atteso romanzo di Viola Di Grado “Questo mondo non è casa. Non uccidere”, e nel suo volume condiviso con l’illustratrice Elisa Seitzinger, “Celeno l’oscura”.
E nel racconto inedito di Luisa Gastaldo, “Una vacanza”, anticipazione della sua raccolta di racconti a titolo “Anche i pesci muoiono di vecchiaia”.
Il raccontare si fa intrigante anche con lo scrittore sloveno Mirt Komel, con il suo “Detective Dante. Indagine a Nova Gorica”.
Livio Caruso ci introduce al progetto “Donne Gratë / Hvaležne Ženske”, che coinvolge la poetessa Annamaria Gazzarin e la pittrice Pranvera Gilaj. Per loro una mostra a Nova Gorica e un catalogo edito da Lithos editrice di Roma.
Buona lettura
Giovanni Fierro
(la nostra mail è farevoci@gmail.com)
Immagini ———————-
Rossetto
“Donne Gratë”
di Pranvera Gilaj

Voce d’autore —————–
Tu cerca la purezza in divenire
Rossella Renzi, “Mani”
di Giovanni Fierro

È bene ritornare alla scrittura di Rossella Renzi, è un invito continuo a condividere un fare poesia che si muove nel desiderio della forma e del contenuto, uno scrivere che si interroga e che nutre il significato, che si scopre e si rivela. Che sa trovare il passo giusto per costruire un cammino.
E il nuovo suo libro “Mani” è qui per dimostrarlo, nel suo aprirsi al mondo, conosciuto e sconosciuto, nel suo mostrarsi e farsi prezioso ascolto nell’attenzione di chi lo legge.
In queste pagine Rossella Renzi sottolinea ancor di più che il suo scrivere è percezione, “Senza preavviso ci sfiora vita”, e forza generatrice, “Conserva la memoria dei papaveri”; essenziale nel suo farsi tensione vitale, dove la sua poesia diventa gesto: “Il bianco contro il nero”, “Ma dove sono le rondini?”.
E il gesto è anche la presenza dei disegni di Daniela Romagnoli inseriti nel libro, che con pochi tratti decisi ed assoluti, ritraggono mani e corpi nel loro tendersi, nel misurare quasi il tempo in cui siamo coinvolti. In completo dialogo con lo scrivere dell’autrice.
“Mani” è anche questo intreccio tra dita e ciò che Mani significa: in epoca romana i Mani erano le anime dei defunti…
Perché in queste pagine importante è anche la dimensione spirituale, esplorata e mostrata, che trova nelle parole la sua espressione, la sua voce: “accoglimi nella casa delle ombre/ un’impronta nell’esilio del tempo”.
Dal libro precedente “Disadorna”, “Mani” eredita la presenza della luce, ma qui ancor di più in radice, nel suo procreare verità nei quattro tempi di cui è composto, quando trova confronto nella presenza della natura, nel suo lume di esistenza, dove poter dire “Restiamo nell’abbraccio degli alberi/ siamo creature del bosco/ prigioniere dell’intreccio dei rami”.
“Mani” è un racconto in evidenza, si muove nel presente concentrico di ogni svelamento, e della poesia conserva e custodisce il suo mistero: “Non so sbrogliare la corolla di un fiore”.

Dal libro:
Tu cerca la purezza in divenire
il punto esatto in cui cucire
le nostre voci, il canto, il vero
il bianco contro il nero.
*
Si schianta nel campo di girasoli
la luce sfrontata di luglio
l’oro del fieno, l’abbaglio
bacio e tormento
per le pupille
rischiara le iridi
come braci nel buio.
*
Il volo bianco dell’airone
riflesso nello specchio d’acquitrino
è la luna che trema.
La ferita dell’alba.
*
Conserva la memoria dei papaveri
dona semi di luce alle mani
accoglimi nella casa delle ombre
un’impronta nell’esilio del tempo.
*
Mi trema la mano se verso l’acqua,
osservo il mandorlo in fiore travolto
dal fascio di luce.
Vengono i morti
mi salvano
da questo precipizio.
*
III.
Ora mi serve una preghiera che non ho
Anche Dio si è nascosto tra gli alberi
Indosserò le scarpe e lo andrò a cercare
Lui sentirà e farà finta di niente.

Intervista a Rossella Renzi:
La prima impressione, forte e netta, leggendo i nuovi testi contenuti in “Mani”, è che la tua scrittura è diventata più essenziale, ancor più capace di tensione. Ma quasi come fosse una scelta, un obiettivo. Cosa ne pensi di questo?
Non è una scelta programmatica in realtà, ma un percorso naturale, un tendere all’essenza della parola e del suono, in modo che si possa esprimere il maggior contenuto possibile nel minor spazio possibile.
Una concentrazione di sensazioni, immagini, significati che risponde a quella forma di deferenza che provo verso la parola poetica, che non ammette alternative: cerco la scintilla che possa incendiare la pagina, così come il verbo accende l’immaginazione, e riesce e rendere l’essenza sostanza.
Forse è una visione pretenziosa, la mia, perché la parola rappresenta sempre un confine che imponiamo al nostro pensiero, mentre la parola poetica credo debba essere essenziale e insieme dirompente; lasciando poi che il non detto risuoni con la stessa forza del detto. Per questo, lo spazio bianco, il vuoto della pagina, il silenzio che avvolge un testo può liberare un significato profondo, se ciò che lo prepara e lo precede è concepito nel segno della poesia.
Anche perché all’interno delle singole poesie ci sono frasi che bastano da sole (“Il bianco contro il nero”, “Senza preavviso ci sfiora vita”, “Ma dove sono le rondini?”…) e che hanno il respiro del più profondo degli haiku. Sembra quasi che diventino segni, in uno scrivere che deve molto alla pittura gestuale. Cosa è piacevolmente successo al tuo scrivere?
Da quando scrivo –sono circa 25 anni – mi piace indagare le modalità di contaminazione e dialogo tra la poesia e le altre forme espressive: una vera e propria ricerca attraverso i linguaggi dell’arte (pittura, scultura, musica, cinema…). Credo sia imprescindibile per chi vuole lavorare, creare, spaziare in questo campo. Le collaborazioni con gli artisti mi hanno portato a compiere i percorsi più diversi, attraverso la scrittura.
Sto imparando che un segno, un gesto, una curvatura della luce, ad esempio in una fotografia o un suono più o meno lungo, una dissolvenza in una partitura possono stravolgere completamente il significato di un’opera; così come un verso, una parola, una virgola in poesia.
Apprezzo molto la forma dell’Haiku giapponese, proprio per la sua essenzialità: in tre versi si racconta un mondo. E proprio con quel mondo ci sono possibilità di contaminazione molto affascinanti. Forse è questo il motivo di alcuni versi di “Mani”.
Inoltre, ricordo che durante la gestazione del libro ebbi il piacere di visitare alcune mostre che mi hanno nutrito e sicuramente influenzato, sul tema della luce, del segno, del colore: Strade e storie. Paesaggi da Hokusai a Hiroshige e La rivoluzione del segno, La grafica delle avanguardie, da Monet a Picasso.
Posso affermare inoltre che dall’esperienza quotidiana cerco di portare nei miei versi la meraviglia che avverto davanti a qualcosa di importante e significativo. A volte riesco, a volte no. Ma è un processo di continuo nutrimento, elaborazione, incanto.
Probabilmente è già contenuto nel titolo – leggendo “Mani” come le anime dei defunti nella religione romana, considerate divinità benevole e protettrici della famiglia – ma la mia idea è che queste pagine abbiano in sé un rapporto con la scrittura, ma ovviamente anche con il mondo, maggiormente spirituale. Mi sbaglio?
Non ti sbagli anzi, sono contenta che tu mi ponga questa domanda. La spiritualità entra nel mio percorso in modo crescente, anche se procedo a fasi, seguendo filoni di lettura e pensiero diversi.
Ho una formazione cattolica ricevuta per tradizione, ma l’aspetto spirituale – e direi anche quello religioso – hanno segnato la mia vita e il mio percorso di scrittura e lettura. Ci tengo a sottolinearlo, perché come le opere d’arte, la musica e il cinema influenzano, nutrono a volte dialogano con i miei versi, così i libri che sottolineo, evidenzio e bistratto costantemente con matite e colori, sono una fonte inesauribile di poesia. E spesso sono i saggi su filosofia o letteratura, oppure le opere in prosa che mi arricchiscono maggiormente.
La spiritualità suggestiona il mio modo di vivere e contemplare il mondo; condiziona anche le relazioni, in particolare quelle con i miei morti.
Penso, in realtà, che il più delle volte le mie poesie giungano da una dimensione altra, che non so bene individuare, ma che sento. Raccontare questo rapporto è molto difficile, ma ammetto limpidamente che esiste. Cerco di affrontare questo mistero immenso con lo studio e la conoscenza, e con conversazioni con persone interessate all’argomento. Così si allarga la mia visione, ma allo stesso tempo si complica, perché il tema si dilata e si fa sempre più insondabile.
Forse è proprio questa la meraviglia dello Spirito, il fatto di non poterlo cogliere umanamente. La poesia si nutre di questo sentire e non si pone molte domande: i versi arrivano e io li metto su pagina.

Che poi, inevitabilmente, mi viene da dire che ora la tua poesia ti permette di avere una maggiore intimità con te stessa, una maggiore confidenza con il tuo essere te stessa. Ti ci ritrovi in questo?
Mi ci ritrovo in parte. La poesia è l’espressione di una delle mie anime, che a volte mi abitano completamente, ma che altre volte non riconosco o sento distanti, prive di sintonia con me stessa.
Si presentano varie fasi nel mio fare poesia: posso restare mesi senza scrivere un verso e poi in tre giorni scrivo dieci testi; che magari non sono poesie, ma contengono un nucleo pulsante che si svilupperà, forse darà vita a componimenti che troveranno la loro forma in un libro. Con “Mani” è successo così. Mi sono resa conto che c’era un libro, che “mi parlava”, diceva cose che si collegavano componendo un discorso coeso, una sinfonia di testi; così mi sono messa al lavoro per trovare la giusta partitura.
Davanti a questo materiale scopro una nuova parte di me: ne resto anche sorpresa, perché quella voce non mi abita costantemente, va e viene anche con le ore del giorno e della notte.
Il momento fondamentale che riesce a darmi – o meno – una conferma sulla poesia è il confronto con gli amici poeti e poetesse, che sono per me occhi e voci leali: mi hanno accompagnato fin dal primo libro, con generosità e trasparenza; di questo sono profondamente grata.
E ci sono mani che si incendiano e mani “buone per le carezze”, mani in “attesa muta”… Il quotidiano così presente nel tuo libro precedente, “Disadorna”, passa attraverso di loro. Sono le mani il luogo del giorno presente?
Le mani sono le artefici del nostro fare: della scrittura, del lavoro manuale, delle carezze, del prendersi cura dell’altro. Le usiamo per scoprire il mondo, per conoscere e riconoscere l’altro; da bambini ma anche da adulti. Persino i gesti più semplici, come preparare il cibo, riordinare una stanza, o sistemare una libreria… Le mani sono sempre impegnate in questo “prendersi cura” che non è scontato, che vivo come gesto fondamentale di devozione; per questo credo si debba celebrare ogni giorno. Io ho cercato di farlo attraverso la poesia, in ogni libro.
Perché poi ci sono le mani dei disegni di Daniela Romagnoli, contenute nel libro. Quale il loro significato nel progetto del tuo libro?
Quella con Daniela Romagnoli (https://www.danielaromagnoli.net/) è una collaborazione che dura da anni: la copertina del primo libro, “I giorni dell’acqua” (uscito per L’arcolaio nel 2009), ospita un suo dipinto intitolato Volo in apnea. Da allora – sono più di 15 anni – abbiamo realizzato diversi progetti insieme: letture, mostre, presentazioni… è stato un arricchimento reciproco e un modo per saldare una bella amicizia basata su una proficua solidarietà artistica.
Sento che il modo di disegnare di Daniela abita il mio mondo poetico: il segno, il modo di trattare le forme e i corpi; anche le sue sculture sono fortemente espressive e si ricollegano a tanti temi che attraversano la mia poesia. Nei disegni cha abbiamo scelto insieme per “Mani” non ci sono volti, ma solo mani, arti o corpi. C’è un tratto comune che ci unisce e che riguarda l’interesse per il corpo femminile nell’arte (e non solo) oltre al nostro essere donne, madri, artiste legate da un comune sentire.
I corpi e le mani delle tavole di Daniela, che aprono le sezioni del libro, dicono molte cose con pochi tratti essenziali: custodiscono, soffrono, si torcono, piangono, cantano, gioiscono.
Ho selezionato un disegno per ogni sezione, ma è stato difficile scegliere, perché i disegni che mi aveva proposto erano tutti bellissimi e profondamente evocativi.

Un’altra presenza fondamentale in “Disadorna” era la luce. Evocata, cercata, vissuta. In “Mani” mi sembra che la luce sia penetrata in profondità, è diventata radice di ogni immagine che evochi. È un qualcosa di acquisito, mi viene da dire…
Sul tema della luce mi ha influenzato moltissimo leggere le opere di Maria Zambrano: la sua scrittura – di cui ancora voglio nutrirmi, per conoscerla sempre meglio – contempla nella luce la radice e, anche se è difficile da spiegare, è diventata in qualche modo radice stessa della mia scrittura.
Nonostante il buio, che è presenza costante nei miei libri (Notte interiore, in “Disadorna”; Natura buia ne “Il seme del giorno” e Il lato oscuro in “Mani”) come dimensione interiore che tutto avvolge quando si spalanca l’abisso, la luce sopraggiunge come elemento dirompente che squarcia il buio.
Considero questo elemento – che si concretizza nel fuoco, nell’alba, nel sole, nelle vibrazioni dei riflessi- come simbolo di resistenza, di vita, di speranza, senza il quale non avrei più il coraggio di scrivere.
Per spiegare come mi abbia colpito il pensiero di Zambrano, trascrivo qui una citazione tratta da uno dei miei libri preferiti, che si intitola “Chiari del bosco”:
“Leggermente si curva la luce trascinando con sé il tempo. E non si dimenticherà mai che la curvatura di luce e tempo non è castigo, o che non è solo questo, bensì testimonianza e presenza frammentata della rotondità dell’universo e della vita, e che il tremolio è iridescenza della luce che non cessa di discendere e di curvarsi in ogni anfratto oscuro, che si insinua così, giacché di entrare direttamente dove più recondite sono le nostre difese può permetterselo solo ricorrendo a una violenza travolgente. E i colori stessi nascono per renderci la luce accessibile. E l’iride risplende, prima che in alto nei cieli, in basso tra lo scuro e il folto, creando così un imprevedibile chiaro propizio”
In queste pagine la natura è sempre presente. I girasoli, gli alberi, i papaveri, l’airone… Che ruolo ha nel tuo far poesia?
Vivo in campagna, durante le lunghe camminate che amo fare nelle mie zone, posso godere della visione di questi meravigliosi abitanti della natura: ci sono uccelli bellissimi come gli aironi, che spiccano il volo sollevandosi dall’argine di un canale, quando meno te lo aspetti; ti affascinano con la loro apertura alare, oppure stanno i immobili come statue antiche, con le zampe immerse nell’acqua gelata, e si rivelano lentamente mentre si alza la nebbia del mattino. Sembrano spiriti che stanno lì per dirci qualcosa.
Mi capita poi di incontrare il martin pescatore, una macchia di azzurro brillante nel suo volo, e l’ibis sacro, adorato dagli antichi Egizi. Come non accogliere queste splendide creature nei miei versi? Loro stesse sembrano parlarmi, nel silenzio irreale della pianura sterminata.
Aggiungo che il viale di platani che circonda la mia casa cambia colori e forme a seconda delle stagioni: è un movimento continuo dell’ambiente e dell’anima, una danza che si insinua involontariamente nei miei versi. Nel campo di fronte, i contadini piantano spesso i girasoli: la luce che trasmettono racconta moltissimo di quanta grazia e vita ci sia nelle nostre giornate, e non posso fare a meno di celebrarla. Per me è un modo per governare il buio che segretamente incombe.
Gli animali, gli alberi, le piante e la natura tutta – proprio come i miei morti- sono presenze vive e costanti nella mia poesia. Cerco di accoglierne la voce, l’essenza, l’energia che si rinnova e che sa donare sacralità e meraviglia allo scorrere dei giorni.

L’autrice:
Rossella Renzi vive a Conselice (Ra), dove lavora come insegnante.
Dal 2003 è redattrice di “Argo – Rivista d’esplorazione”.
Numerosi sono i suoi interventi su riviste di critica e letteratura (Graphie, Atelier, La Mosca di Milano, Clandestino, Farepoesia, Land, Le voci della luna).
È tra i curatori del volume “L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie” (Gwynplaine edizioni, Ancona 2014).
“I giorni dell’acqua” è il suo primo libro in versi, uscito nel 2009 per L’arcolaio (Forlì); per la stessa casa editrice è uscito nel 2015 “Il seme del giorno”, con la prefazione di Gian Mario Villalta e risultato finalista al Premio Carducci, nel 2018 ha pubblicato “Dare il nome alle cose. Poesie 2014-2017” edito da Minerva e nel 2022 “Disadorna”, nella collana Portosepolto di, peQuod.
Organizza eventi legati alla poesia, laboratori di lettura e scrittura nel suo territorio.
(Rossella Renzi “Mani”, con disegni di Daniela Romagnoli, pp. 90, 14 euro, peQuod 2025)
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La donna delle rose
“Donne Gratë”
di Pranvera Gilaj

Tempo presente ——————–
Only human Solamente umano
di Mark Lipman

Only human
So you found out
… discovered that I’m only human.
What a shock it must have been
… such a disappointment
to find out that I wasn’t perfect after all
that titles don’t make the man
that feelings transcend
all the stories we make up in our heads
that we all have trauma that we’re dealing with
and sometimes when it’s least expected
it rears its ugly head
and makes you reconsider
everything you believed in.
It must have made you so angry
… to find out that I was only human
that the love that was there
suddenly turned to disgust
that you shut down everything
that was growing
that you lost your trust
when I didn’t measure up
to everything you wished I was
to everything you thought could be
that the future was suddenly
swept and taken away from you.
How you must have wept
… seeing that I was only human
that I was frail like any other
that I didn’t live up
to the picture you painted in your head
that instead of understanding
every word turned into ammunition
that you shot directly into my heart
then stepped back in shock
to discover that I actually bled
… just like you.
With all the expectations
that we place on mere mortals
that live outside of our own mirrors
how could you ever forgive yourself
for believing that I was somehow better
only human and less than what you desired
not the man you dreamt I was
for how can anyone live up to the imagination
when after all, we’re all only human.
Solamente umano
Quindi te ne sei accorto
… hai scoperto che sono solo un essere umano.
Che shock dev’essere stato
… che delusione
scoprire che dopotutto non ero perfetto
che i titoli non fanno l’uomo
che i sentimenti trascendono
tutte le storie che ci inventiamo nelle nostre teste
che tutti noi abbiamo dei traumi da affrontare
e a volte quando meno te lo aspetti
si presentano con la loro brutta faccia
e ti fanno riconsiderare
ogni cosa in cui credevi.
Deve averti fatto così arrabbiare
… scoprire che ero solo un essere umano
che l’amore che c’era
si è improvvisamente trasformato in disgusto
che hai spento qualsiasi cosa
che stava crescendo
che hai perso la tua fiducia
quando non sono stato all’altezza
di tutto ciò che desideravi che io fossi
di tutto ciò che pensavi potessi essere
che il futuro è stato improvvisamente
fatto sparire e portato via da te.
Quanto devi aver pianto
… vedendo che ero solo un essere umano
che ero fragile come ognuno lo è
che non ero all’altezza
dell’immagine che avevi dipinto nella tua testa
che invece di capire
ogni parola diventava un proiettile
che mi hai sparato direttamente al cuore
per fare poi tu un passo indietro scioccato
e scoprire che davvero sanguinavo
… proprio come te.
Con tutte le aspettative
che noi riponiamo sui comuni mortali
che vivono fuori dai nostri propri specchi
come avresti mai potuto perdonarti
per aver creduto che fossi in qualche modo migliore
solamente umano e inferiore a ciò che desideravi
non l’uomo che sognavi io fossi
perché come si può essere all’altezza dell’immaginazione
quando dopo tutto, noi siamo tutti solo umani.

L’autore:
Mark Lipman, US National Beat Poet Laureate 2024-2025, è fondatore della casa editrice Vagabond e del Vagabond Poetry Caravan, del Culver City Book Festival e dell’Elba Poetry Festival.
Ha vinto il Joe Hill Labor Poetry Award 2015, l’International Latino Book Award 2016 e l’Alloro di Dante 2023 (Ravenna, Italia). Scrittore, poeta, artista multimediale, attivista e autore di quindici libri, ha iniziato la sua carriera come scrittore in residenza presso la famosa Shakespeare and Company di Parigi (2002-2003).
Da allora ha collaborato a stretto contatto con poeti leggendari come Lawrence Ferlinghetti e Jack Hirschman su numerosi progetti e, negli ultimi vent’anni, si è guadagnato un forte seguito internazionale come voce guida della sua generazione.
Il suo programma radiofonico “Poetry from Around the World”, è andato in onda dal 2023 al 2025 su Poets Café, per KPFK 90.7FM di Los Angeles.
Attualmente è il conduttore della serie televisiva di poesia d’avventura “Endless Horizons”, per HC Media nel Massachusetts.
Mentre continua a viaggiare per il mondo, Mark Lipman usa la poesia per avvicinare le comunità alle più grandi questioni di giustizia sociale, rafforzando la consapevolezza attraverso gli spoken word.
(La traduzione della poesia “Only human” di Mark Lipman in italiano è a cura di Sandro Pecchiari e Giovanni Fierro)
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L’infinita attesa
“Donne Gratë”
di Pranvera Gilaj

Tempo presente ————–
Ma io ho visto tutto
Viola Di Grado, “Questo mondo non è una casa” e “Celeno l’oscura”.
di Roberto Lamantea

Dopo “Marabbecca” (2024) Viola Di Grado torna in libreria con “Questo mondo non è casa”, per la collana “Non uccidere” di Rizzoli, dieci scrittrici ciascuna con una storia dedicata a uno dei dieci comandamenti, e con una fiaba illustrata, “Celeno l’oscura”.
Ambientato a Torino, “Questo mondo non è casa” è il diario di uno psicoanalista, Guido Pacher, che ha in cura una donna di 37 anni, Linda Lago, bellissima, occhi verdi, capelli rasati, ne ascolta le ossessioni, il dipanarsi sempre più inquietante della sua vita quotidiana, fino a un finale alla Hitchcock (il gioco di specchi di Vertigo e Psycho), gli interni ricordano Pinter.
La scrittura è una tela di ragno che un po’ alla volta s’avvolge attorno al lettore in uno scenario che dalla vita urbana – la città, la stanza dello psicoanalista, le strade, le vetrine – via via stringe i personaggi e i lettori in un labirinto che ha a tratti, come sempre in Viola, tratti horror, qui meno marcati di “Fuoco al cielo” e “Fame blu” dai colori acidi ai confini della psichedelia, ma non meno inquietanti. È come se ogni libro della scrittrice fosse il rivelarsi di un mostro in attesa. Le spire sono dapprima un abbraccio, via via si fanno più confidenti, ci seducono, infine ci stritolano – ed è una metafora dai molti volti, non ultimo un’anatomia-fisiologia del patriarcato.
Il rapporto del medico con Linda all’inizio è professionale, una seduta dopo l’altra si contorce, sino a quando la donna gli rivela di aver sin da bambina un’amica immaginaria, Dalì, come il pittore. Dalì è la compagna della sua solitudine, torna dopo lunghe assenze, fino a quando manifesta una volontà propria: non è più un alter ego, non è più la confidente da diario, è un’altra (un doppio?) e l’altra sa agire al di fuori della volontà di Linda. La conclusione della vicenda è tutta interna alla trama sin dall’inizio: diciamo solo che ci sarà un delitto, ma forse in scena ci sono solo spettri.

Viola Di Grado è bravissima, cattura il lettore sino a renderlo complice. E lascia tracce. Alcune sono autobiografiche: la dedica ad Archie “L’amore non si perderà”: Archie è stato l’amatissimo gatto di Viola nella casa londinese. Ma la sottotrama è la solitudine. La solitudine torna di continuo in questo romanzo. Guido riflette sulle “sue” pazienti donne: “Tutte queste donne sole si somigliano a tal punto da formare nella mia mente un’unica entità. La solitudine si impadronisce dei loro tratti come un groviglio d’edera che si fa strada dalle finestre di una casa abbandonata, finché da fuori si vede solo un viluppo scuro: lo stesso verde macilento che ho visto negli occhi di Linda”.
Linda è molto bella: “Aveva in faccia uno strato di fondotinta molto spesso, simile all’intonaco di un edificio fatiscente. Le ciglia, lunghe come quelle di una bimbetta, emergevano da quell’intonaco come fili nudi sui muri. Ma io ho visto tutto. Ho visto la solitudine che spuntava dall’intonaco come una muffa nascosta da una mano di vernice”.
Da bambina e ragazza “la piccola Linda dai vetrosi occhi verdi” non veniva mai invitata alle feste: era “come un serpente triste che corre verso la sua tana non avendo trovato niente da avvelenare”, nell’illusione che gli altri fossero invece felici.
Il passo bellissimo di pagina 55: “La solitudine è un lutto al contrario: un lutto non per qualcuno che non c’è più nella nostra vita ma per qualcuno che non c’è ancora (e forse mai ci sarà)”. Giri pagina e trovi un’illuminante citazione da Marianne Moore intraducibile in italiano: “The cure for loneliness is solitude”, “La cura per la solitudine è la solitudine”, dove l’italiano ha una sola parola l’inglese ne ha due: “Una per la solitudine scelta e una per quella subita come una tortura”.
Sarà un dizionario di etimologia a ricordare che “solitudine” deriva dal latino sollus, che significa “intero”: “Se sei solo sei intero, tutt’uno con te stesso. […] La solitudine ha la stessa radice di “solido”. Più cresce, più i suoi contorni si fanno rigidi, infrangibili”.
C’è un episodio rivelatore sia del personaggio di Linda, sia del pensiero dell’autrice. È un dialogo con lo psicoanalista. Linda nel bosco trova un cervo bianco ucciso dai cacciatori: “”Gli ho preso la testa tra le mani. Aveva gli occhi vuoti puntati sul cielo nero […] In quegli occhi ho visto qualcosa di terribile”. “Che cosa?”. “La bontà”. “La bontà?”. “Ho pensato: la bontà muore sempre. E mi sono chinata su quel corpo a piangere””.
La bontà muore sempre. E la solitudine è figlia di quella bontà.

Di Viola Di Grado è uscita anche una fiaba “gotica”, “Celeno l’oscura”, stampata da Hacca con i disegni bellissimi e liberty di Elisa Seitzinger. Celeno è un’arpia che abita una zona intermedia tra il nostro mondo dominato da Google e l’universo magico della mitologia e della fiaba e incontra Febe Frau, la protagonista del libro che si definisce così: “Essere dimenticata era una sensazione familiare che per tutta l’infanzia avevo scambiato per amore”.
E anche Celeno rinvia a tutto il mondo di diversi, marginali, che gli occhi della “normalità” definiscono mostri. Non è neanche sicuro che Celeno ci sia stata davvero, in questa storia: è un uccello leggendario che non esiste nella realtà eppure questa storia “è accaduta: la sua storia fa parte di quella delle arpie in generale, come la mia fa parte di quella degli umani, anche se Celeno non si è mai sentita un’arpia e io non mi sono mai sentita un essere umano. […] Loro, cioè noi, avremmo preferito non essere nulla. Nulla come il cielo”: loro, cioè noi, sono/siamo “gli odiati dal mondo”: “Le arpie sanno, anche mentre gioiscono, che il mondo le detesta”.

Ma “l’amore delle arpie è superiore perché dura diversi secoli: infatti un’arpia vive più delle tartarughe: vive quanto i libri”. Vivono “nei pressi della loro più grande fonte di gioia: i lamenti delle anime suicide”.
Viola scrive una fabula di figure evanescenti, dove l’io narrante ha 37 anni, come Linda di Questo mondo non è casa e come la scrittrice, in una storia sospesa tra questo mondo e un altro fatto di cielo. Celeno un giorno va via e Febe Frau resta sola, o forse no: “Celeno è una creatura leggendaria, non esiste nella realtà, dunque dipende da me farla esistere”. Celeno è l’altro lato di ciascuno di noi, le arpie “le odiate da tutti”, il mito, l’oscuro, il rimosso, il nascosto, il clandestino.
In tutti i libri di Viola c’è uno sguardo verso gli ultimi, chi è rifiutato, sotterraneo, considerato una cosa come per secoli sono stati visti gli animali, le figure mitologiche o simboliche, come le arpie e le streghe, i lupi, gli orsi, i corvi, i pipistrelli, i tanti animali simboli del male, dell’oscuro.
In “Fuoco al cielo” è una creatura misteriosa e mostruosa nel bosco radioattivo; in “Marabbecca” l’ex amato chiuso in una gabbia che si nutre di vermi; in “Bambini di ferro” la protagonista è una “bambina difettosa” dove l’affetto è affidato solo alle macchine.
Viola Di Grado è tra le scrittrici migliori della narrativa italiana di oggi, ha una cifra stilistica unica, è una tessitrice raffinatissima di storie che in uno specchio nero e deformato riflettono la solitudine di una società – la nostra – che nasconde i mostri sotto lo sfavillio di plastica e led della tecnologia.

L’autrice:
Viola Di Grado è nata a Catania nel 1987, scrittrice, orientalista e traduttrice, tradotta in tutto il mondo, con il suo primo romanzo, “Settanta acrilico trenta lana”, pubblicato quando aveva 23 anni, Viola Di Grado è stata la più giovane vincitrice del Premio Campiello Opera Prima e la più giovane finalista del Premio Strega.
Si è laureata in Lingue orientali (cinese e giapponese) all’Università di Torino, specializzandosi poi in Filosofie dell’Asia orientale all’University of London, la città dove abita dopo aver vissuto a Leeds e Kyoto.
Del 2013 è il suo secondo romanzo, “Cuore cavo”. Nel 2016 esce “Bambini di ferro”, romanzo ambientato in un Giappone del prossimo futuro, in “un mondo in cui il gesto d’affetto non è più spontaneo, deve essere ricreato artificialmente”. Nel 2019 esce “Fuoco al cielo”, nel 2022 “Fame blu”, nel 2024 “Marabecca”.

L’illustratrice:
Elisa Seitzinger è nata alle pendici del Sacro Monte Calvario, ha lasciato presto la Val d’Ossola per studiare arte a Firenze, Atlanta, Nizza e Londra.
Alla fine si è trasferita definitivamente a Torino, in Italia, dove vive e lavora come illustratrice.
http://www.elisaseitzinger.com
(Viola Di Grado “Questo mondo non è casa. Non uccidere”, pp. 132, 13 euro, Rizzoli 2025)
(Viola Di Grado / Elisa Seitzinger “Celeno l’oscura”, pp. 98, 22 euro, Hacca 2025)
Immagini ———————-
A te
“Donne Gratë”
di Pranvera Gilaj

Voce d’autore ——————
Non si sa quanto tempo resti ancora
Alessandro Agostinelli, “Baltico”
di Giovanni Fierro

Scritto durante un soggiorno in Lettonia, “Baltico” di Alessandro Agostinelli è poema dallo sguardo acuto, su questo nostro presente mondiale per nulla rassicurante.
“Ho provato a tendere l’orecchio verso nord, con la certezza che un vento pulito potesse dare limpidezza al racconto. Ho messo insieme la mia esperienza sul Baltico all’aria di guerra, di propaganda, di fine che troneggia nel nostro mondo attuale” precisa l’autore, in apertura del volume.
E da subito la messa a fuoco è determinante: “serve fare abitudine alla guerra”. È ciò a cui siamo destinati? La cronaca sembra proprio sottolineare questo aspetto, il desiderio di pace si riversa sempre di più in una speranza spuntata, debole e inerte.
“Febbre divina senza ragione/ il genocidio è in una frase/ dal fiume al mare questo vuol dire/ distruzione del muro e conquista/ nonostante la storia e la lista/ di quei popoli semiti millenari”, per poi chiedersi “Ma noi chi siamo adesso?/ votati a quell’oceano del moderno/ l’era nostra è stata lunga e soda:/ l’atlantico il centro della storia./ si erode dentro la democrazia beata/ mentre a colonizzare si rifiata”.
“Baltico” è questo fare i conti con la realtà senza il vezzo dell’interpretazione, ma con la chiarezza che è l’informazione ad essere lo strumento principale per non rimanere vittime di ogni impostura, come Agostinelli articola bene nell’intervista che segue.
A leggere queste pagine è proprio la limpidezza delle immagini a portare il lettore in una dimensione dove il raccontare è una sottolineatura di dubbi (“non si obietta alle armi perché in fondo/ tutti quanti possono essere disposti/ a proteggere la casa e la cultura/ se te la vogliono strappare con la clava”) e certezze (“e rincorreremo quel che resta/ adesso del nostro vecchio mondo,/ delle bugie sociali inconfessate.// siamo in mezzo al nulla ormai/ e i gabbiani ci volano sopra”), in un disegno che si fa via via sempre più ricco, alimentato dal fare poesia di Alessandro Agostinelli, determinato nel dare tensione al suo dire.
“Depressione baltica”, “Effetti collaterali” e “Dal Venta al mare” sono i tre capitoli che costruiscono questa geografia di attenzioni e preoccupazioni, dove l’impegno dello stare al mondo è anche un’analisi sincera e a nervi scoperti della natura umana, per nulla rassicurante.
E proprio in questa difficoltà, di fiducia e di appartenenza, la poesia si domanda del proprio esistere: “Non sai come dimostrare banalmente/ chi i fiori di campo improvvisi/ cresciuti da soli in giardino/ sono il segno lucente di questa poesia”.
Per essere poi il luogo migliore dove confrontarsi con se stessi e il mondo, e con l’urgenza e la precisione di dire che “questa violenza attuale almeno sia/ una guerra per una rabbia vera/ di difesa”.

Dal libro:
3
tre ore sopra al pullman sui sedili
sdraiato in fondo come nelle gite
scolastiche o di hockey le trasferte
quando giocavi: i pattini, la mazza.
tanto che hai scritto proprio un’email
alla squadra locale sul ghiaccio.
ventspils sembra una città deserta,
i suoi pochi passanti animati
dal fine profumo del mondo come
altrove ancora potrebbe essere
ogni città, e non sudario colmo
di ratti che combattono ovunque.
questa violenza attuale almeno sia
una guerra per una rabbia vera
di difesa, e non per la mondanità
offensiva degli ospiti di gatsby.
e se non questo allora che sia pace
questo vai cercando e qui è vicina.
accanto a valdemars sulla panchina
al porto antico della naval lega
il fiume venta è il secondo specchio
in cui la tua poesia vorrebbe dare
a un prossimo probabile lettore
la mappa del presente a questo mondo.
*
8
ma noi chi siamo adesso?
votati a quell’oceano del moderno
l’era nostra è stata lunga e soda:
l’atlantico il centro della storia.
si erode dentro la democrazia beata
mentre a colonizzare si rifiata.
sono modelli storici e scontati
quelle idee concrete che ad atene
ci fosse la democrazia come gran bene,
mentre in oriente c’erano i tiranni.
ma oggi un islam non sopporta nulla
di gioia, di donna, vita e libertà.
senti che hai iniziato a russare
e ti sovvieni, sveglio o non sveglio
e percepisci fuggevole un’ombra
che lambisce il muro alle tue spalle:
non la canea dei fondamentalisti
ma forse il maggiordomo di joyce,
che suggerisce un canto di sirene.
oppure era un fantasma che s’intende
di false idee e cupe circostanze
e ha solo fede nei versi cantati
che freschi colano giù dal baltico
fino alle fiamme del mediterraneo.
*
sta arrivando nel sogno la guerra
è quel camion della spazzatura
sta facendo un rumore di spari
non si sa quanto tempo resti ancora
non si sa se le pareti che tremano
reggeranno ancora per molto.
è un solido palazzo medievale
ma ha già tutti i segni del dissesto.
sta arrivando nel sonno la guerra
bande di spacciatori magrebini
avanzano fino ai vicoli del centro,
eserciti di turisti marciano decisi
verso il loro obiettivo finale:
prose immateriali di whatsapp
e immagini di momenti e baci,
un lurido sgorgare di ovvietà.
*
è toccato a lui morire
questa volta non a te.
ecco perché osservi
attento la sciagura
il video della fine
la foto dello scoppio.
per vedere come fa la morte
per constatare che sei ancora qui.
*
torneremo a cantare a kabul
balleremo finalmente in iran
e non saranno multinazionali
a invadere le strade della seta.
acqua che scivola in montagna
baci che soffiano alle piume,
i ragazzi avranno i loro palloni
tireranno calci ai tiranni.
frizzeranno gli occhi dal pianto
ma sapremo cucinare un sorriso,
sarà pieno di crema e libertà:
la vita delle donne sarà sacra.

Intervista ad Alessandro Agostinelli:
“Baltico” si apre con una frase per me tremenda: “serve fare abitudine alla guerra”. È ciò a cui siamo destinati? E cosa vuol dire, sia a livello simbolico, sia nella vita di tutti i giorni?
Mio padre non ha fatto la guerra, ma ha contribuito a costruire armi nella fonderia dove lavorava. I suoi tempi esigevano quello. Oggi non siamo abituati alla guerra. C’è nella società un’idea vaga del significato di disciplina, non riconosciamo il linguaggio degli ordini, men che meno sappiamo com’è fatta la guerra. Eppure si moltiplicano femminicidi e accoltellamenti tra giovanissimi. E le pagine dei nostri giornali, gli schermi tv, computer e smartphone non fanno altro che parlare di guerra.
A detta di “Archivio Disarmo”, dalla Seconda Guerra Mondiale al 1983, si sono susseguiti sulla Terra 66 conflitti armati. E, a mia memoria, dal 1983 a oggi posso ricordare Sudafrica, Afghanistan, Myanmar, Sudan, ex-Jugoslavia, Irlanda del Nord, Siria, Tagikistan, Cecenia, Israele-Palestina, Yemen, Nigeria, Congo, Russia-Ucrania, Libia.
Ma su tutto vorrei rammentare la recente notizia di gente che durante l’assedio di Sarajevo, pagava per andare a sparare ai cittadini dalle alture intorno alla città: i cecchini per hobby!
Non è la frase della poesia a essere tremenda è che troppo spesso dimentichiamo com’è fatto il Mondo. O meglio, dimentichiamo come siamo fatti noi esseri umani. E poi ci sono gli animali. Il regno degli animali è buono? No, in quel caso vige la legge del più forte che uccide, strazia, sbrana il più debole. Il leone biecamente attacca l’elefantino appena nato; il coccodrillo attacca il cerbiatto che si disseta.
Noi non siamo destinati a nulla. La pace esiste perché c’è la guerra. La vita esiste perché c’è la morte. Non è destino. È natura. Ciò significa che sarebbe ora di smetterla di vivere nel mondo delle favole e fare i conti con la realtà. Tuttavia la realtà di “Baltico” è una realtà difforme dal dato reale. È una realtà borgesiana – oserei dire – in cui il fantasmatico incontra il fattuale e produce una sorta di continuo onirismo. È come se questo romanzo in versi fosse scritto da un angelo che osserva il di qua e il di là.
Che strumento è la poesia, nel momento in cui si vuol parlare di guerra, di situazioni bellicose, di stati d’animo feriti e straziati?
Caro Giovanni, la poesia è fondamentale perché è lo strumento metaforico per eccellenza, dato che (come sostiene Brodskij) è lo strumento supremo della lingua. Todorov racconta che gli amerindi (detti poi indiani d’America) erano popolazioni feroci, tribali e violentissime. Quando dicevano di mettersi nella pelle di un altro intendevano proprio uccidere un altro, scuoiarlo e mettersi addosso fisicamente le sue carni.
Ecco, noi conosciamo il campo metaforico del linguaggio, ed è questo a tenerci distanti dal campo di battaglia. La parola serve (o dovrebbe servire) a scansare la guerra. Ma certamente non possiamo pensare di abolire la violenza perché a noi sta antipatica, o la riteniamo moralmente riprovevole. La violenza è dentro di noi. È impossibile mettere le braghe alla realtà, come è assurdo mettere le mutande al linguaggio e alla letteratura – cosa che qualcuno, in nome di minoranze che spezzano la dignità dei diritti universali, sta provando a fare.
La poesia ci aiuta a nominare l’orrore, la bellezza e lo stupore con parole che transitano dal cuore del lettore.
A pagina 19 scrivi: “prendi pure una pausa in poltrona,/ la difesa della poesia ti ha stancato”. E quindi, cosa significa nel nostro tempo presente difendere la poesia?
Per me la poesia è uno spazio di libertà. Se si lavora nella poesia, nella lingua e nei meccanismi della poesia, non lo si fa certo perché si guadagnano soldi o fama. Nella maggior parte di noi c’è un amore profondo per il racconto emotivo e immaginario, perché forse la vita non ci basta. Spesso riesco a formarmi un pensiero su un fatto o una discussione soltanto dopo che ne ho scritto sul quaderno: è la scrittura che definisce il mio pensiero. Oggi per me la poesia è un presidio disarmato che aiuta a cantare un disegno scaramantico per il nostro futuro collettivo.
In Lettonia ho camminato per mettere a fuoco i pensieri, sono andato in bicicletta per trovare un andamento musicale a tutti i versi che stavo scrivendo, ho osservato l’orizzonte sulla spiaggia verso il mare per focalizzare i ricordi. Il poema che stavo scrivendo era l’unico compagno delle mie giornate e quindi, ogni tanto, dovevo staccare, mi serviva un riposino, una pausa. Ma giuro che ho difeso a spada tratta la poesia.

(Gianni Lucchesi “Conflitto interiore” 2025)
In tutto questo, all’interno di un panorama politico per nulla confortante, qual è per te il senso di Europa?
Non credo molto nelle vaste coalizioni di nazioni, nei grandi imperi. Ma sono certamente convinto che l’Europa serva e sia ormai l’unico punto di riferimento possibile per noi cittadini europei. Sono per spingere ancora un passo avanti nella sussidarietà, ma penso che servano anche formule democratiche maggiormente partecipativo-deliberative e meno rappresentative. Questo passaggio servirebbe a ridare smalto alle democrazie appannate dei nostri Paesi, coinvolgerebbe i cittadini in maniera antipopulista e toglierebbe un po’ di arroganza dal carattere dei politici.
Poi però il mio mestiere è scrivere. E quindi potrei dire che la letteratura non condiziona il mondo direttamente, ma può in parte soltanto ingentilire e far riflettere un individuo. Certamente il primo problema che vedo oggi nel dibattito pubblico è la questione della verità. Sappiamo che non esiste una verità unica nella storia degli avvenimenti umani. Sappiamo altrettanto che i fatti accadono e determinano un processo di situazioni che potremmo definire realtà. Tuttavia oggi queste relazioni sono messe in pericolo dalla costruzione di storie, scritti, foto, video, eventi falsi.
Non sto parlando dell’intelligenza artificiale che può essere utile. Sto parlando di una cosa fondamentale: l’informazione. Per essere cittadini serve essere informati. Oggi dobbiamo difendere l’ordine dei fatti contro le false ricostruzioni degli eventi. E la prima cosa che ci dobbiamo chiedere quando leggiamo qualcosa sui social o altrove non è “cosa ne penso”, ma se quello che leggiamo è vero o falso. Tante opinioni che leggo in giro attualmente si basano su informazioni false o parziali. Dobbiamo fare fatica per capire se quella tale notizia è o non è attendibile.
L’amico poeta Jude Luciano Mezzetta dice che la poesia sono le notizie che restano per sempre notizie. Pensate dunque quanto impegno serve perché quelle notizie per sempre abbiamo il crisma della verità.
La Lettonia è il luogo che hai abitato, nella fase di scrittura di “Baltico”, e con le tue parole hai sapientemente ritratto i vari luoghi in cui ti sei mosso. Mi sembra quindi che la tua scrittura sia stata anche capace di disegnare questa geografia. Ti ritrovi, in questo usare le parole anche in un modo differente, dal canonico fare poesia?
La mia poesia è attraversata da sempre dalla geografia, dalle città e dai viaggi. Sono temi che si trovano, con maggiore o minore intensità, nei miei testi. Quello che ho cercato di fare in “Baltico” è stato raccontare una storia dentro un poema. “Baltico” è un romanzo in versi. È il romanzo di un personaggio alle prese con l’aria di guerra che lo accompagna in un paesaggio nuovo e vitalissimo. Per questo il contrasto con le apparizioni dei vari conflitti citati è forte, perché il disegno vorrebbe essere unicamente pieno di gioia.
Il testo di pagina 25 (proposto nella selezione dal libro, qui sopra… sta arrivando nel sogno la guerra…) penso sia uno dei più importanti del libro. Perché mette in evidenza di come l’immaginario collettivo, così deteriorato e ancorato a criticità e ferite, nutra ulteriormente le difficoltà della nostra società. È in questo contesto che prospera ogni singolo smarrimento, umano e sociale?
Insieme alle guerre ricorrenti, ho creduto necessario affrontare anche alcuni temi quotidiani che scatenano umori improvvisi e sgarbati. È come se l’affastellarsi di sempre maggiori notizie da un mondo malato contribuisca a gonfiare a dismisura l’intolleranza. È una poesia che plasticamente elenca fattori negativi, riproducendo un riconoscimento possibile: spari e crepe, spacciatori e turisti, social e ovvietà.
Se nel quotidiano manca la possibilità di concentrarsi con una certa continuità e poi mancano momenti di inoperosità annoiata, lo smarrimento cui accenni può diventare velenoso.

Tutto “Baltico” esprime un profondo senso di vulnerabilità. È questo il suo respiro, la sua identità?
Siamo vulnerabili. E quando vedo i droni armati che sbriciolano condomini, cani-robot armati di mitra, o robot umani addestrati alla guerra, mi tocco la pelle morbida e mi sento ancora più vulnerabile. Il poema “Baltico” è una presa di coscienza del Mondo, per come il Mondo è fatto. Di questo ringrazio la mia residenza in Lettonia, per aver centrato l’obiettivo di poter raccontare un disagio attraverso un paesaggio di luce che mi ha ispirato.
Siamo destinati a finire. Non voglio dire, come nel film con Benigni e Troisi, “ricordati che devi morire”, ma insomma, è così vero che viene quasi da supporre che possa accadere… Cioran scriveva: “davanti a quest’ammassarsi di tombe, sembra che il genere umano non abbia altra occupazione che quella di morire”.
Il tema, secondo me, non è se siamo vulnerabili, ma cosa siamo disposti a fare della nostra esistenza mentre siamo vulnerabili. Questo è il tema della mia poesia. Questo è il respiro della musica che ho cercato di inserire nei versi del poema “Baltico”.
Presenza importante in “Baltico” è quella dello specchio, occasione di confronto con se stessi, di sguardo che può essere necessariamente sincero e assoluto. (E mi sono venuti in mente alcuni monologhi proprio davanti allo specchio, momenti legati al cinema, come Robert De Niro in “Taxi driver” ed Edward Norton in “La 25esima ora”…). È così? È come cantavano e suonavano gli Hüsker Dü, che “la rivoluzione inizia a casa, preferibilmente davanti allo specchio del bagno”?
Lo specchio del bagno ha poco rilievo letterario e dovrebbe averne molto di più. Pensiamo a quanto alcune cose occupino le pagine della letteratura. Molto in cima alla classifica ci sono i mezzi di locomozione (auto, treni, bici, navi, aerei), poi le armi (pistole e fucili), i profumi, i fiori, i bicchieri, le bottiglie di vino o di super alcolici, le chiavi, le macchina fotografiche, ecc. Il filosofo Remo Bodei ha argomentato sull’implicazione affettiva che contraddistingue il rapporto del soggetto con le cose, nel suo libro “La vita delle cose” e ne ha tratto approfondimenti notevoli.
Tuttavia nel caso di “Baltico” ho scoperto una cosa che nascondevo a me stesso: la recita che mi procuro ogni mattina presentandomi davanti a me stesso. Sono tutti validi gli esempi filmici e musicali che hai fatto. A me viene in mente che la diffrazione tra un sorriso architettato per lo specchio del bagno e destinato a me stesso, ha uno scarto di qualche frazione di secondo che forse è lo stesso scarto temporale che impegna il lettore di fronte alla lettura della poesia, di tutta la poesia. Quello scarto che la coscienza cerca di interpretare tra reale e fantasmatico.

L’autore:
Alessandro Agostinelli ha pubblicato il romanzo “Benedetti da Parker” (Cairo RCS 2017), alcuni saggi di sociologia del cinema e le raccolte poetiche “Numeri e Parole” (Campanotto 1997), “Agosto e Temporali” (ETS 2000), “Poesie della Linea Orange” (ETS 2008) e “L’Ospite Perfetta – Sonetti italiani” (Samuele 2020). In Spagna ha pubblicato l’antologia poetica “En el rojo de Occidente” (Olifante Ediciones 2014). Suoi poemi sono stati pubblicati su riviste in Francia, Germania e Stati Uniti.
Ha scritto due guide Lonely Planet e ha fondato il Festival del Viaggio.
Dirige la collana Poesia di Edizioni ETS. Ha lavorato a Radio 24, Radio RAI, L’Espresso.
(Alessandro Agostinelli “Baltico”, pp. 51, 14 euro, peQuod 2025)
Immagini ———————-
Fede
“Donne Gratë”
di Pranvera Gilaj

Ti racconto ——————–
Una vacanza
di Luisa Gastaldo

Perfettamente sveglia. Buio assoluto. Un’ora imprecisata della notte e si sta ancora rigirando nel letto. Cerca il punto del polso dove il cuore… pulsa.
Non le sembra che il battito sia accelerato. Allora si concentra sul respiro: è regolare, calmo. Per controllare l’orologio deve scendere al piano di sotto, a tentoni, senza far rumore, attenta a non scivolare sui ripidi gradini di legno verniciato. Sono solo le 2.20. Agnese prende una pastiglia contro la faringite che le tormenta la gola e torna a letto.
Proprio una bella vacanza: doveva staccare, distrarsi dalle preoccupazioni, e si ritrova raffreddata e insonne. Tobradex, deve prendere in farmacia il Tobradex per suo padre. Marjana, la nuova badante, le ha detto che sta finendo. Domani se lo segna. Sempre che se lo ricordi. E lunedì mattina deve ricordarsi di contattare l’ufficio protesi per richiedere pannoloni XL viola, massima assorbenza. Già che c’è potrebbe anche cercare il nome del geometra che le aveva passato telefono e indirizzo dell’impresa edile; ha perduto anche quelli, anzi dopo svariate telefonate li ha trascritti sulla rubrica del cellulare non sa più sotto quale nome. Con le piogge intense e prolungate le infiltrazioni del tetto a casa di suo padre saranno aumentate, intervenire è urgente. Che sciagurati, questi impresari fantasmi. E sciagurata lei, che non sa sollecitarli con la dovuta insistenza.
Riccardo si è addormentato subito; ora per fortuna non russa più, forse è un buon momento per prendere sonno, ne ha tanto bisogno. Domani è annunciata una giornata di sole e hanno in mente una passeggiata.
Si è concessa una breve vacanza – nelle strutture socio-sanitarie la chiamano “periodo di sollievo” – non senza sensi di colpa: non riesce a sottrarsi alle responsabilità che si è assunta. La vecchiaia di suo padre le è precipitata addosso come il pesante corpo di lui quando collassa. Nel giro di pochi anni è diventato estremamente fragile; vederlo in quelle condizioni è una pena immensa. Sofferenza psichica, solitudine e condizioni fisiche sempre più precarie sono per lei un pensiero ossessivo che però non lo salvano.
Lui stesso, del resto, si definisce in agonia. Aspetta la fine.
L’evento è incombente.
Il ticchettio della pioggia è incessante, ma varia di intensità.
Con tutta quest’acqua l’erba, da suo padre, sarà di nuovo alta. E chi la taglia? Il tosaerba è di nuovo guasto e quelli dell’officina non hanno nemmeno il tempo di venirlo a ritirare. Ogni primavera la solita storia, nessuno che si occupi della manutenzione degli attrezzi: le scocche si arrugginiscono, le membrane si imbevono di benzina, le batterie si scaricano, le lame rimangono senza affilatura.
A furia di rigirarsi nel letto domattina le farà di nuovo male la schiena. Dicono che se non si riesce a prendere sonno conviene alzarsi, leggere, farsi un giretto per casa, bere un bicchiere d’acqua, respirare a fondo…

Questa casina affittata in montagna è un nido nel verde, una fortuna averla trovata libera e a buon prezzo. Socchiude la finestra per respirare l’aria fresca e pulita, la notte è ancora di un buio compatto. La pioggia che era cessata ha ripreso a picchiettare ipnotica.
Dài, rilassati, si esorta tornando a coricarsi. Domattina se non piove Riccardo ha programmato una escursione facile e piacevole, si ripete come a cercare conforto. Entro due giorni, pensa, deve comunicare all’agenzia le ore lavorate dalla badante e prenotare un trasporto per la visita cardiologica del padre, che non si regge più in piedi. Per lui, sempre più debole, sarà una faticaccia. E anche per lei.
Qualcuno le ha suggerito di sospendere i farmaci, di “lasciarlo andare”. Facile a dirsi. Cosa e quando decidere? Chi decide per chi?
Ascolta la pioggia che batte sul tetto, ma insieme al ticchettio le pare di avvertire, vaghissimo, un suono ripetuto. Forse è la suoneria del nuovo telefono, che ancora non riconosce. Che abbia abbassato accidentalmente il volume? Suo padre si è sentito male? Lo stanno trasportando all’ospedale? È… morto?
Tende l’orecchio. Silenzio. Nel dubbio scende a controllare il cellulare: tutto a posto.
Forse è stata un’allucinazione uditiva. O una premonizione?
Ormai sono quasi le cinque, la famosa ora blu. E infatti dal bosco salgono i primi canti. Si veste. Lentamente si fa giorno. La finestra riquadra una porzione di alba, il cielo si rischiara. Scrutando un paesaggio di brume Agnese si mette in ascolto dei versi degli uccelli e mentre sorseggia il caffè osserva la sagoma di un grosso uccello, forse un falchetto, che sta immobile sulla cima dell’albero più alto, in prossimità di un prato. Non lo perde di vista, vuole vedergli spiccare il volo, vedere come distende le ali e la loro ampiezza. Ogni tanto il rapace si muove in modo lento e appena percettibile, quasi a cercare la posizione più comoda.
All’improvviso, fulmineo e inesorabile, si scaglia obliquo verso il prato.

L’autrice:
Luisa Gastaldo in poesia ha pubblicato “La culla sospesa” (2011), “Della tua voce” (2013), “La linea del rattoppo” (2020), “Endecanuvole” (2023) e prose e poesie in opere collettanee, antologie, riviste e siti web. Sue poesie sono tradotte in sloveno e in ceco.
Ha curato “Luciano Morandini. Mostra internazionale di libri d’artista” (2012) e “Luciano Morandini. Lo scrittore, le carte” (2017).
In autunno uscirà il suo primo libro di prose “Anche i pesci muoiono di vecchiaia”, di cui questo racconto è un’anticipazione.
Immagini ———————-
Gerga
“Donne Gratë”
di Pranvera Gilaj

Voce d’autore ——————-
Con gli occhi teneri e cerchiati di sangue
Francesca Del Moro, “La metà oscura” e “La statura della palma”
di Giovanni Fierro

Lo scrivere di Francesca Del Moro si arricchisce di due nuovi libri. Il primo è “La metà oscura” che, come scrive Maria Gervasio nella postfazione, “dopo ‘Ex Madre’ (2022) e ‘L’ (2024) è l’ultima opera di una ‘ideale trilogia’ dedicata alla morte del figlio”.
La poesia di Francesca Del Moro è sempre stata aderente alla realtà, con la capacità di esplorarla in ogni sua possibile aderenza con il vivere di ogni giorno. Con questo “La metà oscura” invece tutto cambia, lo scrivere passa alla parola stessa, all’accadere dei sogni notturni, a questo flusso di coscienza che si mostra, che chiede di essere registrato, di non essere dimenticato.
Così “La metà oscura” trova nuove possibilità di espressione, il raccontare si muove nella libertà più assoluta, il dire crea e affida all’autrice il compito di conservare e mostrare che il fare poesia è sempre profezia, (“Il potere dell’amore avanza/ è una musica in stato di grazia.// Dolci creature, chi vi salva/ chi vi salva dal potere dell’amore”), svelamento (“Il mio bambino è sul fasciatoio/ a pancia in giù, gli accarezzo la schiena/ sotto la tutina con gli animaletti./ Ha un cappio intorno al collo che tira/ gli si è rotto un piedino/ forse già non respira”) e sguardo (“Ci guardiamo/ abbiamo gli occhi grigi/ si mischiano all’asfalto”).
“La metà oscura” indica anche di come la fisicità è parte integrante del proprio stare al mondo, il luogo dove accorgersi di se stessi, lo spazio dove tutto succede: “È aperto il corpo/ ad accogliere il mondo”, “Il corpo ritaglia l’aria./ La mente splende vuota./ Il veggente è lontano da ultimare”.
Nel suo fluire “La metà oscura” coinvolge e trascina, porta chi lo legge a stare con un muoversi che è spinta e continuo seme dell’accadere, in quella zona onirica dove visioni e realtà si mescolano, a creare un desiderio lucido di ciò che sarà: “Sono sola nella stanza d’albergo/ percorro un corridoio bianco/ arrivo al balcone, mi affaccio/ devo andare alla spiaggia/ dove lottano i due ragazzi/ mi unirò alla zuffa oppure/ mi metterò in mezzo a loro/ mi farò abbracciare struscerò/ il viso sui loro petti”.
Il secondo libro è “La statura della palma”, dove invece Francesca Del Moro si confronta con la pittura di Jara Marzulli, lavoro dedicato a tredici martiri paleocristiane, raccontate dalla scrittura e dai dipinti.
In questo progetto, con lo sguardo rivolto al passato, le due autrici approfondiscono una necessità del presente, il bisogno del liberarsi di una società tipica di impostazione patriarcale, dove la figura della donna, e la donna stessa, è ancora vittima di violenza e subordinazione nei ruoli sociali.
Le parole di Francesca Del Moro e le immagini di Jara Marzulli costruiscono così significati e sguardi da far propri, occasione di riflessione e continuo confronto. Ad inventare una coscienza personale e sociale, ma direi anche politica, che ha urgente bisogno di mostrarsi in un nuovo senso di responsabilità e rispetto.
L’occasione è proprio questo libro, dove, come scrive Anna Maria Curci, “dalla piaga al prodigio, e al prodigio d’amore: in questo consiste il movimento centrale dei canti raccolti e composti per “La statura della palma”, movimento che si profila qui come ‘passaggio del testimone’ a tutti colore che, leggendo e ascoltando, vorranno raccoglierlo, e che conferma la cifra che contraddistingue tutta la poesia di Francesca Del Moro”.

Dal libro:
Siamo in macchina e io
mi alzo in piedi sul sedile
posteriore, urlo, mi colpisco
il viso, lui sterza verso l’ospedale
arrivano i miei genitori, mio padre
ha il viso piccolo e bianco, mi guarda
con gli occhi teneri e cerchiati di sangue
il mio compagno mi tiene la mano e dice
bisogna ricoverarla almeno un giorno
io lo guardo con gli occhi supplichevoli
penso ho solo bisogno di un po’ di riposo
penso portami a casa tua, dico invece
va bene, mi va bene il ricovero.
*
Non so come dire al mio compagno
della relazione con Luigi Lo Cascio
anche se non ho una relazione con Luigi Lo Cascio
sono in vacanza con le mie amiche lui mi prende
per mano mi porta alla macchinetta del caffè
flirta ho scordato la cialda torno a prenderla
in camera, è sotto i vestiti appallottolati
nel cassetto creo un gran caos e la trovo
torno indietro Luigi Lo Cascio fa l’idromassaggio
tutto vestito io mi tolgo i pantaloni
e scendo accanto a lui che continua a flirtare.
Mi cinge con un braccio, provo a baciarlo
ma è davvero antipatico e mi sfugge.
Quando lo presento ai miei li saluta
facendo una spaccata, mia mamma è perplessa
lo zio panzone vedendolo dalla porta socchiusa
dice che uomo di merda.
*
La capa dice mai più pdf
costano troppo solo jpeg
dico è impossibile
ma la mia collega
è più accondiscendente
il mio amico dice compra il gelato
mi indica la strada non so
se riuscirò a seguirla conosco
solo quella per la gelateria
dove non sono più andata
per la vergogna, da quattro anni
non vado più nei negozi sotto casa
intanto gli altri aspettano
su un camion attrezzato
per ritirare il premio letterario
il mio compagno paga il gelato
vuole strafare, dice il mjo amico
arrabbiato, il bonifico arriva
dal conto di sua moglie, si chiama
Kuma e dormirà in mezzo a noi
finché tornerà all’invisibile
io bacio il mio amico e non mi piace
torno dal mio compagno
con la coda tra le gambe.

Dal libro:
Prendimi tu
nella tua forma perfetta
filtra nella ferita-feritoia del costato
tendimi arco verso il cielo, arcobaleno
tracciami rosse geografie sulla pelle, fammi mappa
aprimi gli occhi dentro i palmi delle mani
nei piedi incidimi radici per saldarmi alla tua pietra
io svetterò albero ostile a ogni vento.
Ho sparso a terra i capelli, li raccolgo
come un lenzuolo li depongo sul tuo corpo.
Ora so come amarti.
Sei in me
come un raddoppio di sguardo
come il risvolto della pelle
stelo di luce in mezzo al petto
fiore sbocciato nel viso.
Seimila notti di preghiera
tremila giorni a digiunare
trecentomila le sacre pagine lette
venti le coste raggiunte, trenta i Paesi
ottanta le città, tre i continenti
la cronaca del tempo del servaggio
e del tempo di te, in me.
La festa è fuori.
Riverberano fiaccole nel mare.
Folleggiano le voci, si scalmanano.
Il mio carnefice si passa la lingua
sopra i denti e se la ride.
Salgono canti sguaiati.
Il vino sborda dai calici.
E tu sei in me.
Mi faccio bacinella di silenzio.
Ecco il tuo volto reclinato sul petto
le escoriazioni sulle palpebre abbassate
e i riccioli, sparsi di spine, sgranati
stillanti sangue sulla fronte pensierosa.
Si sfrangia al vento la tua supplica al padre
al padre troppo in alto per sentirti.
Tutto in te è un crollo, è tutto un abbandono
un rovinare, un cedere alla gravità
eppure indicibilmente risplendi
indicibilmente grandeggi
immenso invincibile sole.
Ora il cielo, su di me, si ribalta
le stelle scendono in picchiata
la croce si raddrizza contro il buio
io rifulgo e rivivo a tua immagine.

Intervista a Francesca Del Moro:
Quale il ruolo de “La metà notturna”, in questa trilogia che comprende anche i precedenti “Ex Madre” e “L”?
La perdita di mio figlio per suicidio è stata così devastante da occupare quasi interamente il mio spazio psichico ed emotivo, per anni. Anche la scrittura, che ho scelto di non abbandonare considerandola una parte di me stessa da salvare, ne è stata soggiogata.
Dal confronto con il lutto sono nati tre libri: “Ex Madre” (Arcipelago itaca, 2022), che documenta la frattura, “L” (Gattomerlino, 2024), che tenta di ricomporla, e infine “La metà notturna” (Bohumil, 2024), che esplora la dimensione onirica in cui gli effetti del trauma, curati, controllati e spesso soffocati nella veglia, tornano a manifestarsi, in combinazione con altro materiale onirico.
Alla prima lettura, l’impatto è immediato. Le parole prendono il sopravvento, tolgono il controllo alla tua scrittura. Cosa significa questo?
In verità, spero di non aver perso il controllo della scrittura sul piano formale, perché l’intento era restituire con gli strumenti della poesia quello che Freud definisce il contenuto manifesto del sogno, ovvero quanto è dato ricordare al risveglio.
Se ho cercato di mantenere il controllo della forma, è vero che non ho operato alcuna selezione sui contenuti onirici a disposizione, il che non manca di mettermi a disagio quando leggo da questo libro o ne parlo. Mi ero data una regola precisa: non interferire in alcun modo con quanto avveniva nei sogni, non correggerli, non migliorarli, non scegliere cosa raccontare o meno, ma riferire esattamente quanto ricordavo.
Di conseguenza alcuni componimenti si aprono con immagini a mio parere riuscite e interessanti, per poi deragliare con la comparsa di elementi ridicoli o del tutto fuori contesto. A volte, lo riconosco, ho barato: ho inventato qualche sogno, rispondendo soprattutto a suggestioni cinematografiche. Ma soltanto una di queste eccezioni è sopravvissuta, le altre sono state scovate sapientemente ed espunte dall’editrice. A chi legge resta il compito di trovare “l’intruso”.
In questo ‘flusso di coscienza’ che è tutto il libro, ogni testo è il tassello di un possibile mosaico, che è il libro stesso. Che immagine costruisce?
È una domanda che ho evitato di pormi finché il libro non è andato in stampa. Ho cercato di non interpretare né giudicare quanto stavo raccontando, né di trovare i collegamenti tra un sogno e l’altro e ho scelto di non approfondire il tema onirico magari riprendendo alcuni testi studiati in passato. Volevo salvaguardare il mio ruolo di osservatrice imparziale, quasi naïf, evitando che la restituzione del materiale onirico fosse influenzata da presupposti teorici.
Ho esplicitato questa intenzione ponendo in esergo l’aforisma di Elias Canetti “Nessun sogno è mai stato così insensato come la sua spiegazione”, un pensiero in sintonia con quello di James Hillman, che considera il sogno non come un simbolo da decifrare in funzione della veglia ma come un mondo a sé stante.
Nondimeno chi legge sarà libero di interpretare i testi e collegarli tra loro come preferisce, qualsiasi siano le sue conoscenze o convinzioni. Lo ha fatto per prima Maria Gervasio, la mia editrice, riconoscendo nella successione dei sogni un romanzo popolato da personaggi ben precisi, da cui la scelta di riportare i componimenti uno di seguito all’altro, separati da semplici asterischi, assecondando anche graficamente quello che tu chiami “flusso di coscienza”.
A posteriori, anch’io mi sono trovata a ricomporre i pezzi del mosaico, che mi ha restituito un’immagine di me non diversa da quella di cui ero già consapevole.
La presenza ossessiva di bambini, di figure genitoriali giudicanti, di compagni ed ex compagni, di morti violente e dei due lutti relativi al figlio e alla gattina bianca pongono al centro dell’opera, così come lo sono nella mia vita diurna, i temi tra loro connessi della famiglia e della perdita.

(Jara Marzulli “GIULIA Fior di pelle” 2008)
“La metà notturna” mostra quale metà, che prima era nascosta?
Nel sogno i resti diurni di cui parla Freud, ovvero i frammenti dell’esperienza della veglia, si ripresentano e si trasformano, combinandosi liberamente ma, come sostiene Hillman, penso che la ricerca di simboli tolga tutto il fascino a quanto ci è dato vivere nel sogno.
“La metà notturna” è semplicemente la metà della vita, che si svolge mentre dormiamo, con elementi di continuità con quella diurna e altri che le sono propri. L’unica cosa che ho potuto constatare è che, nei miei sogni, le dinamiche del lutto, tenute a bada nella quotidianità, tornano a prendere il sopravvento.
Una cosa avvincente, di tutto il libro, è che visioni e realtà si completano, si corteggiano, si intrecciano. È così?
Se per visioni intendi scenari improbabili e per realtà situazioni facilmente esperibili nella quotidianità, certamente è così. La restituzione dei sogni “in purezza” vale in effetti a mettere in luce questa sovrapposizione di piani di cui credo che chiunque possa fare esperienza.
Un aspetto di queste poesie è che ogni testo è un tempo che contiene diversi tempi. Cosa ne pensi di questo?
Non credo che questo valga per tutti i componimenti: alcuni sono piuttosto lineari. In altri invece saltano i confini – spaziali, tra cose e persone, e naturalmente anche temporali.
Il sogno segue una logica tutta sua e la pluralità delle linee temporali entrano in gioco se si presuppone un confronto con la veglia. Nel sogno a volte interagiscono persone vissute in epoche diverse e i vivi e i morti possono ritrovarsi. Ma sul piano onirico non c’è alcuno sfasamento: sono tutti vivi e compresenti.
Che ruolo ha questo tuo libro nel tuo percorso d’autrice? È un episodio a sé, oppure è un passo organico nel tuo procedere poetico?
Lo considero un episodio a sé, un esperimento. Probabilmente mi capiterà di raccontare altri sogni ricorrendo alla stessa modalità, ma dubito che tornerò a dedicare a questo argomento un intero libro. Ho sempre avuto scarsa immaginazione e lavorando sui sogni ho voluto concedermi il lusso di cimentarmi in una scrittura molto più fantasiosa di quella che mi è propria.

(Jara Marzulli “FIGLIE DI SOFIA Le fanciulle” 2017)
“La statura della palma” è invece tutt’altra cosa… Quale il dialogo che si è creato con i dipinti di Jara Marzulli?
Se “La metà notturna” rinuncia a ogni forma di controllo sui propri contenuti, “La statura della palma” è il libro più costruito che abbia mai scritto. Vale la pena sottolineare che è nato su commissione: nel 2018 mi era stato chiesto dalla titolare della casa editrice per cui ho lavorato per molti anni di scrivere dei testi dedicati alle martiri cristiane, che sarebbero stati pubblicati insieme ai dipinti di un artista. Il progetto è stato però abbandonato e i canti che avevo dedicato a tredici martiri sono rimasti orfani, finché l’anno dopo è arrivata l’occasione di farli uscire per le edizioni Cofine.
Tuttavia, pensati per dialogare con la pittura in un libro d’arte, i testi erano rimasti in attesa di un’altra casa, finché Monica Zanon di Selvatiche Edizioni ha accettato di pubblicarli insieme alle riproduzioni dei dipinti di Jara Marzulli. Ho conosciuto Jara nel 2011, in occasione di una mostra collettiva organizzata a Gaeta da Adriana M. Soldini, che ha firmato uno dei due saggi contenuti nel volume (l’altro è di Anna Maria Curci).
Tutte le opere esposte nella collettiva erano di altissima qualità ma ad affascinarmi era stato soprattutto un dipinto di Jara, “Fior di pelle”, che in questo volume è divenuto l’immagine della martire Giulia. Lavorando su commissione, faticavo a trovare un linguaggio per raccontare le storie delle martiri, e uno spunto mi era stato offerto proprio dalla sintesi di estasi e carnalità che caratterizza le donne ritratte dalla pittrice, dal cui sguardo traspare una forza d’animo in grado di sopportare qualsiasi sofferenza fisica.
Queste donne intense e volitive erano perfette per incarnare le martiri paleocristiane, così, in vista della pubblicazione, ho cercato nella ricca produzione di Jara le immagini da abbinare a ciascun componimento. La corrispondenza che ho trovato tra le mie parole e le sue opere, malgrado i soggetti fossero in origine diversi, è stata sorprendente.
Qui la figura della donna diventa protagonista assoluta, e il suo corpo è il luogo del proprio sacrificio… Anche se ogni testo ed ogni relativo dipinto/ritratto parla di martiri paleocristiane, mi sembra che il tutto sia purtroppo molto attuale…
Le martiri paleocristiane furono donne rivoluzionarie, anche osservate dalla prospettiva odierna. In una società fortemente patriarcale, che negava loro la partecipazione alla vita politica e la scelta della confessione religiosa, difesero fino alla morte i loro ideali ribellandosi all’autorità governativa e a quella degli uomini della propria famiglia. Sfuggirono ai ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne e non cedettero al ricatto della cura verso figli e anziani, considerata tuttora un dovere e una vocazione spiccatamente femminile.
Diedero prova di qualità ritenute tipicamente maschili, quali coraggio, forza d’animo e fisica, cultura ed eloquenza. Furono oggetto di violenze praticate allora come oggi: mutilazioni, sfregi al volto, torture, stupri. E come oggi morirono spesso per volontà del marito o per aver respinto le profferte amorose di un uomo.
Al netto dei miracoli che ne scandiscono le vicende, queste figure presumibilmente vissute molti secoli fa possono essere una potente ispirazione in un mondo che fatica a liberarsi degli stereotipi di genere e in cui le violenze fisiche e psicologiche sulle donne sono ancora all’ordine del giorno.
Con questo lavoro, cosa ha esplorato la tua scrittura poetica?
Come “La metà notturna”, anche “La statura della palma” si stacca dal mio percorso principale, che muove spontaneamente verso un dettato sempre più scarno ed essenziale.
Per questo libro ho scelto una cornice narrativa in prosa all’interno della quale ho inserito i componimenti in cui le martiri prendono la parola in prima persona rivolgendosi a vari interlocutori: Cristo, il diavolo, i propri cari o aguzzini. Ho optato per la forma del canto, ovvero componimenti di ampio respiro, i più lunghi che abbia mai scritto. Ho studiato a fondo le storie delle martiri, in particolare gli Acta e la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, integrandole con il saggio fondamentale Sante dee martiri di Elisa Ghiggini e altre notizie reperite online.
Le fonti antiche rappresentano invariabilmente le martiri come figure mitiche, incrollabili nel loro eroismo, e le loro vicende sono perlopiù narrate con un linguaggio piatto e una simbologia religiosa standardizzata.
Per dare voce a queste donne, ho dovuto seguire l’esempio di Perpetua, l’unica ad aver lasciato alcune pagine autografe, in cui lascia trapelare le proprie incertezze e perplessità. Ho quindi attinto ad altre opere a me care – dal Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago a Caino di Mariangela Gualtieri, dal Tempio degli uomini liberi di Dario Fo a Piccolissimo compianto all’incompiuto di Marthia Carrozzo fino ai film Madre! di Josef Aronofsky e Jesus Christ Superstar di Norman Jewson – per rendere più “umane” queste donne e problematizzare il tema religioso, l’altro argomento al cuore del volume.

L’autrice:
Francesca Del Moro (1971), vive a Bologna e ha pubblicato diversi libri di poesia tra cui “Fuori Tempo” (2005), “Non a sua immagine” (2007), “Una piccolissima morte” (2017, ripubblicato nel 2018 come ebook nella collana Versante Ripido / La Recherche), “Ex Madre” (2022), “Questo posto buono” (2023), “Sovraliminale” (2023) e “L” (2024).
Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e narrativa ed è autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Charles Baudelaire, pubblicata da Le Cáriti nel 2010. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie realtà bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival multidisciplinare Bologna in Lettere.

L’artista:
Jara Marzulli nasce nel 1977 a Bari, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bari con il massimo dei voti e dal 1998 partecipa a mostre e concorsi, ricevendo subito riconoscimenti, premi e importanti selezioni.
Il suo stile pittorico figurativo realistico diventa subito riconoscibile e dal 2004 incominciano esperienze di internazionalità tra fiere, biennali ed esposizioni importanti. Numerose sono le Biennali ed esposizioni d’arte prestigiose per le quali espone in Italia e all’estero: Fiera Art Taipei, Taiwan; Red Elation gallery, Hong Kong; Museo MEAM, Barcellona; Museo Maguncia, Buenos Aires; mostre in Cina, Turchia, a Dublino, a Londra.
Attualmente collabora anche con “The guide artists”, realtà editoriale e curatoriale dell’arte figurativa nel mondo a Cadice, in Spagna.
www.jaramarzulli.com
(Francesca Del Moro “La metà oscura” pp. 38, Bohumil edizioni 2024)
(Francesca Del Moro, Jara Marzulli “La statura della palma” pp. 108, 28 euro, Selvatiche edizioni 2025)
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Nana
“Donne Gratë”
di Pranvera Gilaj

Tempo presente ———————–
Dall’ultimo avamposto della Route 66
Alberto Fraccacreta, “Jesus Give Me Water”
di Roberto Lamantea

La voce blues canta e sembra cantare da lontano. La voce blues è una preghiera e prega dai campi dove il cotone è alto e tu sai che puoi volare. “La musica mi ha chiesto di arrivare a lei./ Sono giunto, ma non sono arrivato”: sono due versi di un libro bellissimo, un libro canto, dove le parole danzano alla notte e “tra ciottoli e agavi,/ fra i campi di frumento gridava gloria, alleluia”.
Alberto Fraccacreta è professore di Teoria e critica della letteratura all’Università di Urbino “Carlo Bo”, ha pubblicato diversi libri di poesia, l’ultimo nel 2023 da InternoPoesia, “Del tutto diversi”, è una poesia-sguardo di strade, portici, palazzi, colline e figure che sembrano rèfoli di vento, incontri sfiorati e fuggiti.
Fraccacreta pubblica ora da InternoLibri, gli eleganti scrigni bianchi disegnati da Andrea Cati, “Jesus Give Me Water. Una vita esteriore e interiore liberamente ispirata a Sam Cooke”.
Sam Cooke (1931-1964), di Clarksdale, fu uno dei fondatori del genere soul; cantante, compositore, produttore discografico, fu una delle voci maggiori dei generi gospel, r&b, pop e uno dei fondatori del soul; a 33 anni, l’11 dicembre 1964, fu ucciso da una donna a Los Angeles. In omaggio al Bob Dylan di Blowin’ in the Wind incise una canzone, una delle sue più belle in assoluto: A Change is Gonna Come.
Fraccacreta scrive un libro blues. Intanto la struttura: 33 liriche monostrofiche ognuna di 33 versi, ogni titolo corrisponde al titolo di una canzone di Sam Cooke: tra le più belle “How Far Am I From Canaan?”, “You Send Me”, “Pray”. Alcune sequenze dei versi hanno una tecnica cinematografica, da film noir o poliziesco americano in bianco e nero.
Il modo migliore di leggere il libro è aprilo dopo aver ascoltato Sam Cooke e il miglior blues e, anche, “Summertime” con la voce di Aretha Franklin (un verso di “Pray” dice: “I pesci saltano e il cotone è alto”). È un libro da leggere ad alta voce, di notte, guardando il cielo. Fraccacreta ci dona l’anima del blues, una poesia-petalo, roca e dolcissima, di chi canta dalla parte giusta della storia.

Dal libro:
You Send Me
È l’attimo celestiale in cui suono e realtà
si compenetrano.
Disc jockey al telefono
restano corrugati,
arcobaleno di Noè, anatre divine.
Da Santa Monica Boulevard.
Dall’ultimo avamposto della Route 66.
Signore, lei che è stata così buona con me.
Lei che è stata così buona.
Le spese funebri a te intestate.
Bumps Blackwell ti accompagna
nella radio a insetto, nelle ambulanze
e all’Ed Sullivan Show.
Schizza Billboard
come uno spremiagrumi in impermeabile.
Ma i tuoi sguardi immacolati
– grani di un rosario smeraldo –
sono a rollare le paglie,
passano attraverso i tubi di scarico dell’acqua,
raggiungono i Pilgrim Travelers.
A Rodeo Drive la strada è nera, di fossati e cherosene.
È notte per te e Lou.
Al risveglio sei al tram
di Los Angeles con le mani delicate di Barbara.
La California è un luogo di ponti azzurri.
La luna spagnola fiammeggia
ai piedi dei cinema color fango.
Scarpe lustrate dai bassifondi.
Nei juke-box dagli occhi castani
passano simili a ruote di fuoco
i versi leggeri tolti dal peso araldico del Vangelo.
Signore, perdona
i nostri peccati ben cadenzati.
*
Yeah Man
Figueroa Street, distante oltre trenta miglia.
E tu in prossimità siderali.
Vorresti che qualcuno venisse a dar calma
alla mente tua turbata, dolce soul music.
L’Hacienda Motel,
non un erbario.
Tana di lombrichi e pistole cariche.
Bastano pochi centesimi, una registrazione.
Al portiere di notte.
Bertha Franklyn dalla vetrata.
L’altra fugge con i tuoi vestiti, telefona alla polizia,
nella nudità delle tenebre.
Tu salti in auto
e sfondi l’ufficio, fiutando il divincolio, l’incastro.
L’arma è sul televisore, tintura di iodio.
Al terzo colpo
su polmoni e cuore.
Il manico di scopa spaccato sul luogo del cranio.
La tua perplessità,
la tua ardente perplessità.
Il whisky è sparso sui sedili, sparse
nel mondo le tue carte di credito e i cinquemila dollari.
Le riviste islamiche e i libri.
Il dubbio di Allen Klein.
Oh, ricordati di me.
Signore, Signore, Signore.
Sono una nave sballottata e spinta,
colpita dalle onde dell’oceano nella bufera.
Come ti ricordasti del vecchio Daniele.
Se mi ami, Gesù.
Oh, mi sembra talora
che sulle mie spalle, sulle mie preoccupate spalle sia
tutto il peso del mondo.
*
Jesus Gave Me Water
Ma tu canta.
Tu che hai appiccato gioia e lingue di vampa a chi ha ascoltato.
C’è una luce dentro di te, fratello.
Che non si spegnerà.
Ascolta, non si spegnerà.
La musica mi ha chiesto di arrivare a lei.
Sono giunto, ma non sono arrivato.
Tu pensi – e ora canta nel suo nome.
Al podere di Giacobbe, la guarigione.
Sei in una fibrosa pasta di legno, nel tubero, nel barile della pioggia
là dove il blues dell’autostrada
ha dismesso la sua carica.
E la guarigione è iniziata, le rapide gemono.
C’è una donna della Samaria
venuta al pozzo per intingere un secchio d’acqua.
Caduta la brocca,
il suo bere è diventato più ricco.
Sono io che ti parlo.
Torno di corsa in città tra ciottoli e agavi,
fra i campi di frumento e gridava gloria, alleluia.
Ha raccontato le sue meraviglie.
Un’acqua amorevole e duratura.
Un’acqua più copiosa
del Mississippi, degli affluenti secanti.
Si gonfino le sue lodi come sorgenti del fiume.
L’acqua è per te ritmo incessante della letizia,
di quanto sia stato perdonato
per una canzone
di chiarore e di fiamma.
Iridescente, scintillante nel balenio, alba, ambra.
Gesù mi diede l’acqua per non aver più sete.
Oh, dammi ancora dell’acqua, Gesù.
Amen.

L’autore:
Alberto Fraccacreta (1989), originario di San Severo (FG), insegna Teoria e critica della letteratura all’Università di Urbino “Carlo Bo”. Ha pubblicato saggi su Montale, Heaney e Magrelli e, per Raffaelli editore, le sillogi “Uscire dalle mura” (Finalista Camaiore Giovani, 2012) e “Basso Impero” (2016).
Per Transeuropa “Sine macula. Poesie 2007-2019” (2020). Per Interno Poesia “Del tutto diversi” (2023). Ha curato, per Raffaelli editore, il cofanetto con poesie di Adam Zagajewski dal titolo “Il fuoco eracliteo nel giardino d’inverno” (2017) e, per Carocci, “Tradurre per la scena. Aulularia di Plauto” (ottobre 2017), il volume monografico su Mario Luzi, “Fisica della parola pura. Il viaggio terrestre e celeste di Simone Martini” per Aracne editrice (2017).
(Alberto Fraccacreta “Jesus Give Me Water” pp. 88, 15 euro, Interno Libri 2024)
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… per sempre
“Donne Gratë”
di Pranvera Gilaj

Tempo presente ——————
Le cose iniziano a trovare un senso
Mirt Komel, “Detective Dante. Indagine a Nova Gorica”
di Anna Piccioni

Il 30 gennaio alla libreria Ubik di Trieste sarà presentato il romanzo “Detective Dante” di Mirt Komel.
Non siamo di fronte a un romanzo giallo tradizionale: cadaveri, assassini, moventi da scoprire per sbrogliare la matassa che porti al colpevole.
In “Detective Dante” gli ispettori devono districarsi in una selva oscura, piena di misteri, una vera e proprio foresta dove possono apparire luci e ombre malefiche, i demoni e i jinn “esseri soprannaturali creati dal ‘fuoco senza fumo’, che vivono in luoghi immondi”, che si trovano nelle favole della cultura islamica.
La storia è ambientata a Nova Gorica, un luogo reale, che attraverso gli straniamenti dei suoi personaggi diventa un non-luogo. Probabilmente la formazione filosofica dell’autore dà molte opportunità per usare artifici letterari, che portano il lettore a lasciarsi sedurre da ragionamenti e comportamenti dei protagonisti in situazioni quasi alienanti.
Un senso di solitudine interiore pervade tutti i personaggi, proiezione di quel ristagno industriale che rappresenta la desolata zona dove un tempo c’era molta attività produttiva.
L’ Io narrante è Haris Izmail partner ispettore dell’Anticrimine. Proviene dalla polizia stradale, ma per la sua capacità intuitiva e d’indagine viene chiamato all’Anticrimine da Drago Suligoj. Suo compagno di squadra è Erik Tlomm, Alto Ispettore dell’Anticrimine, personaggio misterioso e originale per un suo modo tutto particolare di condurre le indagini: ad esempio cercare nel caffè le risposte.
Aver inserito nel romanzo un personaggio di origine bosniacca, serve a Mirt Komel per ricordare la presenza di una numerosa comunità islamica della città.
Erik Tlomm vuol essere chiamato detective, anzi detective Dante, in quanto un ispettore svolge un’indagine solo osservando e guardando; visto che ispezione deriva dal verbo latino inspicere, mentre il detective ha il compito di scoprire (dall’inglese to detect e dal latino detegere), togliere ogni elemento superfluo per arrivare alla verità.
Il romanzo inizia con il ritrovamento di due cadaveri, in un giorno di maggio, due cognati orrendamente uccisi in una piccola cucina in un appartamento chiuso dal di dentro. Diventano il caso Paolo e Francesca.
Nei giorni seguenti sarà ritrovato un altro cadavere sopra un relitto in mezzo al nulla, che ingarbuglierà ancora di più la storia.
Il diverso modo di condurre le indagini dei due partner, che non si confrontano, mette in evidenza le loro personalità. E inoltre Izmail ha avuto l’incarico di osservare il comportamento del collega, e fare rapporto al suo capo Suligoj.
Molti altri personaggi animano la storia, soprattutto quelli che frequentano i bar e i pub notturni, una varia umanità.
Mirt Komel si è documentato sulla prassi delle indagini, parlando con la polizia della sua città, in modo da essere più realistico possibile.
Il lettore viene coinvolto dalla storia e cerca di darsi delle risposte, ma voltando pagina deve rivedere continuamente le sue deduzioni.

Dal libro:
Nel dormiveglia, ancora prima di riuscire del tutto a svegliarmi, mi passano davanti agli occhi le scene del giorno precedente, che evidentemente mi avevano turbato più di quanto potessi immaginare: il nostro ufficio, la sua scrivania in disordine, il quadro idilliaco dell’Isonzo, la calura estiva sul prato, l’oscuro corridoio pieno di inquilini, i due corpi in una pozza di sangue, l’interrogatorio nella sala da pranzo, l’arrivo del tecnico forense e del medico, il vuoto temporale al bar, la studentessa di ginnasio sospettata, ma soprattutto quel suo stupido caffè.
Tutti gli elementi che hanno un legame con il caso, anche il dettaglio più insignificante, mi si dispongono ora in modo sconnesso uno dopo l’altro, sino a che non arrivano il primo caffè e la prima cicca, che mi concedo in mutande e Wifebitter sul mio balcone al fresco di un mattino estivo. Dopo alcuni sorsi e sospiri tonificanti, con lo sguardo alle chiome degli alberi che fanno ombra alla Cankarjeva, le cose iniziano a trovare un senso, comincio a collegare gli elementi in un insieme in qualche modo più assennato: l’omicidio è avvenuto dietro la porta chiusa dell’appartamento; le due vittime sono state trafitte da un coltello che non è stato ancora trovato; il lividi sulla guancia di lui e sul polso di lei sono i segni di una resistenza; il fatto che nessuno dei vicini abbia visto né sentito nulla indica che tutto è avvenuto in maniera molto rapida e molto probabilmente nello stesso momento, il che significa che l’assassino ha sorpreso le sue vittime – forse anche se stesso? – in un eccesso di rabbia o di odio; e, cosa più importante: solo altre tre persone avevano le chiavi dell’appartamento.

Intervista a Mirt Komel:
Come si concilia la filosofia con la scrittura noir poliziesca?
Almeno nel mio caso molto bene, perché sono convinto, che ambedue le pratiche di scrittura hanno moltissimi punti in comune. Sia nella filosofia che nel crime bisogna porre domande giuste, ricercare indizi, collegare i fatti, dedurre il conosciuto dal non conosciuto.
In questo senso il lavoro del filosofo è simile a quello del detective, e, conversamente, il detective a quello del filosofo.
Come per Dante “La selva oscura” è la metafora dell’animo nel peccato, così anche i personaggi sono ossessionati da fantasmi e demoni…
La metaforica allegoria dantesca che ho preso da spunto sia ne “Il tiglio spezzato” che in “Detective Dante”, con l’omonimo protagonista, mi è servita per raccontare non solo queste due crime story molto specifiche, dove si cerca l’assassino nel nome della giustizia, ma anche per ricercare la verità della propria identità, nel senso che sotto la lente di ingrandimento non ci sono solo i sospettati, di cui uno deve per forza essere il colpevole, ma l’intera tragica condizione umana, inclusa la parte tenebrosa, malvagia, che si nasconde in ciascuno di noi.
C’è una ragione letteraria e culturale per cui il partner di Erik Tlomm è Haris Ismail, di origine Bosniacca e musulmana?
Si, certamente. Ho voluto dare voce non solo a “un poliziotto qualunque”, ma anche a un goriziano, cioè, “novogorian” qualunque, che parla, pensa e agisce “come me e te”.
La popolazione di Nova Gorica, e credo anche di Gorizia, è costituita anche da musulmani, e per questo volevo un personaggio che rappresentasse anche loro. E questa è anche la ragione per cui i “demoni cristiani” presenti ne “Il tiglio spezzato” in “Detective Dante” diventano “djinn” islamici.
Dopo aver visto i luoghi in cui si snoda la storia mi sembra che quel senso di straniamento che avvolge i personaggi rispecchi l’atmosfera di un non-luogo: una città in cerca di una sua identità…
Ben letto! Nel primo romanzo, “Il tiglio spezzato”, abbiamo a che fare con una costruzione fittizia, “Medso je” e precisamente un non-luogo, che non esiste, ma insiste, sicché è fatto di vari “pezzi” reali dei vari luoghi della Soška dolina.
Nova Gorica in “Detective Dante”, d’altro canto, è un luogo reale, che però ho voluto straniare, alienare a tal punto, da farla vedere da un altro lato, quello irreale, immaginario, fittizio.
Cioè così come ogni città realmente è, sicché nessuna città è quello che appare al di fuori — nemmeno, se non soprattutto, i famosi capoluoghi mondiali — ma è fatta così come è fatta la “mia” Nova Gorica del romanzo: di frammenti, di rovine, di tragedie, di segreti, di misteri, di giochi di luci e tenebre.
Questo romanzo esce dai canoni del genere crime, ci sono molte domande senza risposte…
È infatti una detective story che è contemporaneamente postmoderna, nel senso dei doppi sensi, allusioni e referenze metatestuali, ma anche molto alla vecchia maniera, nel senso che allude a vari elementi tratti dalla storia del genere, fino al romanzo gotico, da cui le detective story nascono.
In ambedue i casi quello che conta è il mistero, che si svela qua e là, tra le intravedute dietro il sipario, che cancella nello stesso tempo in cui svela.
Per dirla più concisamente: credo che a tutte le domande che i due romanzi pongono si può trovare risposte se si legge attentamente, ma solo se si leggono tutti e due i romanzi insieme, perché nell’ uno ci sono le risposte rimaste in sospeso dell’altro.

L’autore:
Mirt Komel (1980) è scrittore e filosofo, docente e ricercatore presso l’Università di Lubiana. È autore prolifico di monografie scientifiche, opere teatrali, poemi drammatici e diari di viaggio.
“Il Tocco del pianista” (Pianistov dotik, Goga, 2015) è il suo romanzo d’esordio. “Il tiglio spezzato” (Medsočje, Goga, 2018) fonda la collana Gialloambra di qudulibri, cui segue “Detective Dante” (qudulibri, 2025) entrambi tradotti da Michele Obit.
(Mirt Komel “Detective Dante. Indagine a Nova Gorica” traduzione di Michele Obit, pp. 364, 18 euro, Qudulibri 2025)
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I vortici della vita
“Donne Gratë”
di Pranvera Gilaj

Tempo presente ——————
Riprendere l’inizio
Cinque poesie da “Donne Gratë”
di Annamaria Gazzarin

Ringraziamento
Si dissolve
improvvisa la notte
nel canto
del giovane faggio
che tracima all’aurora.
Lo piantò tuo padre,
quando nascesti,
in quel tempo feroce di lutto
che non mi lasciò scampo.
Fui a lungo
creatura randagia,
distolta da un dolore
che non seppi vivere,
finché un vento di bonaccia
mi ricondusse a te
e finalmente potei amarti.
All’ombra
di queste fronde nodose
mi rimargina, ora,
una ninna nanna
di foglie ed essenze,
con cui scrivo
la mia preghiera
di ringraziamento
mentre spalanco le braccia
per accoglierti,
figlio mio,
in questo nuovo tempo di carità.
*
Ri – generazione
Riprendere l’inizio
vorrei
disfare questo gomitolo
di incomprensioni,
spezzare la voce dei silenzi,
uscire dalla penombra
dell’estraneità,
rovesciare convinzioni, ormai
appassite
e dispiegare le ali
per sostenerti nel volo
e rinascere madre con te
in questo campo
di camomilla e fiordalisi.
*
Album
Sagome note
riemergono
da un tempo sbiadito
Riflessi
di memoria
assopiti
si ricompongono
in sparse monocromie
Ritornano
fremiti di vita
dettagli
che ancora spaccano
dentro
Raccolgo
frantumi
di una collana
che resta preziosa
*
Piove
in questa giornata fradicia
arrivano pesanti i ricordi
gravano sulle spalle
curve
– non ho mai avuto un portamento eretto
provo a stenderli
su quel filo
d’azzurro – logoro
tra le nuvole
ma scricchiolano
come le mie ossa
anchilosate –
cadono a pezzi
come cocci
che non vogliono più essere vaso
*
Fragilità
irrisolte nostalgie
dilatate nello spazio
di pensieri
angustie filiformi
di metamorfosi
del tempo
camaleontiche solitarie
elucubrazioni
fremiti
d’ala

Intervista ad Annamaria Gazzarin:
di Giovanni Fierro
Mi incuriosisce il tuo rapporto con le parole. Da cosa nasce l’attenzione con cui le scegli per creare il tuo scrivere?
Le parole mi hanno sempre affascinato, fin dai tempi della scuola elementare, per le diverse accezioni e i molteplici significati che ognuna di esse può assumere a seconda del contesto in cui viene utilizzata. E credo di dovere in particolare al mio professore di Latino delle superiori, il quale nelle traduzioni era molto intransigente proprio sugli “errori” lessicali, il merito di avermi avviata – direi proprio educata – alla cura nella scelta dei vocaboli da usare quando si scrive, ma anche quando si parla. La mia professione di insegnante mi ha portato, poi, a sviluppare un interesse per l’etimologia, e quindi la ricerca è divenuta passione.
Dedicare del tempo a scegliere il termine “giusto” per me è una forma di rispetto, sia per ciò che la parola è e può dire o suggerire, sia per coloro a cui essa è rivolta.
Qualcuno potrebbe definirla quasi una mania, la mia. Invece io penso che la ricerca linguistica sia una vera e propria terapia emotiva che, come sosteneva il poeta Andrea Zanzotto, serve a “ri-sensibilizzare” il pensiero, a renderlo di nuovo sensibile, a dargli altra linfa, e quindi svilupparlo. Attraverso la ricerca della parola più appropriata, della parola bella – non solo nel senso estetico ma anche etico – si riattivano l’immaginazione e la creatività, veri e propri antidoti all’indifferenza apatica dei nostri tempi. Io credo che attraverso la poesia noi possiamo ridare dignità alla parola, fare in modo che possa ancora dire la verità.
Diceva padre David Maria Turoldo che finché l’uomo ha la possibilità della parola, avrà possibilità di salvezza. E io credo che non dobbiamo sprecarla, perciò mi impegno a utilizzare la parola poetica come forma di resistenza spirituale e perché no, anche politica.
In questo tempo difficile – nel rischio di una guerra planetaria – in cui siamo sopraffatti dall’impotenza e dal dolore, l’uso della parola buona è testimonianza di speranza e può sostenere un pensiero nuovo, diverso da quello imperante. La poesia può farci essere uomini e donne diversi, buoni.
I testi presenti in “Donne Gratë” fondamentalmente sono uno sguardo sul presente, che però si confronta con il ‘sempre’, con il tempo passato e quello che verrà. È così?
Le mie poesie nascono dal mio vissuto, è vero. Non saprei dire di ciò di cui non ho fatto esperienza. È una forma di poesia onesta, come sosteneva Saba, che è uno dei miei autori preferiti.
La mia poesia viene dall’esperienza minuta e non eccezionale del vivere, dalla quotidianità, fatta da piccole e grandi gioie ma anche da dolori violenti, di quelli che ti tolgono la terra da sotto i piedi.
E questo vale anche per i testi presenti in “Donne Gratë” nei quali parlo di me come figlia, come donna sempre innamorata del proprio uomo dopo tanti anni di matrimonio, come madre. Se lo spunto iniziale scaturisce quasi sempre dai legami affettivi personali, la riflessione poi però si allarga e tocca tematiche più ampie, esistenziali – che ci accomunano tutti – quali l’incomunicabilità, il conflitto generazionale, la sofferenza del lutto e la morte, il nostro bisogno di infinito.
Non è un percorso di ripiegamento su me stessa quello che compio nella poesia, bensì un cammino alla ricerca di un modo rinnovato di essere donna: un modo in cui l’essere figlia o madre sia libero dai sensi di colpa, dalle aspettative altrui e dalle convenzioni, come scrivo in “Ri – generazione”.
Ed è proprio ripercorrendo il mio passato, attraversando finalmente il dolore per la perdita di una persona cara, affrontando le mie fragilità che riesco a ricomporre i pezzi, a superare il disorientamento e a volgere uno sguardo di speranza a ciò che verrà.
Questo è il potere della scrittura che considero una buona compagna di vita, un vero e proprio strumento di crescita personale. Per me scrivere è come andare in palestra: un allenamento continuo alla vita, un corso di autodifesa, la scelta quotidiana di non soccombere.
“Donne Gratë” è anche la presenza dei dipinti Pranvera Gilaj. Da parte tua, quale dialogo si è creato tra le vostre espressioni artistiche? E in che modo si è sviluppato?
Come ho scritto nel testo pubblicato nel catalogo della mostra, “Donne Gratë” è il frutto di un incontro divenuto amicizia. Un’amicizia, quella tra me e la pittrice Pranvera Gilaj, resa possibile sicuramente da affinità di pensiero e dall’amore per l’arte, ma anche dall’aver vissuto esperienze di vita simili.
Ci siamo conosciute nel settembre 2024, in occasione della presentazione del mio libro di poesie “Oltre le solitudini” presso l’Abbazia di Follina in provincia di Treviso, e subito siamo entrate in sintonia. Così un giorno accade che, dopo aver visto il suo dipinto La bambina di Gaza, io scriva quasi di getto la poesia “Virtù bambina”, tanto mi aveva toccato la forza espressiva del quadro.
Quella piccola donna, sopravvissuta a un bombardamento e rappresentata così intensamente dalle corpose pennellate di Pranvera, mi chiamava in causa, proprio come donna e madre: da questo mio profondo coinvolgimento è scaturito quel testo che vuole essere una denuncia forte della guerra, una costante e tragica realtà quotidiana in tante zone del mondo, fatta di impotenza e lotta, dolore e coraggio, morte e vita.
Da questa prima condivisione ha preso poi corpo, pian piano, l’idea di provare a raccontarne insieme, attraverso la pittura e la poesia, il multiforme universo femminile di cui anche noi siamo parte
con il nostro bagaglio di sofferenze, gioie, aspirazioni.
“Donne Gratë” è il risultato di una comune ricerca e interpretazione dei segni del vivere impressi nelle figure femminili, siano esse membri delle nostre famiglie o protagoniste senza volto dei tempi attuali, comunque sempre rappresentative del sentimento del tempo: un sentire smarrito o consapevole, sottomesso o dissidente, materno o filiale. Pensieri, sogni, memorie di donne vicine o lontane, nel cuore e nel tempo; fragilità di figure prigioniere delle proprie inquietudini o energica determinazione di ribelli. Figlie e madri votate completamente alla famiglia, ma anche donne che hanno lottato contro i pregiudizi per realizzare una vita e un destino diversi da quelli che altri avevano pensato per loro. Donne che, come noi, hanno costruito la propria identità – giorno dopo giorno – attraverso scelte, sacrifici, fallimenti e assunzioni di responsabilità. Donne che restano vive perché pensano, studiano, imparano, sognano e fanno progetti.
Ecco perché io e Pranvera per questa mostra abbiamo voluto come titolo proprio “Donne Gratë”. Il termine Gratë, traduzione in lingua albanese della parola italiana donne, può infatti essere letto e interpretato anche nella sua funzione di aggettivo, qualificando la riconoscenza che noi due continuiamo a nutrire nei confronti della vita. Può, infine, alludere alla situazione di separazione e isolamento in cui ancora oggi molte donne sono costrette in diverse parti del mondo, per cui noi con le nostre opere vogliamo dire che si può guardare oltre quelle “inferriate”, noi abbiamo proprio il sogno di rimuoverle!

Tornando alle tue poesie, mi sembra che ogni testo abbia un respiro che è riflessione, e che permette di interiorizzare lo sguardo con cui ti poni davanti alla realtà, di fronte al nostro quotidiano. Ti ci ritrovi in questo?
Per me la scrittura, tutta, è riflessione e la poesia lo è in modo particolare per le caratteristiche di essenzialità e incisività che la contraddistinguono. Io scrivo perché dentro la scrittura smarrisco il tempo e trovo un posto dove sto bene, uno spazio d’ascolto particolare di me stessa e della vita, dove posso condurre lo sguardo fin dentro al cuore delle cose.
Ascoltare aiuta a comprendere, a conoscere, a uscire dal nostro io per farci noi. Ma questo richiede tempo e volontà, e la frenesia di questa nostra epoca non aiuta. Poesia come forma di resistenza, dicevo prima. I miei testi non nascono quasi mai di getto; sì anch’io ho sempre con me un quadernetto e può succedere che nei luoghi più impensabili vi scriva qualche verso suggeritomi da fugaci apparizioni, dettagli di visioni che rimangono imprigionate nella brevità di uno sguardo per il tempo sufficiente a mostrarsi, attivare la memoria e poi sfuggire.
Ma è solo con il tempo, la riflessione e il lavoro di cesello che quelle annotazioni prendono la forma di significati definitivi. Io credo che chi scrive non esclusivamente per sé stesso abbia una certa responsabilità nei confronti dei suoi ipotetici lettori e per questo debba scrivere il necessario e bene. La poesia non è una pagina di diario o una cronaca. Oggi scrivo poesie più brevi, rispetto al passato. E i testi che ho composto nell’ultimo anno affrontano anche temi di carattere sociale e civile, ponendosi come ricerca ed espressione dell’umano contro il disumano.
Probabilmente l’incontro con il poeta Guido Oldani e il Realismo terminale, a cui mi sono avvicinata proprio nel corso del 2025, ha offerto nuovi strumenti espressivi – la similitudine rovesciata, ad esempio, ma non solo: anche un diverso uso della punteggiatura – a quel mio “spirto guerrier” non ancora placato! E così continuo lo studio delle parole e della forma per riuscire a esprimere il mio punto di vista sui mali che attanagliano questa nostra fragile umanità.
È il tema portante di questo progetto, e quindi ti chiedo, cosa può significare fare poesia, avendo come principale soggetto la figura della Donna?
Questo progetto, configuratosi in una mostra e un catalogo, è stato molto significativo per me: direi una vera esperienza. Fare poesia, avendo come principale soggetto la figura della donna, ha voluto dire prima di tutto fare i conti con me stessa, ripercorrere le diverse fasi della mia vita, dall’infanzia ad oggi, dai primi ricordi al grande lutto per la morte improvvisa di mio padre, avvenuta in concomitanza della nascita di mio figlio.
È stato come mettermi davanti a uno specchio e guardarmi senza filtri: difficile e catartico allo stesso tempo. Ha significato compiere un percorso di indagine introspettiva, riaprire ferite mai rimarginate, confrontarmi con quei tarli che lavorano a lungo, con costante pazienza fino a marcare la pelle, quei sensi di colpa che fievolmente ma ininterrottamente scavano giorno dopo giorno dentro di noi, senza lasciarci scampo.
Di questo parlo, ad esempio, in “Ringraziamento”, “Il sorriso di te”, “Album”, a cui ho affidato il mio pensiero più intimo.
In un secondo momento, anche provocata dai quadri di Pranvera – mi piacciono in particolare quelli in cui dipinge le donne della sua terra, l’Albania, con i costumi tipici perché mi ricordano com’era la vita anche qui da noi, nei nostri paesi fino a una cinquantina di anni fa – ho cercato di entrare dentro l’universo di quelle donne, solo apparentemente altre da me, di mettermi nei loro panni.
Ho incontrato, così, figure dalla personalità ricca e multiforme, di cui ho provato a indagare le vite, per carpirne i travagli e la complessità. Un’emozione ritrovarmi in quelle figure miti o ribelli, sempre dignitose.
Sono scaturite così le poesie “Piove”, “Inattesi percorsi”, “Per te”, testi che descrivono i sentimenti, i bisogni e le fragilità delle donne e alle donne vogliono essere di omaggio.

L’autrice:
Annamaria Gazzarin è nata a Cison di Valmarino (TV) e risiede a Follina (TV).
Laureata in Materie Letterarie presso la Facoltà di Magistero di Padova, con tesi in Storia dell’Arte moderna e contemporanea.
Al Liceo Artistico “Bruno Munari” di Vittorio Veneto con i suoi allievi ha dato vita al Giornale d’Istituto “La Virgola, voci libere dal Munari”, che nel 2015 al Teatro Bonci di Cesena ha ricevuto il “Primo Premio di Giornalismo scolastico”, promosso dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti.
Nel 2023 ha curato per la Collana “I quaderni della memoria” dell’I.S.R.E.V. di Vittorio Veneto la pubblicazione del volume: “Don Giuseppe Tonon, Le mie memorie durante l’era fascista e la resistenza”. Nel 2024 ha pubblicato la raccolta di poesie “Oltre le solitudini”.
Immagini ———————-
Le piccole socialiste
“Donne Gratë”
di Pranvera Gilaj

Tempo presente —————–
“Donne Gratë”
Una mostra, un catalogo, un progetto
di Livio Caruso

Sono solamente quattro anni che Pranvera Gilaj e io ci conosciamo, e appena uno con Annamaria Gazzarin, eppure sembra un’eternità. Forse perché l’arte – la pittura e la poesia – non ha tempo, agisce su altri livelli, altre dimensioni. Chi ha il dono di contenere in sé “quella” fiamma, creatrice e divoratrice al tempo stesso, perde il senso comune dello stare al mondo, vive l’esistenza su di un piano “altro” e al contempo immerso nella contemporaneità, e questa modalità permette di vedere e connettere sensazioni e emozioni altrimenti impossibile.
Assieme abbiamo realizzato già alcune esposizioni, sia a Follina – in provincia di Treviso, dove loro vivono e operano – sia a Gorizia e precisamente nella Galleria ARS e nell’Atelier del Bar Bordo della Stazione Transalpina di Nova Gorica.
La proposta di esporre fondendo l’arte visiva con l’arte poetica è partita da Pranvera (pittrice albanese che vive in Italia oramai da circa trent’anni), coinvolgendo Annamaria (docente e poetessa veneta), che soprattutto a Follina ma anche nel territorio circostante ha ideato e realizzato vari eventi. Va segnalata la mostra “Oltre le solitudini”, con poesie di Annamaria e acquerelli di Laura Vergine e Piera Cuder, corredata da un bel catalogo contenente la presentazione critica di Antonella Uliana.
Tornando a noi, nel 2024 assieme abbiamo organizzato un evento nell’antico Refettorio dell’Abbazia cistercense di Follina, con lettura di poesie e mostra di opere di artisti goriziani, triestini e veneti, dal titolo “Umanità tradita”, in concomitanza con la celebrazione del 25 aprile “Festa della Liberazione”. Nel 2025, Annamaria ha partecipato con noi alla quarta edizione di “Frammenti di un inconscio condiviso”, esponendo tre poesie incorniciate. Nel 2024, Annamaria ha visitato la Stazione Transalpina e l’Atelier del Bar Bardo, innamorandosi dell’atmosfera di questo storico luogo. Pranvera qui ha esposto già due volte, e per la terza volta con questa mostra “Donne Gratë / Hvaležne Ženske”. Occorre ringraziare il gestore del Bar Bordo, Jani Kersevan, per la proficua collaborazione iniziata tre anni fa, ma che da sempre ospita mostre d’arte.

Pranvera nei dipinti qui esposti (e contenuti nel catalogo – ndr), specialmente nelle recentissime opere, ha ripreso tematiche già in precedenza affrontate, ma approfondite attraverso soggetti che evidenziano maggiormente la sua particolare sensibilità rispetto al dolore umano, un percorso interiore che probabilmente segnerà il suo futuro stile e mondo pittorico, soprattutto quello del mondo delle Donne.
Le poesie di Annamaria sono un inno alle donne, all’amore e ai loro sentimenti più profondi. Certamente vi è una vicinanza emotiva e un vissuto similare tra Annamaria e Pranvera, che ha favorito il proficuo lavoro e che in questa esposizione di dipinti e poesie giunge a una precisa identificazione in quelle tematiche appena citate.
Colgo l’occasione per ringraziare Annamaria e Pranvera, che con questa mostra ci permettono di riflettere e di assaporare con forza e dolcezza la quanto mai essenziale presenza delle DONNE in questo mondo sofferente, che nonostante tutto le due ci propongono come Grate-Gratë (da notare che Gratë in albanese significa donne).
Infine, evidenzio la loro volontà di raccontare e connettere la dimensione delle donne di culture e mondi diversi, da quelle italiane a quelle slovene, da quelle albanesi a quelle palestinesi, SENZA CONFINI-Borderless proprio in occasione di Nova Gorica-Gorizia Capitale Europea della Cultura 2025.
Durante l’inaugurazione, oltre alla mia presentazione dei dipinti di Pranvera, sono state lette da Annamaria alcune poesie, sia in italiano che in sloveno. Sono convinto che tale collaborazione proseguirà.
La mostra “Donne Gratë / Hvaležne Ženske”, nell’atelier del Bar Bardo, alla Stazione della Transalpina a Nova Gorica, è visitabile fino al 18 gennaio 2026.
Catalogo mostra: Lithos libreria e casa editrice
https://lithoslibreriaeditrice.it/

Intervista a Pranvera Gilaj:
di Giovanni Fierro
L’ Albania è sempre presente nei tuoi quadri. Ne è forte. Quanto è importante la tradizione da cui trai anche spunto? E in che modo si confronta con il tuo personale ricordo, con la tua esperienza?
La tradizione e gli insegnamenti della mia famiglia hanno sempre rappresentato i pilastri della mia vita. Studiando la figura della donna italiana del passato emergono molte somiglianze, nei momenti e nei modi di vivere, con quella del mio luogo d’origine.
Io vedo una sola donna, del passato e del presente, quella che con semplicità e tenerezza racconta com’ era una volta. La donna è una, uguale e diversa in tutto il mondo
Il progetto ‘’Donne Gratë’’ vede coinvolta la tua pittura e la poesia di Annamaria Gazzarin. Che dialogo si è costruito tra di voi e le vostre espressioni artistiche?
La pittura parla tramite colori e figure geometriche, e, anche se all’ apparenza può sembrare muta, questa può avere un effetto smuovente, oppure no.
Alcune tonalità hanno fatto smuovere nella nostra poetessa pensieri ordinati in versi sensazionali, c’è perciò una grande affinità tra le due espressioni artistiche, che dialogano in modo naturale senza alcun tipo di forzatura.
La scelta dei soggetti dei tuoi dipinti, mi sembrano essere delle figure simbolo. Mi sbaglio? E quali i loro significati? Perché poi in questi tuoi lavori la figura della donna è centrale…
I soggetti sono senza dubbio simboli (spesso di denuncia, seppur raccontati in chiave più malinconica) dietro ai quali si celano narrative per me significative; la figura della donna assume un ruolo centrale nelle maggior parte dei dipinti perché è così anche nella società, seppur costrette a rimanere spesso ‘’dietro le quinte’’.
Le donne hanno rappresentato e rappresentano tuttora una parte costretta ad avere coraggio per sopravvivere. Le donne albanesi protagoniste dei dipinti sono vittime della cancrena dell’immigrazione, così come io ho vissuto e vivo tuttora in prima persona la situazione percependo l’animo stanco delle madri; continuo ad essere una rondine che torna nel vecchio nido.

I tuoi dipinti vivono anche di colori molto intensi. In che modo agiscono nel tuo fare pittura? Cosa significano per te?
Ho cominciato solo pochi anni fa ad avere come soggetto la donna tipica del nord dell’Albania, impegnandomi a far emergere il suo carattere attraverso le vesti tradizionali.
Il mio inconscio è pieno di ricordi di donne nel paese che giravano con questi abiti e con accessori che spesso presentavano colori intensi, come il rosso carminio e il verde pino, tanto quanto l’ anima di queste donne piene di energia vitale ma anche di sacrifici e sofferenze; a colori forti corrispondono, perciò, emozioni forti.
Mi ha colpito una cosa in particolare: i soggetti da te ritratti non guardano mai negli occhi di chi osserva il dipinto. Il loro sguardo è sempre indirizzato altrove. Come mai? Perché questa decisione?
Questa domanda la farei anche a me stessa. È l’intelletto artistico a fare la scelta al mio posto. Da un soggetto con gli occhi chiusi, per esempio si può percepire serenità, indifferenza, oppure estraneità dal soggetto stesso.
Per esempio la donna raffigurata nel dipinto ‘’I vortici della vita’’, ha lo sguardo interamente coperto, il che rappresenta appieno il significato dell’ intera opera, cioè il tentativo della donna contemporanea di isolarsi dalla realtà circostante e dalle insidie della vita.

L’artista:
Pranvera Gilaj è nata a Scutari, in Albania, nel 1969. Nel 1994 si è trasferita in Italia.
Nel 2020 ha inaugurato la sua prima mostra personale presso l’antica Abbazia
di Follina. Fra le esposizioni più recenti, nel 2025 ha partecipato alla mostra collettiva “Umanità Tradita” presso l’Antico Refettorio dell’Abbazia di Follina, alla quarta edizione di “Frammenti di un inconscio condiviso” dal titolo specifico “Da quel punto in poi”, alla Mostra Internazionale d’Arte Contemporanea e Design, “Light and Darkness“, Fortezza da Basso, Firenze, e alla mostra collettiva “Sharm of Art” allo Spazio espositivo “Sala Pighi” di, Verona.
Immagini ———————-
Semplicemente umana
“Donne Gratë”
di Pranvera Gilaj

rivista Fare Voci
curata da Giovanni Fierro
collaboratori:
Roberto Lamantea, Anna Piccioni, Antonello Bifulco, Luigi Auriemma
Laura Mautone, Livio Caruso.


